Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

giovedì 2 novembre 2017

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Dopo qualche istante, tuttavia, fu egli a riprendere parola, a riaprire il dialogo fra loro, pur dimostrandosi leggermente esitante a tal riguardo…

« Senti… posso farti una domanda…? » le chiese, palesandosi stranamente incerto nel proprio approccio a lei, in netto contrasto con l’immagine di sé che sino a quel momento aveva presentato, soprattutto quando non direttamente minacciato di morte.
« Soltanto se io potrò evitare di risponderti. » replicò l’ex-mercenaria, sollevando leggermente le spalle a minimizzare il suo interesse a tal riguardo.
« Mi sembra giusto… » confermò l’uomo, per poi concedersi ancora qualche passo in silenzio prima di riprendere voce « Quando prima hai detto che ti saresti arrangiata… intendevi forse dire che vorrai uccidere tutti i membri dell’organizzazione che ci si pareranno innanzi? » questionò, palesando il senso di tanta incertezza da parte propria, incertezza allor derivante, evidentemente, dal timore di spazientire, in qualche misura, la propria interlocutrice e, in ciò, ritrovandosi ad affrontarne le conseguenze.
« Non per forza. » scosse il capo la Figlia di Marr’Mahew, sorridendo lievemente « Tutto dipenderà da quanto collaborativi sapranno dimostrarsi. » precisò, poi sospirando « Oltretutto mi manca la mia spada bastarda… e senza di lei mi sento abbastanza incompleta. »

In conseguenza alle subdole trame ordite dalla sua principale avversaria, la regina Anmel Mal Toise, colei per inseguire la quale ella si era spinta a lasciare i confini del proprio mondo sulle ali della fenice, il nome di Midda Bontor era divenuto presto famoso anche in quella nuova e più amplia concezione della realtà, venendo associato a una fedina penale tanto ricca quanto veritiera, nella propria concezione, da farla improvvisamente finire in cima alle liste di ricercati da parte dell’omni-governo di Loicare e di qualunque altro sistema alleato. A suo discapito, infatti, erano stati imputati, solo negli ultimi venti cicli, oltre ventimila omicidi, oltre a un incerto numero di furti e rapine, nonché violenze di vario genere, eventi dei quali, per quanto ella non si fosse effettivamente resa colpevole nei termini per così come pubblicizzati, come promossi a opera di Anmel, non avrebbero potuto neppur essere misconosciuti da parte sua, non, quantomeno, nella misura in cui, obiettivamente, ella avrebbe avuto a dover ammettere simili cifre all’interno di un curriculum personale non poi così diverso.
In quanto guerriera, in quanto mercenaria, avventuriera al soldo di diversi mecenati, nonché fante in alcuni eserciti, ella, negli ultimi vent’anni, in particolare, e da quasi trenta, più in generale, avrebbe avuto a dover essere considerata, in un modo o nell’altro, protagonista di uno stile di vita non soltanto estremamente pericoloso e potenzialmente letale per lei, ma, anche, per molteplici ragioni, costellato da molti morti lungo il proprio cammino. Morti a volte giudicate ineluttabili, nemici in contrasto ai quali o sarebbe caduta o avrebbe accettato simile, estrema soluzione. Morti a volte assolutamente anonime, antagonisti metaforicamente privi di volto innanzi ai quali ella si era ritrovata ad agire in maniera forse leggera, forse gratuita, e pur, comunque, sempre perfettamente consapevole di quanto, comunque, la sua vita non sarebbe valsa particolarmente di più innanzi ai loro giudizi. Morti che, invero, nel mondo dal quale ella proveniva, nel quale ella era nata e cresciuta, avrebbero avuto a dover essere giudicati, probabilmente, con un diverso metro di misura rispetto a quello proprio dell’omni-governo di Loicare, o di molti altri mondi, di molti altri sistemi, nei quali, forse e anche solo per una questione squisitamente ipocrita, la vita avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual il valore più elevato, tale per cui ad alcuno sarebbe stato permesso di toglierla, salvo, poi, concepire egualmente realtà come quella propria della guerra, in misura tale per cui, alfine, tanta avversione all’idea della privazione volontaria della vita avrebbe avuto a dover essere considerata quantomeno argomentabile: nel mondo dal quale Midda proveniva, altresì, minori ipocrisie, minori perbenismi, non avrebbero mai permesso a uno scontro conclusosi con una morte di essere definito omicidio, riservando simile termine, dedicando l’etichetta di assassino, solo a coloro i quali, anziché affrontare in maniera trasparente i propri antagonisti, li avessero aggrediti nell’inconsapevolezza o nell’inganno, in misura tale per cui la loro uccisione sarebbe occorsa senza neppur permettere loro di maturarne reale coscienza. In ciò, quindi, anche laddove non erano mancate, neppure nel proprio mondo, accuse di omicidio a discapito della Figlia di Marr’Mahew, tali si erano sempre rivelate, a posteriori, quali infondate menzogne, tentativi volti a incriminarla per colpe che, altresì, non le avrebbero potuto essere attribuite, in uno scenario, tuttavia, estremamente diverso da quello che, allor, si era delineato per lei: uno scenario nel quale, modificatisi i criteri atti a definire l’omicidio, ella avrebbe avuto a doversi effettivamente ritenere potenzialmente colpevole di tutti i crimini a lei imputati.
Di tali crimini, di simili colpe, in verità e a margine di simili considerazioni, Midda Bontor non si sarebbe comunque mai vergognata, né avrebbe avuto ragione per considerarle effettivamente tali. Per quanto, infatti, consapevole del cambio di contesto nel quale ella si era ritrovata a vivere, e in ciò coscientemente frenata nel risolvere con l’uso della violenza e della violenza indiscriminata questioni che prima non avrebbe avuto esitazione ad affrontare in simili termini, così come dimostrato anche nel corso dell’inseguimento degli uomini in nero; ella non avrebbe mai ceduto all’ipocrisia lì imperante al punto tale da considerare errato quanto compiuto in passato o, peggio, al punto tale da potersi dire dispiaciuta per le morti a lei imputabili o, ancora, al punto tale dal voler pensare di frenarsi laddove, in futuro, simile necessità le fosse stata nuovamente proposta. E così, benché, come sempre, come già in passato, ella non avrebbe mai visto nella morte di un proprio avversario un motivo d’orgoglio, interpretandolo, anzi, come un proprio fallimento personale nel non essersi dimostrata sufficientemente superiore al medesimo da vincerlo senza, in questo, necessariamente abbatterlo; parimenti l’Ucciditrice di Dei non avrebbe frenato la propria mano laddove questo avrebbe potuto discriminare la propria sopravvivenza o la sopravvivenza di persone da lei amate o da lei protette… persone come, manco a dirlo, Tagae e Liagu.

« Comprendo… » concluse la questione da lui stesso sollevata, allora, Reel, in verità, probabilmente, non potendo effettivamente comprendere le ragioni della propria interlocutrice ma, in ciò, accontentandosi di sapere quanto, in quel frangente, ella non avrebbe avuto a doversi lì considerare necessariamente animata dalla volontà di compiere una mattanza, così come, pur, egli temeva, e anche sapeva, ella sarebbe stata in grado di compiere.
« Non ne sono certa… ma non è importante, in questo momento, che tu abbia realmente a comprendere. » minimizzò, per tutta replica, la donna guerriero, offrendogli, ora, un sorriso privo di ironia e, quasi, contraddistinto da una certa materna dolcezza, come quella che, un tempo, avrebbe rivolto in direzione del proprio scudiero e che, allora, ebbe a essere motivata da quell’apparente ingenuità da parte dell’investigatore privato, il quale, al di là dei propri modi sin troppo sicuri di sé, in quell’ultimo interrogativo, in quella semplice questione, aveva dimostrato allo sguardo, all’attenzione della donna la propria quieta appartenenza a quel genere di mondi, a quel genere di civiltà nel confronto con la quale ella altro non avrebbe potuto essere che giudicata qual una feroce esponente di un mondo barbarico « E apprezzo egualmente l’impegno. » soggiunse, a non voler rischiare di risultare eccessivamente critica a suo discapito.
« Ehy… comprendo veramente! » protestò, tuttavia, l’uomo, non apprezzando di sentirsi, in tutto ciò, sminuito nel proprio valore, spinto, pertanto, dal proprio orgoglio a reagire a quella provocazione « Non ti credere che nella mia vita non abbia avuto a che fare con qualche morto ammazzato… anzi. » contestò, a comprovare quanto, invero, egli non avrebbe avuto a dover essere così poco considerato nel proprio valore.
Ma, suo malgrado, quello stesso intervento, per l’ex-mercenaria, fu palese della sua stessa situazione: « Il fatto stesso che tu abbia necessità di sottolinearlo, mio caro, dimostra quanto tutto questo non abbia a doversi considerare così consueto per te. A dispetto di quanto, altresì, magari preferiresti lasciar credere. »

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