Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

martedì 31 ottobre 2017

2355


Sebbene quell’intera faccenda, così come la storia raccontatale da Reel Bannihil, presentasse più interrogativi e fattori di dubbio che motivi tali per cui ella avrebbe potuto permettersi di fidarsi di lui e delle sue parole; il timore per quanto, nel proprio già eccessivamente prolungato tergiversare, avrebbe potuto occorrere a discapito dei due bambini avrebbe avuto a doversi considerare predominante su ogni altra prudenza, ragione per la quale, pur senza realmente credere alla genuinità di quell’irritante individuo, ella non ebbe alternativa ad accettare di collaborare con lui, in un’obbligata, e sgradita, alleanza non poi comunque sì diversa da molte altre che, in passato, si era ritrovata a stringere, e a stringere addirittura con chi, in precedenza, considerato nemico, avversario, in nome di uno scopo comune, come, per esempio, con lo stesso guercio tranitha, il parallelismo con il quale, ormai, stava iniziando a divenire persino disorientante. E benché, nel merito dell’effettivo scopo di quell’uomo, ancora molti dubbi avrebbero potuto essere sollevati, almeno nell’immediato, per quel primo momento, ella accettò di soprassedere, pur, ovviamente, riservandosi tutta la propria doverosa paranoia, in sol grazia della quale, probabilmente, avrebbe avuto ancora modo di sopravvivere, in quel frangente così come in tante altre occasioni passate.
Paranoia, la sua, che di lì a poche ore avrebbe avuto a riservarsi occasione di tragico giubilo, nel momento in cui, circondati dagli uomini in nero con armi spianate a loro potenziale condanna, Reel avrebbe gettato la maschera dietro la quale, sino a quel momento, si era metaforicamente nascosto, nel dichiararsi in combutta, sin dal primo istante, con la Loor’Nos-Kahn al solo scopo di garantire loro il recupero dei due bambini: dichiarazione alla luce della quale, con un suono alquanto sgradevole, il suo collo sarebbe quindi stato spezzato da un gesto deciso della donna guerriero, la quale avrebbe lasciato impietosamente ricadere il suo corpo privo di vita al suolo, prima di ritrovarsi costretta ad alzare le mani e ad arrendersi, per non essere, a sua volta, condannata sul colpo…

« Cane maledetto… » avrebbe quindi sussurrato a denti stretti, scuotendo il capo e rimproverandosi per essersi permessa di giungere sino a quel momento, sino a quella conclusione, laddove, dopotutto, quel finale, quel tragico epilogo, avrebbe avuto a dover essere quietamente previsto sin dall’istante in cui, stolidamente, ella aveva accettato di stringere alleanza con quell’uomo ancor pressoché sconosciuto « … e dire che mi stavi iniziando a piacere. »

Prima di giungere a simile, letale conclusione, tuttavia, ancora molto sarebbe stato il cammino dei due insieme, l’uno al fianco dell’altra. Un cammino che, per la precisione, ebbe a iniziare nel momento in cui, finalmente rivestita, la donna poté riarmarsi con cura e precisione, andando a riporre le lame di differenti misure, forme e funzioni in diversi punti del proprio corpo, del proprio vestiario, cercando di trovare sempre il giusto equilibrio fra la necessità di un comodo e rapido recupero delle medesime e l’interesse a mantenerle, comunque, quanto maggiormente possibile celate a sguardi indiscreti.
E proprio nel mentre di tale sistematica e ordinata operazione si serbò occasione d’essere, fu il turno di Reel di riprendere voce verso la propria nuova alleata, dopo il lungo silenzio che era intercorso fra loro dall’inizio della di lei vestizione, per offrire spazio a una domanda ancor inevasa, un interrogativo che, giunti allora a quella forse precaria collaborazione, avrebbe avuto obiettivamente senso d’esser risolto.

« A costo di sembrare sfrontato nel mio approccio, sei consapevole che, ora come ora, sarei in grado di descrivere alla perfezione alcuni dettagli incredibilmente personali di parti del tuo corpo normalmente non visibili, ma ancora non sarei in grado di presentarti a terzi laddove fosse necessario…? » sorrise l’investigatore, riservandosi occasione sufficientemente indiretta per esprimere nuovamente il proprio precedente interrogativo in merito al suo nome « Credi che sia possibile per noi entrare un po’ meno in confidenza e partire dal tuo nome, ancor più che dalla consapevolezza empirica di quanto sode abbiano a potersi considerare le tue forme…? Altrimenti, in caso di necessità, mi ritroverei costretto a chiamarti nuovamente “rossa”… o, anche “ehy, tu”. Ma ciò, ho inteso, non ti piacerebbe. »
« Midda Bontor. » dichiarò la donna, verificando, al termine del riposizionamento di tutte le sue armi, il funzionamento del proprio comunicatore o, per meglio dire, l’assenza di funzionamento del medesimo, ragione per cui non poté ovviare ad aggrottare la fronte, in segno di disapprovazione « Il mio comunicatore non funziona più. Ne sai qualcosa…? » rigirò, pertanto, la questione direttamente all’attenzione del proprio interlocutore, sollevando verso di lui il piccolo dispositivo.
« Midda Bontor… » ripeté l’uomo, evidentemente colto da un senso di familiarità con quel nome benché, chiaramente, non avesse mai conosciuto prima la donna o, considerandone l’avvenenza, non se ne sarebbe certamente dimenticato « … dove ho già sentito questo nome…?! »
« Il mio comunicatore. » ripeté ella, decisa a non perdersi in futili chiacchiere e, se possibile, ad aggiornare anche i propri compagni nel merito di quanto occorso sino a quel momento, giacché, pur avendo completamente perduto la cognizione del tempo, facile sarebbe stato ritenere quanto il suo lungo silenzio radio potesse averli fatti preoccupare nel merito di quanto occorsole dopo il suo salto fuori dal treno in partenza « Che gli è successo…? »
« Francamente lo ignoro. » scosse il capo Reel, stringendo appena le labbra e enfatizzare quel gesto di diniego « Salvo riordinarli sul tavolo, e verificare che non vi fossero documenti identificativi, non ho toccato nulla dei tuoi oggetti personali… » spiegò, in parole che ella fu costretta a prendere per vere, a meno di non voler ricominciare da capo tutto quanto, a partire dall’interrogatorio impostogli pocanzi.
« Una coincidenza un po’ troppo comoda… » osservò l’ex-mercenaria, riponendo tuttavia il dispositivo al suo posto, al di sotto dei propri nuovi abiti « … come un po’ troppe coincidenze sino a ora occorse. »
« Che vuoi che ti dica…?! » si strinse l’altro fra le spalle, aprendo le mani con i palmi rivolti verso l’alto, a indicare chiaramente la propria impossibilità a esprimersi a tal riguardo « Per quanto mi riguarda, è già miracoloso che tu sia riuscita a sopravvivere a un colpo al plasma. Ah… e per inciso, la mia amica infermiera mi ha raccomandato di dirti che la medicazione andrà cambiata una volta al giorno per una dozzina di giorni prima che la carne e la pelle possa completare il proprio ciclo di rigenerazione accelerata. » soggiunse, offrendo estemporaneo e inedito riferimento al trattamento impostole, probabilmente in relazione alla pellicola da lei precedentemente osservata sulla propria schiena e ora ricoperta al di sotto degli abiti nuovi.
« Esattamente come dicevo. » non poté ovviare a puntualizzare l’Ucciditrice di Dei in riferimento alle coincidenze sopra accennate, coincidenze che, nuovamente, tornavano a offrirsi nel fatto che Reel potesse avere un’amica infermiera tanto prontamente intervenuta in suo soccorso, probabilmente salvandole la vita.
« Senti… Midda. » sospirò l’investigatore, scuotendo appena il capo « Se davvero è tuo desiderio continuare a non fidarti di me, forse dovresti uccidermi come volevi e farla finita qui e subito. » le suggerì, incrociando le braccia al petto con fare quasi di sfida, verso di lei, nell’attendere da parte sua l’eventuale condanna a morte « Altrimenti, se hai finito di preparati, potrebbe essere utile per entrambi, e soprattutto per i tuoi bambini, se ci dessimo una mossa a scoprire dove accidenti possano essere finiti e a ovviare alla loro partenza. Perché nel momento in cui dovessero lasciare il pianeta, non sono certo che potremo essere in grado di seguirli… o di salvarli. »

Così nuovamente incalzata, attraverso un’argomentazione che si era già dimostrata decisamente sentita da parte sua, ella non mancò di annuire e di considerare chiusa lì la questione, pronta a concentrarsi, allora, esclusivamente su quanto avrebbe potuto attendere loro di compiere.

A tentare, tuttavia, di riaprire il discorso fu, però e allora, lo stesso Reel, sgranando gli occhi ed esclamando: « Aspetta… quella Midda Bontor ricercata su Loicare?! »
« L’unica e inimitabile. » minimizzò ella, invitandolo, con un cenno della mano, a fargli strada ovunque avrebbero avuto a doversi dirigere « E ora andiamo. »

lunedì 30 ottobre 2017

2354


Per quanto Midda avesse avuto occasione, in passato, di combattere persino delle vere e proprie battaglie completamente nuda, senza in questo provare il benché minimo senso di vergogna o pudore per la propria condizione, e per quanto non si fosse mai fatta problema alcuno anche posta innanzi al più lussurioso fra gli sguardi a lei rivolti nel corso della propria esistenza, minimizzando sempre la questione a un problema dei propri interlocutori allorché proprio; in quella particolare occasione, a confronto con quell’espressione straordinariamente compiaciuta da parte dell’investigatore privato, simile a quella di chi piacevolmente sorpreso da un dono inatteso, ella non poté ovviare a provare non tanto un qualche timore, quanto e piuttosto un vero e proprio fastidio. E un fastidio non dissimile da quello che, in passato, l’aveva colta ogni qual volta in cui, innanzi a lei, magari nell’intimità delle stanze condivise con il proprio amato Be’Sihl, aveva avuto occasione di palesarsi la proiezione mentale di Desmair, il suo semidivino sposo, per tormentarla, per inquietarla, per punirla dello sgarro da lei impostogli nel momento in cui, tramite un abile inganno, si era sostituita a colei che da lui era stata scelta qual propria designata sposa, in ciò animata dal desiderio di salvare un’amica. E se, in contrasto allo sguardo e al sorriso sornione del proprio sposo ella non aveva mai potuto reagire in alcun modo, se non con fantasiosi insulti volti a tentare di cacciarlo, di allontanarlo, di fargli interrompere quel contatto con la sua mente; innanzi alla medesima espressione da parte di quell’uomo, ella non avrebbe avuto a dover subire il medesimo senso di impotenza, potendosi permettere, anzi, di reagire e di reagire in contrasto a tutto ciò.
Una reazione che, nella fattispecie, avrebbe potuto prevedere un’azione violenta a discapito del suo interlocutore, per fargli passare qualunque fantasia a tal riguardo, una qualche fuga, per sottrarsi sconfitta alle sue attenzioni, o che, parimenti, avrebbe potuto cercare di spingerlo a quel senso di vergogna che, forse, egli stava pur egualmente sperando di suscitare in lei, in tanta serena insistenza. Così, allorché aggredirlo, o allontanarsi, ella decise di restare perfettamente immobile là dove era, volgendo a suo discapito uno sguardo di fredda superiorità, insieme a poche, didascaliche parole atte a escludere qualunque fraintendimento sulla sua azione…

« Quando pensi di aver finito di umiliare te stesso nel risultare non dissimile da un adolescente inconsapevole delle forme proprie di un corpo femminile, ti prego di voler fare qualcosa per recuperare un po’ del tuo orgoglio personale e, in ciò, di prenderti la libertà di rispondere alle mie domande. » dichiarò, in tal senso palesando anche una parte del proprio disgusto personale con una lieve inclinazione delle estremità delle proprie labbra verso il basso, incontrovertibile critica a discapito di chi speranzosamente ritenuto migliore di quanto non stesse allor impegnandosi ad apparire.

E se pur, in conseguenza a quella sua prima presa di posizione, egli non parve particolarmente turbato, forse ritenendo che, a discapito di quanto da lei suggerito, il suo orgoglio personale, in quel momento, avrebbe potuto sopportare tranquillamente un po’ di umiliazione nel confronto con quanto presentatogli; ella non scelse di votare in favore delle altre due possibili alternative, scegliendo, al contrario, di incalzare maggiormente, rincarando la dose in termini sempre più espliciti…

« Preferiresti forse che io mi voltassi, per farti osservare meglio i miei glutei? O vorresti che mi piegassi un po’ in avanti, per darti migliore visibilità sui miei seni? » ebbe a suggerire la Figlia di Marr’Mahew, ora sciogliendo anche le braccia prima incrociate sotto ai propri seni, e che avrebbero potuto essere fraintese come un segno di chiusura da parte sua, per andare ad appoggiare le mani sui fianchi, nella volontà di apparir ancor più sicura, più confidente di sé, affinché fosse inoppugnabile quanto, in quel frangente, avrebbe avuto a dover essere considerato lui in una posizione di debolezza e che, se tutto quello gli stava venendo concesso, ciò avrebbe avuto a doversi considerare più per volontà di lei che per un qualche colpo di fortuna « O, magari, potresti apprezzarmi di più se mi sdraiassi sul tavolo, come un piatto di portata da spolpare famelicamente. Che ne pensi…?! » domandò, accennando a muovere allora un passo in avanti, verso il tavolo dove, in maniera ordinata, erano stati disposti tutti i suoi beni personali, armi incluse.
« No… non ce ne è bisogno. » esitò egli, deglutendo e scuotendo il capo, nell’abbassare lo sguardo verso il suolo, verso i suoi piedi, con ritrovato senso del pudore, evento al quale, chiaramente, pur egli non avrebbe avuto a doversi considerare abituato, nel dimostrarsi più disorientato dall’idea di potersi considerare a disagio che effettivamente a disagio di fronte a lei « Anzi… per tua informazione, in bagno ci sono dei vestiti puliti che puoi indossare, per metterti più a tuo agio. »
« Mettermi…? O forse metterti…?! » sorrise ella, ora sentendosi chiaramente legittimata a potersi considerare vincitrice morale di quel breve incontro.
« Metterci. » cercò l’uomo un compromesso in quella situazione di fronte alla quale difficile sarebbe stato poter realmente considerare un vincitore, allorché sostanzialmente due sconfitti « Ora… se per cortesia tu volessi andare a vestirti. » ribadì Reel, lasciando risuonare quell’invito qual perentorio, quasi un ordine ancor prima che un suggerimento, una richiesta ancor prima che una concessione « Questa situazione inizia a divertirmi poco… »
« A me, per la cronaca, non ha mai divertito. » sancì la donna, giungendo innanzi a lui e afferrandogli il mento con la propria mancina, per costringerlo a sollevare il viso, e lo sguardo, verso di lei e verso i suoi occhi « Quindi, usando le tue parole, se per cortesia tu volessi rispondere alle mie domande, io poi sarò ben lieta di lasciarti sopravvivere con il felice ricordo del mio corpo nudo, e la consapevolezza di non essere morto a confronto con una delle assassine più pericolose ricercate dell’omni-governo di Loicare. » dichiarò, a non permettere alcun equivoco nel merito non tanto della sua identità, quanto e piuttosto dell’effettiva, straordinaria fortuna che egli avrebbe avuto a poter vantare a seguito di quell’incontro.

Privato, in tutto quello, del tono divertito e compiaciuto che l’aveva precedentemente contraddistinto, l’investigatore riprese quindi il proprio discorso per così come da lei desiderato, per così come da lei lungamente richiesto e preteso, or senza più troppi giri di parole…

« Non so in che modo sia possibile che abbiano trasformato due bambini in due armi batteriologiche. E non so esattamente come abbia a funzionare. » spiegò, scuotendo appena il capo « Ma so che, fino a quando resteranno insieme, la minaccia da loro rappresentata dovrebbe risultare fortunatamente inerme. Ma è sufficiente che vengano divisi, che siano separati, per scatenare una pestilenza priva d’eguali, e potenzialmente capace di condurre alla morte quest’intera città nel giro di una settimana… e questo intero pianeta in non più di un mese. »
« Come è possibile che tu sappia così tanto e così poco, contemporaneamente…?! » domandò la donna, non apprezzando quel senso di indefinitezza dietro al quale, troppo facile, sarebbe stato intuire l’esistenza di dettagli non condivisi, di particolari volutamente taciuti, e atti a poterle riservare qualche spiacevole sorpresa prima della fine di quella storia, di quell’intera faccenda « Cosa mi stai nascondendo…? »
« Come ogni bravo investigatore ho le mie fonti… tutto qui. » minimizzò Reel, stringendosi appena fra le spalle « Fonti che mi hanno anche spiegato quanto, ormai, il progetto di ricerca possa considerarsi pressoché compiuto e che, per questo, i due bambini saranno trasferiti nelle prossime ore presso un diverso avamposto, là dove il loro compratore, un signore della guerra di un altro sistema solare, li prenderà per utilizzarli per quello che li hanno fatti diventare… e, in questo, per mandarli a morire. » sottolineò, con tono ancor serio, privo ormai di qualunque fraintendibile desiderio di gioco « Se ci tieni a loro, quindi, faresti meglio a non perdere tempo a porre in dubbio le mie informazioni, fidandoti di me. Perché, che tu ci creda o no, in questa avventura siamo dalla stessa parte… »

domenica 29 ottobre 2017

2353


“I bambini sono armi batteriologiche.”

Nell’udire una simile frase, Midda comprese il perché della necessità della lunga premessa a cui egli l’aveva costretta, laddove, in caso contrario, non soltanto non avrebbe avuto modo di comprendere neppure il senso proprio di quella frase, nei significanti in essa contenuti, ma anche, e ancor più, non avrebbe mai avuto la benché minima possibilità di accettarla, limitandosi, di fronte a quella che avrebbe necessariamente considerato una palese frottola, a uccidere il proprio interlocutore e a chiudere, rapidamente, ogni questione. A seguito di quella lunga chiacchierata introduttiva, altresì, benché ancora non avrebbe potuto considerarsi propriamente propensa ad accettare una simile affermazione per vera, parimenti non avrebbe avuto neppure a doversi riconoscere egualmente propensa a freddarlo all’istante, giacché, benché pur tutto quello avrebbe potuto considerarsi pari a un’enorme frottola, qualcosa, molto lontanamente, avrebbe egualmente avuto ragion d’apparire sensata in quel frangente, in termini tali per cui, quantomeno, avrebbe potuto giustificare l’interesse di un’organizzazione paramilitare qual pur, palesemente, avrebbe avuto a doversi considerare quella propria degli uomini in nero: un’organizzazione che, in verità, nel confronto con la semplicità con la quale ella aveva avuto possibilità di prevalere su di loro, avrebbe avuto a doversi giudicare non poi così temibile, qual pur Reel aveva suggerito essere; e che pur, forse, avrebbe avuto a dover essere giustificata, nella propria estemporanea assenza di risultati in suo contrasto, qual vittima del fattore sorpresa derivante dal suo intervento nella questione, un fattore sorpresa che, subito dopo, senza eccessive esitazioni, dovevano aver ben pensato di eliminare nel colpirla alle spalle, a distanza di sicurezza, con un attacco ipoteticamente letale.
Partendo quindi dal presupposto che quell’uomo, probabilmente, non avrebbe avuto più a dover morire, non nell’immediato, un enorme interrogativo non avrebbe potuto ovviare a balzare all’attenzione del capo della sicurezza della Kasta Hamina. Un interrogativo che, obiettivamente, avrebbe persino anticipato quelli relativi a come egli potesse essere a conoscenza di simili dettagli o, anche, per quale motivo potesse essere effettivamente coinvolto nella questione, giacché, per sua iniziale ammissione, non avrebbe potuto vantare alcun possibile tornaconto economico nell’agire in tal senso.

Così, togliendogli alfine la mano da davanti agli occhi, e ritraendosi da lui di un paio di passi, per lasciargli possibilità d’intendere quanto, almeno per il momento, la minaccia da lei rappresentata non avrebbe avuto più a doversi ritenere effettivamente tale; la donna guerriero incrociò le braccia sotto ai prosperosi seni, prima di domandargli: « Come accidenti possono essere armi batteriologiche due bambini…?! »

Per un attimo disorientato, ella ritenne dall’improvvisa libertà concessagli, l’uomo restò in stranito silenzio, osservando apparentemente il nulla innanzi a sé senza proferire una singola parola e, in ciò, concedendole tempo per poter osservare, per la prima volta a figura intera, il proprio ipotetico salvatore, o carceriere, sempre più difficile definirne effettivamente il ruolo.
Reel Bannihil, in ciò, si offrì al suo sguardo come un uomo di forse trentacinque anni, anno più, anno meno, di specie apparentemente umana, e caratterizzato, per quanto intuibile al di là del suo abbigliamento, da una corporatura indubbiamente atletica, decisamente prestante, in un’altezza compresa fra i sei e i sette piedi e con forme e proporzioni tali da rendere sufficientemente comprensibile il perché della propria iniziale confusione mentale nei suoi confronti in misura utile a richiamare alla sua mente il guercio tranitha, con il quale, in effetti, avrebbe potuto essere giustificabilmente scambiato, soprattutto nello stato di parziale delirio nel quale ella doveva essere allor caduta. Con eguali capelli castani, e intensi occhi blu, ancora una volta in netto parallelismo con il passato dell’uomo che, ormai, si sarebbe presentato con il leggendario nome di El-Abeb, figura quasi mitologica della quale si poneva essere l’attuale incarnazione; Reel avrebbe tuttavia potuto vantare un volto più interessante rispetto non soltanto al viso da scheletro che ormai avrebbe avuto a dover essere associato al guercio, ma, anche, alla sua versione originale. Ben proporzionato, leggermente squadrato nel proprio profilo e, ciò non di meno, morbido nelle proprie linee, il suo viso avrebbe potuto vantare una certa virile bellezza, con occhi di giuste proporzioni e distanze attorno a un naso perfettamente delineato e al di sopra di carnose labbra ornate, alle proprie estremità, sulle sue guance, da due fanciullesche fossette non celate al di sotto della corta barba incolta allor presente, né dai lunghi capelli che, dall’alto del suo capo scendevano a incorniciare il suo viso fino all’altezza delle spalle: bellezza, quella intrinseca in quel volto, che sommata al fisico muscoloso, alle spalle larghe, alle braccia forti, alle grandi mani e ai fianchi stretti, avrebbe sicuramente delineato un quadro d’insieme a fronte del quale poche donne sarebbero rimaste indifferenti… e un quadro d’insieme che, nei modi che già egli aveva dimostrato di possedere, del quale il medesimo non avrebbe avuto a doversi considerare inconsapevole, abituato, anzi e probabilmente, a ricorrere alla propria attraenza, al proprio fascino, come una risorsa, e una risorsa sicuro valore, soprattutto con interlocutrici di sesso femminile.
Rivestito, in quel mentre, da attillati pantaloni in spessa stoffa blu, in alcuni punti più logora e, in ciò, tendente all’azzurro e, persino, al bianco, da una maglietta bianca e da una semplice giacca di pelle marrone; al pari della pelle propria degli stivali ai suoi piedi; Reel Bannihil non avrebbe potuto ovviare a offrire, innanzi al giudizio della sua interlocutrice, l’immagine di un potenziale grattacapo, giacché, francamente, l’ultima cosa di cui ella avrebbe potuto allor abbisognare, sarebbe stata una fascinosa controparte maschile magari convinta di poterla manipolare al pari di quanto, facile a immaginarlo, egli non aveva probabilmente compiuto con la maggior parte delle donne con le quali egli aveva avuto occasione di aver a che fare.
Tuttavia, a seguito del prolungarsi di quel silenzio per un intervallo di tempo maggiore rispetto a quanto ella non avrebbe potuto considerare giustificabile dall’eventuale sorpresa di ritrovarsi ancora in vita, Midda ebbe a rendersi conto di quanto, allora, il silenzio di lui sembrasse derivare più dalla contemplazione del suo medesimo corpo che di altro, ragione per la quale, aggrottando la fronte, ebbe a riprendere voce nella sua direzione, con tono quantomeno sorpreso per tanto interesse nei riguardi delle proprie nude forme…

« Ehy… Reel. » tentò di attirare la sua attenzione, e il suo sguardo, verso il proprio volto e i propri occhi, non per un qualche imbarazzo nell’essere da lui contemplata senza veli, quanto e piuttosto nel disappunto derivante dall’idea di non aver ancora ricevuto una risposta alla propria domanda per una banalità qual quella… una banalità che, francamente, avrebbe avuto a doversi considerare addirittura ingiustificabile, nel considerare quanto, egli, doveva aver avuto chiara possibilità di studiarne il corpo nudo già da ben prima di quel momento « Potresti, per cortesia, evitare di distrarti e rispondere alla mia domanda? Dopotutto, credo che tu abbia avuto ampia possibilità, sino a questo momento, di osservarmi, contemplarmi e imprimermi nella tua memoria in tutti i miei più intimi dettagli… »
« … in effetti no. » esitò egli, recuperando a quel richiamo il controllo di sé e aprendosi in un felice sorriso sornione verso di lei, sorriso evidenziato anche da un lieve cambio di posizione sulla sedia sulla quale, ancor, si poneva accomodato, volto a trovare una postura più comoda e, nella sua mente, più idonea a quel particolare e inaspettato momento, nel ritrarre il gomito destro a trovare sostegno sullo schienale e nell’appendere la mano sinistra al polso della destra, accavallando, in controfase, la gamba destra al di sopra della sinistra « Non so che idea tu possa esserti fatta di me, ma, per principio, io sono un gentiluomo, e non mi sarei mai approfittato della tua mancanza di coscienza per approfittarmi di te. » spiegò, scuotendo appena il capo « In effetti, ho chiesto a una mia… amica… infermiera di venire a darti una sistemata. Quindi, libera di credermi o meno, per me questo è uno spettacolo del tutto inedito e, non voglio negarlo, è uno spettacolo decisamente interessante… »

sabato 28 ottobre 2017

2352


« Ci sto arrivando… » volle rassicurarla Reel, tutt’altro che bramoso di vedersi ucciso per la complessità del proprio racconto e, ciò non di meno, avendo necessità di offrirle quella premessa, quel prologo, in assenza del quale, quanto, a quel punto, avrebbe avuto a dover rivelare sarebbe risultato estremamente confuso e di improbabile comprensione « Secondo le informazioni da me raccolte nel merito di questa organizzazione, qui a Thermora dovrebbe esistere un loro importante impianto di ricerca, volto alla creazione di armi batteriologiche di nuova generazione, da immettere sul mercato nero. »
« … armi batteriologiche?! » non poté fare a meno di interromperlo, nuovamente, la donna dagli occhi color ghiaccio, non riuscendo in alcun modo a concepire il senso ultimo di quell’affermazione, suo malgrado non avendo confidenza neppure con il concetto stesso di batterio, ragione per la quale quel medesimo termine non avrebbe potuto essere da lei in alcun modo apprezzato « Spiegati meglio. »
« Cosa c’è da spiegare…? » esitò l’uomo, non comprendendo il senso di quella richiesta « La Loor’Nos-Kahn sta sviluppando nuove malattie, e relative soluzioni, allo scopo di essere impiegate come armi di distruzione di massa, volte ad agire in maniera molto più discreta, qualcuno potrebbe persino dire elegante, rispetto a una bomba all’idrargirio e, ciò non di meno, egualmente dannose, volte a sterminare, potenzialmente, l’intera popolazione di un pianeta o, eventualmente, una parte della stessa, magari selezionando, sulla base delle proprie preferenze, una specie in particolare come bersaglio per simile, codardo attacco… »
« … usano malattie come armi?! » fu costretta a esclamare, decisamente sorpresa da quanto folli, in quel nuovo, e più amplio, concetto di realtà, potessero essere divenute le persone, per arrivare a concepire qualcosa del genere, che definire codardo, come aveva appena fatto il suo interlocutore, sarebbe stata una spiacevole banalizzazione, giacché, in tutto ciò, il concetto stesso di vigliaccheria avrebbe avuto a doversi considerare ampliamente superato « Forse, nel mio mondo, saremo anche barbari… ma almeno abbiamo il coraggio di andare a combattere le nostre guerre con le armi in pugno, senza aspettare che un’intera popolazione venga sterminata a opera di una pestilenza o altro. » argomentò, rendendosi conto, soltanto un istante dopo aver parlato, della leggerezza compiuta nel prendere posizione in tal maniera, con eccessivo impiego di dettagli personali che, sicuramente, non sarebbero serviti alla propria causa.

Sebbene, infatti, in quel momento, in quel frangente, suo interesse avrebbe avuto a dover essere considerato quello volto a carpire informazioni al proprio prigioniero, anziché offrirgliele; posta di fronte a un concetto così realmente alieno a quanto, per lei, giudicabile qual normalità, ella non era stata in grado di restare in silenzio, così come avrebbe sicuramente preferito fare.
Nel suo mondo, in quella che era stata per lei la sola realtà mai conosciuta e mai immaginata fino all’anno precedente, le malattie, soprattutto quando contagiose, quando infettive, avrebbero avuto a doversi considerare al pari di vere e proprie piaghe, eventi così tragici e distruttivi, e di fronte ai quali ci si sarebbe ritrovati necessariamente privi di ogni possibilità di difesa, di protezione, di salvezza, in misura tale per cui chiunque avrebbe trovato preferibile affrontare un qualunque mostro mitologico, una qualunque creatura semidivina o, addirittura, divina, nei confronti dei quali, pur forse vanamente, avrebbero potuto ancor reagire, fosse anche in un disperato tentativo di fuga, piuttosto che ritrovarsi spiacevolmente condannati da una minaccia invisibile, da un nemico incontrastabile, a fronte del quale alcuna supplica, alcuna ipotesi di ritirata o evasione, sarebbe mai stata applicabile, e soltanto l’orrore di una morte straziante sarebbe stato alfine imposto. In ciò, come da lei spontaneamente sottolineato, alcuno, neppure il più folle fra i folli, avrebbe mai pensato di ricorrere all’uso di una malattia al pari di un’arma. O anche, laddove qualcuno tanto folle fosse mai esistito, probabilmente i suoi stessi compagni, commilitoni, compatrioti, avrebbero di gran lunga preferito ucciderlo anche prima che garantirgli una simile possibilità d’azione.
L’assurda ragione, quindi, per la quale quell’organizzazione dal nome impronunciabile potesse aver deciso di cercare di trarre profitto dalla creazione e dalla vendita di malattie e, addirittura, di malattie tanto vili da poter eventualmente colpire soltanto una certa quota di popolazione, magari basandosi su discriminanti di specie o razza, non avrebbe potuto mancare di sfuggire alla sua capacità di comprensione della realtà, al punto tale per cui, con tutta la propria buona volontà, ella non era comunque riuscita a ovviare a quell’intervento, a quella reazione spontanea nel confronto con tutto ciò. Al di là, tuttavia, dello stupore necessariamente derivante nel confronto con tale realtà, comunque, e malgrado tutte le potenzialmente interessanti spiegazioni sino a quel momento con lei condivise; la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe ancora potuto dirsi confidente con il proprio ruolo in tutto ciò e, ancora più, il ruolo dei pargoli nel confronto con una tanto folle organizzazione. E benché, ormai, avrebbe potuto considerarsi già quietamente proiettata al non così sorprendente annuncio che gli uomini in nero da lei affrontati facessero parte di quella pazzia istituzionalizzata, ancor alcun indizio le era stato allor concesso per intuire per quale motivazione simile organizzazione avrebbe potuto considerarsi interessata ai piccoli Tagae e Liagu…

« Continua. » gli ordinò, ovviando a nuove minacce laddove, obiettivamente, avrebbe rischiato di apparire inutilmente ripetitiva nel proprio incedere, e in questo inefficace, se solo avesse nuovamente suggerito l’eventualità della sua morte se non fosse arrivato, quanto prima, a destinazione… soprattutto nel non poter evitare di considerare quanto, effettivamente, quell’ultima interruzione, per quanto sicuramente inevitabile, fosse occorsa praticamente a un istante dalla precedente.
« Credevo ormai ci fossi arrivata… » ebbe, tuttavia, quasi a volgerle tono di sfida in quell’affermazione, in quell’interrogativo, quasi, in ciò, a volerla canzonare nel confronto con la manifesta difficoltà di lei a comprendere il senso di tutto quello.

Una decisione, la sua, decisamente imprudente, indubbiamente pericolosa, a fronte della quale la sua ipotetica prigioniera, ormai divenuta carceriera, avrebbe potuto definire superflua la sua permanenza in vita e, in ciò, scegliere di chiudere, definitivamente, la propria destra, frantumandogli il cranio e riducendo il suo cervello a un ammasso informe di materia grigia e sangue. Una scelta che, ancora, avrebbe potuto anche considerarsi pari a un azzardato tentativo, da parte sua, volto a tentare di eludere la conclusione del proprio racconto, forse nel timore che ella, alla fine, potesse comunque ucciderlo, o forse, e altresì, nell’ancor più grave inquietudine derivante dall’idea nella quale ella avrebbe potuto scoprire quanto, tutte quelle chiacchiere, tanto parlare, fosse stato altresì concretamente privo di significato, e destinato soltanto a concedergli, a garantirgli ancora qualche istante da vivere nella speranzosa attesa di chissà quale possibile grazia, conseguente a un ripensamento da parte sua o, anche, a un qualche intervento esterno.
Conscia di tutto ciò, del fatto che di lì a breve avrebbero potuto palesarsi eventualmente gli stessi uomini in nero suoi antagonisti, svelando alfine la sgradevole connessione fra quanto occorsole e quell’uomo, nonché francamente stanca di attendere, e di attendere la conclusione che, continuamente, le stava venendo negata; l’ex-mercenaria scelse di agire in direzione di una rapida conclusione della questione, lasciando per un fugace istante quella testa, solo per afferrare a sua sedia e costringerlo a voltarsi verso di lei, per poi tornare, prima che egli potesse in qualunque modo agire o reagire, ad afferrarlo, ora direttamente per il fronte anteriore, ponendo il lucido metallo cromato della propria estremità robotica a contatto con la parte superiore del suo volto e stringendo le proprie dita attorno alla sua fronte e alle sue tempie…

« Ora mi farai capire tutto in non più di cinque parole… o, credimi, non ne pronuncerai più altre.  » sancì, seria come la morte e la morte che non avrebbe ulteriormente esitato a imporre su di lui.
« I bambini sono armi batteriologiche. » replicò egli, quasi gridando con un tono di qualche ottava più acuto rispetto a quanto dimostrato sino a quel momento, a riprova del concreto e sincero panico che, allora, non aveva mancato di coglierlo.

venerdì 27 ottobre 2017

2351


E così motivato, Reel Bannihil iniziò a parlare. E a raccontare quella che, in una pur non ovvia ipotesi di sincerità da parte sua, avrebbe avuto a doversi considerare la sua personale interpretazione dei fatti…

« D’accordo, d’accordo. » si affrettò a confermare, in risposta all’invito di lei, restando ancora immobile e sperando, in ciò, di non giocarsi la testa, letteralmente parlando « Sono un investigatore privato e vengo dal terzo pianeta del sistema di Freius… »
« Un po’ lontano da casa. » osservò per tutta risposta ella, non sapendo, in verità, dove accidenti potesse essere il sistema di Freius e, ciò non di meno, non desiderando palesare la propria ignoranza, nel non voler offrire all’interlocutore una qualche impressione di disorientamento a tal riguardo, ragione per la quale tergiversò anche sul significato del termine investigatore, intuendone il senso generale e, ciò non di meno, non potendo vantare la benché minima conoscenza con simile termine e con la professione da esso definita « Su cosa staresti… investigando, di preciso? » gli domandò.
« Su niente… o, per lo meno, niente per cui io stia venendo pagato. » asserì l’uomo, suggerendo alla propria interlocutrice, in tale osservazione, in simile desiderio di puntualizzazione nel merito del proprio operato, quanto egli avrebbe avuto a dover probabilmente essere inteso al pari di un mercenario, e, in questo, non poi così dissimile da lei o, quantomeno, dalla precedente versione di lei « Durante il mio ultimo caso, ho avuto occasione di raccogliere informazioni nel merito della Loor’Nos-Kahn, una vasta organizzazione paramilitare, non governativa, con interessi sparsi su diversi pianeti, in diversi sistemi… fra cui anche questo, il sistema binario di Fodrair. E siccome sono anche un irriducibile ficcanaso, o non farei questo lavoro, non ho resistito a venire a dare un’occhiata qui a Thermora. »
« Vorrei delle risposte, da te, e in questo momento mi rendo conto di star ascoltando soltanto un confuso blaterare… » dichiarò la Figlia di Marr’Mahew, scuotendo appena il capo « … non ti ho chiesto di raccontarmi la storia della tua vita, Reel. »
« Non essere così impaziente, dannazione: sto cercando di arrivarci per gradi, per farti comprendere meglio l’intero scenario! » protestò l’uomo, dimostrandosi, in verità, persino stizzito da quella nuova interruzione, volta a impedirgli di proseguire nella propria narrazione e, in questo, di concederle quanto da lei richiesto, qual pur, allora, avrebbe voluto riconoscerle « E dire che, in genere, siete proprio voi donne a preferire lunghi preliminari… »
« … lì preferiamo quando il nostro compagno è in grado di offrirceli. Altrimenti anche per noi è un’inutile tortura. » precisò ella, ruotando appena la propria destra a costringere il capo del proprio prigioniero a esprimere un cenno di diniego da parte sua, laddove, altrimenti, egli si sarebbe perso nuovamente consapevolezza nel merito dell’evidenza di quanto da lei visivamente offerto « Ma tentare di spiegare queste cose a un tipo che offre un determinato genere di commenti, ho l’impressione, sia soltanto uno sforzo inutile… se non, addirittura, dannoso, nell’alimentare ogni tuo più falso convincimento a tal riguardo. » sottolineò, disapprovando la confidenza che egli stava tentato di riservarsi nei suoi confronti, con quel genere di battute ammiccanti « Ora riprendi a parlare… che la mia pazienza sta veramente arrivando al limite. E se credi che io possa essere quel genere di persona che offre minacce a vuoto, temo proprio che tu abbia preso un brutto abbaglio… » dichiarò, arrestando il movimento imposto alla sua testa per imporre, in tutto questo, il ritorno a una certa moderazione, nell’attenzione alla questione focale, estemporaneamente perduta in quell’ultimo scambio di opinioni.
« D’accordo. Ma questa volta lasciami il tempo di parlare… » richiese Reel, ottenendo, per tutta risposta, di avvertire uno spiacevole incremento di pressione, sul suo capo, anche da parte del pollice della donna, ragione per la quale si ritrovò incentivato ad affrettarsi a fare ritorno sui giusti binari « Come stavo accennando, questa organizzazione paramilitare ha interessi diffusi in gran parte della galassia. Interessi non sempre svolti all’interno di un contesto di legalità e, ciò non di meno, tollerati e, persino, supportati da parte dei vari governi planetari in quanto, sovente, complementari ad altri tornaconti locali. » sancì, in quanto ella non ebbe difficolta a intendere al pari del comportamento di molti lord e lady del proprio mondo, uomini e donne che, per diritto di nascita, o per semplice intraprendenza personale, riuscivano a riservarsi una certa area di influenza, quota di potere quietamente tollerata anche dai sovrani in quanto, obiettivamente, sarebbe stato per loro più facile accettare simile presenza, trovando ragione di che guadagnarci dal loro operato, rispetto a opporsi a loro, in termini che, altrimenti, avrebbero generato sicuramente situazioni problematiche.
« A partire dalla gestione della prostituzione, dello spaccio e delle estorsioni, piccole attività volte ad assicurare, comunque, una solida base economica diffusa in maniera capillare pressoché ovunque; i principali interessi di questa organizzazione non escludono comunque molto altro, in misure estremamente più importanti… » iniziò a elencare, in un discorso che, alla donna, apparve ancora squisitamente distante dalla propria vicenda o, anche, dalla vicenda dei due bambini da lei eletti a propri protetti, e che, allora, avrebbe avuto a dover essere impegnata a ricercare, allorché perdere tempo in quella maniera « … come la tratta di schiavi, soprattutto in quei mondi nei quali, pur essendo formalmente abolita, la schiavitù ha a doversi ritrovare inalterata nel proprio concetto, nel proprio valore, e presentata sotto altri nomi; la ricerca e il traffico di nuove sostanze stupefacenti, che a costi di produzione sempre più ridotti, possano assicurare una dipendenza pressoché immediata dalle stesse, generando sempre nuovi mercati entro i quali poter accrescere il proprio potere; o il commercio di armi di distruzione di massa, ideali per soddisfare le esigenze più belligeranti di molti governi autoritari che non riescono a concepire la diplomazia come soluzione ai propri problemi. »
« Armi di distruzione di massa…? » esitò ella, intuendo il significato di quelle parole e, ciò non di meno, non avendo alcun pregresso personale con quella particolare associazione di significanti, tale da poter temere di non riuscire a comprendere con precisione l’intera questione.
Per sua fortuna, comunque, il suo interlocutore interpretò quell’interrogativo qual volto a richiedergli qualche esemplificazione di dettaglio a tal riguardo, ragione per la quale, rapidamente, volle puntualizzare: « Non ci sono conferme ufficiali, come non potrebbero mai esserci a tal riguardo… ma è diffuso il sospetto che esista una connessione fra le attività di questa organizzazione e l’origine stessa della Sezione I. »

Midda non avrebbe dovuto conoscere nulla nel merito della Sezione I, se la sua vita avesse avuto occasione di svilupparsi lungo un percorso lineare, nel corso del tempo, al pari di quelle di qualunque altro essere vivente. Ciò non di meno, in passato, ella aveva avuto occasione sia di violare le leggi stesse del tempo, in esperienze la memoria delle quali le era stata rimossa per intervento stesso della fenice, sia di aprire degli squarci sul proprio futuro, visioni che le avevano concesso delle complesse anteprime su quanto il destino avrebbe potuto riservarle negli anni a venire… visioni che, ineluttabilmente, avevano compreso anche il suo futuro a bordo della Kasta Hamina, concedendole di conoscere, ben prima del tempo appropriato, quella complessa realtà, nonché alcuni dei propri compagni di viaggio, di coloro, ormai, divenuti la sua attuale famiglia. Futuri non definiti, non assoluti, quelli sui quali ella aveva avuto occasione di proiettare la propria mente, la propria conoscenza, così come dimostrato dalla presenza, nella propria attuale quotidianità, di Be’Sihl o di Lys’sh, protagonisti assenti da quel lungo sogno, e, ciò non di meno, futuri concreti nella loro empiricità, tali dal concederle ancora una conoscenza pregressa su argomenti innanzi ai quali, altrimenti, avrebbe avuto a doversi considerare del tutto inconsapevole.
Così, ella non soltanto avrebbe potuto vantare perfetta cognizione di cosa fosse la Sezione I, ma, ancor più, aveva anche memoria di uno scontro ancor non avvenuto, e che, forse, mai sarebbe stato tale, fra lei e alcuni mercenari della Sezione I. Scontro che, obiettivamente, avrebbe anche preferito evitare di rivivere…

« Ancora mi sfugge in quali termini possa esserci un qualche genere di rapporto fra questa fantomatica organizzazione e la sottoscritta… » dichiarò la Figlia di Marr’Mahew, cercando di dimostrarsi quanto più possibile indifferente a confronto con quell’ultima rivelazione, che pur le aveva concesso un buon quadro d’insieme sul significato da attribuire alle parole “armi di distruzione di massa”.

giovedì 26 ottobre 2017

2350


« Continua a chiamarmi “rossa” e, temo, che potrei comunque spappolarti la testa come un melone maturo… che io abbia domande o meno da farti. » lo volle avvisare la donna guerriero, non tanto per disapprovazione verso quel nomignolo, quanto e piuttosto per la confidenza gratuita che quell’uomo si stava concedendo con lei, al punto tale, fra l’altro, da affibbiarle simile appellativo « Non so se mi sono spiegata… » soggiunse, in termini assolutamente retorici, ben certa di essersi spiegata e, ciò non di meno, desiderosa di poter udire una qualche conferma da parte sua, a dimostrare intendimento a tal riguardo.
« Ritengo che tu sia stata squisitamente chiara… » confermò l’uomo, accennando appena un lieve movimento affermativo del capo, tuttavia ostacolato, in tal senso, dalla ferma presa di lei che non gli concesse possibilità alcuna a tal riguardo « Come desideri che ti abbia a chiamare, pertanto…?! »
« Io faccio le domande. Tu rispondi. » lo corresse l’altra, iniziando a intuire quanto, quell’uomo, e il dialogo con lui, avrebbe probabilmente rappresentato una spiacevole spina nel fianco a margine di quella giornata già sufficientemente complicata, dal momento in cui, già in quelle poche, prime parole, nonché nelle scelte da lui compiute, stava trasparendo una certa sicumera da parte sua, una decisa arroganza a confronto con la quale, ineluttabilmente, quel confronto si sarebbe trasformato in un continuo battibecco fra loro, se solo ella gliene avesse concessa l’opportunità « Chi sei? »
« Sei consapevole che, per rispondere a questa domanda, da millenni i filosofi di mezzo universo si stanno lambiccando le meningi senza successo alcuno…?! » replicò tuttavia l’altro, cercando di scuotere il capo e, ciò non di meno, non riservandosi maggior successo rispetto al movimento precedente, nell’inviolabile morsa di lei, in tal maniera, forse, implicitamente analizzata per meglio comprendere se e come avrebbe potuto concedersi qualche libertà d’azione « Non puoi iniziare un interrogatorio, per il successo del quale mi stai, fra l’altro, minacciando di morte, con una domanda esistenziale… tanto varrebbe ammazzarmi subito e risparmiare a entrambi ulteriori discussioni. »
« E’ inutile che fai tanto lo splendido… » lo rimproverò l’ex-mercenaria, storcendo per un istante le labbra verso il basso, nel ritrovare, in quel sarcasmo, in quei modi stranamente tranquilli anche in un contesto nel quale non avrebbero avuto a poter essere, un certo parallelismo con il proprio mai amato e semidivino sposo, Desmair, l’arroganza del quale, solo in grazia alla sua morte e, successivamente, a un dispositivo inibitore posto attorno al collo del suo amato Be’Sihl, nel corpo del quale l’animo del semidio aveva sgradevolmente trovato rifugio, ella aveva potuto iniziare a dimenticare… arroganza che, tuttavia, in quel mentre sembrava star venendole offerta in tutta la propria più classica esuberanza « Hai ben inteso la domanda… quindi, rispondi! » gli suggerì, incrementando di un’infinitesimale frazione la pressione esercitata dalle proprie dita attorno al suo cranio, a trasmettergli, in maniera speranzosamente efficace il messaggio che già aveva tentato di comunicargli, nel merito dell’importanza della sua collaborazione, e che, evidentemente, non era giunto a destinazione.
« Mi chiamano Reel. Reel Bannihil. » si affrettò a rispondere l’uomo, evidentemente tutt’altro che indifferente a quell’incremento di forza da parte di lei e, altrettanto evidentemente, desideroso di conservarsi in vita in misura indubbiamente maggiore rispetto a quanto i suoi toni precedenti non avrebbero potuto lasciar percepire « Se non ti fidi, posso farti vedere i miei documenti… ma sono nella tasca interiore della giacca e, in questo momento, temo che un qualunque mio gesto volto a porre una mano lì sotto potrebbe costarmi caro. » sottolineò, confermando il suo sincero attaccamento alla propria quotidianità, con tutti i suoi pregi ed eventuali difetti.
« Sì… meglio per te evitare, per ora. Sai… è una protesi molto sensibile, è da poco che la possiedo e, a volte, sfugge al mio controllo. » mentì, da abile bugiarda, senza lasciar trasparire la benché minima esitazione a discriminare quella propria fola laddove, benché fossero assolutamente bere le prime due asserzioni, l’ultima affermazione avrebbe avuto a doversi considerare del tutto priva di fondamento, avendo potuto ella vantare sin dall’inizio una straordinaria confidenza con quell’arto artificiale « Non vorrei che tu perdessi la testa per un nonnulla… » osservò, ironica in quell’ultima precisazione, nel giocare sul doppio significato della frase così formulata.

Sino a quel momento, in verità, la piega intrapresa dagli eventi non avrebbe avuto a potersi intendere particolarmente negativa, al di là del contesto proprio di quella scena: la Figlia di Marr’Mahew era infatti riuscita a riappropriarsi, in maniera abbastanza semplice, del controllo della questione e, in ciò, di ciò, non avrebbe potuto ovviare a considerarsi quantomeno soddisfatta. Inutile a sottolinearsi, poi, quanto, se ella non fosse stata praticamente certa del fatto che, al di là del suo campo visivo, il suo interlocutore, ancora innanzi a lei voltato di spalle, avesse avuto a doversi riconoscere qual contraddistinto, sul proprio volto, da un sorriso sornione che ben volentieri gli avrebbe strappato dal viso a suon di schiaffi, la situazione sarebbe sicuramente potuta essere considerata migliore… ma, in fondo, quello avrebbe avuto a dover essere giustamente riconosciuto soltanto qual l’ultimo dettaglio di una sin troppo lunga lista di particolari che, con il proverbiale senno di poi, ella avrebbe potuto preferire declinare in ben diverse accezioni, a incominciare dalla non banale esperienza di essere folgorata alle spalle dal colpo di un’arma al plasma.
Cercando, come sempre nella propria quotidiana esistenza, di vivere nel momento presente, senza obliare al passato ma senza neppur dimenticare quanto esso, ormai, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual immutabile e, quindi, sostanzialmente indifferente a qualunque recriminazione, rimpianto o rimorso, ella mantenne la propria attenzione concentrata sul proprio interlocutore. E su quanto, ancora, egli avrebbe avuto a poterle raccontare…

« Spiritosa… molto spiritosa. » commentò egli, non trascurando di porre l’accento su quanto, da parte sua, vi fosse stato un evidente tentativo di ironia, in ciò implicitamente criticandolo salvo, un attimo dopo, correggere i propri toni, e il proprio approccio, a fronte di un ulteriore, lieve, incremento di pressione attorno alla sua scatola cranica « In effetti io adoro il sarcasmo nelle ragazze… è una delle mie caratteristiche preferite! » si affrettò a evidenziare, spudorato nei toni di quell’evidente falsità, a confronto con la quale, tuttavia, ella non poté che intendere una volontaria umiliazione volta a ottenere il suo perdono e, in questo, la sua pietà, non tanto a livello metaforico, ma squisitamente fisico, pratico, tale per cui, altrimenti, la sua stessa sopravvivenza avrebbe avuto a potersi considerare a rischio.
« Basta così. » lo zittì ella, non desiderando protrarre quel blaterare ancora a lungo « Reel Bannihil, quindi. » ripeté il suo nome, a prendere maggiore confidenza con esso « Bene… Reel. Ora hai voglia di spiegarmi per quale ragione tu mi abbia condotta qui, mi abbia spogliata di tutte le mie cose e dei miei vestiti, e mi abbia curata? Sempre ammesso che, effettivamente, tu mi abbia curata… » puntualizzò l’ex-mercenaria, non volendo dar per scontato neppure quella che avrebbe avuto a potersi considerare con sufficiente sicurezza una verità di fatto, giacché, al di là dell’orrenda condizione estetica della sua schiena, il dolore che avrebbe allor dovuto provare non sembrava star coinvolgendola, né inibendole i movimenti.
« Risponderti che è stato un puro caso, che passavo di lì per sbaglio e che, nel vedere che avevi bisogno di un aiuto, te l’ho offerto… non sarebbe credibile, vero?! » constatò l’uomo, ovviando in tal modo a spendersi inutilmente in simili menzogne, laddove, in tal caso, troppo semplice, troppo banale sarebbe stato per lei comprendere la fola proposta e, in questo, irritarsi al punto tale da decidere, eventualmente, di non avere più bisogno di lui, ponendo in tal maniera fine alla sua vita.
« In effetti io adoro la sagacia nei ragazzi… è una delle mie caratteristiche preferite! » gli fece verso il capo della sicurezza della Kasta Hamina, scuotendo appena la testa a confermare quanto, quella soluzione, non avesse a doversi giudicare attuabile da parte sua… non, quantomeno, desiderando conservare il proprio attuale stato di salute « Ora inizia a parlare e pondera attentamente quello che mi dirai… perché, francamente, inizio a essere un po’ stanca di restare qui in piedi con il braccio teso. E immagino che tu non voglia che io abbia a decidere di volermene andar via senza darti la possibilità di parlarmi. »

mercoledì 25 ottobre 2017

2349


Avanzando con passo leggero, certamente non quanto quello della sua amica Lys’sh, la quale, nella propria natura ofidiana, si sarebbe dimostrata in grado di giungere a fianco di chiunque senza minimamente suggerire la propria presenza, e pur, egualmente, capace di rifuggire all’attenzione della maggior parte delle persone e non soltanto, in un’abilità, una capacità affinata in grazia di una vita intera in costante sfida a uomini, mostri e, talvolta, persino dei; la donna guerriero iniziò ad attraversare il corridoio, decisa a conquistare con la maggior discrezione possibile un’idea più chiara, più completa nel merito della propria attuale collocazione e, ancor più, del proprio supposto anfitrione… o carceriere che dir si sarebbe dovuto.
Al di fuori della stanza ove ella si era risvegliata, anche il resto dell’appartamento, perché tale avrebbe avuto indubbiamente a dover essere giudicato essere, appariva contraddistinto da un ambiente non meno immacolato rispetto alla camera dalla quale era appena uscita, caratterizzato sempre e comunque da quelle tonalità di bianco tanto costante, tanto ossessivo da risultar persino fastidioso allo sguardo, e da non permettere di immaginare quel luogo qual realmente abitato, qual effettivamente vissuto. Per quanto tutt’altro che indiscutibile, soprattutto nella propria particolare scelta cromatica, il buon gusto proprio di quell’arredamento non avrebbe potuto essere comunque ignorato da un eventuale estimatore di tal genere di dettagli, in misura tale da far apparire quel luogo più simile a una sorta di allestimento scenico ancor prima che a una casa in cui vivere, o laddove qualcuno potesse aver mai vissuto prima di allora, in un’immagine quasi perfetta per la copertina di un catalogo di moda alla quale aggiungere soltanto qualche vecchio libro, una pianta, un piatto di biscotti e un paio di cornici argentate con famigliole artefatte, per offrire quel falso senso di domestico pur tanto apprezzato dal pubblico, e al quale, paradossalmente, in molti avrebbero sicuramente finito per ispirarsi nelle proprie stesse abitazioni, rinunciando all’originalità intrinseca nella propria individualità, in quei particolari sicuramente non perfetta, probabilmente meno elegante, e pur atta a definire l’incolmabile distanza fra una vita reale e quella realtà virtuale in favore della quale, pur, quegli stessi molti, non avrebbero voluto ovviare a tendere in tutto ciò. E tutt’altro che persa in un simile flusso di pensiero, in grazia dello stesso la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco non avrebbe potuto mancare di constatare quanto, quel luogo, quell’appartamento, probabilmente avrebbe avuto a dover, quindi e comunque, ricadere all’interno di quel ventaglio di possibilità comprendenti la trappola e la prigione, nel risultar troppo fasullo, troppo arrangiato a regola d’arte, per poter suggerire altre, e sicuramente più apprezzabili, eventualità.
Seguendo il leggero fischiettare, quindi, ella ebbe ad avviarsi attraverso il soggiorno in direzione di quella che aveva presunto essere la cucina e che si dimostrò essere tale, benché, in coerenza con il resto dell’abitazione, anch’essa si poneva sostanzialmente nuova, addirittura immacolata, al punto tale che qualunque speranza di poter assaporare, nell’aria, il profumo di qualche possibile pietanza, nel contempo di ciò cucinata, ebbe a essere repentinamente esclusa, nel confronto con una verità dei fatti decisamente meno romantica di quella a cui, probabilmente, in un simile contesto il suo amato Be’Sihl si sarebbe riservato occasione di premurarsi a offrirle al suo risveglio. Perché lì, effettivamente, avrebbe avuto a dover essere identificato un uomo presente, e presente, persino, a ridosso del tavolo da pranzo, ma, così seduto, volgendole le spalle, dedito, ancor prima che a qualche attività culinaria, al quieto temporeggiamento, e temporeggiamento per mezzo di uno degli stessi, consueti, dispositivi elettronici ai quali tutti gli abitanti di quel pianeta, o quantomeno di quella città, sembravano essersi votati, nel muovere distrattamente un dito sopra lo schermo di quel terminale portatile a distrarre la propria attenzione con uno stupido gioco. E se già, simile contesto, non avrebbe potuto apparire particolarmente edificante ai suoi occhi, la situazione non ebbe a migliorare nel momento in cui, il suo sguardo, ebbe a spaziare sul ripiano del tavolo innanzi a lui, dove poté riconoscere, squisitamente ordinati su un criterio dimensionale, tutte le lame con le quali ella si era equipaggiata prima di lasciare la Kasta Hamina per quella visita al pianeta, nonché il suo comunicatore, il suo traduttore, e ogni altro suo effetto personale, in quel mentre, chiaramente, non soltanto esposti ma, anche e ancor più, attentamente catalogati. Laddove, fortunatamente o sfortunatamente a seconda dei punti di vista, i suoi effetti personali avrebbero avuto a poter essere lì ritrovati; alcuna evidente traccia, altresì, avrebbe avuto a dover essere considerata presente a riguardo dei suoi abiti, nel merito dei quali, forse, il suo misterioso carceriere, qual sempre di più avrebbe potuto essere riconosciuto, non aveva dimostrato egual premura volta all’ordinata conservazione.
Sempre più giudicabile al pari di una prigione, dorata… anzi, di bianco avorio, e pur sempre una prigione, quell’appartamento, al pari del suo ipotetico secondino, appariva tuttavia decisamente inadeguato a tale compito, a meno di non voler dimostrare un’incommensurabile mancanza di stima in favore alle sue capacità offensive, alle sue possibilità di ribellione. L’essere stata lasciata semplicemente a riposo su un letto, in una camera qualsiasi, dietro a una porta non chiusa a chiave, e all’interno del medesimo spazio vitale con il suo custode, quest’ultimo, tuttavia, neppure particolarmente attento alle condizioni nelle quali ella avrebbe avuto a doversi considerare, al punto tale da averle permesso di riprendersi e di arrivare a meno di tre piedi alle sue spalle senza veder scatenato, in questo, alcun allarme; avrebbe avuto a poter essere giudicato qual una spiacevole, una sgradevolissima sottovalutazione a suo discapito, per la quale, allora, rompere l’osso dell’uomo innanzi a lei, lasciandogli appena il tempo di comprendere cosa stesse accadendo, sarebbe stato quasi un atto dovuto, un modo per punirlo di quanto malamente compiuto. Ciò non di meno, ove ella lo avesse così semplicemente ucciso, non avrebbe mai avuto possibilità di comprendere i retroscena di tutto ciò, retroscena che, forse, si sarebbero rivelati estremamente banali, proponendole semplicemente un maniaco desideroso di abusare di lei e che, in tal senso, ne avrebbero visto l’esistenza in vita rapidamente terminata; ma che forse, altresì, avrebbero saputo dimostrarsi più interessanti, e tali da rendere un errore strategico, da parte sua, rinunciare a simile informazione in maniera tanto avventata.
Ritrovatasi a essere, a fronte di quella situazione, sì nuda, e pur non disarmata, ella scelse di procedere allora nella maniera più prudente possibile nel confronto con il proprio supposto carceriere, avanzando verso di lui ancora per un paio di passi e, giunta alle sue spalle, sollevando il proprio braccio destro all’altezza del suo capo, per andare ad appoggiare sulla parte superiore del suo cranio la sua intera mano in freddo metallo, imponendo, attraverso le proprie dita, una leggerissima pressione che pur, nel tempo proprio di un battito di ciglia, avrebbe potuto trasformarsi in una morsa letale, infrangendo, senza fatica alcuna, quella scatola cranica e il cervello al suo interno: una soluzione tutt’altro che priva di violenza o di brutalità, quella in simil maniera promessa, e che pur, ella non si sarebbe riservata la benché minima esitazione a adottare nel momento in cui fosse stato necessario, avendo avuto occasione, nel corso della propria vita, di ricorrere a soluzioni estremamente più sanguinarie di quella che, in tal modo, avrebbe potuto lì presto occorrere.
E se pur, sino all’ultimo, nel proprio quieto fischiettare, e nell’attenzione rivolta al proprio gioco, il suo anfitrione non si era accorto di nulla di quanto stava accadendo alle sue spalle; nel ritrovarsi la mano di lei appoggiata sopra la propria testa, con un paio delle sue dita, indice e medio, intente a dimostrare la propria non trascurabile presenza sulla sua fronte, egli non poté ovviare a maturare consapevolezza della situazione lì presente, cessando immediatamente ogni melodia e mantenendosi, allor, immobile persino nei movimenti sullo schermo del proprio dispositivo, nel mentre in cui, quasi qual una tardiva profezia, il medesimo gli annunciava di essere morto e, in ciò, di essere giunto alla fine del proprio gioco…

« Ah… sei tu, rossa…?! » esitò l’uomo, nel mentre in cui, fortunatamente per lui, sebbene riposto sul tavolo davanti a loro, il traduttore iniziò a fare il proprio dovere, adattando quelle parole in significati comprensibili alle orecchie dell’ex-mercenaria « Immagino che tu ti sia appena svegliata… e abbia qualche domanda da farmi. » ipotizzò, dimostrando, malgrado gli evidenti errori commessi nel concederle di arrivare tanto facilmente sino a lui, di non essere così idiota come ella avrebbe altrimenti potuto ritenerlo « O, quantomeno, lo spero… perché in caso contrario temo che potresti spappolarmi la testa come un melone troppo maturo. »

martedì 24 ottobre 2017

2348


Così rialzatasi a sedere sul letto, e a sedere, nella fattispecie, con i propri glutei sui talloni, ella si osservò attorno, incontrando con il proprio sguardo, oltre a due finestre e a una porta, tutti egualmente di vetro opacizzato, anche un ampio specchio, uno specchio sul quale ebbe occasione di contemplare la propria immagine riflessa, in grazia alla quale, oltre ad avere riprova della propria già compresa nudità, particolare che non avrebbe potuto né sconvolgerla, né tantomeno preoccuparla, nella quieta, serena accettazione che da lungo tempo, da sempre in pratica, avrebbe potuto vantare con il proprio stesso corpo, ella poté osservare la presenza di una sorta di pellicola azzurro trasparente applicata, quasi una seconda pelle, lungo tutta la metà superiore della propria schiena, a coprire quella che, immediatamente, non riuscì a essere riconosciuta qual una ferita gradevole… anzi. Qual effetto del colpo al plasma ricevuto, quel che ancora avrebbe potuto essere giudicato riconoscibile della sua epidermide si mostrava chiaramente fuso insieme alla sua carne, in una resa finale tutt’altro che piacevole allo sguardo, un’ustione terrificante che, sicuramente, doveva aver già veduto impostole un primo intervento chirurgico, ad asportare, allora, quanto parimenti, doveva essere stato precedentemente anche frammischiato con la stoffa dei suoi abiti, come comprovato dalla rimozione, in diversi punti, di quell’orrido ammasso, prima che, il tutto, fosse poi ricoperto da quello strato trasparente, di qualunque natura esso avesse a dover essere considerato.
Non provando in quel momento, comunque, particolare dolore, ella comprese poter essere una mossa sufficientemente intelligente quella volta a mantenere intatta quella strana medicazione, qual essa ebbe a considerare, premurandosi, piuttosto, di dedicare i propri sforzi a comprendere dove ella fosse stata condotta, come lì fosse giunta e, soprattutto, perché, nella sua confusa memoria a breve termine, avrebbe avuto a dover essere considerata presente l’immagine di El’Abeb o, quanto meno, l’ultima incarnazione di El’Abeb prima che egli divenisse tale, quand’ella ancora lo aveva conosciuto semplicemente come un guercio tranitha… un uomo che, in quel particolare momento, avrebbe avuto a doversi considerare a non meno di un intero universo di distanza da lei e che, per questo, certamente, non avrebbe potuto essere coinvolto nel suo soccorso. O nella sua cattura, a seconda di come, quella situazione, avesse avuto a dover essere riconosciuta.
Al di là del mobilio, e della biancheria da camera, il resto della stanza avrebbe avuto a dover essere analizzato qual fondamentalmente privo di qualunque altro accenno d’ornamento, in misura tale da farla sembrare prossima a una cella, se non fosse stato che nulla lì attorno, e, tantomeno, le porte e le finestre lì presenti, avrebbero potuto riservarsi coerenza alcuna con l’idea stessa di una cella. Pur non essendo mai stata ricoverata in un ospedale, la Figlia di Marr’Mahew non poté ovviare a supporre che, alla fine, quella avesse avuto a dover essere considerata, effettivamente, qual una camera d’ospedale e che lei, che potesse volerlo o meno, fosse alfine stata lì condotta, anche contro il proprio volere, al momento della sua perdita di coscienza. Nell’assenza, tuttavia, di qualunque genere di macchinario preposto al monitoraggio delle sue condizioni di salute, anche l’ipotesi di una stanza di ospedale avrebbe avuto a perdere parzialmente di valore, di credibilità, suggerendo la necessità di esplorare qualche diversa ipotesi, qualche altra soluzione, ma, al tempo stesso, in ciò, includendo una così amplia schiera di opportunità tale per cui decisamente difficile sarebbe stato riservarsi una qualunque possibilità volta all’azzardo, al punto tale da rendere qualunque sforzo a indovinare la realtà dei fatti un superfluo esercizio di stile, in alternativa al quale molto più semplice, diretto, immediato, sarebbe stato per lei andare a verificare, di persona, quanto potesse allor star circondandola.
Verificata la possibilità fisica a muoversi, e a muoversi con sufficiente coordinazione, e confermata l’assenza di qualunque abito, o assimilabile, lì attorno, fosse anche delle mutandine e un reggiseno o una canottiera, laddove anche il mobilio pur presente avrebbe avuto a doversi riconoscere egualmente vuoto al pari del resto della stanza, la donna guerriero, ormai alzatasi dal letto e pronta a muoversi al di fuori dei confini propri di quelle mura, escluse la possibilità di dimostrare sufficiente pudore per coprire le proprie nudità con il lenzuolo, avvolgendosi in esso, giacché, banalmente, tutto ciò le avrebbe ostacolato in maniera estremamente spiacevole i movimenti, in misura tale per cui, francamente, l’eventuale beneficio derivante non sarebbe riuscito a dimostrarsi superiore all’impiccio. E nel non ovviare alla semplice e sincera verità di quanto, comunque, anche l’eventuale beneficio a cercar di celare le proprie vergogne, avrebbe avuto a doversi considerare più per un suo eventuale interlocutore o avversario, ancor prima che per lei; assolutamente quieta avrebbe avuto a dover essere per lei riconosciuta la totale inutilità di una simile premura, al punto tale da ignorarne semplicemente la necessità.
Nuda, quindi, ma non inerme né tantomeno disarmata, laddove nella sua formazione personale al combattimento e alla guerra, nonché nella presenza del suo arto destro alimentato all’idrargirio, ella avrebbe avuto a doversi considerare ben più letale di un piccolo contingente militare, pur di soldati scelti, la Figlia di Marr’Mahew, splendida allora così come nel giorno in cui si era guadagnata simile titolo, si avviò con una certa discrezione verso la porta, già pronta ad agire con la forza necessaria per forzarla, o sfondarla, laddove, certamente, quel vetro non avrebbe rappresentato un ostacolo per la sua protesi cromata. Ciò non di meno, e non senza una certa sorpresa, ella non poté mancare di constatare quanto alcuna azione in tal senso le sarebbe stata richiesta, posta innanzi alla semplice verità di quanto, allora, quella soglia, quel passaggio, non fosse in alcun modo bloccato, garantendole, di conseguenza, la quieta possibilità a uscire da quella camera, camera che, a confronto con tale evidenza, certamente non avrebbe più potuto essere accomunata al ruolo di cella, laddove, altrimenti, avrebbe avuto a doversi considerare qual la cella più inutile dell’intero Creato.
Dischiudendo lentamente la porta, e rendendosi conto di quanto, allora, fosse a scorrimento, la donna iniziò a gettare il proprio sguardo oltre la medesima, francamente sempre più curiosa di poter comprendere ove accidenti fosse finita. E quanto vide ad attenderla là fuori non fu nulla di più complesso, nulla di più particolare o affascinante, dell’interno di un appartamento, un concetto con il quale, francamente, ella non avrebbe potuto vantare particolare confidenza, non avendo ovviamente mai vissuto in un contesto assimilabile, e, ciò non di meno, un concetto che non avrebbe avuto a doversi considerare per lei così ignoto, nell’essere altresì parte di tutti quei particolari aspetti della vita quotidiana al di fuori del suo pianeta natale che, nel corso di quell’ultimo anno, si era impegnata a scoprire, a esplorare, se non fisicamente, se non in prima persona, quantomeno attraverso materiale fotografico. Così, spingendo la propria attenzione oltre quella soglia e rendendosi conto di star osservando un corridoio di disimpegno, lungo il quale almeno altre tre porte avrebbero avuto a dover essere contate prima di giungere, sulla sua sinistra, a uno spazio più amplio, a una nuova stanza non celata alla vista e, probabilmente, assimilabile al soggiorno di quell’appartamento, ella non poté ovviare a formulare la domanda più semplice, e allor più corretta, che mai avrebbe potuto riservarsi: nell’appartamento di chi ella era capitata… o, per meglio dire, era stata condotta a sua più assoluta insaputa, approfittando del forse lungo, forse breve, impossibile in quel momento per lei valutarlo, momento di assenza involontariamente concessosi?
E, quasi a volerle offrire allora soddisfazione a tale quesito, a simile interrogativo, un leggero fischiettare catturò la sua attenzione in direzione del soggiorno e, in effetti, ancor più in là, verso qualche altra sala più avanti, forse la cucina, comprovando quanto, in quel mentre, ella non avrebbe avuto a doversi considerare sola all’interno di quell’appartamento. Una melodia allegra, e tutt’altro che ostile, quella che ebbe allora ad ascoltare, a fronte della quale pur non si volle riservare l’opportunità di mantenere alta la guardia, psicologicamente parlando, nell’essersi appena risvegliata da uno speranzosamente breve periodo di incoscienza proprio in chiara conseguenza a un assimilabile errore precedente, nel ripetere il quale, quindi, avrebbe soltanto dimostrato tutta la propria più palese stolidità, offrendo inappellabile ragione a coloro i quali, in qualunque pianeta o cultura, non avrebbero mancato di asserire l’esistenza di un rapporto di inversa proporzionalità fra la circonferenza della sua cassa toracica, compresa di seni, e il suo quoziente intellettivo.

lunedì 23 ottobre 2017

2347


Per Midda Namile Bontor, quanto ebbe a seguire venne vissuto come uno sgradevole déjà vu, nel ricordo di un altro momento, di un’altra occasione, molti anni prima, nel corso della quale ella si era ritrovata, colpita da un dardo, a ricadere, inerme, dalla cima di un palazzo.
Certo, all’epoca, due lustri prima, in quel di Kriarya, l’altezza propria di un palazzo avrebbe avuto a dover essere riconosciuta in termini decisamente inferiori rispetto a quelle a cui, lì a Thermora, o in altre città simili, avrebbero potuto sospingersi, termini nei quali, all’epoca, ella ebbe a sopravvivere, complice anche la morbidezza offerta dall’accumulo di immondizia nel vicolo sottostante, e che, se avessero avuto a equivalere a quelli delle straordinarie torri in vetro e metallo a lei circostanti, non difficile, ma addirittura impossibile, sarebbe stato per lei sperare in una nuova alba, nella certezza di quanto le sue carni, le sue membra, sarebbero necessariamente divenute poltiglia nell’incontro con la strada sottostante, precipitando da una distanza tanto elevata.
Al di là di simile, e pur corretta, considerazione, di tale osservazione sul differente contesto a margine di quanto accaduto, comunque, lo sgradevole déjà vu non avrebbe potuto essere lì ovviato. Un déjà vu non soltanto conseguente al confronto con l’idea di un vile attacco a distanza, impostole a totale tradimento e raggiuntala del tutto improvviso, inatteso, e speranzosamente letale; non soltanto nella sempre maggiore consapevolezza di una spiacevole ferita che, se non curata, se ignorata così come, forse stolidamente, si era voluta impegnare a riservarsi, nella propria fuga dai due paramedici, avrebbe potuto facilmente condurla alla morte; non soltanto nella certezza di aver appena perduto qualcosa di importante, di essersi appena vista sottrarre impunemente delle vite che si era più o meno esplicitamente impegnata a proteggere, all’epoca incarnata da una giovane donna di nome Camne Marge, e allora quella coppia di pargoli indifesi, Tagae e Liagu; ma anche, a completare il quadro già sufficientemente abbondante di ripetuti dettagli, nella presenza di una voluminosa ombra che ebbe a piegarsi su di lei per accoglierla, per risollevarla da terra e portarla al sicuro nel momento in cui, ineluttabilmente, le forze finirono nuovamente per abbandonarla, vedendola crollare al suolo nell’oscurità di un vicolo dimenticato da tutti. Una voluminosa ombra che, mischiando il presente e il passato, ella non mancò di confondere e di confondere nelle sembianze di un antico avversario prima, alleato poi, e ancora avversario, e nuovamente alleato, colui che all’epoca di tale caduta, di simile spiacevole confronto con la morte, si era prodigato inaspettatamente in suo soccorso, e che ancora ella fraintese qual presente… benché, altresì, il proprietario di quella voluminosa ombra avrebbe avuto a dover essere considerato, riconosciuto, per ovvie ragioni, qual un soggetto completamente nuovo, un attore inedito all’interno della complessa trama della storia della sua vita.

« Guercio…?! » gemette ella, nel sovrapporre a quel viso sconosciuto quel volto del proprio passato, una faccia alla quale, paradossalmente, non aveva mai avuto occasione di associare un nome almeno fino a quando tale, medesimo, viso non era poi mutato, non era poi oscenamente cambiato, nell’assumere nuove fattezze, insieme a una nuova identità, e che, per questo, nella sua mente, nella sua memoria, altro non avrebbe potuto essere ricordato se non con quel non propriamente appagante appellativo volto a porre un accento non propriamente politicamente corretto sulla benda che celava l’assenza del suo occhio destro.
« Non so di cosa tu stia parlando, rossa… » replicò l’uomo, nel tempo presente, con una voce che, tuttavia, nel delirio di quel momento, nella confusione propria di quel contesto, a metà fra il presente e il passato, la sua mente non poté che confondere qual quella dell’altro uomo, di colui che, in tal maniera, in quell’unico sostantivo, era appena stato invocato « … ma, francamente, ora non è importante. »

Fuggire dalla custodia di due paramedici professionisti che, probabilmente, l’avrebbero condotta a un grande ospedale, per essere lì ricoverata e curata offrendole tutte le garanzie proprie di una struttura sanitaria pubblica, soltanto per sospingersi fra le braccia di un perfetto estraneo, scambiato, nel delirio del momento, per un antico alleato, e che pur avrebbe potuto essere chiunque, ivi inclusi uno psicopatico assassino, o uno stupratore, o quant’altro peggio, non avrebbe avuto a poter essere annoverata fra le più salubri idee attribuibili alla donna guerriero.
A sua blanda difesa, certamente, avrebbe avuto a dover essere considerato quanto quell’ultimo risvolto, quell’ultima evoluzione, in particolare, non avrebbe avuto a dover essere giudicata qual da lei premeditata, qual da lei effettivamente ricercata, laddove, certamente, dopo essere fuggita ai due paramedici, il suo primo, e solo, interesse, avrebbe avuto a dover essere considerato quello volto a ritrovare i due pargoli e, possibilmente, a uccidere, e uccidere con estremo e fantasioso impiego della violenza, chiunque li avesse rapiti e, in ciò, chiunque avesse cercato di ucciderla. Ciò non di meno, per quanto ella non avrebbe sicuramente ipotizzato, né desiderato, crollare fra le braccia di uno sconosciuto, tale fu quanto accadde… e quanto accadde, a enfatizzare la sua stolida responsabilità in quella questione, nell’aver richiesto probabilmente troppo al proprio corpo, troppo alle proprie membra stanche e, parimenti, troppo anche alla propria mente, soprattutto dopo la folgorazione alla quale era stata sottoposta, quella devastante carica che, per come sottolineato anche dai paramedici, avrebbe sicuramente ucciso chiunque altro e che, obiettivamente, non avrebbe dovuto risparmiare neppure lei.
Al di là, però, di quanto quell’idea non avrebbe avuto a dover essere considerata salubre, nonché dei pericoli ai quali, in tutto quello, ella avrebbe potuto involontariamente esporsi; gli dei, nella figura della sua amata Thyres, signora dei mari, della a lei associata Marr’Mahew, dea della guerra, o di qualunque altra figura immortale, si vollero evidentemente premurare di concederle ancora una volta un certa grazia, lì così come più di dieci anni prima, nel non destinarla a qualche sgradevole e prematura morte, nel non vederla imprigionata e fatta a pezzi da qualche maniaco omicida, o seviziata e violentata da un maniaco sessuale; ma nel porla piuttosto a confronto, in maniera del tutto inaspettata e per lei involontaria, con una figura lì casualmente comparsa in suo aiuto, in suo sostegno, in suo soccorso. Una figura che non soltanto ebbe quindi a premurarsi che nulla di male potesse succederle, ma che, ancor più, si prodigò al fine di non lasciarla morire, di non permettere al suo corpo di collassare a seguito del devastante trauma subito, riservandole quelle prime cure necessarie a permetterle, se non di riprendersi completamente, quanto meno di superare il tramonto e giungere viva a una nuova alba, riaprendo gli occhi e scoprendosi, tutto sommato, ancora in vita… e, per quanto possibile, in buona salute.

« Dei… » invocò in un filo di voce, mentre la luce di quel nuovo giorno, attraverso le palpebre appena dischiuse, sembrò impegnarsi a ferire le sue azzurre iridi, e le sue nere pupille, come una lama di fuoco.

Necessariamente confusa, obbligatoriamente disorientata, nel confronto con l’asettico ambiente a lei circostante, una stanza incredibilmente bianca e straordinariamente pulita, ornata con mobilio essenziale ed egualmente bianco, tanto quanto parimenti bianche avrebbero avuto a dover essere considerate le lenzuola all’interno delle quali ella si scoprì a giacere completamente nuda; Midda Bontor non si lasciò conquistare da alcun senso di panico o di spavento per la propria situazione, per la propria collocazione, certa di come la sua stessa esistenza in vita avrebbe avuto, allora, a dover essere considerata già al pari di un evento positivo, ed ebbe a concentrare, altresì, tutti i propri sforzi, tutti i propri pensieri, a cercar di ricostruire quanto fosse accaduto, oltre che ad analizzare l’ambiente a sé circostante per maturare, con esso, confidenza e, soprattutto, comprendere in qual maniera sarebbe stato più opportuno allontanarsi di lì.
Riconosciutasi in tutto ciò qual sdraiata prona, la donna guerriero mosse quindi, inizialmente in maniera incredibilmente lieve, tanto le braccia, quanto le gambe, ad assicurarsi di avere il controllo di tutte le proprie estremità, oltre che a possedere ancora tutte le proprie estremità, in carne e ossa o in metallo e servomotori, prima di ipotizzare una qualche azione più decisa, e un’azione volta a concederle di recuperare una posizione eretta, fosse anche, e solo, al fine di osservare in maniera più completa e approfondita dove accidenti potesse essere finita.

domenica 22 ottobre 2017

2346


« Non voglio farvi del male… »

Parole sincere, parole oneste, quelle in tal maniera pronunciate dalla donna guerriero, che non avrebbero avuto a doversi banalizzare qual un semplice tentativo volto a giustificare, in maniera quasi infantile, le sue azioni, quella sua difensiva aggressione a discapito di coloro i quali, pur, altro non stavano cercando di compiere se non prestarle soccorso, offrirle il proprio aiuto per la situazione nella quale ella si era ritrovata a essere, proprio malgrado e per propria esclusiva colpa, nell’aver sottovalutato, nell’aver ignorato la pur concreta minaccia rappresentata da quegli uomini in nero. Uomini in nero che, alla fine, a quanto avrebbe potuto dedurre dall’analisi dei due paramedici, non si erano neppur negati possibilità di tentare di ucciderla, di folgorarla attraverso l’attacco di un’arma al plasma non configurata allo scopo di stordirla, così come da lei inizialmente ipotizzato, ma addirittura nell’intento di ucciderla, di ridurla a un cumulo di cenere e carne bruciata. Fortunatamente, però, nel confronto con il miracolo accaduto, ella non avrebbe potuto ovviare a cogliere la complicità del proprio braccio meccanico, di quello straordinario e mirabile esempio dell’incredibile progresso tecnologico di quella nuova e più amplia concezione della realtà, un esempio allor alimentato da una piccola batteria all’idrargirio… una piccola batteria che, in quella giornata, malgrado le proprie dimensioni, avrebbe avuto a dover essere considerata qual principale responsabile della sua ostinata permanenza in vita, avendo avuto occasione, malgrado la propria collocazione periferica, di intervenire ad assorbire gran parte dell’aggressione, non negandole lesioni, non negandole di svenire e, ciò non di meno, garantendole ancora e generosamente un indomani, nella possibilità di tornare a combattere e a combattere per riscattare il proprio nome e il proprio orgoglio.
In tutto ciò, sinceramente, onestamente, ella non avrebbe mai voluto imporre danno alcuno ai paramedici. Ma, al tempo stesso, non avrebbe neppure potuto consentire loro di impedirle di rialzarsi e di allontanarsi, per porsi, immediatamente, sulle tracce dei due bambini, e dei loro rapitori, prima che, per l’appunto, simili tracce potessero svanire, sempre ammesso che tali già non fossero. Proprio malgrado, infatti, ella non avrebbe saputo dire, potuto valutare, per quanto tempo avesse perduto i sensi, per quanti secondi, minuti o, forse, ore, ella fosse rimasta priva d’ogni contatto con il mondo a sé circostante, offrendo, in tal senso, possibilità ai propri nemici, ai propri avversari, di allontanarsi, di trascinare chissà dove i suoi due protetti. Per quanto avrebbe potuto saperne, addirittura, essi avrebbero potuto ormai essere persino al di fuori dei confini di quella città, se non, addirittura, di quello stesso pianeta, in termini nel confronto con i quali, purtroppo, estremamente complicato, quasi impossibile, sarebbe stato riuscire a recuperarli. Dov’anche tuttavia, forse, lo svantaggio impostole avrebbe avuto a doversi riconoscere tanto sbilanciato in suo sfavore da rendere fondamentalmente impossibile ogni speranza di recupero, ella non avrebbe mai potuto accettare quietamente l’idea di una qualche resa, di una mera e quieta accettazione di quanto accaduto, passando oltre e facendo sereno ritorno alla propria nave e alla propria vita… non nel desiderio di conservare ancora la possibilità di guardarsi allo specchio senza provare, in ciò, vergogna per la propria immagine riflessa.
In probabile conseguenza di quanto accaduto, ancor più che alle parole di lei, nessuno, lì attorno, parve voler ipotizzare una qualunque nuova azione in direzione dell’ex-mercenaria: il pubblico lì radunatosi, ovviamente, continuò a riprendere l’intera scena, neppur per un istante colto da una qualche eventuale brama ti intervento nella questione; nel mentre in cui i due paramedici, sorpresi dalla reazione di lei, non soltanto non accomodante, ma addirittura violenta, si riservarono la possibilità di attendere, di esitare, frenati nelle proprie possibili fantasie d’azione dal timoroso dubbio per la violenza con la quale ella avrebbe potuto agire e reagire, coadiuvata dal suo arto artificiale. E Midda, ancora necessariamente confusa, ineluttabilmente debole, ferita nel fisico e nell’orgoglio, sola al centro di quella scena, raccolse a sé tutte le energie necessarie per rialzarsi in piedi e, ciondolante, per iniziare ad avviarsi verso la strada, incerta sulla direzione da prendere, insicura sulla possibile efficacia di quel tentativo e, ciò non di meno, desiderosa di proseguire oltre, con la speranza che, a ogni nuovo passo, la sua mente sarebbe riuscita a recuperare maggiore controllo sul suo corpo e, soprattutto, sulla realtà a lei circostante…

« … bravi ragazzi. » si limitò a commentare, in direzione dei due paramedici.

Purtroppo per lei, tuttavia, il maggiore della coppia, il veterano, non sembrò volerle concedere effettivamente possibilità di allontanarsi, di rifuggire alle loro premure, ragione per la quale, non appena ella gli voltò le spalle, egli estrasse da una tasca un piccolo dispositivo di sedazione, utilizzato nelle situazioni d’emergenza quando il paziente, tornato cosciente, avrebbe potuto riservarsi possibilità di azione a proprio stesso danno, in una situazione che, evidentemente, ebbe a giudicare più che appropriata per quel momento, per quel contesto. E, balzando in avanti, ebbe a mirare al collo della donna, l’unica parte del suo corpo lì scoperta e a sua disposizione, deciso a iniettarle il calmante, e a imporle una nuova perdita di coscienza prima che ella potesse rischiare di peggiorare il proprio già non piacevole stato di salute.
Tuttavia, se una volta, in quella giornata, ella era stata sorpresa, era stata raggiunta alle spalle e lì colpita a tradimento; la seconda occasione non ebbe a riservarsi egual successo, non laddove, per quanto intontita, per quanto confusa, ella non avrebbe potuto ovviare ad attendersi qualche reazione estrema da parte dei propri soccorritori a suo freno. Così, prima che l’uomo potesse rendersi conto di quanto lì stesse accadendo, ella si era lasciata nuovamente ricadere genuflessa a terra e, in luogo alle proprie spalle, al proprio collo, aveva allungato il proprio destro, per afferrare saldamente il braccio del proprio improvvisato aggressore e, lì stringerlo con forza sufficiente a obbligarlo ad allentare la presa sul proprio dispositivo, per poterlo, quindi, afferrare al volo con la mancina e, prima che egli potesse comprendere quanto stesse per accadere, rialzarsi e utilizzarlo su di lui, andando a colpirlo là dove egli aveva presunto di poter arrivare e iniettandogli, in conseguenza a ciò, il sedativo dritto nel collo.

« … ma… cos…?! » balbettò il paramedico, con occhi sgranati, non riuscendo a comprendere in che maniera, attraverso quale assurda dinamica, tutto quello fosse riuscito a essere reindirizzato a suo discapito, soprattutto per mano di una donna che avrebbe avuto a dover essere considerata, in quel frangente, più morta che viva.
« Presumo che non sia nulla di troppo grave… » ebbe a giustificarsi nella fermezza del proprio agire a ipotetico discapito del proprio soccorritore, a ribadire, ancora una volta, quanto ella non avrebbe avuto ragione alcuna per prendersela con loro e, in ciò, per aggredirli, così come, pur, si stava ritrovando costretta a compiere « … probabilmente farai solo un sonnellino, e fra non tanto ti sveglierai con un po’ di mal di testa. Nulla che io non abbia già in questo momento. » cercò di accennare un lieve sorriso, per quanto, effettivamente, l’emicrania in lei ancor imperante rese tal espressione più simile a una strana smorfia « Non avertene troppo a male. » lo invitò, sentendo il peso di lui precipitare inerme verso il suolo, ritrovandosi costretta, proprio malgrado, a lasciarlo andare, là dove, altrimenti, a sua volta sarebbe probabilmente ricaduta a terra insieme a lui.

Vanificato rapidamente quell’ultimo piano a suo discapito o, piuttosto e paradossalmente, in suo aiuto, la donna guerriero lasciò lì a terra il paramedico, nella certezza di quanto il suo compagno si sarebbe allor preso cura di lui, e riprese, zoppicante e incerta, a muoversi per allontanarsi da lì, per evadere all’attenzione di così tante persone, e chissà quante ancora da remoto, prima che, in tutto quello, i guai per lei potessero soltanto aumentare, nell’eventuale coinvolgimento di qualche esponente delle forze dell’ordine locali, i quali, probabilmente, non avrebbero accolto di buon grado la reazione da lei riservata a discapito dei propri soccorritori, declassandola, repentinamente, da vittima a carnefice.

sabato 21 ottobre 2017

2345


E sebbene, allora, quel secondo paramedico stesse dimostrando maggiore controllo rispetto all’altro, maggiore confidenza con la situazione e con quanto avrebbe dovuto essere compiuto nei riguardi della loro interlocutrice; egli non ebbe occasione di riportare un migliore successo nel confronto con l’attenzione, o con il rispetto nei confronti proprie parole concessa da parte della loro supposta paziente. Giacché ella, altresì decisamente impaziente di riprendersi e di riscattare il proprio orgoglio ferito nello sbaglio commesso, non si concesse né occasione di silenzio, né di freno innanzi a loro e ai loro pur non superflui consigli.
Dopotutto, e a minimizzare quella che, ancora una volta, avrebbe potuto essere condannata qual stolida arroganza da parte sua, nel mondo dal quale ella proveniva, nella sua realtà quotidiana, ad alcuno, né in una situazione pari alla sua, né in una situazione persino peggiore, sarebbe mai stato concesso, sarebbe mai stato riconosciuto il benché minimo aiuto, e non per disinteresse da parte del prossimo, quanto e piuttosto nella mera consapevolezza di quanto il malcapitato avrebbe avuto a dover trovare autonomamente la forza per reagire, alternativa a fronte della quale, altrimenti, presto o tardi il mondo, comunque, avrebbe a lui richiesto egual o peggiore tributo per l’aiuto in quel mentre ricevuto. A fronte di ogni ferita, a fronte di ogni estemporanea sconfitta, pertanto, Midda Bontor non avrebbe mai potuto concedersi occasione di indolente attesa per l’intervento di un cerusico, volto a restituirle la salute perduta, le energie sottrattele, giacché mai, tale aiuto, sarebbe per lei arrivato: a fronte di ogni ferita, a fronte di ogni estemporanea sconfitta, quindi, Midda Bontor avrebbe avuto a dover reagire, e reagire autonomamente, con la propria forza di volontà, innanzitutto, con il proprio spirito, la propria mente e il proprio cuore, e, successivamente, da essi trascinati, con il proprio corpo, allo scopo di trovare le energie per rialzarsi, per riprendersi e proseguire oltre. Anche quando sfregiata, mutilata e sventrata, così come era stata per mano della propria gemella Nissa, più di vent’anni prima, evento che avrebbe avuto a doverla fisicamente e psicologicamente distruggere e che, paradossalmente, aveva ottenuto l’effetto complementare di dar origine al suo stesso mito. Anche quando naufragata nel cuore di una tempesta e ritrovatasi, colpita da amnesia, sola e praticamente nuda su una piccola isola posta sotto l’assedio di feroci pirati, da lei ciò non di meno sistematicamente eliminati, con tale straordinario impeto da valerle il titolo di Figlia di Marr’Mahew. Anche quando piagata sotto il peso devastante di massicce catene, disidratata e affamata da un lungo cammino, circondata da guardie fra le fila delle quali non avevano avuto a mancare alcuni sadici elementi che, a suo discapito, alle sevizie così già impostele, avrebbero volentieri aggiunto anche uno stupro, da lei, malgrado tutto, impietosamente uccisi, a mani nude, con le unghie e con i denti, a fiera dimostrazione di quanto, ancora, non avrebbe avuto a dover essere considerata sconfitta.
E se tale, da sempre, era stata la sua vita, e il suo costretto modo di affrontarla, per guadagnarsi l’occasione di sopravvivere alla propria stessa quotidianità, nulla, allora, l’avrebbe fermata, nulla allora l’avrebbe rallentata a confronto con quanto, allora, l’avrebbe necessariamente attesa: non quella pur sconquassante scarica elettrica, non molto peggio. Perché, se alla fine di tutto quello, indubbiamente ella sarebbe crollata, riservandosi l’occasione e il tempo per permettere al proprio corpo e alla propria mente di riprendersi da quel sì definito “forte trauma elettrico”, nel tempo presente, allo stato attuale delle cose, ella avrebbe avuto altresì un’altra priorità a fronte della quale volgere tutta la propria attenzione, nella quale coinvolgere tutto il proprio interesse…

« I bambini… » ripeté, cercando di condurre la propria mente a ricordare i loro nomi, benché, in quanto accaduto, riuscire a formulare pensieri di senso compiuto, per lei, si stesse ancora dimostrando estremamente complesso « … dove sono i… bambini?! » domandò, nel mentre in cui, rammentando l’esistenza del proprio braccio destro, di quella protesi in lucente metallo cromato, ella dirottò in tal direzione, in tal senso, tutta la propria attenzione, tutto il proprio impegno volto a rialzarsi da terra, affidando alla straordinaria energia di quell’estremità, la sola che, obiettivamente, non avrebbe avuto a potersi considerare qual disturbata dagli eventi occorsi, il non facile compito di concederle di rialzarsi da terra, di recuperare una posizione eretta e lì di permetterle di riguadagnare l’autonomia violentemente sottrattale.
« Non sappiamo di alcun bambino, signora. » insistette il secondo paramedico, cercando di frenarla nel proprio intento, appoggiando delicatamente le mani sulle sue spalle per costringerla a restare a terra, per ostacolarla in quello che non avrebbe potuto ovviare a giudicare uno sciocco tentativo volto a rialzarsi, azione che, in quel momento, non le avrebbe sicuramente giovato « Lei è stata vittima di un’aggressione con un’arma al plasma: al centro della sua schiena è presente una grave bruciatura e, francamente, si può considerare estremamente fortunata a essere ancora in vita. Tuttavia, ora, lei ha bisogno di cure… ha bisogno di assistenza medica. »

Contrariata dall’insistenza di quel giovane, pur riconosciuto, allora, qual desideroso di concederle aiuto, di offrirle supporto e assistenza, la donna dagli occhi color ghiaccio, riuscita in quel momento a porsi genuflessa e ostacolata, in qualunque altro movimento, dall’insistenza, divenuta addirittura fisica, del suo interlocutore, appoggiò il più delicatamente possibile la propria mano destra, aperta, sul suo petto, per lì esercitare una certa pressione, nel non volergli imporre dolore o danno, ma nel desiderare, ciò non di meno, allontanarlo da sé. Allontanamento, quello da lei voluto, che la sua protesi non ebbe a negarle, nel respingere l’uomo, ineluttabilmente sorpreso, indietro di non meno di sei piedi.

« Siete due cari ragazzi… » commentò ella, recuperando, a ogni istante, un po’ più di controllo di sé, della propria voce e, più in generale, del proprio intero corpo, nel mentre in cui, l’avvertiva chiaramente, l’adrenalina stava iniziando nuovamente ad animarne le membra, nella furia che, in lei, stava rapidamente crescendo nei confronti di quanto avvenuto « E non desidero che vi possiate fare male… » puntualizzò, scuotendo appena il capo, nella volontà di escludere simile desiderio da parte sua « Ciò non di meno… devo ritrovare quei due bambini. Si stavano iniziando a fidare di me… e me li hanno portati via. »

Ovviamente, nulla di tutto quel discorso avrebbe potuto essere compreso da parte dei due paramedici, o delle altre persone, in quel momento, incuriosite dagli avvenimenti, non tanto per interesse personale, quanto nella volontà di riprendere quella scena attraverso i propri dispositivi elettronici e condividerla con amici e conoscenti, a dimostrazione degli eventi di cui, in quel momento, si trovavano a essere testimoni: ai loro sguardi, alla loro attenzione, una donna ferita aveva chiaramente bisogno di un aiuto e, forse e persino, avrebbe avuto a doversi allora considerare qual delirante, nell’evidente confusione della quale ella si stava dimostrando essere vittima. E, per quello che avrebbero avuto a dover giudicare essere il suo bene personale, i due paramedici, lì animati dalla volontà di far al meglio il proprio dovere, non avrebbero potuto concederle la libertà d’azione da lei così richiesta, così pretesa, non laddove essa avrebbe chiaramente potuto provocare, per lei, un danno, uno spiacevole peggioramento delle proprie condizioni, della propria salute, in termini che mai avrebbero potuto, in coscienza, accettare passivamente.
Così, prima che ella potesse rialzarsi, anche il paramedico più giovane accorse nuovamente a lei, imitando il tentativo supposto dal proprio collega veterano e, in ciò, tentando di trattenerla lì a terra, tuttavia peccando al contempo di passione e di ingenuità: passione nell’agire con eccessiva enfasi nei suoi confronti, scaricando forse troppa energia sulle sue spalle nel proprio approccio, e, in tal senso, costringendola a una smorfia di dolore per quanto ebbe così a subire; ingenuità nel ritenere di poter effettivamente riservarsi un successo migliore rispetto al suo compagno, ovviando a qualunque reazione da parte di lei, reazione che, altresì, non ebbe a tardare e a manifestarsi, nella fattispecie, in un gesto stizzito da parte della donna che, con meno delicatezza rispetto a quanto pocanzi riservatasi, ebbe a respingere il proprio primo, iniziale interlocutore con un deciso manrovescio, che se pur non avrebbe voluto imporgli danno, di certo non avrebbe neppure potuto fargli del bene, nel proiettarlo, repentinamente, a non meno di nove piedi da lei, a travolgere persino altre persone lì attorno.

venerdì 20 ottobre 2017

2344


L’idea di riservarsi un momento di serenità, seduti a un tavolino, mangiando un buon gelato e scambiando qualche chiacchiera più o meno scherzosa prima di giungere sino all’argomento più critico, al discorso più caldo, con la definizione dei problemi che avevano condotto alla rocambolesca fuga dei due pargoli dagli uomini in nero, avrebbe avuto probabilmente a doversi riconoscere qual una buona iniziativa da parte della donna guerriero, meno errata, meno sciocca di quanto ella stessa non avrebbe avuto occasione di reputare, complice la sua riconosciuta e del tutto assente esperienza con dei bambini… non quei due bambini in senso particolare, ma qualunque bambino, in termini più generali.
Probabilmente, se solo le fosse stata concessa tale occasione, se solo ella avesse avuto l’effettiva possibilità di arrivare a una gelateria, e lì di accomodarsi, lì di ordinare il dolce desiderato, scegliendo sul momento a quale possibile combinazione di gusti rivolgere la propria attenzione e lasciando giocare i due pargoli in tal senso, nel concedere loro di soddisfare i propri eventuali appetiti o, anche e soltanto, semplici capricci; ella sarebbe riuscita effettivamente a riservarsi la possibilità di un tranquillo confronto, arrivando a comprendere quanto fosse accaduto e in quale direzione, magari, sarebbe stato meglio agire, in quali strade avrebbe avuto senso avventurarsi per ovviare a nuove, future occasioni di guai a discapito dei due piccoli, restituendo loro la pace che quegli uomini in nero avevano offerto chiara dimostrazione di bramar loro negare. Probabilmente: un avverbio che, al suo interno, avrebbe avuto a poter esprimere tutta la più assoluta aleatorietà del caso, nella difficoltà, nell’incertezza della situazione all’interno della quale, che ella avrebbe potuto apprezzarlo o meno, comunque, avrebbe avuto a doversi riconoscere e che, forse, mancò con una certa superficialità di riconoscere, e di riconoscere in maniera adeguata, peccando di arroganza nei confronti dei propri avversari e, per questo, ritrovandosi punita e punita nel peggiore dei modi, nel venir aggredita a tradimento, alle spalle, da un’arma al plasma. Un’arma, quella che venne rivolta a suo discapito, che, per quanto moderata nella propria intensità, nella propria altrimenti letale irruenza, ebbe a riversare contro le sue carni e il suo cuore, nonché, contro il suo sistema nervoso e il suo cervello, una devastante scarica elettrica: una scarica elettrica che, sicuramente, come già comprovato, ella avrebbe anche potuto assorbire, avrebbe tranquillamente potuto incanalare attraverso il proprio arto destro ad alimentare, a energizzare la sua batteria all’idrargirio, e che, tuttavia, nel coglierla impreparata, nel raggiungerla così stolidamente distratta, ebbe a riservarsi il proprio intento originale, nel precipitarla in un baratro di tenebra senza neppure il tempo di bestemmiare il nome di qualche divinità, a ineluttabile sfogo contro quell’impietoso destino.
Così, allorché concedersi l’occasione di quel gelato, di quel momento di quanto più possibile sereno confronto con Tagae e Liagu, per scoprirne le storie personali, per esplorarne le vicende e per comprenderne le altresì più oscure dinamiche, Midda Namile Bontor, capo della sicurezza della Kasta Hamina, Figlia di Marr’Mahew, Ucciditrice di Dei, e molti altri altisonanti titoli, si vide privata d’ogni senso, e rigettata al suolo, sconquassata da dolorose contrazioni muscolari che pur, nel peggiore dei casi, avrebbero potuto persino definirne la morte, laddove avessero potuto raggiungere, avessero potuto coinvolgere il suo cuore…

Un sonno innaturale, un sonno privo di sogni, fu quello in cui ella ricadde, in un’esperienza nel confronto con la quale, spiacevole a dirsi, non avrebbe avuto a potersi considerare più propriamente abituata, nell’essere solita privare le persone di sensi, ancor prima che esserne ella stessa privata.
E quando, alfine, ella ebbe a riprendere contatto con il mondo a sé circostante, ebbe lì a trovarlo insolitamente affollato, laddove, in maniera decisamente inattesa, soprattutto nel confronto con le premesse iniziali, con quanto quell’intera città, in ognuno dei suoi abitanti, avesse già offerto palese dimostrazione di disinteresse, di fiera indifferenza nel confronto con la realtà medesima, nel preferirne un surrogato elettronico, qualcuno si doveva essere reso conto di quanto accaduto, o, comunque, del suo stato di necessità, forse addirittura inciampandole sopra, e doveva aver chiamato dei soccorsi, giacché, non soltanto ad accoglierla, ma persino a trarla al di fuori delle ombre, delle tenebre mentali nelle quali era stata precipitata, si presentò una coppia di paramedici, dediti alle manovre utili per rianimarla.

« Signora… riesce a sentirmi? » ebbe a domandarle un ragazzotto probabilmente più giovane di colui il quale, per molti anni, le aveva fatto da scudiero, l’unico che ella avesse mai accettato in un simile ruolo al proprio fianco, e lì eletto in virtù dell’impegno che egli aveva dimostrato nel riuscire a emanciparsi dalla propria precedente vita di garzone, animato dalla sola volontà, dall’unico desiderio, di offrire evidenza di essere degno di simile ruolo accanto a lei « Riesce a sentirmi? Se mi sente, chiuda le palpebre due volte… » la invitò, rivolgendosi a lei con quel particolare uso della terza persona singolare al quale, malgrado un anno già trascorso in quella nuova e più ampia concezione della realtà, ella non era ancora riuscita ad abituarsi, nella mera assenza di una simile forma di presunta cortesia nella propria cultura natia, nel proprio mondo d’origine « Signora…?! »

Qualcosa ella tentò allora di farfugliare, in parole che, tuttavia, risultarono tanto sbiascicate e prive di sonorità da risultare purtroppo del tutto incomprensibili anche al suo traduttore, il quale non fu in grado di riadattarle, in alcun modo.

« Non si sforzi di parlare, signora. » sconsigliò il giovane, scuotendo il capo e raccomandandola in tal senso, nell’intento di evitarle vani affaticamenti, almeno sino a quando le sue condizioni psicofisiche non fossero state accertate.

Per quanto precedentemente colta di sorpresa in termini nei quali, altrove, nel proprio mondo natio, sicuramente le sarebbero valsi la vita e che, altresì e fortunatamente, in quel più civilizzato pianeta, in quella più progredita cultura, le avrebbe soltanto lasciato un bel po’ di dolori fisici, oltre a un profondo senso di umiliazione; la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco non avrebbe mai potuto tollerare l’idea di restare lì indolente vittima delle circostanze, senza reagire in alcun modo e, soprattutto, senza neppur sapere cosa potesse essere accaduto ai due bambini, per quanto, in verità, abbastanza facile sarebbe stato ipotizzarlo, supporlo, così come egualmente semplice sarebbe stato ipotizzare chi, allora, potesse essere intervenuto a suo discapito, potesse averle imposto tutto quello. E così, con buona pace per le raccomandazioni propostele dal suo interlocutore, ella non soltanto si sforzò nuovamente di parlare, ma, anche, ebbe a cercare di riprendere prepotentemente controllo sul proprio stesso corpo, nel costringere tutti i propri muscoli a riattivarsi, a tornare a rispondere ai suoi stimoli, ai suoi ordini, animati più dalla sua straordinaria forza di volontà che da un’effettiva possibilità fisica in tal senso.

« Non… non sono una si… gnora. » riuscì a ripetersi, questa volta dando maggior corpo alla propria precedente affermazione, al punto tale da permettere anche al proprio traduttore di compiere il suo dovere e di riadattare le parole da lei pronunciate nella propria lingua natia in termini che fossero comprensibili anche alla coppia di paramedici, i quali non poterono ovviare a una certa sorpresa tanto per l’impegno da lei dimostrato nel parlare, quanto per la particolare presa di posizione da lei ricercata nello scandire quella particolare sentenza « Cosa è… accaduto… ai bambini?! » questionò, nel mentre in cui, non senza evidente fatica, non senza concreto sforzo, ella ebbe successo a contrarre i propri muscoli non in misura sufficiente a rialzarsi a sedere, dalla posizione supina nella quale era, quanto e comunque per rivoltarsi, per rigirarsi su un fianco e lì cercare un migliore approccio con il proprio pur chiaro intento « Chi mi ha… aggredita?! »
« Signora… » intervenne allora il secondo paramedico, più anziano rispetto al suo collega e, ciò non di meno, chiaramente più giovane di lei, non superando probabilmente i trenta, al più trentacinque anni « … lei ha subito un forte trauma elettrico: per il suo bene, dovrebbe restare immobile, almeno fino a quando non l’avremo condotta in un ospedale e sottoposta all’esame di un medico. » sancì, con tono quanto più possibile accomodante nei suoi riguardi.