Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

domenica 19 novembre 2017

2374


« Non credo di avere parole sufficienti a ringraziarvi. » sancì la donna, scuotendo appena il capo a meglio evidenziare tale propria impossibilità d’azione, non per mancanza di volontà, avendo soltanto sincero desiderio in tal senso; non per ignoranza nell’impiego delle parole, laddove ella non avrebbe mai potuto accusare carenze in tal senso avendo da ringraziare propria nonna per averle fornito, comunque, un’educazione rigorosa così come non molti, nel proprio mondo, avrebbero potuto vantare; quanto e piuttosto nella volontà di non ridurre a qualche pur ricercata espressione verbale un sincero sentimento di incommensurabile gratitudine nei confronti di tutti coloro che, in ciò, si erano prodigati al fine di salvaguardare Tagae e Liagu nel momento in cui, evidentemente, più ne necessitavano.
« Non ce ne è bisogno… credimi. » minimizzò il senzatetto, scuotendo appena il capo nell’escludere la necessità di una simile manifestazione da parte sua.
« Non tanto per me, quanto per quei bambini. » soggiunse ella, a meglio precisare, a meglio indirizzare il senso delle proprie parole, anche a ovviare a qualunque possibilità, così tentata, di escludere, benché, obiettivamente, quella questione fosse ormai divenuta, anche per lei, qualcosa di straordinariamente personale, fosse anche e soltanto per l’aggressione subita, e per l’estemporanea strage nella quale si era poi dovuta impegnare al fine di riequilibrare la situazione, pareggiando i conti fra lei e gli uomini in nero, seppur, difficilmente, in tutto ciò, avrebbe potuto sperare di aver colpito anche coloro i quali, effettivamente, l’avevano aggredita « L’orrore indicibile del quale essi si sono ritrovati a essere testimoni e protagonisti, fra le grinfie di quell’organizzazione; uniti all’indifferenza loro rivolta dal mondo circostante anche nel momento in cui, alfine, dimostratisi capaci di eludere la prigionia loro imposta, nell’incapacità di qualunque fra questi dannati zombie a percepire quanto stia accadendo attorno a loro; stavano mostrando a quei due pargoli soltanto quanto di più negativo avrebbe potuto attenderli nella propria quotidianità, negando loro qualunque speranza di potersi riservare fiducia in chiunque. » argomentò, interpretando in tal modo i prolungati silenzi, e qualunque altra reazione, precedentemente dimostrata dai due bambini, anche nel rapporto con lei, nei pochi, fugaci istanti concessile « In tutto ciò, sono certa, l’esempio positivo loro offerto dal vostro intervento, non ha potuto che proporsi semplicemente qual un dono prezioso e straordinario. »
« Ammetto di comprendere poco di quanto tu stia dicendo… ma, francamente, già quel poco che riesco a capire non mi sta piacendo. Anzi… » storse le labbra verso il basso il suo interlocutore, in una reazione perfettamente riconoscibile seppur al di sotto di quella sua folta barba « Ma, in una vita come la mia, ho imparato a cercare di minimizzare l’incedere della mia curiosità, contenendola entro quei minimi termini utili a non procurarmi più guai di quanti non ne abbia… e in questo eviterò di porti quelle domande la risposta alle quali potrebbe non piacermi. » esplicitò, condividendo con lei quella filosofia che, obiettivamente, avrebbe potuto persino essere considerata quietamente antitetica a quella propria della donna guerriero, laddove, altresì, ella aveva reso della propria curiosità, un vero e proprio stile di vita, utile a spingerla a varcare quei confini oltre ai quali, altrimenti, nessuno avrebbe mai avuto ragione di sospingersi.

Una filosofia, quella proclamata da parte del Grande Tolvar, che non avrebbe avuto a dover essere considerata al pari di mera retorica, al pari di un semplice modo di dire privo di valore e volto, altresì, a colmare il vuoto di un alternativo silenzio; quanto e piuttosto riprova concreta di quello che, da parte sua, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual un impegno concreto, e un impegno al quale egli avrebbe sempre dedicato le proprie azioni, e le proprie non azioni, in qualunque istante della propria vita.
Un impegno concreto del resto già implicitamente dimostrato anche dalla semplice banalità propria nel non aver dimostrato il benché minimo interesse volto a domandare il nome né della donna, né dell’uomo ai quali pur, in quel frangente, stava facendo da guida, negandosi, in tal maniera, occasione qualunque per poter essere a loro, successivamente, ricollegato e per poter, in tal senso, rischiare di finire in un qualunque genere di problema. Problemi che, probabilmente, nel considerare tanto il nome di lei, ben lontano dal potersi ritenere privo di significato o fama, quanto il loro già accertato coinvolgimento in contrasto a una qualche, per lui ancor non meglio precisata organizzazione, non avrebbero mancato di offrirsi a tempo debito, nella speranza, intimamente supportata anche da parte della stessa Midda Bontor, che quella sua volontaria mancanza di conoscenza avrebbe potuto, alfine, garantire a lui, e ai suoi compagni, una qualche immunità da tutto ciò.

« Lo rispetto… » si limitò a commentare la Figlia di Marr’Mahew, annuendo appena nel confronto con quella filosofia che, appunto, non avrebbe potuto condividere e, ciò non di meno, avrebbe potuto comprendere, e comprendere in riferimento alla già non semplice quotidianità con la quale quell’uomo, e tutti coloro a lui sfortunatamente simili, avrebbero  avuto a doversi confrontare, senza, in questo, rischiare di farsi inutile carico di altri problemi e, ciò non di meno, neppur peccando di indifferenza, di indolenza o ignavia, per così come anche palesemente comprovato dal loro ben accetto e volontario coinvolgimento con i due pargoli in fuga « E per quanto possa valere questa mia promessa, cercherò di ovviare a qualunque ragione di preoccupazione o, peggio, di danno per te e i tuoi amici: ho una nave che mi aspetta in orbita e, non appena avrò avuto occasione di ricongiungermi a Tagae e Liagu li porterò ben lontano da qui, per permettere loro di non avere altro di cui preoccuparsi se non della propria felicità, in qualunque percorso vorranno intraprendere alla ricerca della medesima. »

Benché, probabilmente, nel considerare la giovane età dei due bambini, Midda avrebbe avuto probabilmente a doversi preoccupare non tanto di allontanarli da quel pianeta, quanto e piuttosto di comprendere meglio la loro storia, le loro origini e, laddove fossero mai esistiti, i dettagli nel merito dei loro genitori, al fine di poterli ricondurre a casa, restituirli alla vita dalla quale la Loor’Nos-Kahn li aveva strappati; i metodi adoperati da parte della medesima organizzazione sino a quel momento, nonché quanto spiacevolmente compreso a tal riguardo, stavano rendendo di difficile ipotesi, da parte sua, l’idea dell’effettiva esistenza in vita dei genitori dei due bambini, testimoni altrimenti troppo scomodi, troppo pericolosi in loro potenziale avversione, in quel che un simile genere di persone, tali da poter scegliere di trasformare due bambini in una terrificante arma,  non avrebbero potuto permettersi di tollerare, nel timore di quanto, presto o tardi, ciò avrebbe potuto loro rappresentare un problema o, anche e soltanto, un ostacolo.
In tutto ciò, quindi, forse con un eccesso di arroganza, probabilmente con troppa, impulsiva e ingiustificata libertà personale, ella, nel proprio intimo, aveva già maturato la decisione espressa, per l’appunto, in quella dichiarazione d’intenti, una decisione volta, allora, a considerare quell’intero pianeta qual terra bruciata per quella coppia di pargoli e a ricercare per essi una qualche occasione di futuro non tanto entro i confini di quel sistema, ma ben oltre lo stesso, là dove, speranzosamente, avrebbero potuto avere occasione di tornare a vivere la propria vita come semplici bambini, fossero divenuti realmente essi delle armi batteriologiche oppure no… poco avrebbe avuto a dover importare.

« Non manca molto… » la rassicurò l’uomo, offrendo un lieve sorriso dietro il quale, ancora una volta, soffocare con semplicità una nuova, ineluttabile curiosità nel merito di quanto, oltre alle parole di quella donna, avrebbe potuto essere scoperto, avrebbe potuto essere esplorato, e, ciò non di meno, non desiderando impegnarsi in alcun modo in tal senso, non laddove, comunque e paradossalmente, ella si era in tal maniera espressa proprio al fine, allo scopo, di ovviare, per lui, o per i suoi compagni, qualunque necessità di ulteriore coinvolgimento in quella storia, per quanto complessa o pericolosa essa avrebbe potuto essere.

Purtroppo, al di là di quanto impegno, su entrambi i fronti, tanto da parte del Grande Tolvar, quanto da quello di Midda, stava lì venendo espresso al fine di minimizzare, quanto più possibile, le possibilità di danno per la comunità sotterranea dell’altra Thermora, di lì a breve gli eventi sarebbero sanguinosamente degenerati in termini tali per cui tutto ciò avrebbe necessariamente perduto d’ogni significato…

sabato 18 novembre 2017

2373


Come di lì a breve Midda ebbe occasione di scoprire, il senzatetto si chiamava Jach Tolvar, sebbene tutti i suoi amici preferissero chiamarlo Grande Tolvar, non tanto in riferimento a una mirabile massa corporea, essendo egli dotato sì di un fisico sufficientemente robusto, ma non al punto tale da potergli far guadagnare un simile titolo, quanto e piuttosto al fine di distinguerlo da un altro sventurato suo pari, non imparentato con lui, avente il suo medesimo cognome ma una statura di molto inferiore alla sua, ragione per la quale, ovviamente, aveva finito per essere denominato Piccolo Tolvar.
Il Grande Tolvar, dopo aver ovviamente accettato la generosità dimostrata dalla propria interlocutrice, ebbe a raccogliere i propri pochi beni lì vicino adagiati, e contenuti in un grosso borsone, per poi fare strada a lei e al suo compare a scoprire un aspetto meno evidente di Thermora e, ciò non di meno, egualmente parte di quella grande città, di quel fiero baluardo del progresso tecnologico del quarto pianeta del sistema binario di Fodrair. Perché, se da un lato, su un fronte, quella città avrebbe avuto a dover essere riconosciuta straordinariamente scintillante, lucente, prospera e ricca, negli svettanti grattacieli in vetro e acciaio, proiettati con le proprie incredibili altezze verso lo spazio infinito; su un altro fronte, senza particolare originalità rispetto a qualunque altro insediamento urbano, quella straordinaria capitale avrebbe avuto anche a dover essere riconosciuta qual caratterizzata da un quantitativo altrettanto incredibile, seppur meno mirabile, di povertà, di indigenti di ogni genere o specie, sparsi per tutto il territorio, talvolta nascosti nei vicoli, nella vergogna per la propria condizione, laddove, magari, subentrata a seguito di una disgrazia troppo recente per poter essere già accettata, già tollerata in quanto tale, in altre occasioni più in evidenza, come nel caso del Grande Tolvar, nella speranza, più che altro vana, di poter trovare possibilità di conforto nella generosità delle persone… e di quelle persone che, tuttavia, a stento si sarebbero osservate reciprocamente in faccia e che, ancor meno, avrebbero quindi avuto ragione di rivolgere la propria attenzione a loro.
Tanti poveri, tanti indigenti sparsi in tutta la città, che talvolta finivano per ritrovarsi soli, isolati nella propria mente, oltre che nel proprio corpo, dalla desolazione di quella condanna da alcuno di loro meritata e che pur, per infinite ragioni diverse, aveva finito per accomunarli tutti. Tanti poveri, tanti disgraziati sparsi in tutta la città, che in altre meno sventurate situazioni, avevano la forza, la volontà, per cercare, quantomeno, l’aiuto reciproco, rendendo, proverbialmente, dell’unione la propria forza, e, in tutto questo, dando vita a una vera e propria comunità, una città all’interno della città contraddistinta da una sua popolazione, da sue convenzioni sociali, da sue regole, e, talvolta, da suoi nomi diversi da quelli che, nel resto di Thermora, sarebbero potuti valere. E così, Jach Tolvar era divenuto il Grande Tolvar. E così, due bambini in fuga, ignorati dal mondo a loro circostante anche nel momento in cui facile, per la massa di persone in movimento in quella città, sarebbe stato opporsi al predominio degli uomini in nero, alle loro angherie a discapito di due semplici pargoli, avrebbero potuto trovare comunque aiuto nell’altra Thermora, in quella città metaforicamente sotterranea e che pur, nella realtà, non avrebbe avuto necessità di nascondersi, di celarsi sottoterra o altrove, laddove, purtroppo, nessuno li avrebbe comunque notati anche se fossero morti nel bel mezzo della strada, se non nel momento in cui, così come probabilmente era accaduto per la medesima ex-mercenaria, qualcuno non fosse loro inciampato sopra, cadendo a sua volta a terra.
Il Grande Tolvar, pertanto, ebbe a guidare i suoi due benefattori attraverso le vie di Thermora e, contemporaneamente, attraverso le vie di un’altra città con il medesimo nome, una città all’interno della quale, per loro fortuna, Tagae e Liagu avevano trovato accoglienza e riparo, rifugio dai loro inseguitori, così come nella prima e più nota Thermora non era stato loro garantito.

« Scusami se non ti ho riconosciuta subito… » si scusò, a un certo punto, nei riguardi della donna, dimostrando un certo imbarazzo « Francamente non avrei mai creduto di rivederti. Né, tantomeno, di rivederti così in buona salute in un tempo tanto breve. »
« Ho avuto un aiuto… » dichiarò ella, non desiderando negare il contributo positivo in tal senso reso proprio da Reel e dalla sua supposta amica infermiera, responsabili, obiettivamente, della sua attuale condizione di salute, forse non poi così perfetta come avrebbe potuto sicuramente apparire dall’esterno e, ciò non di meno, neppure così devastante qual avrebbe potuto essere in caso contrario.
« Ti avessi riconosciuta subito, non avrei neppure approfittato della tua generosità. » ammise il Grande Tolvar, ora dimostrando quasi un lieve imbarazzo all’idea di aver accettato quel denaro da parte sua, il beneficio derivante quale, comunque, non gli sarebbe certamente dispiaciuto « Anzi… se desideri… » suggerì, portando la propria destra a riprendere il dispositivo di credito, nell’ipotesi di restituirlo.
« Non pensarlo assolutamente! » scosse il capo la donna, escludendo simile eventualità « Per quanto mi riguarda, se veramente potrai aiutarmi a ritrovare i due piccoli, saranno indubbiamente i soldi meglio spesi di tutta la mia vita. »

In effetti, sebbene negli ultimi due anni la Figlia di Marr’Mahew non avesse goduto di particolari agi, e sebbene la sua origine non avesse a doversi considerare particolarmente agiata, non avendo nulla di cui poter recriminare nei riguardi dei propri genitori, della propria famiglia che nulla gli aveva mai fatto mancare, per quanto costituita da semplici pescatori in una sperduta isoletta dei mari del sud del proprio pianeta natale; per un lungo periodo della propria vita, negli anni, nei lustri della propria massima gloria in quanto mercenaria, Midda Namile Bontor avrebbe avuto a dover essere considerata, invero, una donna indubbiamente ricca, nel rischiare quotidianamente, sì, la propria vita in imprese impossibili per chiunque altro, e, ciò non di meno, nel farsi abbondantemente pagare in tal senso, da parte di mecenati che, dopotutto, avrebbero potuto permettersela o, obiettivamente, non si sarebbero neppure mai azzardati a cercare di contattatala, rischiando, altresì, di offrirle delle ragioni di disappunto a loro stesso discapito.
Non che, comunque, in quel prospero periodo della propria esistenza ella avesse mai cercato uno stile di vita particolarmente lussuoso, vestendo, anzi e addirittura, abiti così sdruciti che, probabilmente, avrebbero incontrato persino al disapprovazione dello stesso Grande Tolvar se, soltanto, gli fosse stata concessa opportunità di contemplarla all’epoca: in effetti, ella non aveva ricercato, attraverso il proprio lavoro, un’occasione di arricchimento, quanto e piuttosto l’occasione di porsi alla prova, di sfidare innanzitutto se stessa e, con essa, uomini, bestie e dei, al fine di dimostrare quanto la sola padrona della propria autodeterminazione, della propria libertà, fosse ella stessa, e nessun altro. Il denaro, le ricompense, a margine di tutto ciò, avrebbero avuto a dover essere considerate semplicemente qual un piacevole attestato di stima, da parte dei propri committenti, per i propri successi, per i propri trionfi, attestati in grazia ai quali, comunque, ella non avrebbe mai avuto ragione di che preoccuparsi per alcun imprevisto, incluso anche quello nel corso del quale, purtroppo, la locanda originale del suo amato Be’Sihl era parzialmente arsa per diretta conseguenza delle sue azioni, ciò non di meno, per altrettanto diretta conseguenza delle sue azioni, venendo successivamente ricostruita persino migliore di quanto, in passato, non fosse mai stata.
In ciò, quindi, ella non avrebbe avuto a dover essere considerata perbenisticamente forzata in quanto, allora, dichiarato: dei crediti donati alla propria nuova guida, al proprio nuovo amico, nulla le avrebbe mai potuto interessare. Non, quantomeno, a confronto con quanto, altresì, avrebbe avuto a dover essere considerato il benessere dei due bambini accolti sotto la propria ala protettiva.

« Comunque sia… dopo aver assistito a quanto accaduto, e dopo aver visto i bambini riuscire a fuggire ai loro inseguitori, ho posto in allarme i miei amici, i quali, fortunatamente, sono riusciti a intercettarli e a offrire loro rifugio e riparo prima che, sgradevolmente, potessero trovarsi in trappola. » illustrò il Grande Tolvar, offrendo in termini così semplici, persino banali, una spiegazione nel merito di quanto occorso dopo la sua perdita di sensi, e una spiegazione finalmente apprezzabile dal punto di vista dell’ex-mercenaria, la quale, sino a quel momento, si era vista offrire soltanto mezze verità, e chissà quante menzogne, nel merito di quanto stesse accadendo attorno a loro « La vita ci avrà reso, sicuramente, dei disgraziati. Ma, non per questo, i nostri cuori hanno a dover essere ritenuti così induriti da negare aiuto a una coppia di bambini in difficoltà. »

venerdì 17 novembre 2017

2372


Malgrado la cupa prospettiva così promossa dalla Figlia di Marr’Mahew nel confronto con la speranza di poter, in qualche modo, raccogliere informazioni nel merito di quanto lì fosse accaduto in grazia di un qualche testimone, non negandosi, in tutto questo, possibilità di evidenziare il proprio disappunto non soltanto nei riguardi di quell’intera popolazione, ma, anche e forse ancor più, nei confronti del proprio principale interlocutore, seppur per motivazioni fra loro indubbiamente diverse; una speranza avrebbe avuto a dover essere considerata comunque allora esistente per la loro causa, per la loro ricerca dei due pargoli. E, nella fattispecie, una speranza rappresentata, allora, dall’unica persona, lì nei dintorni, che non avrebbe potuto essere in alcuna maniera definita qual distratta da un qualche dispositivo portatile, per la semplice, evidente verità dell’assenza di un qualunque assimilabile genere di oggetto in suo possesso, nella povertà che, al contrario, suo malgrado, la caratterizzava. Una povertà dalla quale, abitualmente, qualunque sguardo non avrebbe mancato di rifuggire, in quel perbenistico rifiuto psicologico, probabile espressione di un sentimento di vergogna, da parte di chiunque contraddistinto da una maggiore ricchezza rispetto al medesimo, o di scaramantico timore nel confronto del fato che, in un qualunque momento, avrebbe potuto colpire qualunque persona, benché egli si ponesse ben visibile al margine di una strada, invocando la benevolenza dei passanti allo scopo di offrirgli, quantomeno, di che acquistare un panino. Una povertà la quale, alla luce delle loro esigenze, dei loro fabbisogni, non avrebbe potuto ovviare che essere allora presa paradossalmente e cinicamente in positiva considerazione dall’investigatore privato, colui che, allora, ebbe per primo a cogliere la presenza di un senzatetto non troppo lontano da loro, giudicandolo, in tal senso, qual sicuramente posto nelle condizioni utili per condividere con loro la propria versione dei fatti nel merito dell’aggressione a Midda e della fuga dei due pargoli, per così come, da quella posizione privilegiata, non avrebbe potuto mancare d’aver seguito.
Indicato, pertanto, tale possibile testimone alla donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, e affidato al suo giudizio, alla sua discrezionalità, tale non trascurabile dettaglio, Reel passò a lei la gestione della questione, tutt’altro che desideroso, in un modo o nell’altro, di esporsi, per un proprio errore, per una propria mancanza, all’ira di quell’indubbiamente temibile donna che già, nelle ultime ore, troppe volte aveva più o meno involontariamente condotto a un passo dall’ucciderlo.
Senza malizia alcuna, nella folla di gente lì presente, e nella crescente frustrazione per l’apparente impossibilità a raccogliere il benché minimo indizio sulla sorte dei due pargoli, alla donna guerriero la presenza di quell’uomo, di quel senzatetto, era fuggita. Non che ella non riconoscesse la povertà, giacché, nel mondo dal quale ella proveniva, anzi, decisamente più amplio avrebbe avuto a dover essere considerato il divario sociale fra i ricchi e i poveri, proiettando, anzi, una buona parte della popolazione verso la seconda qualifica, in una spesso sommaria eliminazione di qualunque fascia intermedia; e non che ella avesse tentato di rifuggire perbenisticamente a tale immagine, escludendo quell’uomo dal proprio vaglio per possibili testimoni in mera conseguenza alla sua condizione economica, in misura tale da ridurlo al ruolo di mero arredo urbano, così come probabilmente avrebbe avuto a doversi considerare dal punto di vista della maggior parte dei passanti: semplicemente, nel contemplare quella via, e tutte le persone lì in movimento, non era ancora arrivata a considerare quella figura, battuta, pertanto, banalmente sul tempo da parte del proprio supposto alleato.
Così indirizzata, così coadiuvata, l’ex-mercenaria si mosse con uno scatto repentino in direzione del senzatetto, ben consapevole di quanto avrebbe avuto a poter compiere per ottenere le informazioni desiderate…

« Salve. » lo salutò, accostandosi a lui con un quieto sorriso.

L’uomo, evidentemente tutt’altro che abituato a vedersi approcciare da qualcuno se non, eventualmente, da qualche possibile fonte di guai, non reagì in maniera entusiastica al sopraggiungere della donna. Al contrario, del tutto indifferente al suo fascino, ebbe quietamente a ritrarsi, ovviando a qualunque parola, nel timore di quanta possibile sventura ella avrebbe potuto rappresentare per lui.

« No. Aspetta… » insistette la donna, scuotendo il capo e, ciò non di meno, non tentando in alcun modo di fermarlo, non volendo agire fisicamente nei suoi confronti, al fine di ovviare a confermare, inavvertitamente i suoi pur comprensibili timori « Ho solo necessità di chiederti una cosa… e, dopo di che, ti assicuro che, almeno uno o due giorni potrai permetterti di dormire in un vero letto, dopo aver consumato un’abbondante cena. » dichiarò, estraendo l’oggetto all’interno del quale, così come le era stato spiegato dai propri compagni della Kasta Hamina, avrebbero avuto a poter essere considerati presenti i suoi crediti, un piccolo dispositivo il funzionamento del quale ancora non avrebbe avuto a doversi ritenere per lei effettivamente chiaro e che, pur, aveva già avuto possibilità di impiegare in un paio di negozi, comprendendone quantomeno le dinamiche di impiego « Non ho molto credito sul mio conto, sia chiaro. Ma quel che c’è può essere tuo, a patto che tu mi voglia aiutare… »

Sebbene quella situazione stesse declinando verso sviluppi sempre più strani, laddove, obiettivamente, l’uomo non avrebbe mai potuto vantare simile esperienza, in precedenza, nella sua vita, con una sconosciuta a lui approssimatasi nella volontà di offrirle soldi in cambio di un’informazione, l’idea di un comodo letto, e di un’abbondante cena, non avrebbe avuto a poter essere da lui frettolosamente esclusa, non laddove, obiettivamente, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta al pari di una prospettiva indubbiamente piacevole.
E, in questo, non avendo poi molto da poterci rimettere, ma soltanto da guadagnarci, egli ebbe per la prima volta a rivolgere un attento sguardo alla propria interlocutrice, prima frettolosamente esclusa, dal proprio interesse, qual mera portatrice di possibili rogne. Sguardo in grazia al quale, nel fondo dei suoi occhi, ebbe allora a brillare una luce d’intendimento, nell’aver, allora, effettivamente riconosciuto chi ella fosse…

« Tu… tu sei la donna a cui hanno sparato qualche ora fa. » dichiarò, aggrottando la fronte, sinceramente sorpreso non soltanto dal rivederla, quanto e piuttosto dal rivederla ancora in vita e, apparentemente, in piena salute, dopo un evento che, obiettivamente, avrebbe avuto a dover sancire la sua morte.
« Sì. » annuì ella, sorridendo ora ancor più apertamente, nel riscontrare, in quell’identificazione, la riprova di quanto, allora, quell’uomo avrebbe potuto esserle d’aiuto « Sono proprio io. » confermò nuovamente, tendendo verso l’uomo il proprio dispositivo di credito, laddove, ormai, già certa che avrebbe potuto offrirle quanto desiderato « Se rammenti, quando sono stata aggredita, ero in compagnia di due bambini… due bambini che, credo, siano fortunatamente scappati dalle persone che volevano catturarli. »
« Sì… » rispose l’uomo, muovendo affermativamente il capo a sottolineare la consapevolezza di tale affermazione « Sono scappati. Erano molto veloci… molti piccoli… e sono riusciti a disperdersi nella folla prima che potessero essere fermati. » dichiarò, dimostrandosi, per il momento, ancora indifferente nei confronti dell’offerta da lei rivoltagli, non per effettiva mancanza di interesse a tal riguardo, quanto e piuttosto qual forma di rispetto nei riguardi di quella donna « Sono i tuoi figli…? »
« Magari lo fossero. » sospirò ella, non potendo ovviare a una certa nota malinconica nella propria voce, nel ricordo della propria impossibilità ad avere figli e, in questo, nel ritrovarsi costretta a escludere, proprio malgrado, ogni ipotesi a tal riguardo « No… non lo sono. Ma sono, certamente, i figli di qualcuno. E sono in pericolo. E io ho promesso loro di aiutarli. » dichiarò, in quella che, forse, qualcuno avrebbe potuto fraintendere qual semplice retorica e che, tuttavia, per lei, nel tono da lei adoperato, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual tale « Potresti indicarmi la direzione verso la quale sono scappati? »
« Forse posso fare anche qualcosa di più… » le rispose, allora, il senzatetto, aprendo un lieve sorriso sotto la folta e disordinata barba che ornava il suo volto.

giovedì 16 novembre 2017

2371


Le ore seguenti si succedettero in maniera a dir poco frenetica per Midda e per il suo incerto alleato Reel, appassionatamente intenti nella ricerca della coppia di pargoli e delle strade che, essi, potevano aver intrapreso, delle vie che potevano aver percorso, dall’ultima volta che la donna aveva avuto occasione di interagire con loro.
Allorché impegnarsi, allora, nel cieco inseguimento di una possibile traccia invero mai constatata qual effettivamente tale, così come avvenuto sino a quel momento, la Figlia di Marr’Mahew ebbe a preferire ritornare nel luogo del misfatto, per poter riprendere, da quel punto, le fila del discorso in maniera ordinata. E anche laddove, tutto ciò, avrebbe quietamente significato essere costretta a ricominciare da capo, azzerando fondamentalmente quanto accaduto in quelle ultime ore, dal momento del suo risveglio nella stanza d’albergo, ella non avrebbe potuto ovviare a simile soluzione, a tale scelta, non nell’evidenza di quanto quella soluzione avrebbe avuto a dover essere abbracciata immediatamente da parte sua, anziché perdere tempo in futili supposizioni qual quella che, in fondo, non avrebbe potuto negare fosse stata inseguita da lei e da Reel sino a quel momento.
Pur non potendo, comunque, permettersi di vantare particolare fiducia nei confronti di quell’uomo, l’ambiguità della figura del quale, sino a quel momento, aveva concesso troppi dubbi, troppe incertezze nel merito delle sue effettive motivazioni, del perché delle sue scelte, a partire dal fatto stesso di averla salvata, per quanto nulla in tutto ciò, obiettivamente, avrebbe avuto a dover essere criticato da parte sua; a mente più fredda, sforzandosi di non inquinare la propria razionalità con l’emotività derivante dalla frustrazione di non avere ancora idea di dove potessero essere Tagae e Liagu e di quale avrebbe avuto a doversi a considerare la loro condizione di salute, ineccepibile avrebbe avuto a dover essere considerato quanto, ancor obiettivamente, obbligatoriamente disinformato nel merito di quanto, effettivamente, accaduto al momento dell’attacco da lei subito avrebbe avuto a dover essere giudicato quell’uomo, subentrato nella storia della propria vita in un momento decisamente successivo, e successivo nella misura necessaria a lei per riprendere coscienza, per evadere alle cure proposte dalla coppia di paramedici inizialmente sopraggiunta in sui soccorso, e per allontanarsi da lì, salvo, proprio malgrado, finire per perdere i sensi e precipitare, più o meno fortuitamente, fra le sue braccia.
Altrettanto obiettivamente, tuttavia, non avrebbe avuto a poter essere del tutto esclusa l’eventualità nella quale, meno piacevolmente, Reel non fosse lì sopraggiunto sospinto esclusivamente dalla propria volontà d’indagine nel merito dell’organizzazione, quanto e piuttosto come collaboratore della medesima e, in ciò, non più identificabile qual suo alleato, quanto e piuttosto come suo antagonista. Ciò non di meno, per quanto simile ipotesi non avrebbe avuto a poter da lei essere esclusa, e, anzi, in buona sostanza si stava dimostrando qual un’ostinata costante nella sua mente; ella non avrebbe potuto escludere la presenza di troppi dettagli, troppe incoerenze altresì ancor prive di qualsivoglia spiegazione, a fronte delle quali difficile sarebbe stato definire quell’uomo qual, effettivamente, colpevole di simili accuse, ancora una volta a incominciare dalle sempre poco chiare motivazioni che, anche in tal frangente, avrebbero potuto sospingerlo a soccorrerla, a curarla, addirittura a condurla alla sede locale della Loor’Nos-Kahn, permettendole di compiere il piccolo massacro lì occorso, da supposto alleato di questi ultimi e, in ciò, necessariamente suo avversario. E così, ancora una volta, proprio l’ambiguità di quell’uomo, di quella figura, non avrebbero potuto ovviare a farla da padrona in quel momento, e a impedirle, proprio malgrado, di comprendere effettivamente in quale direzione poter metaforicamente indirizzare i propri passi nel pur quasi obbligato rapporto con lui.
A prescindere da simile incertezza metaforica, da un punto di vista squisitamente più fisico, più sostanziale, alcuna esitazione ebbe tuttavia a dominarla, vedendola richiedere allo stesso Reel di ricondurla, appunto, all’ultimo capitolo realmente noto di quella storia, almeno dal suo personale punto di vista, per poter, in tal frangente, riservarsi l’opportunità di cogliere qualche informazione nel merito del destino dei due pargoli. In tal percorso, poi, non poté mancare, tappa quasi obbligata, un breve scalo in un bagno pubblico, al fine di permetterle di eliminare, per quanto possibile in grazia all’ausilio di un semplice lavandino, le tracce di sangue e di altri fluidi corporei dalla pelle del proprio viso, delle proprie mani, e dai propri capelli, nella necessità, anche per lei sufficientemente ovvia, di non attrarre eccessive attenzioni nel vagare per le strade di Thermora completamente ricoperta delle più palesi conseguenze delle sue più violente azioni. Certo: fosse stata ancora in quel della propria comunque rimpianta Kriarya, la città del peccato da lei eletta a propria residenza nel corso degli ultimi due decenni, anche simile dettaglio avrebbe avuto a poter risultare del tutto trascurabile e trascurato da chiunque, laddove tutt’altro che raro sarebbe stato, per chiunque, poter vagare per le vie della città ricoperto di sangue o di altre riprove di una lotta, di una battaglia, contro bestie e contro uomini, magari e addirittura trascinando seco l’evidenza, la riprova della violenza occorsa, trofei utili a comprovare, in tal maniera, il proprio valore. In quel di Thermora, tuttavia, come nella maggior parte delle cosiddette civilizzate città di quella nuova e più ampia concezione della realtà, indubbiamente inopportuna sarebbe stata una simile scelta, volta, nel migliore dei casi, a porre il soggetto in questione in non positiva luce innanzi allo sguardo della popolazione autoctona e, di conseguenza, delle forze dell’ordine locali. E giacché, suo malgrado, ella non avrebbe avuto a potersi considerare propriamente bisognosa di altra, negativa pubblicità nei confronti di qualche altro pubblico accusatore al pari di Pitra Zafral, con il quale aveva fatto conoscenza immediatamente in concomitanza al proprio arrivo su Loicare, e innanzi agli occhi del quale, forse troppo presto, aveva iniziato a popolare la propria fedina penale, favorendo in ciò, successivamente, l’operato di Anmel Mal Toise al fine di renderla, ufficialmente, una delle persone più pericolose, e ricercate, dell’intero universo; a dir poco necessario avrebbe avuto a doversi considerare, da parte sua, ristabilire il candido colore della propria chiara pelle ornata da lentiggini, eliminando dalla sua superficie il sangue del canissiano, e di tutte le proprie altre vittime nella battaglia appena occorsa.
Ristabilito quanto più possibile un aspetto comune, per quanto simile definizione difficilmente si sarebbe mai potuta accordare con lei, e acquistato, con la collaborazione di Reel, il secondo rimpiazzo per il suo giaccone, dal quale sarebbe risultato più difficile ripulire il sangue lì impregnatosi nella stoffa; Midda poté riservarsi occasione per ritornare all’ultimo punto ove aveva avuto possibilità di essere a quieto confronto con i due bambini, per potersi permettere, finalmente, di tentare di riguadagnare una qualche speranza in quella ricerca, purtroppo e sfortunatamente, dimostratasi sino a quel momento peggio che infruttuosa. E se, in qualunque altra città, non soltanto del proprio pianeta d’origine, ma anche di quella nuova realtà, non soltanto facile, quanto e piuttosto scontato, sarebbe necessariamente stato ipotizzare di trovare, in quel luogo, qualche testimone degli eventi occorsi; lì a Thermora, l’obnubilamento imposto dall’ossessiva e imperante presenza di quei dispositivi elettronici in mano a chiunque, avrebbe altresì reso simile ricerca al pari di un’impresa indubbiamente meno scontata, meno ovvia, e, anzi, più improbabile rispetto al quella pur quietamente abbracciata nel momento in cui, a discapito di tutti, ella era avanzata a sguardo alto attraverso le porte d’ingresso del centro di ricerca dell’organizzazione.

« Thyres… » commentò, non priva di evidente frustrazione nel confronto con il fiume di folla che, ancora una volta, era tornato a circondarla, scorrendole confusamente attorno, nell’imperturbabile devozione che, in tutto ciò, stava venendo rivolta a quel dio tecnologico, qual soltanto avrebbe avuto a dover essere considerato nel richiamare a sé tanta cieca attenzione « … credo di iniziare a odiare seriamente gli abitanti di questa città. » osservò, scuotendo il capo « C’è veramente qualcosa di patologico nel loro rapporto con quegli schermi! »
« E’ un modo come un altro per impegnare il proprio tempo… » cercò di minimizzare Reel, non desiderando giustificare tale comportamento e, ciò non di meno, non trovando neppure ragioni per demonizzarlo.
« E’ un modo come un altro per sprecare il proprio tempo… » negò fermamente Midda, scuotendo il capo con disprezzo « … il proprio e anche il mio, giacché sperare che qualcuno, qui attorno, possa aver visto qualcosa equivarrebbe a sperare che tu possa finalmente chiarire la tua posizione nei miei confronti, nelle motivazioni che spingono i tuoi passi… » asserì, non facendosi mancare occasione di criticarlo per la propria forse non meno patologica ambiguità.

mercoledì 15 novembre 2017

2370


« E io credo che tu stia partendo dall’erroneo presupposto che a me possa veramente interessare qualcosa di te… » obiettò la donna guerriero, piegando gli angoli della bocca verso il basso, a meglio esprimere tutta la propria contrarietà a tal riguardo « Tagae e Liagu: dove sono finiti…?! »
« Come credi che io possa saperlo…?! » protestò l’uomo, vigorosamente, evidentemente deciso a combattere fino all’ultimo per difendere la propria esistenza in vita, nell’evidente ovvietà di quanto ella, al contrario, non avrebbe battuto ciglio nel prendere in esame l’idea di negargli tale diritto « E, per amor di dettaglio, io non ho mai detto che, di certo, avremmo trovato qui i tuoi bambini… era soltanto una possibilità, nell’eventualità fossero stati nuovamente catturati. Non essendo fortunatamente accaduto nulla di tutto ciò, abbiamo ancora la possibilità di giungere a loro prima dell’organizzazione, ammesso che tu non decida di volermi ora uccidere… » insistette, perorando ovviamente la propria causa « … dopotutto sono un investigatore privato e, in questo, trovare cose e persone fa parte del mio lavoro. »

Per un istante, Midda Bontor restò in silenzio, probabilmente combattuta effettivamente nel dilemma posto fra l’eventualità di uccidere quell’uomo o meno, valutando i possibili punti a favore e a sfavore di una simile scelta. E quanto, alfine, ella ebbe a liberare la propria presa da lui, proiettandolo senza particolare delicatezza a una mezza dozzina di piedi da sé, la sua scelta apparve sufficientemente trasparente: per il momento non lo avrebbe ucciso, anche se, comunque, troppi aspetti di quella vicenda non avrebbero potuto dirsi particolarmente chiari dal suo personale punto di vista, in un’assenza di chiarezza innanzi alla quale, obiettivamente, ella non avrebbe potuto provare particolare entusiasmo.

« E, così, anche del mio. » dichiarò, ricollegandosi all’ultima asserzione del proprio interlocutore, in riferimento a quanto la ricerca di persone o oggetti avesse a doversi considerare parte del suo lavoro « Non ho ancora capito che tipo di persona tu sia, Reel. Non ho ancora chiaro il tuo ruolo in questa faccenda e, più in particolare, il tuo interesse nei miei confronti. » proseguì, senza cercare, in alcun modo, di mistificare la realtà dei fatti « E qualcosa, nel profondo della mia mente, mi sta suggerendo che, quando lo scoprirò, tu morirai. E nulla di tutto ciò depone propriamente a tuo favore. »
« Ouch… » commentò, a margine di quelle parole, e non tanto in riferimento alle stesse, quanto al breve volo impostogli, e al conclusivo impatto con il suolo sotto di sé « Credo di non aver fatto mistero alcuno, sino a questo momento, né della mia identità, né dei miei interessi. “Il nemico del mio nemico…”: entrambi abbiamo le nostre questioni in sospeso con l’organizzazione e, in questo, i nostri interessi possono finire per sovrapporsi… se non completamente, almeno in parte. »

Una particolare scelta di termini, quella che l’investigatore ebbe a rendere propria, che non passò inosservata all’attenzione dell’ex-mercenaria, richiamando alla sua mente un’altra, passata, collaborazione che, senza particolare convinzione, aveva accettato in nome di tale filosofia, della ricerca di un estemporaneo, e sicuramente utile, alleato, contro un nemico comune. Ma dal momento in cui, all’epoca, tale alleato altro non era stato che Desmair, il suo semidivino sposo attualmente residente all’interno della mente del proprio amato Be’Sihl, difficile sarebbe stato per lei riuscire a discriminare quanto efficace avrebbe avuto a potersi ritenere simile scelta, tale compromesso, nel rischio concreto di poter rendere la soluzione non particolarmente più apprezzabile rispetto al problema stesso. Rischio che, francamente, non avrebbe voluto concedersi di accettare nuovamente, date le proprie passate esperienze.
Ma per quanto anche in quell’ultima presa di posizioni, il suo interlocutore, il suo estemporaneo, supposto alleato, non avrebbe dimostrato particolare fortuna nella propria scelta di termini, suscitando in lei soltanto emozioni negative e ricordi infausti; per le medesime ragioni per le quali, sino a quel momento, ella aveva accettato tale collaborazione, probabilmente avrebbe avuto ancora senso proseguire in quel percorso, non tanto per l’aiuto che, da quella alleanza, avrebbe potuto sperare di ricevere, quanto e piuttosto a confronto con l’evidenza di quanto, malgrado tutto, quell’uomo avrebbe avuto a doversi considerare l’unico collegamento concreto che ella avrebbe potuto vantare con tutta quella folle storia e, in ciò, speranzosamente, una delle possibili chiavi utili alla risoluzione della medesima.

« Alzati. E andiamo via di qui. » gli ordinò, con tono secco.

Così, proprio malgrado, la Figlia di Marr’Mahew ebbe a ritrovarsi posta innanzi a un proverbiale punto morto, come già poche, ma pur ciò non di meno troppe, volte nella propria esistenza si era ritrovata a essere. Un modo, forse, da parte degli dei per ricordarle della propria natura umana, della propria intrinseca fallibilità, e della necessità, anche per chi, come lei, avrebbe avuto a dover essere già ritenuta parte del mito, della leggenda, in grazia alle proprie sole azioni, in conseguenza ai propri soli successi, di non adagiarsi mai all’impropria idea di non avere più necessità di impegnarsi, di non avere più possibilità di concreta sfida. Una sfida, in quel particolare contesto, che non avrebbe avuto a dover essere tanto incarnata dalla Loor’Nos-Kahn, in contrasto alla quale, pur, come già dimostrato, ella avrebbe potuto quietamente operare, riportando, almeno alla luce degli eventi sino a quel momento, anche un certo margine di successo; quanto, e piuttosto, considerabile rappresentata dalla meno semplice, banale, né scontata ricerca per quei due bambini e per la loro salvezza. Una ricerca, ancora, nella quale, obiettivamente, nessuno le aveva mai chiesto di impegnarsi, né mai le avrebbe domandato di spendere tempo a tal riguardo, e che pur ella aveva volontariamente abbracciato al pari di qualunque propria altra passata missione e che, parimenti, si sarebbe impegnata con tutte le proprie forze, con tutte le proprie energie, per portare a compimento anche laddove, comunque, nessuno, né in quel particolare frangente, né in altro momento, avrebbe mai potuto muoverle critica alcuna a fronte di una sua eventuale resa. Resa, dopotutto, quietamente giustificabile all’idea di quanto, nel confronto con le informazioni in suo possesso, i due pargoli avrebbero potuto anche essere ormai giudicati completamente al sicuro, al riparo rispetto a qualunque insidia, qualunque minaccia che mai, quell’organizzazione, avrebbe potuto imporre loro, e tali non tanto per un suo particolare merito a tal riguardo, quanto e piuttosto in conseguenza delle proprie, stesse, azioni, in un successo personale che, meglio di qualunque aiuto esterno, avrebbe potuto loro assicurare di mantenersi in libertà per il resto della propria esistenza.
Ciò non di meno, e al di là di quanto probabilmente alcuna necessità di un suo aiuto essi avrebbero potuto richiedere; le dinamiche di quanto accaduto loro, almeno nelle parole, nelle informazioni a lei trasmesse da parte di Reel, non avrebbero mai permesso all’Ucciditrice di Dei di potersi riservare quiete alcuna a loro riguardo. Non, quantomeno, con l’idea della loro trasformazione, a opera della medesima Loor’Nos-Kahn, in due armi di distruzione di massa, in due armi batteriologiche, verità forse e persino ignorata dagli stessi pargoli e nel confronto con l’idea della quale, proprio malgrado, ella non avrebbe potuto in alcun modo considerarsi a proprio agio nell’indolenza, nell’ignavia, lasciando Tagae e Liagu al proprio destino, alla propria sorte, ovunque gli dei avessero deciso di condurli. Per questa ragione, anche laddove alcuna concreta motivazione avrebbe potuto giustificare ulteriormente il suo coinvolgimento nella questione, un coinvolgimento che, obiettivamente, non avrebbe mai dovuto esserci sin dal principio e che avrebbe potuto quietamente concludersi se ella fosse rimasta sul treno insieme ai suoi compagni della Kasta Hamina; Midda Bontor non avrebbe mai potuto permettersi, né si permise, di passare oltre, di considerare conclusa in tal maniera la questione, accettando altresì quietamente la frustrazione derivante dall’idea di essere fondamentalmente ritornata all’inizio di quella stessa storia, senza nulla in mano e senza neppure avere idea della direzione nella quale muoversi ulteriormente e, ciò non di meno, nella ferma consapevolezza di quanto, nulla di tutto quello, le avrebbe comunque impedito di ritrovare i due bambini e di fare tutto quanto nelle proprie possibilità per aiutarli a riconquistare una vita normale.

martedì 14 novembre 2017

2369


Che i bambini fossero riusciti a fuggire avrebbe avuto a dover essere considerata una buona notizia… un’ottima notizia, addirittura. Nuovamente dimostratisi, allora, sufficientemente in gamba da preservare la propria libertà, Tagae e Liagu avevano avuto infatti successo anche nel momento in cui ella aveva fallito miseramente, e aveva fallito miseramente nel dimostrarsi incapace di proteggerli, di difenderli, cadendo inerme vittima del primo attacco loro rivolto: un attacco vile, un attacco codardo, un attacco che l’aveva colta di sorpresa alle spalle, vero, e che pur ella non avrebbe dovuto permettere accadesse, non avrebbe dovuto porsi nelle condizioni di garantire un simile evento, così come, purtroppo, aveva scioccamente permesso avvenisse, lasciandosi colpire al centro della schiena dal colpo di un’arma al plasma.
Che l’organizzazione fosse, tuttavia, ancora sulle tracce dei due pargoli avrebbe avuto a dover essere, altresì, considerata una cattiva notizia… una pessima notizia, in effetti. Giacché, per quanta bravura essi fossero stati in grado di dimostrare qual propria nel confronto con quell’evasione e quella successiva fuga, abbastanza palese avrebbe avuto a doversi considerare quanto l’impegno degli uomini in nero non si sarebbe concesso la benché minima possibilità di scemare fino a quando, alfine, essi non fossero stati nuovamente catturati, e condotti al proprio destino di armi umane.
E se la buona, l’ottima notizia avrebbe così dovuto essere riconosciuta qual spiacevolmente inquinata, nella propria potenziale positività, dalla cattiva, pessima notizia; qualcos’altro, qualcun altro ebbe a pretendere, nel flusso di pensieri proprio della Figlia di Marr’Mahew a confronto con quella particolare novità, la propria giusta quota di attenzione. Qualcosa laddove una particolare incoerenza avrebbe avuto a dover essere considerata allor esistente fra quella particolare informazione e altre nozioni precedentemente in suo possesso. Qualcuno che, nella fattispecie, era stato il tramite per l’acquisizione di quelle nozioni a posteriori giudicabili non semplicemente errate, quanto e piuttosto clamorosamente errate.
Ovviando, tuttavia, a prendere posizione nell’immediato, laddove controproducente avrebbe avuto a dover essere ritenuto protrarre la propria permanenza all’interno di quel vasto complesso, soprattutto nell’ottica del ritrovamento di Tagae e Liagu e del loro trasbordo sulla Kasta Hamina, con la speranza, in tal maniera, di poterli definitivamente escludere dalle ambizioni di quell’organizzazione; la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco scelse di posticipare, di breve, il confronto con chi di dovere, abbandonando nell’immediato la posizione così sanguinosamente conquistata e dirigendosi a lasciare l’edificio, a superare nuovamente la soglia attraverso la quale, brevemente, si era riservata la propria opportunità di conquista di quelle mura, in un’esigenza ormai ampiamente considerabile qual superata alla luce di quell’ultimo aggiornamento. Così, con la medesima indifferenza con la quale, pocanzi, ella aveva scelto di superare quelle porte, non riservandosi alcuna occasione per temere quanto, entro quella soglia, avrebbe potuto attenderla; allo stesso modo l’Ucciditrice di Dei tornò all’esterno, ormai priva di qualsivoglia particolare ragione di coinvolgimento con quei luoghi, con quei palazzi contro i quali si sarebbe potuta impegnare sino a quando non un solo essere vivente fosse stato lì all’interno, se solo, così facendo, sarebbe stata in grado di  salvare i propri protetti, in un legame di causa-effetto del quale, tuttavia, non avrebbe in alcun modo considerarsi certa.
Ineluttabilmente confuso, anche Reel Bannihil ebbe a seguirla. E nel seguirla ad allontanarsi da quell’edificio entro il quale pur non aveva avuto, sin da subito, piacere a entrare e a entrare in maniera tanto improvvisata nei termini in cui, pur, ella si era voluta riservare opportunità di agire. Ciò non di meno, anche laddove dal suo punto di vista semplicemente positiva avrebbe avuto a doversi intendere una simile scelta, se soltanto egli avesse avuto possibilità di immaginare quanto, di lì a breve, sarebbe accaduto, probabilmente avrebbe avuto maggior piacere a permanere all’interno di quelle mura allorché uscirne, per quanto paradossale tutto ciò avrebbe avuto a doversi considerare. Giacché uscendo, egli ebbe allora a ritrovarsi suo malgrado catapultato a confronto con la realtà  rappresentata da una donna particolarmente dubbiosa in merito alla sua stessa utilità in vita, così come la stessa donna guerriero non mancò di esprimere, e di esprimere in maniera sufficientemente esplicita, di lì a dieci minuti più tardi, quando, voltato in una strada secondaria rispetto alla via che avrebbe avuto a dover seguire per tornare, eventualmente, alla metropolitana e di lì a qualunque altra destinazione, ella ebbe a volgere nuovamente a suo discapito la propria destra in lucente metallo cromato, per afferrarne saldamente il bavero della giacca e, così repentinamente catturato, sollevarlo di un paio di spanne da terra, senza fatica alcuna, senza particolare impegno, enfatizzando, anzi, il senso di minaccia lì espresso nel lasciar comparire anche una corta lama nelle propria mancina e, con essa, mirando in particolare ai suoi genitali, in una pressione che non avrebbe potuto considerare in alcun modo, in alcuna maniera, qual piacevole.

« Midda… ma… » gemette egli, non cercando in alcuna maniera di ribellarsi a lei, nel ben intendere il messaggio subliminale rappresentato da quella lama a quella particolare altezza, in termini utili, esattamente, a escludere una qualunque reazione da parte sua.
« Nel caso tu potessi aver avuto ancora qualche dubbio, credo che il massacro al quale hai assistito poco fa possa considerarsi più che trasparente nel merito della mia determinazione a compiere quanto abbia a dover essere compiuto per la salvezza di quei due bambini… » dichiarò ella, con tono serio, volgendo a lui i propri occhi con iridi color ghiaccio ancor più gelide del consueto, nella scomparsa, al loro interno, della nera pupilla ridotta a una capocchia di spillo, in un effetto che avrebbe avuto a doversi considerare già sufficientemente inquietante anche senza prendere in considerazione il sangue del quale, ancora, il suo volto si poneva quasi completamente coperto, sangue che, rapprendendosi e seccandosi, stava assumendo colorazioni indubbiamente meno accese rispetto alle precedenti e, ciò non di meno, non stava egualmente perdendo il proprio senso di barbara riprova di quella fermezza da lei in tal modo esplicitamente proclamata « … quindi ora rispondimi: chi sei e perché mi hai portato in questo dannato posto, quando Tagae e Liagu non sono qui?! »
« Per carità divina… non ricominciamo tutto da capo. » implorò l’investigatore privato, dimostrando un certo disappunto a quella prospettiva, all’idea di azzerare ogni progresso compiuto con lei in quelle ultime ore per ritornare metaforicamente alla camera d’albergo e, in ciò, riprendere da zero la loro conversazione « Mi chiamo Reel Bannihil, sono un investigatore privato e sto indagando sull’organizzazio… » tentò di cantilenare, a dimostrazione di quanto non avrebbe potuto aggiungere nulla di nuovo alle proprie parole, se nonché una maggiore pressione della punta delle lama contro alle proprie parti più intime ebbe a costringerlo a zittirsi, deglutendo rumorosamente.
« Mi credi davvero una stupida…?! » lo interruppe Midda, aggrottando appena la fronte « O credi sul serio che, per un qualche supposto senso di riconoscenza nei tuoi confronti, in questo momento, ovvierei a squartarti, conficcando la mia lama nel tuo inguine e, da lì, risalendo fino alla gola, nel prestare ben attenzione a mantenerti in vita quanto sufficiente per poter avere consapevolezza del riversarsi dei tuoi organi sul marciapiede, smarrendo con essi ogni speranza di futuro…?! »
« Non credo che tu sia una stupida. » negò Reel, accennando un lieve movimento di negazione con il capo, per quanto quasi impiccato dalla presa di lei « Credo che tu sia una donna incredibilmente seducente e credo che verrei volentieri a letto con te, e che potremo divertirci parecchio in tal senso, se soltanto questo non avesse probabilmente a dovermi costare la vita. Credo che tu sia una donna straordinariamente pericolosa e credo che non avresti esitazione alcuna a uccidermi, in questo momento, fosse anche per sfogare la frustrazione derivante da quanto accaduto. Ma credo anche che, dopo avermi ucciso, ti renderesti conto di quanto simile scelta, e non tu, sia chiaro, avrebbe a doversi considerare stupida… giacché, in questo momento, io ho da essere riconosciuto qual il tuo solo alleato contro l’organizzazione. » elencò, in un misto di argomentazioni che difficilmente avrebbero potuto essere discriminate nella loro natura, fra il serio e il faceto, e che, probabilmente, tali avrebbero avuto allora a dover essere considerate qual conseguenza della tensione propria di quel momento, di quella condizione nella quale, proprio malgrado, si stava ritrovando a essere, al cospetto con una donna che, obiettivamente, non avrebbe potuto ovviare a desiderare, sessualmente parlando, e a rifuggire, per puro spirito di autoconservazione.

lunedì 13 novembre 2017

2368


In maniera meno esplicita di quanto, probabilmente, ella non avrebbe potuto gradire, la risposta che le venne silenziosamente offerta dalla propria vittima ebbe a vedersi concretizzata in un semplice cenno della sua mancina, e un cenno rivolto a indicare la direzione dalla quale la medesima era pocanzi provenuta, l’ampia via d’ingresso all’edificio che aveva attraversato per raggiungere quell’enorme atrio e, lì, ritrovarsi al centro di quanto, successivamente, era violentemente accaduto. Che, tuttavia, in tal gesto, il canissiano potesse volerle indicarle, effettivamente, un qualche concreto indizio nel merito della ricerca da lei promossa o, piuttosto, che potesse desiderare altresì suggerirle, ostinatamente, di retrocedere, di allontanarsi da lì fino a quando, ancora, gliene sarebbe stata concessa l’occasione; Midda Bontor non ebbe alcuna possibilità di chiarirlo, dal momento in cui, subito dopo lo sforzo a lui imposto in tal gesto, in simile movimento, emettendo un breve, gutturale gemito, egli perse ogni contatto con la realtà, ricadendo inerme a terra, come morto, se non ancora effettivamente tale molto prossimo a divenirlo in conseguenza, oltre che alle ferite subite, anche e indubbiamente alla violenza dei fatti dei quali, suo malgrado, si era ritrovato a essere tragico protagonista.
Rimasta insoddisfatta, quindi, nelle proprie richieste, la donna guerriero non poté fare altro che rialzarsi dalla posizione lì assunta, per gravare su di lui con il proprio peso, allo scopo di osservare l’ambiente attorno a sé, e, senza invero alcun particolare raziocinio, prendere una decisione sul da farsi, sulla via da intraprendere per il proseguo della propria sfida a quel centro di ricerca e ai suoi occupanti. Decisione nel prendere la quale, senza cattiveria alcuna, senza effettiva malizia, ella ebbe fugacemente a dimenticarsi nei termini più sinceri e assoluti possibili della presenza dell’investigatore privato al proprio fianco, o, quantomeno, originariamente tale, dal momento in cui, nella foga di quanto accaduto, egli si era ritrovato a restare ineluttabilmente arretrato rispetto a lei… e arretrato nella misura utile, entro i limiti del possibile, a sperare di poter sopravvivere a quanto lì accaduto, alla prima, furiosa battaglia brevemente imperversata entro quelle mura. E se pur la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco avrebbe potuto continuare a obliare al pensiero di lui, troppo concentrata sul momento attuale, e sul proprio intento primario, per potersi realmente preoccupare di quell’uomo, per potersi ancora effettivamente interessare a quell’alleato o, quantomeno, supposto tale; fu altresì la sua stessa voce, il suo intervento, a richiamare al proprio indirizzo la sua attenzione, costringendola, in tal senso, a far mente locale e a ricollocare, mnemonicamente, quella persona al suo fianco…

« Tu sei davvero… come ti descrivono. » non poté trovare definizione migliore, nel limitarsi a ricollegare, forse banalmente, e pur nella maniera più verace possibile, l’immagine reale della sua interlocutrice, per così come presentata innanzi al suo sguardo, e al suo giudizio, in quel medesimo frangente, all’immagine pubblica di lei, a quella fama di terrificante assassina in grazia alla quale in sempre più sistemi stellari stava venendo ricercata « Non riesco a credere a quello che è successo… »
« Nulla di speciale. » minimizzò ella, senza falsa modestia ma, semplicemente, sincera nella propria presa di posizione, laddove, in fondo, nulla di particolare avrebbe potuto vantare essere successo entro i confini propri di quell’atrio, non nel confronto con altri eventi del proprio passato, e non soltanto di quell’epico passato nel quale, eventualmente, si era posta in confronto a creature mitologiche e divinità, quanto e piuttosto in quelle più semplici, ma non per questo meno letali, occasioni in cui, nel corso della propria vita, si era ritrovata a partecipare a una vera battaglia, a combattere in una vera guerra, con massacri tali per cui, obiettivamente, nulla di quanto lì appena occorso avrebbe potuto riservarsi un qualsivoglia valore.
« Credo di essere francamente terrorizzato da te… » non negò l’uomo, scuotendo appena il capo, probabilmente sincero in tale ammissione, soprattutto a seguito di quanto assistito in qualità di inerme spettatore, quel massacro, di cui, ne era consapevole, sarebbe stato estremamente semplice essere parte se soltanto ella avesse deciso di non volerlo più considerare pari a una risorsa quanto, e piuttosto, a un ostacolo.
« Non ne vedo ragione… a meno che tu non mi stia nascondendo qualcosa. » sorrise l’ex-mercenaria, considerando concluso in tal maniera il discorso, per poter tornare a contemplare il paesaggio attorno a sé, or scrutando, nella vastità di corpi sparsi, la possibile presenza di un altro interlocutore, qualcuno che, in alternativa al canissiano, avrebbe potuto fornirle allora qualche informazione utile nel merito della direzione da intraprendere per la salvezza dei pargoli.

E nella confusione lì presente, in quell’ammasso di morti e moribondi, ella ebbe quindi a muoversi con passo convinto alla volta di un nuovo obiettivo, un giovane uomo in nero che, rimasto evidentemente nelle retrovie, vide essere stato colpito alla gamba destra, sulla coscia, dagli effetti sgradevoli di un laser, in conseguenza all’azione del quale, per quanto, immediatamente, non avrebbero avuto a dover essere considerati particolari rischi per la sopravvivenza, cauterizzando, anzi e addirittura, immediatamente la ferita stessa, con il passare del tempo, la necrosi lì incominciata si sarebbe presto diffusa in tutto il suo corpo, avvelenandolo e conducendolo, rapidamente, a una morte indubbiamente spiacevole.
In ciò, non ancora morto né, potenzialmente destinato a esserlo, non, quantomeno, laddove avesse avuto presto occasione di ricevere cure adeguate, quel giovane nemico avrebbe potuto speranzosamente rappresentare, per lei, una fonte collaborativa di informazioni e di informazioni nel merito dei due bambini così ricercati. E perfettamente consapevole di tutto ciò, la Figlia di Marr’Mahew non si sarebbe certamente lasciata sfuggire la ghiotta occasione in tal maniera offertale…

« Ehilà… » gli sorrise la sua ipotetica carnefice, accanto a lui sopraggiungendo e chinandosi al fine di meglio interloquire con il medesimo, costretto a terra dal dolore di quella gamba ferita « … mi piacerebbe poter affermare con assoluta certezza di averti visto tentare di scappare, all’inizio del combattimento. Ma, francamente, non è stato così: ai miei occhi, mi spiace dirlo, questa moda delle uniformi omogenee crea soltanto un’incredibile confusione e, in questo, posso solo dedurre, a partire dalla tua particolare collocazione spaziale, quanto tu non fossi, pocanzi, così desideroso di pormi sfida. » esplicitò, condividendo con lui la propria deduzione « Sbaglio…?! »
Con un pur incomprensibile moto d’orgoglio, il giovane non parve volerle offrire risposta, stringendo, anzi, maggiormente le labbra, e i denti sotto di esse, a evitare che un qualunque suono potesse scappargli di bocca, tradendo tutti i propri compagni lì morti in contrasto a quella donna.
« Non so quanto tu sia confidente con questo genere di ferite… ma ti posso assicurare che il laser è veramente infido. E, a meno che tu non riceva adeguate cure, fra non poco la tua situazione diventerà irrimediabile. » condivise, genuinamente, con lui « Quindi… ora poniti una semplice domanda: vale davvero la pena di morire per un’organizzazione che prende due bambini con la forza al solo fine di tramutarli in armi?! » gli pose l’interrogativo ella, lasciando ricomparire la lama con la quale aveva appena finito di combattere e che, in effetti, neppure aveva avuto ancora occasione di ripulire dal sangue lungo la propria superficie « O, meglio ancora… di chi potresti avere più paura: della tua organizzazione oppure di me?! » ebbe a riformulare, dondolando con fare apparentemente distratto la lama fra le mani.

E se, per un fugace istante, il suo nuovo interlocutore sembrò voler tenere testa alla donna, nel murarsi metaforicamente dietro a un fermo silenzio, un attimo dopo risultò evidentemente chiaro quanto, tutto quello, non avesse a doversi considerare altro che l’effetto del terrore da lei suscitato con quella lama insanguinata in mano, nell’idea di quanto altro dolore avrebbe potuto imporgli in quelli che, già, avrebbero potuto essere i suoi ultimi momenti di vita.

« Non sono qui! » esclamò, con tono affannato « I bambini che cerchi… non sono qui. Malgrado tutto, ci sono sfuggiti. » la informò, non senza riservarle una certa sorpresa a tal riguardo « E anche noi li stiamo ancora cercando per tutta la città! »

domenica 12 novembre 2017

2367


Quando la quiete ritornò in quell’atrio, essa si offrì qual colma di sangue e morte. Un silenzio quasi totale, e indubbiamente innaturale, lì disturbato soltanto dai lamenti dei moribondi i quali, nel confronto con il proprio dolore e la propria incombente morte, tentavano di soffocare, timorosamente, anche i propri rantoli, nella speranza, in tal senso, di non essere percepiti da parte della loro carnefice, di colei che temevano avrebbe potuto tornare sui propri passi, nell’udirla, solo al fine di strappare definitivamente loro la vita dal corpo, negando loro anche quella pur flebile, pur effimera speranza di poter godere di un nuovo giorno, facendo ritorno a casa dalle proprie famiglie, dai propri cari.
In verità, comunque, soltanto un corpo agonizzante avrebbe avuto a dover esser considerabile qual per lei interessante: il corpo del grosso canissiano in conseguenza alla stolidità del quale tutto quello aveva avuto inizio e che, come promesso, ella si era ben guardata dall’uccidere, o, quantomeno, dall’uccidere rapidamente, nella speranza, nella volontà di permettergli di comprendere l’errore compiuto, e l’errore compiuto nel momento in cui, con ignorante superiorità, si era riservato occasione per banalizzarla, per sminuirla, così come, francamente, non avrebbe dovuto concedersi opportunità di compiere… non, quantomeno, nel voler avere a cuore il proprio immediato futuro. Quel canissiano, per lei ancora anonimo e che ineluttabilmente tale sarebbe rimasto, nell’aver perduto, insieme alla propria mandibola, anche, necessariamente, la capacità di esprimersi, di formulare frasi di senso compiuto, avrebbe avuto a doversi ricercare, allora, nella stessa posizione in cui ella lo aveva lasciato, disteso al suolo là dove era ricaduto nel momento in cui si era visto negare le proprie ginocchia e, con esse, la capacità di reggersi in piedi sulle proprie gambe. Lì disteso, coperto dal proprio sangue, dai propri fluidi corporei e, in parte, anche dai corpi di coloro che, fino a pochi minuti prima, avrebbero avuto a doversi riconoscere qual affidati al suo comando; egli aveva necessariamente perduto tutta la sicumera che, sino a un istante prima, lo aveva contraddistinto, riservandosi di apprendere nella maniera più severa possibile quell’importante lezione di umiltà, quell’insegnamento in grazia al quale, forse, non si sarebbe riservato tanta imprudenza innanzi a un avversario sconosciuto e, soprattutto, sconosciuto nelle proprie effettive capacità, nelle proprie reali risorse, qual, obiettivamente, quella terribile donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco avrebbe avuto a dover essere considerata dal suo punto di vista. Un insegnamento, una lezione, quella da lei in tal maniera impartita, che a sua volta, dopotutto, aveva appreso a proprie spese molti anni prima, quando aveva perduto il proprio braccio, quando aveva visto sfregiato il proprio volto, e quando, più di tutto, era stata privata contemporaneamente del mare da lei tanto amato e, anche, della possibilità di avere, un giorno, un figlio o una figlia, il frutto dei propri fianchi purtroppo resi sterili dall’impietosa e vendicativa mano di quella stessa sorella gemella che, ella, aveva commesso l’errore di sottovalutare nella propria minaccia, nelle proprie possibilità in suo contrasto. Una lezione, ancora, promemoria per la quale, nel corso degli anni, di oltre vent’anni, non aveva mai mancato di esserle tragicamente riproposto ogni qual volta fosse stato da lei commesso l’errore di abbassare la guardia, vedendole imposte, fisicamente e, ancor peggio, psicologicamente, nuove ferite, nuove perdite, a ribadire quanto mai, ella, avrebbe dovuto riservarsi un tanto, imperdonabile, errore: nuove cicatrici, amici e amori perduti, sempre e soltanto nella consapevolezza di quanto, alla base di tutto ciò, di tanto dolore, altro non avrebbe avuto a dover essere letto, ricercato, individuato se non la sua esclusiva responsabilità, la sua unica colpa… e una colpa con la quale, suo malgrado, avrebbe avuto a dover convivere fino all’ultimo dei suoi giorni mortali.
Una condanna, la sua, alla quale, altresì, quel canissiano pur non avrebbe avuto a dover essere allora riconosciuto qual destinato, laddove, proprio malgrado o propria fortuna, difficile a dirsi, il suo fato sarebbe stato definito di lì a breve.

« Vorrei poterti dire che mi dispiace… » esordì la donna guerriero chinandosi su di lui, sul suo fronte destro, premendogli un braccio sotto le proprie ginocchia e offrendosi pronta a bloccare l’altro, all’occorrenza, con il proprio destro, tutt’altro che desiderosa di concedersi imprudentemente a lui al termine di tutto ciò « … ma la verità è che non mi interessa francamente nulla di te né dei tuoi compagni, né mai me ne è interessato. » dichiarò, in un’affermazione che avrebbe potuto considerarsi crudele da parte di chi responsabile del massacro appena avvenuto e che, ciò non di meno, tale non avrebbe avuto a dover essere fraintesa « Cioè. Fosse dipeso da me, tutti voi avreste potuto continuare a vivere serenamente le vostre vite, producendo le vostre armi, trafficando in maniera più o meno legale con governi e signori della guerra e quant’altro: a me non sarebbe cambiato assolutamente nulla, tanto nel non saperlo, quanto e persino più nel saperlo, laddove, per l’appunto, non mi interessa francamente nulla di tutto ciò. O di voi. »

Con sguardo a metà fra il terrorizzato e il disgustato, il suo ormai muto interlocutore osservò la propria carnefice confuso e sconvolto, nel cercare di assimilare le parole da lei pronunciate e tali per cui, tragicamente, non soltanto la sua morte, o la morte dei suoi compagni, avrebbe avuto a dover essere interpretata qual espressione di un terribile errore strategico ma, ancor peggio, avrebbe perduto improvvisamente di ogni significato, venendo ridotta a una sorta di rumore di fondo a margine dell’avventura di quell’inumana assassina, per esplicita ammissione della quale, tristemente, la prematura conclusione delle loro stesse esistenze avrebbero avuto a dover essere intesa qual serenamente ovviabile…

« Il mio solo interesse, in questo momento, sono una coppia di bambini di nome Tagae e Liagu… una coppia di bambini che sono riusciti a fuggire alla prigionia loro imposta da parte vostra e sono riusciti a giungere sino a me, per chiedere il mio aiuto. » riprese ella, con voce assolutamente serena, ed espressione impassibile, nel ritrovarsi a parlare con quel disgraziato il cui volto a metà fra l’umano e il canide era stato da lei completamente stravolto nella propria forma, distrutto nella propria integrità, per effetto di un colpo tanto devastante, quanto allor sferrato quasi con distrazione, con fondamentale indifferenza nei riguardi di quanto esso avrebbe comportato, per così come anche allora comprovato con le proprie stesse azioni, con il proprio approccio verso di lui « Purtroppo non ho avuto neppure la possibilità di portarli a mangiare un gelato e mi sono ritrovata data per morta in conseguenza di un colpo di plasma dritto al centro della schiena, un colpo che, per inciso, ha rovinato uno dei miei giubbotti preferiti… oltre, ovviamente, a pormi estemporaneamente fuori gioco, permettendovi di catturare, nuovamente, i miei protetti, conducendoli lontano da me. » spiegò, riassumendo a beneficio del suo interlocutore quanto avvenuto in quelle ultime ore, nella speranza di poter, ormai, ottenere da lui un qualche genere di collaborazione.
« Dal momento che ho il fermo sospetto che abbiano a trovarsi entro questo vostro enorme complesso, credi di potermi indicare la direzione che io devo intraprendere per poterli raggiungere? » gli chiese, gli domandò, nel ricercare da lui una qualche collaborazione in un momento come quello nel corso del quale semplicemente assurdo sarebbe stato ipotizzare da parte del moribondo un qualche intento effettivamente cooperativo, a meno di non trovare delle motivazioni utili a giustificarlo, a razionalizzarlo « O preferisci, forse, che io abbia a dovermi fare strada da sola all’interno di questo vostro centro di ricerca, spargendo cadaveri lungo il mio cammino giusto per ovviare al rischio di smarrirmi all’interno di un indubbiamente complicato percorso…?! » suggerì pertanto, proponendogli una possibile motivazione utile a giustificare la sua cooperazione, la sua collaborazione, aprendosi in un sorriso volutamente crudele.

Una crudeltà, quella da lei in tal maniera proclamata, più espressiva che pratica, dal momento in cui, in quella situazione, dimostrarsi sufficientemente bramosa di sangue, come tanto si stava impegnando ad apparire, ella avrebbe potuto prevenire la necessità, a posteriori, di procedere effettivamente in tal senso, nella direzione del massacro in tal modo annunciato, ipotizzato, forse e anche promesso, e, per questo, magari di spingersi a risparmiare qualche vita, ovviando a proseguire nello stesso sentiero necessariamente allora intrapreso e nel proseguire lungo il quale, comunque, non si sarebbe riservata alcuna remora, soprattutto per il bene dei due pargoli.

sabato 11 novembre 2017

2366


Il panico che, in tutto ciò, ebbe a proporsi in maniera dirompente, si espresse in modi diversi e in termini diversi a seconda della necessariamente eterogenea varietà di spiriti lì presenti. E così, se pur qualcuno rimase allora semplicemente pietrificato nel confronto con il terrore in quel frangente intento a riconoscere nella donna guerriero la propria origine, e la propria unica ragion d’essere; e se, altri, accennarono addirittura a muovere qualche passo indietro, a cercare di imporre distanza fra sé e quella che difficilmente avrebbero potuto giudicare qual una semplice donna, associandola, in effetti, piuttosto all’idea di mostro, e di mostro privo di qualunque barlume di umanità; altri, nella percentuale maggiore, reagirono allora ricercando nella violenza una soluzione a tutto ciò, in una risposta che, pur, non avrebbe avuto a dover essere considerata qual animata da maggiore razionalità, da maggiore autocontrollo, rispetto a quella dei propri compagni, quanto e piuttosto egualmente motivata da quella spaventata ricerca per una qualche illusione di futuro, nella consapevolezza di quanto, restare allora immobili, avrebbe semplicemente rappresentato per loro una mera condanna a morte. Simili, quindi, più a una mandria imbufalita ancor prima che a un qualunque genere di falange militare, gli uomini in nero che lì si riversarono in contrasto all’ex-mercenaria agirono pertanto in maniera estremamente convulsa, disordinata, e, in tutto ciò, necessariamente destinata al fallimento, e a un fallimento nel migliore dei casi estremamente doloroso o, in alternativa, tragicamente letale.
A dimostrazione di quanto, in quello scenario, gli uomini e le donne della Loor’Nos-Kahn potessero aver perso completamente ogni barlume di ragione, avrebbero avuto a poter essere prese in considerazione due indubbie riprove. La prima, quasi una mancanza veniale nella propria stessa occorrenza, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta la più completa mancanza di interesse da lor dimostrata nei riguardi di colui che, sicuramente dimostratosi meno aggressivo rispetto alla propria compagna, avrebbe avuto ai loro occhi, alla loro attenzione, a dover essere riconosciuto, che potesse piacergli o meno, qual suo alleato, qual suo associato: il buon Reel, infatti, non meno sconvolto rispetto agli uomini in nero per lo spettacolo del quale era così stato testimone, si ritrovò a essere praticamente invisibile agli sguardi dei loro avversari, assente all’attenzione di quel piccolo esercito lì schierato in contrasto alla Figlia di Marr’Mahew; in una condizione di grazia che pur non ebbe, ovviamente, a dispiacerle e che, ciò non di meno, avrebbe anche potuto far sorgere in lui un certo disappunto per tanta mancanza di stima nel merito delle sue potenzialità offensive. La seconda, altresì una disattenzione imperdonabile nella propria essenza, avrebbe avuto a dover essere considerata quella che vide coinvolgere, in quello scontro, non tanto armi bianche, qual pur, in una simile bolgia, avrebbero potuto assicurare loro maggiore controllo e migliore possibilità di ottenere un qualche risultato o, quantomeno, un’illusione del medesimo; quanto e piuttosto delle più controproducenti armi da fuoco, tanto laser, quanto al plasma, che videro improvvisamente trasformato quell’ampio atrio d’ingresso all’edificio, quel pur vasto spazio, in un palco troppo stretto al fine di ovviare alla tragica eventualità di feriti, o morti, per fuoco amico: animati dal panico lì imperante, gli uomini in nero iniziarono ad aprire il fuoco in maniera incontrollata, senza neppure tentare, per un fugace istante, di prendere la mira, ma limitandosi a saturare quell’area con fasci e scariche di pura energia volti a sperare, forse nel proprio numero, forse nel proprio mero impeto, di ottenere un qualche risultato. Risultato il quale, tuttavia, difficilmente sarebbe stato raggiunto anche nella semplice eventualità in cui la donna loro obiettivo, loro supposto bersaglio, fosse rimasta perfettamente immobile, ad attendere d’esser colpita. Nel contesto, altresì, straordinariamente confuso nel quale si erano ritrovati a essere immersi in conseguenza alle proprie medesime azioni, i soli esiti di tali attacchi, di simili dimostrazioni di incontrollato terrore per la sanguinaria scena alla quale avevano appena assistito, ebbero a potersi constatare nel numero di vittime che, involontariamente, vennero così falciate per loro stessa mano, compagni d’arme, alleati, che vennero talvolta semplicemente lesi, più sovente addirittura uccisi sul colpo, per effetto di quella pioggia confusa di colpi.
E laddove, in sole tre mosse, Midda Bontor aveva avuto successo nel generare, attorno a se, quattro vittime, fra morti e moribondi; in un tempo pressoché equivalente, in altri tre semplici battiti di cuore, quell’intera area assunse i macabri toni di un campo di battaglia, vedendo i pavimenti costellarsi, sempre più, di cadaveri o quasi tali, per cui, tuttavia, ben poco merito avrebbe avuto a poter essere attribuito all’ex-mercenaria. Non in maniera diretta, quantomeno.
L’Ucciditrice di Dei, dal canto suo, non si riservò occasione alcuna per oziare nel mentre di tanto macello e, al contrario, volle agire, e agire tanto al fine di abbreviare, il più possibile, il perpetuarsi di quella battaglia, tanto al fine di ritrovare, nel minor tempo possibile, i pargoli accolti sotto la propria ala protettiva, quanto e ciò non di meno al fine di rimettersi in gioco, con se stessa ancor prima che con chiunque altro, a concedersi dimostrazione di essere ancora in grado di reggere il confronto con una situazione di quel genere, ferita, dopotutto, nel proprio orgoglio di guerriera dall’idea di essere stata tanto banalmente atterrata da un colpo alle spalle, da uno sparo a lei sgradevolmente imposto senza che, in alcuna maniera, avesse preventivamente potuto maturare coscienza a tal riguardo, ridotta al ruolo di vittima come l’ultima fra tutti gli sprovveduti, in netto, spiacevole contrasto con i propri altisonanti nomi, con tutta la propria pur un tempo meritata fama e che, ancora, ella desiderava potesse continuare a considerarsi tale. In ciò, quindi, benché avrebbe probabilmente potuto ritrarsi comodamente in un angolo della sala lasciando gli uomini e le donne lì schierati in suo ipotetico contrasto a massacrarsi reciprocamente nella convinzione di starle imponendo qualche occasione di danno; ella scelse di mantenere il proprio posto per offrire il proprio massimo contributo alla strage lì in corso.
E se pur, inizialmente, qualche altro colpo venne da lei sparato con l’arma sottratta al canissiano, falciando quasi con banalità alcuni propri aggressori, non appena la situazione ebbe a degenerare, e degenerare in quell’incubo di fasci e scariche di energia, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco preferì ovviare a contribuire a tutto ciò, abbandonando l’arma conquistata per estrarre, al di sotto della propria giacca, una corta lama, con la quale predisporsi ad affrontare, in termini decisamente per lei più classici, più consoni, i propri antagonisti. Da quel momento in avanti, quindi, ella ebbe quindi occasione di rievocare una delle proprie sempre conturbanti, e sempre letali, danze di morte, riservandosi la possibilità di muoversi, in maniera rapida, sinuosa e, pur, intrinsecamente elegante, fra i propri avversari, e i loro ipotetici attacchi, per saltare fra uno e l’altro a imporre rapidi e precisi movimenti, in grazia ai quali recidere, di volta in volta, un tendine, un’arteria o, più semplicemente, una vita, con una spontaneità, con una naturalezza tali che difficilmente chiunque, osservandola, avrebbe potuto realmente credere che ella stesse in tal modo combattendo, nel risultare persino difficile ipotizzare quella qual una mera simulazione di combattimento, una sorta di dimostrazione di quanto avrebbe potuto compiere se soltanto si fosse ritrovata in un’effettiva situazione di guerra. I corpi che, tuttavia, ebbero a cadere al suolo al suo passaggio, e questa volta non in conseguenza dell’intervento della potenza disumana del suo arto destro in lucente metallo cromato, né per effetto di un colpo ben assestato di arma laser, si proposero qual dimostrazione di una ben diversa chiave di lettura nel merito di quanto ella stesse lì compiendo.
Una chiave di lettura che, ineluttabilmente, avrebbe per lei definito il ritorno a una vita mai dimenticata e che, ciò non di meno, almeno negli ultimi mesi, non sembrava averla più direttamente coinvolta e che, in questo, avrebbe potuto farle temere di aver perso parte del proprio leggendario tocco…

« Lode a Thyres, signora dei mari. » rese grazia, nel ben ricordarsi della propria dea non soltanto per imprecare il suo nome nei momenti di sconforto ma, anche, per tributarle il giusto onore nei frangenti più propizi, qual, sicuramente, quello non avrebbe potuto che apparire, nel ritrovare conferma, e conferma pratica, di poter essere ancora considerata degna della propria fama, e, soprattutto, di poter ancora sperare di poter salvare, in ciò, i due bambini che a lei si erano quietamente affidati.

venerdì 10 novembre 2017

2365


« E uno… » sussurrò ella.

Il volo di quella mandibola sembrò bloccare per un istante il tempo, congelandolo nello stupore, e nel terrore, che, in maniera collettiva, ebbe a diffondersi in quel frangente. Poiché non soltanto, con un semplice schiaffo, seppur uno schiaffo di una protesi artificiale, dettaglio non conosciuto a tutti e non da tutti colto nel quadro generale da lei rappresentato, una mandibola era stata violentemente separata dal resto del cranio, con già sufficiente orrore, disgusto e raccapriccio, utile a rivoltare gli stomaci anche dei più impavidi lì presenti; ma anche, e ancor peggio, la promessa, la profezia di morte da lei condivisa aveva in tal maniera iniziato a concretizzarsi in eventi concreti, in quelle azioni di riprova sino a quel momento imprudentemente invocate e che, alfine, lì stavano effettivamente venendo concesse.
Il sangue che, in maniera copiosa, ebbe a esplodere in faccia all’ex-mercenaria, in conseguenza anche della differenza di corporatura, di altezza fra lei e il proprio antagonista, la propria preda, e che da parte sua non venne percepito con alcun particolare riguardo, senza ragione di turbamento, nella familiarità la quale, ella, avrebbe avuto a poter vantare nel confronto con simili situazioni, con tali spiacevoli conseguenze di uno scontro fisico, e di uno scontro fisico secondo parametri forse meno civili rispetto a quelli lì imperanti, e, ciò non di meno, più onesti, più sinceri, richiedendo, sicuramente, dall’aggressore maggior coraggio rispetto a quanto mai avrebbe potuto esigere il colpo di un’arma da fuoco sparato, eventualmente, a distanza di sicurezza; ebbe altresì a sconvolgere le menti di tutti gli altri presenti, i quali, complice l’estemporaneità imprevedibile di quell’atto, non avrebbero mai potuto considerarsi in alcuna maniera psicologicamente preparati al medesimo, neppure dall’alto di chissà quanti altri osceni orrori avrebbero avuto a poter vantare nell’adempimento della propria attività, del proprio lavoro il quale, nel prevedere il rapimento e l’impiego di semplici bambini come armi di distruzioni di massa, non avrebbe avuto, certamente, a poterli giudicare qual menti innocenti e immacolate, prive di qualsivoglia colpa o idea di colpa. Assistere all’immagine di quella donna, dalle forme sicuramente abbondanti ma dall’altezza contenuta, e, soprattutto, ineluttabilmente giudicabile qual esile nel confronto con la mole del muscoloso canissiano rivoltosi in suo contrasto, e, probabilmente, contraddistinto da una massa pari ad almeno il doppio della sua, agire con tanta forza, e soprattutto con tanta violenza, non avrebbe potuto ovviare a trasmettere un senso di disagio, di disturbo conseguente alla consapevolezza di quanto innaturale tutto ciò avrebbe avuto a poter essere ritenuto: un disturbo, un disagio, il loro, moltiplicatosi necessariamente in maniera esponenziale alla banalità da lei dimostrata nel confronto con tutto ciò, e con il sangue, e con tutti gli altri fluidi corporei, che, in ciò, necessariamente ebbero a coprirle il volto, le spalle, il busto, e tal da spingere le loro menti a classificare la medesima qual più prossima all’idea di mostro ancor prima che di donna.
A non mancare di sfruttare, allora, quel fugace vantaggio psicologico, la Figlia di Marr’Mahew proseguì in accordo al proprio piano, a quella strategia dichiaratamente espressa poco prima, palesemente annunciata al proprio avversario e da lui scioccamente banalizzata qual mera fola, impadronendosi della sua arma, di quella grossa pistola laser appesa al suo fianco destro, per immediatamente impiegarla in suo stesso contrasto, mirando, non a caso, contro le sue ginocchia, prima, e, un attimo dopo, contro le ginocchia dell’altro uomo in nero casualmente coinvolto in quello che, da parte sua, avrebbe potuto persino essere considerato una sorta di macabro gioco di morte, gambizzandolo impietosamente.

« … e due… » suggerì l’Ucciditrice di Dei, sempre in un flebile conteggio, or accompagnato da un piccolo sorriso, labbra leggermente arricciate alle loro estremità a dimostrare una certa soddisfazione a margine di quella stessa scena.

Per completare la propria profezia, ancora un’ultima mossa avrebbe avuto a dover essere portata a compimento, una doppia, immediata uccisione che, probabilmente, qualcuno avrebbe avuto a condannare, a livello morale, qual un omicidio a sangue freddo, con l’aggravante della premeditazione e della più totale futilità del medesimo, nell’aver obiettivamente selezionato, in maniera totalmente casuale, due malcapitati all’interno della vasta schiera a lei offerta, innanzi al suo sguardo schieratasi a suo ipotetico arresto e, in tutto ciò, riadattatasi tristemente al ruolo di mera carne da macello, bestie da allevamento condotte al patibolo della propria esecuzione senza che alcun margine di argomentazione, o di offerta, potesse essere loro riservata.
E se pur, in cuor suo, la donna guerriero non avrebbe potuto vantare alcuna particolare soddisfazione da quelle morti, al tempo stesso non avrebbe avuto ragione di riservarsi alcuna possibile remora nel confronto con le medesime, ragione per la quale, allora, i due colpi furono esplosi senza alcun ulteriore indugio…

« … e tre. » concluse ella.

In quattro, nel contempo della conclusione di quel conteggio, caddero a terra: due morti, e morti in maniera rapida e, per così come da lei promesso, persino pietosa, non imponendo loro la benché minima pena nel trapassarne i crani, con precisione assoluta, con il fascio d’energia emesso dall’arma, che ne ebbe a sancire la quieta e inconsapevole dipartita; due feriti, e feriti dolorosamente, quanto dolorosamente avrebbe avuto a dover essere considerato per l’uno essere fondamentalmente privato delle proprie ginocchia e, per l’altro, essere privato non soltanto di ciò, ma, ancor più, anche della propria mandibola, oltre che di qualunque, possibile barlume d’orgoglio, quell’orgoglio in funzione del quale, spiacevolmente, si era ritrovato a giungere a quella tragica conclusione.
E se, in pochi istanti, quei quattro ebbero a cadere, privi di distinzione, innanzi all’aggressione della donna guerriero, sia per specie sia per sesso, tutti ridotti all’eguale ruolo di vittime nella democratica giustizia propria della morte che ella parve volersi impegnare a interpretare a discapito di tutti loro; ineluttabile ebbe a esplodere il panico fra i restanti uomini in nero, i quali, nel confronto con quanto accaduto, non si dimostrarono capaci di quella professionalità che, forse, ci si sarebbe potuti attendere avrebbe avuto a dover essere loro, di quell’autocontrollo che, probabilmente, avrebbe avuto a doverli caratterizzare nei propri ruoli, ma che, come tutto quello sembrò voler comprovare, non avrebbe altresì avuto a dover essere riconosciuto qual effettivamente tale, non, quantomeno, in quel pianeta, in quella città o, più precisamente, in quel gruppo di guardie, guardie che, proprio in quella città e in quel pianeta, evidentemente, non si sarebbero mai attese di poter essere poste similmente alla prova, non nel momento in cui, in fondo, la maggior parte del loro stesso compito avrebbe avuto a doversi riconoscere qual svolto dalla loro medesima fama.
E proprio tale fama, in effetti, era stata ciò che, innanzi al giudizio della donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, li aveva traditi, e li aveva traditi nell’ordine di misura in cui, ella stessa, in pur diversi termini, avrebbe avuto a doversi considerare ben conscia dei vantaggi derivanti da una certa nomea: nomea, la sua stessa, che, non a caso, nel proprio mondo, nella propria terra natia, in molti, quasi quotidianamente, avevano tentato di porre alla prova, nel considerarla eccessivamente gonfiata, illegittima, ingiustificata e che pur, ciò non di meno, ella era sempre riuscita a difendere, finendo, paradossalmente, con enfatizzarla ulteriormente. Ma se la nomea di un singolo individuo difficilmente avrebbe potuto essere adulterata, laddove troppo semplice sarebbe stato, appunto, porla alla prova e smentirla; la fama di un gruppo, di un’organizzazione, come quella della Confraternita del Tramonto, nel suo lontano passato, o come quella della Loor’Nos-Kahn, nel proprio presente, avrebbe molto più facilmente potuto trovare la propria debolezza, la propria illegittimità, nel confronto con quei singoli membri del gruppo o dell’organizzazione che non avrebbero avuto a doversi considerare responsabili di tale fama, quanto e semplicemente fautori della medesima, in un ruolo che, tuttavia, non avrebbe avuto ad assicurar loro di poterla difendere, all’occorrenza... come in quella specifica situazione.

giovedì 9 novembre 2017

2364


« Interessante. » ironizzò il suo diretto interlocutore, aggrottando la fronte in un gesto sicuramente molto più umano che animale, al di là del proprio apparente aspetto.
« Non ho ancora finito. » insistette tuttavia la donna, levando la mancina innanzi a sé con l’indice esteso e le altre dita contratte, a richiedere un istante ancora per esprimersi senza essere interrotta « A questo punto, e ben prima che tu possa anche solo comprendere quanto io avessi ragione, mi sarò già impadronita della tua simpatica arma laser, con la quale, giusto per infierire contro voi due, tanto per iniziare, sparerò a entrambi alle ginocchia, scaraventandovi a terra, impossibilitati ulteriormente ad alzarvi e a proseguire in qualunque ipotesi di lotta. » descrisse, quietamente, riprendendo il discorso che quel breve commento aveva inutilmente disturbato, in riferimento ancora tanto al canissiano, quanto a colui che, nella questione, era stato tirato dentro totalmente a caso « E, sia chiaro, non sarà comunque mia premura quella di uccidervi immediatamente, come probabilmente potrete preferire nel rendervi finalmente conto di quanto le mie parole non fossero in alcun modo gratuite: vi terrò in vita per osservarmi sterminare, sistematicamente, tutti i vostri compagni… o, quantomeno, coloro i quali non dimostreranno sufficiente spirito di autoconservazione preferendo, in ciò, scappare via, con la speranza, in grazia di simile scelta, di concedersi ancora l’occasione per vivere un nuovo giorno. » argomentò, proseguendo nella propria descrizione con la stessa quiete con cui ci si sarebbe potuti attendere avrebbe avuto a parlare delle condizioni del tempo e con la quale, altresì, ebbe allora a spendersi nella previsione della mattanza che, di lì a breve, avrebbe potuto compiere se soltanto gliene fosse stata richiesta la necessità « A lui… e a lei… » insistette, estraendo altri due a caso nella folla a sé circostante « … sparerò immediatamente nel bel mezzo della fronte: saranno i primi a morire e, obiettivamente, avranno anche possibilità di una bella morte, rapida e priva di dolore. »

Che quelle sue parole fossero semplice millanteria, o che avessero a doversi riconoscere qual un effettivo piano programmatico, invero, difficile sarebbe stato per chiunque lì attorno a comprendersi. E benché, sicuramente rinvigoriti nelle proprie posizioni dalla sopraggiunta presenza del canissiano, tutti gli uomini in nero lì schierati avrebbero potuto vantare una certa sicurezza nel merito dell’impossibilità, per lei, di avere a poter prevalere in loro contrasto, e soprattutto in termini tanto iperbolici da risultare, necessariamente, poco credibili; al contempo la consapevolezza che tutti loro avrebbero, parimenti, potuto vantare nel merito dei precedenti di quella figura, di quella donna, di quell’assassina, non avrebbero potuto concedere loro quella serenità che, pur, probabilmente, avrebbero anche preferito poter vantare in tale contesto, in simile situazione, fosse anche e soltanto per il loro effettivo predominio numerico a fronte della sproporzione del quale, allora, necessariamente improbabile avrebbe avuto a dover essere giudicato temerla.
Un gioco psicologico, in verità, quello condotto dalla Figlia di Marr’Mahew la quale, avendo vissuto già troppe battaglie, troppe guerre per potersi concedere ancora romantiche illusioni, non avrebbe potuto ovviare alla ferma consapevolezza di quanto nessuno, umano o no, avrebbe potuto permettersi di prevedere, razionalmente, l’evolversi di un conflitto con sicurezza tale per cui, alla fine, ogni possibile alternativa d’azione avrebbe potuto essere percorsa con un certo anticipo, arrivando a prevedere, con un buon margine di sicurezza, la conclusione dello stesso, magari anche con un ben dichiarato numero d’azioni.
Proprio alla luce di ciò, del resto, ella non era in grado di apprezzare un gioco che aveva scoperto nel corso di quell’ultimo anno, gli scacchi, e che, pur dimostrandosi estremamente simile a un gioco presente sul proprio mondo, il chaturaji, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual terribilmente diverso da esso. Benché infatti, entrambi i giochi prevedessero una scacchiera e, al di sopra di essa, un certo numero di pezzi ben definiti nella propria natura e nelle proprie possibilità di movimento, con differenze che avrebbero avuto a dover essere considerate persino veniali fra le due alternative, quello degli scacchi avrebbe avuto a dover essere considerato un gioco esclusivamente cerebrale, un gioco di strategia e di logica per vincere nel corso del quale sarebbe stato sufficiente dimostrarsi tanto abili da calcolare i non infiniti possibili sviluppi dello scenario lì presente, impegnandosi, nei limiti delle proprie mosse, a ricondurre, di volta in volta, l’intera situazione attuale ai termini a sé maggiormente preferibili. Nel chaturaji, al contrario, benché il fattore strategico non sarebbe mai potuto mancare, a imprevedibile ostacolo o aiuto del medesimo avrebbe avuto a dover essere anche considerato un non banale fattore aleatorio, derivante dalla presenza, nelle dinamiche del gioco, di un dado: un dado che, dal personalissimo punto di vista della donna guerriero, avrebbe avuto l’importante compito di rappresentare tutti quegli imprevisti concretamente definibili qual tali e a fronte dei quali anche il più straordinario dei guerrieri, dei militari, degli strateghi, non avrebbe potuto permettersi particolare margine di previsione, per quanto, ciò non di meno, a fronte del medesimo avrebbe avuto a doversi, comunque, riservare necessariamente una qualche azione, anche, eventualmente e spiacevolmente, controproducente a proprio discapito. E benché i più avrebbero avuto a preferire considerare, indicare e descrivere proprio gli scacchi qual una straordinaria simulazione di guerra; Midda Bontor, dall’altro della propria esperienza, non avrebbe potuto ovviare a ritenere, giudicare e promuovere, al contrario, proprio il chaturaji qual l’unica e realistica simulazione di guerra, includendo, che potesse essere apprezzabile o meno, anche un indubbio contributo del caso, della sorte, al successo o meno di un giocatore piuttosto che dell’altro.
Così, al di là delle parole da lei adoperate, ella non avrebbe mai potuto, in alcun modo, considerarsi certa, o potenzialmente certa, di sconfiggere tutti gli uomini in nero attorno a lei in maniera assolutamente prevedibile, addirittura nelle proprie stesse mosse. Quanto, tuttavia, avrebbe potuto fare, e, nei limiti del possibile, già stava cercando di fare, sarebbe stato quello di impiantare il seme del dubbio nelle menti dei propri antagonisti, affinché quella sua profezia avesse a potersi considerare auto-avverante e, soprattutto, auto-avverante non tanto per un qualche proprio contributo, quanto e piuttosto per gli effetti di quell’idea di sconfitta in ciò suggerita a tutto loro.

« Io continuo solo a sentirti parlare… » osservò, apparentemente per nulla intimorito, il canissiano, scuotendo appena il capo e allargando le braccia ai propri lati, in un gesto non dissimile da quello con cui la sua stessa interlocutrice, pocanzi, aveva invitato tutti coloro lì schierati a prendere una decisione, a scegliere fra l’agire o l’arrendersi « … chiacchiere, chiacchiere… e nessuna azione. »

E se, obiettivamente, egli non avrebbe avuto a doversi considerare in torto nelle proprie posizioni, nelle proprie argomentazioni, probabilmente la sua idea di volgere sì aperta sfida a quella donna in particolare non avrebbe avuto a doversi considerare propriamente geniale. Non laddove, così facendo, altro non ottenne che pretendere da lei una riprova e una riprova che, suo malgrado, ebbe a costargli caro… e caro quanto la propria stessa esistenza.
Perché, così stuzzicata, l’Ucciditrice di Dei, senza ulteriori avvisi, senza altri annunci, ebbe allora a proiettarsi con un balzo deciso in avanti, verso il medesimo canissiano il quale, senza or neppure ricollegare quel gesto alle parole appena udite, e derise, ebbe a reagire esattamente per come da lei previsto, non attenendo con pazienza l’effettiva aggressione della donna ma, anzi, immediatamente rispondendo a essa, e rispondendo a essa a sua volta con un agile balzo in avanti, levando innanzi a sé le proprie grandi mani artigliate, con le quali, non difficile, sarebbe stato intendere il suo desiderio a dilaniarne le carni, a ridurne a brandelli le membra e a sancirne la morte senza che ella potesse neppure rendersi conto dell’accaduto. Un gesto, il suo, che tuttavia non soltanto era stato previsto e annunciato dalla sua avversaria, ma che, da lei, avrebbe avuto a doversi considerare effettivamente qual atteso, persino sperato, per poterle concedere la possibilità di muoversi di conseguenza e, con un movimento deciso della propria destra, aperta quasi a voler imporre uno schiaffo, eradicare dal suo volto, dal suo cranio, la mandibola, proiettandola con tutta la forza concessale dai servomotori della sua protesi a volare verso sinistra e, in particolare, nell’esatta traiettoria utile per andarsi a schiantare contro colui precedentemente indicato a tal scopo…