Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

sabato 30 settembre 2017

2324


E a escludere, in tutto ciò, qualunque frenesia, qualunque possibile ansia, quelle attività, i lavori nei quali tutti loro si erano ritrovati ad essere, in tal maniera, distribuiti, non ebbero a occupare, banalmente, il resto di quella giornata, ma anche quasi tutto l’indomani, concedendo loro, necessariamente, tanto necessari momenti conviviali, quanto un’ineluttabile esigenza di riposo notturno, a nuova riprova di quanto, invero, alcuna urgenza avrebbe potuto essere intesa nella conclusione di quanto, allora, in corso. Dopo aver quindi riservato l’intera stiva del corpo centrale della Kasta Hamina ai loro ospiti scillariti, e dopo aver organizzato i turni di presenza in plancia al fine di non lasciare mai del tutto indifesa la nave, nel non voler concedere a un qualche possibile, e allo reale, avversario di aggredirli, gli uomini e le donne dell’equipaggio si dispersero ognuno nei propri alloggi, per affrontare quella che, consapevolmente, avrebbe potuto essere la loro ultima notte e che pur, non per questo, li avrebbe veduti privati del giusto riposo, o del riposo dei giusti, nella non minor consapevolezza di quanto, obiettivamente, ogni notte, nella vita di chiunque, avrebbe potuto essere l’ultima notte, a prescindere da qualunque condizione a contorno.
Nessuno fra loro, pertanto, ebbe motivazioni utili a privarsi della propria opportunità di riposo o, eventualmente, di un momento di intimità. Così come anche, non si rifiutarono occasione di rendere proprio Midda e Be’Sihl, nel loro alloggio.

« Mmm… giornata decisamente lunga quella di oggi… » ebbe a distendere stancamente i propri muscoli l’uomo, abbracciato supino, qual si trovava a essere, al nudo corpo della propria compagna, della propria amata, al termine di un impegnativo allenamento serale, qual, giocosamente, la stessa Ucciditrice di Dei aveva voluto pocanzi definire il loro amplesso, nel corso del quale ella aveva avuto occasione, ancora una volta, di comprovare quanto straordinaria avrebbe avuto a dover essere giudicata la sua resistenza fisica, l’energia per lei propria, non soltanto nel non essersi sottratta a tale momento ma, addirittura, nell’averlo esplicitamente richiesto al proprio amante, nell’assenza di qualunque inibizione in tal senso, qual mai, del resto, l’aveva caratterizzata anche in passato « … e, francamente, non riesco a capire dove tu abbia a trovare tutte queste forze. »
« Forse l’idrargirio nel mio braccio destro sta iniziando ad alimentare anche me… » ridacchiò l’ex-mercenaria, strofinandosi sensualmente lungo tutto il fianco del proprio interlocutore, simile a un furbo felino domestico intento ad attrarre l’attenzione del proprio supposto padrone, nel perseguire tuttavia, in tal dimostrazione d’affetto, solo e unicamente i propri scopi, i propri interessi « Cosa accade, mio caro? Inizi a sentirti troppo vecchio per certe cose…?! »
« Scherzi?! » protestò l’ex-locandiere, forse stuzzicato nel proprio orgoglio a una simile asserzione, al punto tale da reagire con un deciso colpo di reni tale da ribaltare completamente la situazione, nel farlo giungere, nuovamente, sopra il corpo della propria compagna, lì stando comunque attento a non gravare eccessivamente con il proprio peso, in una fisica complicità ormai meravigliosamente spontanea fra loro e, per la quale, egli non avrebbe potuto essere più contento, nell’aver rincorso quella particolare donna per una vita intera, prima di potersi, alfine, concedere un po’ di quotidianità al suo fianco, qual quella che, dall’altra parte dell’intero universo rispetto a dove entrambi erano nati e cresciuti, stava finalmente venendo loro garantita « Io mi stavo solamente preoccupando per te… sei tu che, per tutto il giorno, hai corso a destra e a manca, senza mai riservarti un attimo di riposo. » evidenziò, aggrottando la fronte e scandendo quelle parole sulle carnose labbra di lei, quasi ogni sillaba avesse a dover essere considerata un bacio « Io, come sempre negli ultimi lustri, sono rimasto ad aspettarti in cucina… »
« Non sai quanto abbia a poter essere considerato sensuale simile pensiero, per me. » sorrise, di rimando, la donna, ben accettando il gesto del proprio compagno e, anzi, approvandolo implicitamente in un rapido movimento delle proprie gambe, volto a intrappolarlo a sé, a bloccarlo nella posizione da lui conquistata, a dimostrare, forse, quanto, anche in quel frangente, anche in quella particolare situazione, ella non avrebbe mai avuto a dover essere fraintesa qual passivamente sottomessa ad alcuno, ma, piuttosto, qual vivacemente partecipe di qualunque iniziativa « E non ti sto canzonando… »
« Sapermi intento ad aspettarti in cucina sarebbe per te qualcosa di sensuale…? » cercò conferma Be’Sihl, cercando di non dimostrare eccessiva ilarità a quella frase, benché, obiettivamente, difficile sarebbe stato per lui non ridere a un’affermazione così bizzarra, soprattutto nel considerare il genere di donna, di guerriera, da parte della quale essa stava venendo proposta.
« Certo che sì! » annuì Midda, sollevando la propria mancina dietro la forte schiena di lui, accarezzandola, prima, con delicatezza e, poi, iniziando a solcarla con la punta delle proprie corte unghie le quali, pur non estendendosi al di là della lunghezza delle sue dita, avrebbero egualmente saputo graffiare ove opportunatamente premute, così come ella sapeva fare molto bene, e già, quella sera, aveva avuto occasione di dimostrare sulla sua pelle, in diversi punti del suo corpo, nei momenti di maggior piacere « Anche escludendo il fatto tutt’altro che privo di valore di come tu sia stato il primo, nonché l’unico, uomo ad aver mai cucinato per me… non sottovalutare l’evidenza di quanto attraente, per una randagia girovaga qual sono sempre stata, possa apparire, e sia sempre apparsa, l’idea di un punto fisso, di un rifugio sicuro, al quale sapere di poter fare comunque ritorno, alla fine di ogni viaggio. » argomentò ella, parlando con dolcezza straordinaria laddove pur, nel mentre di quelle parole, i suoi gesti sembravano altresì voler suggerire malizia, nell’aggressiva ricerca carnale per il corpo di lui.
« E il fatto che io, ora, stia viaggiando con te non ti disturba…?! » domandò, sollevandosi appena dal volto di lei, per poterla osservare dritta negli stupendi, e per i più temibili, occhi azzurri color ghiaccio, a richiedere, in ciò, una risposta sincera, benché sapesse quanto ella mai gli avrebbe concesso altro, a costo di apparire, in tal senso, persino spiacevolmente rude, non concependo la menzogna all’interno del loro rapporto, all’interno della loro relazione.
« Mmm… fammi pensare… » rifletté ella, lasciando scivolare la propria mano lungo la sua schiena fino a giungere ai suoi muscolosi glutei e, da lì, a scivolare lungo il fianco verso la sua mascolinità, a enfatizzare, in tal gesto, le parole che avrebbe pronunciato « … avere la possibilità di giacere ogni sera al tuo fianco, fare all’amore con te per poi dormire abbracciati sino all’inizio del nuovo giorno: no… direi che nella mia vita tante cose mi hanno disturbato, ma questa non dovrebbe rientrare nell’annovero. » sorrise, sorniona, nel mentre in cui, nei propri gesti, ebbe allora a volergli dimostrare quanto, per quella sera, per quella notte, le proprie energie non avrebbero avuto a dover essere ancor considerate qual del tutto consumate… non, quantomeno, nella misura utile a impedirle di pretendere nuove attenzioni da parte sua.

E Be’Sihl, ritrovatosi costretto a lasciar sfuggire dalle proprie labbra un breve gemito, decise di colmare immediatamente il divario fra loro, fra le loro labbra, per soffocare il proprio piacere nelle labbra amate, baciandola con dolce foga, l’unico genere di frenesia che, fra loro, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto quella notte, anche a confronto con l’eventualità della possibile condanna a morte che li avrebbe potuti attendere il giorno successivo.
Perché, in fondo, entrambi avevano già vissuto molte ultime notti, troppe ultime notti, per potersi permettere di considerare quella attuale qual realmente l’ultima, non nel minimizzare quanto sarebbe potuto avvenire, non nell’ignorare i pericoli che avrebbero potuto aver ad affrontare, ma nel non desiderare, banalmente, permettere al timore per la certa eventualità della morte di impedire loro di vivere, e di vivere ogni singolo giorno loro concesso, ogni singolo istante loro donato, nel migliore dei modi possibile, senza mai riservarsi rimpianti e cercando di ridurre al minimo i rimorsi, affinché, alfine, anche nel momento in cui l’ultima notte fosse realmente giunta, essa li avrebbe potuti trovare sereni… e, possibilmente, insieme, come anche erano felicemente in quel momento, in quella piccola cuccetta a bordo di una piccola nave mercantile dispersa nell’immensità dello spazio siderale.

venerdì 29 settembre 2017

2323


I preparativi che seguirono ebbero a dimostrarsi meno frenetici rispetto a quanto, chiunque, avrebbe potuto attendersi avrebbero avuto a essere, nel confronto emotivo con la particolare, estrema situazione nella quale la Kasta Hamina, e il suo equipaggio, si stava ponendo. Fosse stato, il loro, un racconto, un audiolibro o un film, sicuramente quell’ultimo capitolo, quell’ultima parte della loro avventura, sarebbe stata narrata con toni adrenalinici, in un crescendo d’ansia e di timori perfettamente esprimibili dall’incalzare continuo di corse, affanni, grida e quant’altro, a rappresentare, la loro, qual una lotta, una vera e propria battaglia, contro un nemico invisibile, un avversario che, allora, avrebbe potuto ucciderli tutti nell’eventualità che un solo gesto, un solo movimento, una sola scelta, si fosse dimostrata errata. Quella, tuttavia, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual la realtà… e nella realtà, talune situazioni utili a meglio catturare l’interesse di un lettore, ascoltatore o spettatore, avrebbero semplicemente fatto metaforicamente a pugni con una semplice, trasparente e incontestabile evidenza: in quel momento, in quel contesto, alcuna lotta, alcuna battaglia, avrebbe lì potuto sussistere in assenza di un nemico, visibile o invisibile, di un avversario bramoso di strappare loro la vita, giacché, in effetti, l’unico evento che avrebbe potuto dimostrarsi realmente qual potenzialmente destinato a ucciderli sarebbe stato proprio quello derivante dal completamento di quei preparativi e, con esso, dall’attuazione del piano concordato.
Ben consapevoli, tutti loro, in ciò, di star operando al solo, spiacevole scopo di sancire, nel migliore dei casi, il proprio ritorno alla civiltà o, nel peggiore, la fine del proprio cammino mortale, alcuno a bordo della Kasta Hamina avrebbe potuto avere effettiva urgenza di giungere a conclusione, rischiando di trascurare, magari in conseguenza di un approccio eccessivamente frettoloso, la propria mai apprezzabile prematura morte; ragione per la quale nessun ritmo sincopato ebbe a contraddistinguere quelle ore, nessuna frenesia ebbe a contraddistinguere quegli uomini e quelle donne, i quali, pur operando con diligenza e impegno al fine di predisporsi a quel rischioso tentativo, non trascurarono, comunque, di godere di ogni singolo istante lì ancora vissuto, assaporandoli uno alla volta, quasi fossero contraddistinti da un gusto squisito, quello proprio della migliore delle pietanze.
Il dottor Roro Ce’Shenn, decisamente incuriosito dalla presenza a bordo dei scillariti, e privo di qualche particolare incarico in quanto sarebbe stato allor necessario compiere, scelse di trascorrere quelle ore in compagnia delle loro ospiti, desideroso di scoprirne di più nel merito della loro natura. E le scillariti, dal canto proprio, approfittarono dell’occasione loro concessa nel confronto verbale con un umano, evento a dir poco straordinario per tutte loro, laddove, in alcun momento della loro storia, della storia della loro intera specie, era stata concessa una qualche occasione simile, ragione per cui, nel mentre in cui l’uno studiava le altre… le altre apprezzarono la possibilità di studiare l’uno, per comprenderne di più, per capire di più su coloro che avevano sempre considerato quali semplici predatori e che, tuttavia, forse, avrebbero potuto iniziare a concepire qual qualcosa di più di un mostro orrendo dal quale cercare speranza di salvezza.
La cuoca Thaare Kir Flann, che fra tutte avrebbe potuto considerarsi quella con maggiori possibili brame culinarie a discapito di delle magnose spaziali, ebbe modo di dimostrare quietamente quanto, anche da parte sua, al pari di qualunque altro membro di quell’equipaggio, i scillariti avrebbero avuto a doversi considerare più che i benvenuti lì a bordo, spendendo il proprio tempo, le proprie energie, e forse il proprio ultimo tempo, e forse le proprie ultime energie, a proseguire con la propria consueta attività, quella che la vedeva proclamata qual regina all’interno della cucina, non soltanto per tutti gli uomini e le donne abitualmente a lei facenti riferimento per almeno uno dei propri bisogni primari, quello del cibo, ma anche e ancor più per tutte le loro ospiti, in favore dell’alimentazione delle quali volle impegnarsi quasi, e forse, a dimostrare quanto non tutti i cuochi avrebbero avuto a dover essere considerato il male assoluto. E tale ebbe a considerarsi il carico di lavoro del quale ella si ritrovò investita, nel doversi premurare di un numero decisamente superiore alla propria consueta media, al punto tale che, malgrado ogni contrasto iniziale, ebbe a essere spontaneamente lei a richiedere a Be’Sihl Ahvn-Qa un’occasione di collaborazione, un qualche aiuto in quanto, allora, avrebbe avuto a dover essere compiuto, affidando a lui, in particolare, il non banale compito di sfamare gli uomini e le donne della Kasta Hamina e trattenendo per sé l’onore e l’onere di premurarsi per le loro nuove ospiti, e per i particolari fabbisogni alimentari che esse ebbero a condividere, quando interpellate a tal riguardo.
Mars Rani e Ragazzo, facendo proprio il compito di più bassa manovalanza fra quelli lì loro potenzialmente riservabili, ebbero a sostituire, alfine, Midda e Duva, nelle proprie lunghe passeggiate attraverso la sezione di coda della nave, gli enormi container a loro agganciati, animati dal non banale compito di raggiungere cercare un modo per porre rimedio ai danni riportati ai portelloni di tutte le sezioni violentemente attraversate da parte del gruppo di scillariti, non tanto per ragioni di mero ripristino dell’ordine lì altrimenti perduto, quanto e piuttosto per una più fondamentale messa in sicurezza della nave, giacché, nel momento in cui ogni sistema sarebbe stato riavviato, quei danni, quei portelloni ipoteticamente a tenuta stagna e, allor, ridotti a brandelli, non avessero a doversi scoprire qual fautori delle loro premature morti. Un lavoro sicuramente duro, un lavoro certamente impegnativo, e che li vide all’opera per diverse ore, ore nel corso delle quali, a non farsi mancare occasione di riaffrontare nuovamente quei corridoi, a mantenere alto il proprio ancor indiscusso primario in tal senso, Har-Lys’sha si volle premurare di raggiungerli, a intervalli regolari, per portare loro cibo e bevande, affinché tanto lavoro non avesse a lasciarli debilitati: e laddove, in tutto quello, qualcuno avrebbe potuto superficialmente giudicare in termini negativi la cortesia da lei rivolta ai propri compagni, criticando il suo impegno ad asservirsi qual banale comprimaria a protagonisti maschili con la più totale assenza di rispetto per la propria dignità femminile; simile logica, tale superficiale e ottusa osservazione, non l’avrebbe mai potuta turbare, sufficientemente consapevole della propria forza, del proprio orgoglio in quanto donna, da potersi permettere quietamente un gesto di solidarietà in favore dei propri compagni di viaggio senza, in questo, sentirsi in alcun modo stereotipata all’interno di un qualche misogino  patriarcato.
A Rula Taliqua e a Midda Bontor, così, venne affidato il completamento di tutte quelle attività tecniche alle quali, proprio malgrado, Mars si ritrovò costretto a sottrarsi, di preparazione al grande momento, all’esecuzione del piano ideato dal capitano e dal primo ufficiale, nel concludere il lavoro già iniziato, e ampiamente portato avanti, da parte del capo tecnico della nave di classe libellula, utile a garantire la possibilità di procedere con un azzardo tanto pericoloso, e altresì controindicato da parte di qualunque sistema della nave, al punto tale, per come già in accennato per voce dello stesso Lange, da rendere necessaria la rimozione della maggior parte dei blocchi di sicurezza, i quali mai avrebbero altresì permesso una totale privazione di alimentazione all'intera nave. Attività, quella nella quale ebbero così a ritrovarsi l’attuale moglie del capitano e il capo della sicurezza della Kasta Hamina, che ebbero a dover essere, e vennero magistralmente, condotte da parte non tanto dell’ultima arrivata a bordo di quella nave, e fondamentalmente ignorante non soltanto nel merito della medesima ma, più in generale, di tutta la tecnologia nella propria stessa concezione; quanto e piuttosto della stessa Rula, la quale, al di là di tutte le ingiustificate accuse a lei soventemente rivolte da parte di Duva, non avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual una sciocca dimostrazione di una qualche crisi di mezza età da parte del proprio ex-marito, avendo a dover essere riconosciuta, altresì, qual una donna contraddistinta da un intelletto vivace e poliedrico, qual solo, del resto, avrebbe potuto interessare, e affascinare, un uomo complesso al pari di Lange.
A Duva Nebiria, ancora convalescente per l’attacco subito, venne così imposto, in termini tutt’altro che semplici per lei, di ritornare a riposo, ovviando a stancarsi o a debilitarsi ulteriormente, giacché, nell’eventualità nella quale essi non fossero alfine morti, ella avrebbe avuto a doversi dimostrare nuovamente in forze non soltanto per riprendere il proprio ruolo, ma anche per affrontare qualunque altra sfida avrebbe potuto alfine essere loro offerta, sia in quel viaggio, già dimostratosi sufficientemente movimentato, sia al termine del medesimo che, per quanto avrebbe potuto loro attendere nella volontà di mantenere l’impegno con i scillariti, certo non sarebbe stato mai banale.

giovedì 28 settembre 2017

2322


Prima ancora, tuttavia, di aver a poter affrontare il problema del riconoscimento, sul fronte del complesso panorama politico interstellare, della specie dei scillariti qual effettivamente tale, qual specie senziente e, in questo, degna di veder riconoscere loro gli stessi diritti e doveri di qualunque altra specie senziente nell’universo conosciuto, qual quello a definire un’aggressione a proprio discapito qual un assassinio, un’aggressione a discapito di intere loro comunità qual un genocidio, e, soprattutto, l’eventuale consumo degli stessi qual meri alimenti al pari di un crimine orrendo, non dissimile da puro e semplice cannibalismo; gli uomini e le donne della Kasta Hamina, al pari dei loro nuovi amici, avrebbero avuto a dover affrontare un’altra questione più urgente, la questione relativa alla loro stessa sopravvivenza a quel viaggio, alla loro medesima possibilità di sopravvivere a bordo di una nave fondamentalmente alla deriva. Perché se pur, per l’appunto, l’ingresso della nave all’interno del campo di cosmiche aveva consentito ai scillariti di liberarsi e, in ciò, di ribellarsi al fato altrimenti per loro già definito; quel medesimo evento avrebbe potuto parimenti imporre loro una ben diversa agonia, forse più lenta, probabilmente non meno dolorosa, di qualunque altra sorte sarebbe stata altresì imposta loro, nel ritrovarsi condannati a morire di fame a bordo di quella che avrebbe fondamentalmente potuto tradursi in una spiacevole bara spaziale o, più probabilmente, un ampio mausoleo all’interno del quale, un giorno, forse, i loro corpi sarebbero stati ritrovati da qualcuno, quando, alfine, la nave fosse riuscita a ritornare, anche solo per inerzia, a contatto con la civiltà.
Ma se pur, allora, anche a tal proposito Lange non si sarebbe potuto definire privo di un piano, di una strategia, già condivisa, per inciso, non soltanto con Duva ma, anche, con Mars, quest’ultimo già impegnatosi al fine di tradurre simile idea in azione; tale piano non avrebbe avuto a doversi considerare necessariamente privo di rischi… al contrario: laddove, infatti, nella migliore delle opportunità, in grazia della riproposta di quanto già attuato in quel lontano passato nel sistema di Kolinar, la Kasta Hamina avrebbe potuto recuperare il perduto sfasamento quantistico e riprendere il viaggio interrotto; se qualcosa fosse andato storto, nel più amplio spettro di ipotesi alternative a quello così da loro sperato, l’eventualità propria di tradurre quella nave in un mausoleo si sarebbe improvvisamente resa estremamente concreta, assolutamente immediata, nella privazione non soltanto dei sistema perduto, ma di ogni altro sistema della nave, compreso il sistema di sopravvivenza, utile a permettere, banalmente, il riciclo dell’aria.  Alla luce di ciò, di simile possibilità di tragico fallimento, sebbene, nel proprio ruolo di capitano, Lange Rolamo non avrebbe avuto necessità di cercare il consenso del proprio equipaggio, laddove per compiere quanto pur sarebbe stato meglio per tutti loro dispersiva sarebbe stata qualunque eventuale applicazione di impropria democrazia a bordo della nave; quantomeno doverosa avrebbe avuto a dover essere, da parte sua, la condivisione del proprio piano, della propria idea, in termini tali per cui, se alla fine, spiacevolmente, drammaticamente, tragicamente, quello si fosse rivelato essere il loro ultimo viaggio insieme, di ciò potessero essere informati e consapevoli tutti quanti.
Una scelta, quella che in tal senso volle prendere il capitano, che non avrebbe avuto a dover essere considerata né ovvia, né scontata, né, tantomeno, obbligata, ma che, al contrario, avrebbe lì dovuto essere intesa qual tutt’altro che banale riconoscimento della fiducia di quell’uomo nel confronto del proprio equipaggio, con la certezza di quanto, anche in quella scelta, anche in quella decisione, essi lo avrebbero comunque supportato, a fronte di qualunque rischio, innanzi a qualunque possibile costo, nel patto di reciproca fiducia, di reciproco sostegno che, tutti loro, a bordo di quella nave, avevano avuto occasione di concordare in maniera implicita sin dal momento stesso del primo imbarco. Un altro capitano, su un’altra nave, magari di dimensioni maggiori, magari a capo di un equipaggio più ampio, e, forse, neppur un equipaggio da lui stesso selezionato nella singolarità dei propri elementi, nella specificità di ognuna delle risorse che, lì, avrebbe avuto a disposizione, non avrebbe mai avuto possibilità, necessità, o utilità, a condividere le proprie ragioni, le proprie scelte… non laddove, quantomeno, da tutto ciò, per lui, sarebbe ineluttabilmente derivato il rischio di opposizioni, di critiche, di proteste o, comunque, anche solo di dubbi che, nelle ore più buie, nei momenti peggiori, a nulla di positivo avrebbero potuto mai condurre. Ma a bordo della Kasta Hamina, quegli uomini e quelle donne non erano mai stati, semplicemente, membri di un equipaggio, né mai, tali, si erano considerati: la loro era una famiglia… e, come tale, anche nelle ore più buie, soprattutto nei momenti peggiori, sarebbero stati in gradi di unirsi maggiormente, superando qualunque vana divisione per agire, sempre e comunque, qual un'unica, coesa, entità.
E, così, sarebbe stata anche quella volta…

« Mars ha già iniziato a lavorare allo scopo di superare i blocchi di sicurezza necessari per permettere il riavvio del sistema di alimentazione della nave e, in ciò, di tutti gli altri sistemi. » terminò di illustrare, al termine del necessario preambolo volto a giustificare il perché di quella scelta « Il sistema di sopravvivenza, ovviamente, ha un blocco di alimentazione di sicurezza separato e, in questo, non resteremo neppure per un istante privi di nulla di vitale… ma tale blocco di alimentazione secondario, ovviamente, non è stato concepito per garantirci più di qualche giorno di autonomia in assenza del blocco primario. Motivo per il quale i rischi di cui vi ho parlato esistono… e sono concreti. » ribadì, a non permettere, ad alcuno, soprattutto ai loro ultimi acquisti, di fraintendere il significato delle sue parole « Tentando di riavviare il sistema di alimentazione principale della nave, posti all’interno di un campo di radiazioni qual ci troviamo, potremmo restare completamente privi di energia, perdendo innanzitutto ogni sistema collaterale, a partire  dai motori e dagli scudi, sino alla gravità artificiale… e, quindi, con il tempo, anche il sistema di sopravvivenza. » ripeté nuovamente, per l’ultima volta, osservando, uno a uno, i volti di tutti i propri compagni lì presenti, pronto a qualsivoglia reazione, pur non attendendone alcuna.

E se Rula, Ragazzo, Roro e Thaare, membri originali di quell’equipaggio, ebbero a reagire con semplice silenzio, nell’implicito consenso che, ineluttabilmente, avrebbero sempre offerto al proprio capitano; e Duva e Mars non ebbero ragione di esprimersi, laddove precedentemente informati a tal riguardo; in diversa maniera ebbero allora a reagire i tre nuovi acquisti di quell’equipaggio, non per una qualsivoglia sfiducia a discapito del loro interlocutore quanto, al contrario, per esprimere, in maniera esplicita e priva di qualsivoglia possibile ambiguità, la propria posizione in suo favore…

« Se questa soluzione può permetterci di superare questo ostacolo e di proseguire oltre nel nostro viaggio… al di là di ogni rischio, io sono d’accordo. » dichiarò quietamente Be’Sihl, prendendo per primo parola, in una conferma tutt’altro che retorica, tutt’altro che scontata e che, anzi, volle essere in tal maniera minimamente argomentata proprio a dimostrare quanto, da parte sua, non vi fosse alcun desiderio di ignavia, di indolenza, lasciando compiere agli altri le proprie scelte e, semplicemente, prendendo quanto ne sarebbe potuto derivare, ma, piuttosto, la ferma volontà di potersi considerare partecipe a tutto quello, fosse anche e soltanto a livello morale « E se posso essere utile in qualunque maniera… sono a vostra disposizione. »
« Concordo con Be’Sihl. » annuì Lys’sh, con un movimento sereno del capo a evidenziare tutto il proprio consenso per quelle parole « Ogni istante che viviamo, ogni passo che facciamo, ogni scelta che compiamo, potrebbe essere contraddistinto da imprevisti negativi, se non, addirittura, tragici. E per quanto, questo pensiero, non ci debba spingere a banalizzare il senso ultimo della nostra quotidianità, non possiamo neppure permettere al timore per quello che potrebbe essere di impedirci di andare avanti. » esplicitò, condividendo, in tal maniera, una filosofia di pensiero più generale rispetto allo specifico caso lì in oggetto e, ciò non di meno, egualmente applicabile.
« Devo veramente aggiungere qualcosa…? » sorrise, semplicemente, Midda Bontor, stringendosi nelle spalle con serenità « Muoviamoci, piuttosto… prima inizieremo, prima saremo in grado di lasciare quest’angolo di universo dimenticato dagli dei. »

mercoledì 27 settembre 2017

2321


E se vergogna non aveva potuto ovviare a contraddistinguere Lange, nel riconoscere in tal maniera i propri limiti, in quella chiusura mentale, in quel pregiudizio che pur, inizialmente, non gli aveva consentito di approvare serenamente la presenza di quelle due nuove aggiunte al proprio equipaggio, con particolare ritrosia, con specifico dubbio anche e soprattutto per Lys’sh, innocentemente colpevole di essere una chimera e, in questo, di ricordargli spiacevolmente le circostanze della morte della propria prima sposa e del loro figlio mai nato; identico sentimento non poté allora ovviare a essere allor provato tanto dall’ofidiana, quanto dal capo della sicurezza della Kasta Hamina, che, in grazia a un nuovo traduttore, stava lentamente iniziando a riaffacciarsi sul mondo con una maggiore possibilità di consapevolezza, per motivazioni ovviamente diverse, nel considerare quanto, in favore di entrambe, in quel momento, stava venendo celebrato uno spirito, un cuore e una mente contraddistinti da una maggiore lungimiranza di quello che pur non avrebbero potuto vantare, nell’essere, obiettivamente, giunte in maniera tardiva alla verità… e lì giunte solo quando, alfine, poste metaforicamente, e quasi concretamente, con le spalle al muro. Ove, infatti, la coriaceità delle proprie antagoniste non fosse stata tale, o la loro abilità a quella che avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual una vera e propria guerriglia non fosse stata sufficiente a tener loro testa; facile, troppo facile, sarebbe stato supporre come anche quell’avventura si sarebbe molto più semplicemente conclusa con l’estinzione delle magnose, al pari di qualunque altro passato avversario della stessa Midda Bontor che, in esse, nulla di più avrebbe avuto a vedere se non un potenziale, gustosissimo piatto, la promessa di un’ottima cena per quella e per molte altre sere a venire. Ma, in fortunata grazia a tutto ciò, simile, spiacevole inconveniente non era avvenuto e, allora, avrebbero lì potuto permettersi di ricordare e celebrare quanto accaduto qual frutto di una straordinaria capacità di analisi da parte di entrambe, ancor prima che il disperato tentativo, ormai in trappola, di trovare una soluzione alternativa alla propria altrimenti sicura disfatta.

« Diciamo che la nostra è stata più fortuna che bravura… » si ritrovò costretta a minimizzare la stessa Figlia di Marr’Mahew, non amando l’idea di un complimento gratuito e, soprattutto, immeritato, qual, necessariamente, avrebbe altresì dovuto essere considerato quello appena loro rivolto, pur, in tal senso, senza scendere eccessivamente nel dettaglio, senza spingersi a una completa trasparenza in virtù della quale ella avrebbe potuto, spiacevolmente, recare offesa alle loro nuove amiche e ospiti, nel ridurle, altrimenti e semplicemente, a quel medesimo ruolo dal quale, pur, tanto si era impegnata a farle emancipare « Una serie di fortunate coincidenze che ci hanno permesso di giungere a questa conclusione anziché a qualche esito sicuramente meno gradiente per entrambe le parti coinvolte. » scandì, a sua volta nuovamente coinvolta negli errori di adattamento del traduttore, avendo sacrificato un anno di matrice di traduzione faticosamente popolata per quella gradevole, e non gradiente, conclusione.

Che tutto ciò fosse stato in parte per benevola sorte e in parte per l’intuizione di Lys’sh e, prima ancora, di Midda, quanto, in quel momento, avrebbe avuto importanza di essere comunque e soltanto considerato sarebbe stato come, a dispetto di ogni alternativa possibilità di conclusione, quelle creature non avrebbero seguito il destino inizialmente segnato per loro e, forse, sarebbe stato persino loro concesso di mutare il fato della loro intera specie se solo, ovviamente, fossero riusciti tutti loro, umani, ofidiana e magnose, a sopravvivere a quel viaggio. Quel viaggio che, per le medesime cause che avevano graziato le ultime, avrebbe potuto risultare comunque e alfine di condanna per tutti.
Scopo, infatti, di Lange Rolamo, a fronte di quanto fu lì chiarito, ebbe a dichiararsi qualcosa di decisamente più importante, con il massimo rispetto parlando, della mera sopravvivenza di quello specifico gruppo di scyllarus mammoth, o scillariti come avrebbero avuto a dover essere presto conosciuti, votando la propria ricerca di ammenda per quanto avrebbero potuto lì compiere e per quanto, inutile negarlo, forse in passato avevano già inconsapevolmente compiuto, in trasporti precedenti a quello, in direzione di una risoluzione radicale della questione…

« Quanto, ora, potrebbe rendere realmente gradevole questa particolare conclusione, se mi posso permettere di intervenire a tal riguardo, sarebbe riuscire ad agire al fine di permettere un riconoscimento formale della vostra specie qual specie senziente… un riconoscimento in virtù del quale, se non nell’immediato, sicuramente con il tempo, con tanto impegno da parte di ogni governo planetario, potrebbe porre fine all’indiscriminata caccia a vostro discapito, concedendo, non soltanto a voi, ma a qualunque vostro simile, di vivere le vostre vite quanto più possibile in pace… » argomentò il capitano, a esplicitare l’idea che lo aveva colto in quel confronto, l’intento al quale, alfine, avrebbe voluto volgere la propria attenzione, in un obiettivo sicuramente elevato, forse e persino arrogante, per un semplice comandante di una comune nave mercantile, e, comunque, ciò non di meno, un obiettivo che, in quel momento, sentiva essere giusto, avvertiva essere il solo possibile.

Un obiettivo da lui ritenuto prossimo a un imperativo morale, quello in tal maniera annunciato, al punto tale da decidere di condividerlo in maniera diretta non soltanto con il proprio equipaggio, ma anche e direttamente con i loro ospiti, in termini che, anche nell’eventualità in cui avrebbero potuto esserci obiezioni, alcuno avrebbe potuto lì prendere allora voce, non a meno di non voler rischiare di compromettere la tregua alla quale, con non poco impegno, erano riusciti alfine a giungere.
Invero, comunque e per così come egli ben si attendeva, non uno fra gli uomini e le donne al suo servizio, in quel particolare, insolito e assolutamente inedito frangente, avrebbe potuto dirsi contrario a simile dichiarazione d’intenti, a tal condiviso manifesto, non certamente Ragazzo, Be’Sihl, Mars, Rula, Thaare o il dottor Roro, che, in quell’avventura erano pur rimasti coinvolti soltanto in maniera indiretta; non Lys’sh o Midda, che, pur, si erano trovate in prima linea a combattere, inizialmente, e a tentare di intessere un dialogo, poi, con quelle creature; ma neppure la stessa Duva, suo malgrado altresì considerabile qual l’unica che realmente aveva riportato una qualche lesione in quella disavventura, nella schermaglia occorsa, e che, in questo, più avversione, più ostilità, sarebbe stata giustificata a provare a discapito di quegli esseri. Al contrario, proprio Duva Nebiria, paradossalmente, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta come parimenti motivata, rispetto all’ex-marito, in quella medesima direzione, al punto tale che, se a quella proposta non fosse giunto spontaneamente egli, sarebbe stata proprio lei a esprimersi a tal riguardo: il primo ufficiale della Kasta Hamina, del resto, pur potenzialmente contraddistinta da molteplici difetti, nell’elenco dei quali lo stesso Rolamo sarebbe stato ben lieto di contribuire, non avrebbe potuto comunque essere accusata di aver a considerarsi una donna animata da vendicativa ostilità anche verso chi, eventualmente, le aveva rivolto un torto, come lì accaduto, in quanto sebbene esso avrebbe quindi potuto essere considerato al pari di un comportamento negativo non gratuito, tale, a lei, non sarebbe mai appartenuto… non, quantomeno, nel riconoscere, con l’onestà intellettuale propria di una guerriera, quanto, talvolta, le azioni compiute in battaglia potrebbero a posteriori essere inaspettatamente rivalutate, e rivalutate qual un errore, qual uno sbaglio, addirittura nelle proprie medesime motivazioni, senza, in ciò, voler attribuire una qualche perentoria negatività a chi, in tal maniera, possa aver inconsapevolmente agito. E così come, sul loro fronte, quel conflitto, quello scontro, avrebbe potuto condurre all’inconsapevole assassinio di una di quelle creature, inizialmente, in maniera del tutto erronea, giudicate qual semplici mostri a loro unilateralmente antagonisti; parimenti anche il danno a lei imposto, avrebbe avuto a dover essere quietamente contestualizzato all’interno della visione parziale, e in questo necessariamente viziata, della realtà che, sino a quell’ultima svolta, aveva contraddistinto entrambe le parti coinvolte.
In altre parole: se pur, quella guerra, aveva avuto inizio in conseguenza di un terribile fraintendimento; non sarebbe stata certamente Duva a pretendere il proseguo di quello stesso conflitto nel momento in cui, fortunatamente, il terribile fraintendimento iniziale era stato alfine superato.

martedì 26 settembre 2017

2320


La ricerca di Rula all’interno dei documenti di carico ebbe alfine a confermare i timori di Lys’sh e, prima ancora, quelli di Midda, nel merito della realtà degli eventi occorsi, eventi che, con il senno di poi, non poterono ovviare a sospingere estemporaneamente la stessa Figlia di Marr’Mahew verso un profondo dilemma morale non tanto sul proprio stile di vita, quanto e piuttosto sul proprio regime alimentare, all’idea di qual genere di creature ella potesse aver mangiato e, soprattutto, di un’eventuale autoconsapevolezza da parte delle medesime nel merito della triste sorte alla quale ella le aveva destinate. Un dubbio, quello della donna guerriero, che tuttavia ebbe a essere quietamente ridotto nella consapevolezza di quanto sovente, a propria volta, anch’ella avesse rischiato, nel corso della propria lunga vita, di finire per essere il pasto di qualche creatura, motivo per il quale, con sufficiente onestà intellettuale, la sua dieta onnivora, e atta includere, egualmente, carne e pesce, probabilmente avrebbe avuto a dover essere quietamente analizzata qual posta all’interno di quel grande e complesso equilibrio cosmico che, qualcuno, avrebbe potuto definire legge di natura, volto ad acconsentire all’eventualità di uccidere per non essere uccisi, o di mangiare prima di essere mangiati: dopotutto, se gli dei avessero mai desiderato che ella si nutrisse soltanto di verdura e frutta, sicuramente non le avrebbero garantito la capacità di nutrirsi anche di tutto il resto, con tutti i doverosi rischi del caso. Al di là, tuttavia, dell’intima conclusione alla quale l’Ucciditrice di Dei ebbe a sospingere la propria morale, certamente quanto lì era occorso e, peggio ancora, avrebbe potuto occorrere, se soltanto non fosse avvenuto ancor prima quello spiacevole arresto dei motori, ritardando il loro viaggio e dando il tempo, in ciò, alle magnose spaziali di riconquistare la libertà perduta, non avrebbe potuto ovviare a gravare spiacevolmente sulle coscienze di tutti a bordo della Kasta Hamina, quasi colpevoli, pur in maniera inconsapevole, di una terrificante mattanza a discapito di una specie senziente, non di forma umanoide, non ufficialmente riconosciute quali chimere, e pur, egualmente, senziente.
In accordo alla bolla di carico, infatti, un carico di una ventina di casse di scyllarus mammoth erano state imbarcate nell’ultimo porto, già stipate all’interno del container undici, per essere dirette, insieme ad altro carico alimentare, al vasto mercato della terza luna del secondo pianeta del sistema di Tharonos, uno dei più importanti di quell’angolo di universo, là dove, nella migliore delle ipotesi, sarebbero state successivamente divise in lotti minori e rivendute al dettaglio a vari proprietari di ristoranti di lusso o cuochi d’alta classe. Le scyllarus mammoth, infatti, avrebbero avuto a dover essere riconosciute qual una pietanza d’eccellenza, nella degustazione di un solo piatto delle quali avrebbero potuto essere spesi tranquillamente fra gli ottocento e i milleduecento crediti, a seconda della preparazione… e considerando quanto importanti avessero a dover essere considerate le dimensioni proprie di una singola fra quelle creature, facile avrebbe potuto essere compreso qual straordinario carico, di pregevole valore, avrebbe avuto a dover essere considerato quello: un carico, per amor di trasparenza, in grazia al quale l’equipaggio della Kasta Hamina non avrebbe guadagnato più di un centinaio di crediti a cassa, secondo il prezzo di listino corrente, laddove, in quel trasporto, essi avrebbero avuto a doversi considerare soltanto corrieri e, in alcun modo, soggetti interessati. La preparazione culinaria delle scyllarus mammoth, avrebbero avuto occasione poi di scoprire, non avrebbe avuto a doversi considerare particolarmente piacevole per le stesse, per quanto, in fondo, una simile considerazione avrebbe avuto a potersi ritenere fondamentalmente retorica: per quanto, infatti, un metodo forse meno doloroso per ucciderle sarebbe stato quello di congelarle e, solo successivamente, di cuocerle, ammazzandole, in tal modo, per ipotermia; la maggior parte dei cuochi abitualmente confidenti con simili ricette avrebbero altresì preferito procedere attraverso altre strade, qual, la più banale, quella volta a gettarle, ancora vive, all’interno di enormi pentole di acqua bollente, là dove, fra innumerevoli agonie, avrebbero alfine raggiunto la morte anelando a essa quasi qual a una liberazione.
Ovviamente, nessuno a bordo della Kasta Hamina aveva avuto occasione di riconoscere qual genere di creature fossero in quanto, per ragioni facilmente intuibili, gli ambienti all’interno dei quali avrebbero potuto essere abitualmente servite simili pietanze non avrebbero avuto a doversi considerare né di abituale, né di saltuaria frequentazione per alcuno fra loro, in termini tali per cui assolutamente sincero era stato il disorientamento comune nel confronto con quelle che, in altri termini se non come magnose spaziali erano, e sarebbero, stati in grado di descriverle. Un pensiero, quello in tal maniera formulato, che se, su un fronte, non avrebbe probabilmente potuto giustificare alcuno per la strage della quale si sarebbero potuti rendere complici; parimenti avrebbe avuto a dover essere considerato anche il motivo principale per il quale, al contrario, quella strage non sarebbe avvenuta, giacché, posti a confronto con quegli esseri, avevano avuto più ragioni di considerarli pari a dei mostri piuttosto che a una pregiata pietanza e, in questo, a combatterli, e a combatterli riconoscendo loro la dignità di avversari, anziché semplicemente cacciarli, qual mero bestiame da condurre al macello. Invero, come Mars avrebbe avuto successivamente occasione di verificare, nulla di tutto ciò sarebbe drammaticamente mai occorso senza il guasto ai motori o, per la precisione, senza l’ingresso all’interno del campo di radiazioni cosmiche, il quale, oltre a imporre una spiacevole perdita di fasatura alle loro gondole, aveva causato anche un’avaria ai sistemi di stasi delle casse nelle quali le scyllarus mammoth erano state stipate, causandone il risveglio e, in conseguenza, l’evasione… con tutto ciò che, al seguito, era occorso e che, almeno dal punto di vista delle stesse magnose, avrebbe semplicemente reso quell’imprevisto qual la fondamentale differenza fra la vita e la morte.

« Devo essere sincero… per quanto io, in questo momento, vi stia parlando, mi risulta davvero difficile credere a quanto è accaduto. » ammise il capitano Lange Rolamo, non senza un sincero riconoscimento dei propri limiti attraverso quella pubblica ammissione degli stessi, posto a confronto con i fatti per così come erano stati pertanto ricostruiti, tanto dal supporto della propria amata moglie, quanto e soprattutto dalla paziente diplomazia della stessa Lys’sh, la quale, per prima, posta in prima linea, e fondamentalmente sola, nell’impossibilità per la stessa Midda a prendere parte a quel dialogo, si era resa loro ambasciatrice nel confronto con i loro supposti avversari, paradossalmente potenziali vittime « E, francamente, non trovo parole per esprimere tutto il mio rammarico per quanto è accaduto… e per quanto, ancora peggio, avrebbe potuto accadere. » dichiarò, rivolgendosi alle proprie nuove ospiti, dopo aver accettato di accoglierle, non senza un certo grado d’azzardo, sin all’interno della stiva del corpo principale della nave, là dove, in quel momento, tutti loro erano praticamente riuniti insieme, umani, ofidiana e magnose, per confrontarsi su quanto fosse occorso e su quanto, ancora, sarebbe stato importante occorresse « A nome mio, e di tutto il mio equipaggio, vi prego di accettare le nostre più sentite scuse… »
« Crediamo nella vostra buona fede, capitone. » riconobbe il portavoce del gruppo delle scyllarus mammoth, colui o colei che, per primo, aveva avuto il coraggio di avanzare sino al traduttore e che, per primo, aveva avuto la pazienza di interfacciarsi, non senza una certa difficoltà, con Lys’sh « E, in questo, non possiamo mancare a dimostrare il nostro più sincero rammarico non soltanto per i danni imposti alla vostra neve, .ma, ancor più, per l’aggressione condotta a discapito di una vostra campagna. » sancì, volendo comprensibilmente riferirsi a Duva con il termine “compagna”, così come, pocanzi, avrebbe avuto a dover essere inteso il termine “capitano” « Abbiamo agito spinti dalla paura. »
« Così anche noi. » annuì il comandante della Kasta Hamina, provando, in cuor suo, una certa vergogna, laddove consapevole di quanto, in verità, tutta la buona fede all’interno di quella nave avrebbe avuto a dover essere ricondotta, nel dettaglio, all’accoppiata rappresentata da Midda e Lys’sh, in assenza delle quali nulla di tutto quello avrebbe potuto risolversi in quei termini, accoppiata che, tuttavia, fosse dipeso da lui, un anno prima non sarebbe mai entrata a far parte del suo equipaggio, nei troppi pregiudizi, nell’eccessiva ritrosia che egli aveva avuto occasione di dimostrare all’idea di una tale, duplice acquisizione « Come, tuttavia, queste due hanno saputo tanto chiaramente dimostrarmi, ritenere necessariamente nemico chi a noi estraneo, diverso e, soprattutto, non compreso, non ha a doversi considerare, probabilmente, l’approccio migliore… »

lunedì 25 settembre 2017

2319


Fra i vari indizi che avevano permesso a Midda di spingersi, con sufficiente sicurezza, a formulare l’azzardo rappresentato da quel gesto, da quel per lei del tutto inconsueto rifiuto della pugna in favore di un tentativo di comunicazione, un particolare importante, un dettaglio delicato, avrebbe avuto a doversi considerare quello derivante dall’assenza di qualunque evidenza di abbordaggio della Kasta Hamina, benché la realtà dei fatti stesse lì suggerendo l’esatto opposto. Non solo, infatti, la presenza degli scudi energetici, così come di un comunque robusto scafo, avrebbe reso decisamente complicata l’eventualità di un approccio discreto alla nave di classe libellula, ma, anche e ancor più, particolarmente complesso sarebbe stato, malgrado lo sfasamento dei motori, poter prendere in considerazione l’eventualità che tali creature potessero essere arrivate sino a loro nuotando quietamente nello spazio siderale senza, in ciò, essere in alcun modo rilevate dai loro sistemi, dai sensori della nave.
Escludendo razionalmente, pertanto, l’eventualità che quelle creature potessero essersi sospinte sino a loro dallo spazio esterno, trovando occasione per penetrare attraverso gli scudi e lo scafo, l’unica soluzione a cui l’ex-mercenaria avrebbe potuto aggrapparsi sarebbe stata quella di una presenza pregressa a bordo della nave. Presenza pregressa che, quindi, avrebbe potuto far sorgere l’idea di un gruppo di clandestini, introdottisi a bordo della nave prima della loro partenza e lì rimasti in attesa del momento più opportuno per prendere possesso della nave, attraverso un’azione di forza qual, in fondo, la loro, in quel frangente, avrebbe potuto apparire. Ciò non di meno, ancora una volta, Midda aveva voluto scommettere su un’altra ipotesi, un’ipotesi ben diversa, e un’ipotesi volta a rappresentare, in maniera del tutto inedita, quei mostri, quelle creature tanto aliene e tanto aggressive, non al pari degli antagonisti della vicenda, quanto e piuttosto quali semplici vittime: un pensiero, il suo, non ovvio da elaborare, soprattutto per colei che, per quasi trent’anni, nella propria vita, si era abituata a cacciare e uccidere qualunque genere di mostruosità, per lavoro così come per semplice desiderio di sfida, di competizione con il proprio stesso destino, il quale avrebbe avuto a doversi riconoscere qual quietamente abituato a offrirle simili opportunità, tali possibilità d’impresa, ad accrescere, a dismisura, la sua fama, il suo nome; e, ciò non di meno, un pensiero al quale ella aveva voluto volgere la propria attenzione, sino, addirittura, a definire quella propria pericolosa scommessa, alla luce di quanto in quell’ultimo anno ella si era ritrovata costretta ad apprendere, all’obbligato ampliamento dei propri orizzonti, volto a non semplificare più la realtà a sé circostante definendo qual mostri qualunque entità estranea alla sua concezione di umanità, in un concetto del quale, tanto chiaramente, tanto palesemente, e pur tanto discretamente, anche la stessa Lys’sh sembrava voler essere per lei costante esemplificazione e promemoria.
E se pur, forse, in passato ella avrebbe potuto aver commesso qualche errore di giudizio nel volgere indiscriminatamente la propria violenza in contrasto a gorgoni e tifoni, a ippocampi e scultoni, a draghi e cerberi, non riservandosi, invero, mai alcun dubbio sulla legittimità delle proprie decisioni, delle proprie scelte, nel decretare la fine di tali creature soltanto perché da lei non comprese, da lei non capite, risparmiando, fra tutte, soltanto la fenice, in contrasto alla quale, del resto, nulla avrebbe potuto neppur nel caso in cui, effettivamente, lo avesse mai voluto; Midda Namile Bontor, Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, Ucciditrice di Dei e molti, altri, altisonanti titoli qual quelli che le erano stati attribuiti nel corso della propria esistenza, aveva ben appreso la lezione che, in quel viaggio fra le stelle, le era stata sin da subito impartita, nel confronto con l’infinita varietà propria del Creato, in una interminabile moltitudine di terre e pianeti, di soli e lune, di forme di vita e di civiltà, che neppur vivendo per sempre ella avrebbe avuto probabilmente la possibilità di discernere nella propria straordinaria eterogeneità. Eterogeneità che, per quanto a lei aliena, non avrebbe quindi potuto essere pregiudicata negativamente, non avrebbe quindi potuto essere condannata aprioristicamente nella semplice difficoltà di interazione reciproca, ma solo, ed eventualmente, alla luce delle proprie reali azioni, delle proprie eventuali colpe… colpe che, forse, in quel particolare frangente, in quello specifico contesto, non avrebbero avuto a dover essere attribuite a quelle magnose spaziali.

« Noi ci siamo solo disperse. » argomentò, infatti, per tutta risposta, la voce dell’interlocutore, o dell’interlocutrice, di Lys’sh, in replica all’accusa di aggressione loro rivolta, in una frase che, forse, avrebbe avuto a doversi considerare effettivamente sensata anche in quella particolare formulazione, ma che, forse, avrebbe avuto a dover essere considerata qual frutto di un erroneo adattamento della parola “difese” « Siete stati voi a catturarci. A portarci via dalle nostre case, dal nostro mondo. Perché volete marciarci… »
« Noi non vogliamo mangiarvi! » ripeté la giovane ofidiana, sperando che il dispositivo di traduzione, in questa occasione, cogliesse la correzione e riadattasse correttamente la frase, nella reiterazione appena occorsa dell’errore precedente « Neppure sapevamo che foste a bordo… diamine! » esclamò, scuotendo vigorosamente il capo « A meno che… » esitò poi, sgranando nuovamente gli occhi, colta tardivamente dalla stessa intuizione che doveva aver già caratterizzato la sua amica pocanzi e che, solo in quel momento, giunse fino alla sua mente, iniziando a offrirle un quadro d’insieme più delineato, più completo e sensato rispetto a quanto non fosse stato qualunque altro sino a quel momento.
Portando una mano al proprio comunicatore, Lys’sh volle lasciare allora in sospeso il discorso con le magnose per aprire un canale verso la plancia della nave e lì cercare un riscontro, una conferma al dubbio che, in quel particolare frangente, l’aveva appena colta, lasciandola letteralmente rabbrividire al pensiero: « Lys’sh a plancia. Lys’sh a plancia… rispondete, per favore. »
« Qui Rula, dalla plancia. » rispose la voce della giovane moglie del capitano, la quale, a dispetto di quanto non avrebbe avuto piacere a poter credere Duva, non avrebbe avuto a dover essere minimizzata a un’oca priva di cervello, avendo, al contrario, sempre agito nel pieno rispetto di quell’accordo non scritto esistente fra i membri di un equipaggio, un accordo volto a offrire sempre tutto se stesso, e ancor più, per il bene comune, per la salvezza dei propri compagni « Parla pure, Lys’sh… » ebbe così a invitarla, con tono serio, evidentemente consapevole della potenzialmente non semplice situazione della propria interlocutrice e, in ciò, a differenza persino di Mars pocanzi, priva di qualunque desiderio volto a tergiversare vanamente.
« Rula… ho bisogno che tu consulti rapidamente i registri di carico. » richiese alla propria compagna, mantenendo lo sguardo rivolto alle magnose, nel sperare che, malgrado tutto, il traduttore aiutasse loro a comprendere quanto, in quel momento, stesse accadendo e quanto ella non stesse in alcun modo impegnandosi al fine di riservare loro qualche brutta sorpresa, quanto, e piuttosto, di chiarire e chiarire quanto fosse accaduto « Devi cercare, fra tutte le merci che abbiamo a bordo, se ti risulta presente qualche trasporto di natura alimentare… crostacei nella fattispecie. Vivi. Congelati. Qualunque cosa. Ma, ti prego, fai in fretta. »
« Sono già all’opera. » confermò l’altra, senza la benché minima esitazione a quella domanda che avrebbe potuto apparire francamente inconsueta e che pur, la vide, allora, pronta a offrire, come di consueto, la propria più assoluta collaborazione.
« Cosa stai facendo…? Con chi stai parlando…? » ebbe a questionare la magnosa, ancor accettando di temporeggiare, insieme alle proprie compagne, nell’evidente disorientamento causato da tutta quella situazione, dall’improvvisa possibilità di comunicazione venutasi a creare fra le due fazioni, così come sino a quel momento non vi era stata alcuna possibilità, né alcuna necessità era stata purtroppo ritenuta esistente a tal riguardo… o quell’intero conflitto, forse, si sarebbe risolto in maniera estremamente più rapida e indolore per entrambe le parti.
« Sto cercando di capire. » rispose Lys’sh, sinceramente « Perché inizio a credere che tutto quello che è accaduto, sia stato soltanto un enorme, spiacevole equivoco… un equivoco che, se chiarito, probabilmente non solo risparmierà voi altri, ma eviterà nuovi massacri a discapito della vostra specie! »

domenica 24 settembre 2017

2318


Il gesto compiuto dalla donna guerriero, nel gettare un ignoto dispositivo fra le magnose, ebbe a concedere alla coppia di donne qualche istante di vita in più, arrestando estemporaneamente non soltanto le creature in direzione delle quali il traduttore era stato lanciato ma, anche, tutte le loro compagne, le quali restarono in quieta attesa di comprenderne gli sviluppi. Per quanto palesemente superiori in numero, e in risorse, quei supposti mostri, fin dalla loro prima comparsa, si erano dimostrati chiaramente più timorosi di quanto non avrebbero avuto ragione a poter essere e, in questo, anche quell’ultima azione avrebbe avuto a dover essere considerata mera conferma di tutto ciò. Una ritrovata quiete, la loro, che non sarebbe perdurata a lungo, e che, quindi,  non avrebbe garantito alla coppia di donne una maggiore speranza di vita ma, soltanto, un fugace rimando all’immediato futuro.
Quanto Lys’sh ebbe allora a scandire in direzione dell’ex-mercenaria non venne da essa colto e, probabilmente, ciò avrebbe avuto a doversi considerare persino qualcosa di positivo, giacché, oggettivamente, la giovane non avrebbe avuto ragione di rivolgerle parole particolarmente felici dal momento in cui, con il proprio ultimo intervento, ella l’aveva eletta a comune interlocutrice, e in ciò designata salvatrice per la situazione lì venutasi a creare, senza aver, tuttavia, avuto possibilità di confrontarsi precedentemente con lei sul proprio piano, sulla propria tattica, motivo per il quale, nel migliore dei casi, la loro disfatta sarebbe stata egualmente spiacevole e dolorosa. Nella sua ancor scarsa conoscenza della lingua, e nel terrificante accento proprio dell’ofidiana, contraddistinto da una serie disorientante di sibili, Midda Bontor ebbe lì soltanto occasione di cogliere poche, sparse, parole come « Splendida idea. », « Moriremo certamente. », « Con chi… dovrei parlare?! », quest’ultimo interrogativo intervallato da quello che le parve essere un qualche riferimento volgare all’organo sessuale maschile, benché, nella specificità di tal dettaglio, ella non avrebbe potuto dirsi sicura.
L’ofidiana, dal canto proprio, non avrebbe mai voluto mancare di rispetto alla propria amica, alla propria sorella maggiore e maestra di vita, almeno nel corso di quell’ultimo anno, ma, francamente, il rapido precipitare degli eventi non l’aveva messa in condizione di apprezzare l’idea di essere designata della responsabilità propria derivante dal mantenere entrambe in vita in assenza di una qualsivoglia condivisione nel merito della sicuramente straordinaria iniziativa che l’altra aveva elaborato nella profondità della propria mente, ragione per cui, purtroppo, tale contrarietà non aveva potuto ovviare a emergere fra le sue labbra, o, per lo meno, fra il corrispettivo delle labbra sul suo volto rettile, pur privo di tale particolare forma.
A cogliere, tuttavia, di sorpresa la giovane ofidiana, fu, poco dopo quel momento di sfogo, una voce nuova, una voce emergente allora da un punto imprecisato alle sue spalle, davanti alla stessa Figlia di Marr’Mahew e, per la precisione, dal punto in cui ella aveva gettato il proprio traduttore, il quale, chiaramente, avrebbe avuto a doversi ritenere la fonte di quell’intervento…

« Non è estrusa… »

Lys’sh ebbe immediatamente a zittirsi, ascoltando quelle parole. Gli effetti dell’iniziale difficoltà propria del dispositivo a individuare le parole corrette all’interno delle interminabili possibilità di combinazione fra due lingue fra loro totalmente aliene, in misura tale da portare a pronunciare, o ad ascoltare, parole apparentemente prive di significato all’interno del contesto della frase, pur sommariamente prossime a quelle che avrebbero avuto a dover essere scandite, non avrebbe avuto a dover essere considerato per lei nuovo: per lungo tempo Midda aveva subito le stesse difficoltà, scandendo frasi apparentemente sconnesse e, talvolta, prive di significato, per quanto, altresì, un significato avrebbe avuto a dover essere loro sì attribuito. Nel poter udire, quindi, quelle parole, a fronte delle quali necessario sarebbe stato domandarsi in riferimento a chi, o a che cosa, fosse stato utilizzato il verbo “estrudere”, ella non poté ovviare a contestualizzare facilmente tutto ciò in riferimento allo stesso traduttore, sostituendo, tuttavia, tale erronea scelta di termini con il verbo “esplodere”… un verbo che avrebbe reso la frase decisamente più sensata, soprattutto da parte di qualcuno che ignorava la reale natura del dispositivo lanciato dalla donna guerriero e che ne avrebbe potuto temere eventualmente la deflagrazione.
In ciò, quindi, non solo facile sarebbe stato definire il traduttore come “non esploso”, ma ancor più facile sarebbe stato attribuire quella particolare osservazione, malamente riadattata da parte dello stesso, qual scandita da parte dei soggetti a esso più prossimi. Ossia… le stesse magnose.

« Midda… sei un maledetto genio. » sibilò Lys’sh, pur consapevole che tal complimento non sarebbe potuto essere da lei apprezzato in quel momento, ma, ciò non di meno, desiderosa di poter riconoscere la straordinarietà di quanto da lei compiuto e, soprattutto, il superbo acume nel giungere a comprendere quanto neppure ella stessa, una chimera, era giunta a ipotizzare, dimostrandosi, dopotutto, non meno vittima di pregiudizi rispetto a qualunque umano « No… non è esplosa. » soggiunse a voce più alta, desiderosa di lasciarsi ben udire da tutti e, soprattutto, da coloro i quali, più vicini al traduttore, avrebbero avuto anche l’opportunità di comprendere quanto, allora, stava pronunciando « Non è una bomba: è un traduttore automatico. »
« Una tradizione automedica? » ripeté la voce, incerta nel merito del significato delle parole così udite, ancora una volta malamente riadattate da parte del dispositivo, la cui affidabilità sarebbe migliorata soltanto nel tempo, con l’acquisizione di sempre maggiori informazioni sulla lingua aliena da tradurre, quella, nella fattispecie, parlata dalle magnose.
« Traduttore automatico. » insistette l’ofidiana, scuotendo appena il capo e voltandosi, piano, in direzione della voce, in un gesto istintivo di confronto con il proprio interlocutore, per quanto, allora, probabilmente assurdo sarebbe potuto essere confrontarsi con il potenziale contenuto di un piatto da portata « E’ un dispositivo atto a garantirci la possibilità di comunicare e, forse, in questo modo, ovviare a un’inutile battaglia. » argomentò, consapevole di star usando troppe parole nuove tutte insieme e, ciò non di meno, speranzosa che, in qualche modo, pur attraverso significanti sbagliati, il significato corretto avrebbe potuto giungere a destinazione « Attualmente sta cercando di apprendere la vostra lingua… e, in questo, potrebbero esserci dei problemi di adattamento. Ma più avremo occasione di confrontarci, e più facile diventerà comprenderci. » spiegò, volgendo quell’ultima frase non soltanto in riferimento alle dinamiche di uso del traduttore ma, più in generale, al puro e semplice interfacciamento fra loro… una relazione sicuramente iniziata con i peggiori presupposti e nella più totale assenza di dialogo ma che, forse, allora, sarebbe potuta cambiare.
« Non c’è possibilità di evitare la battaglia. » negò, tuttavia, la voce dall’altra parte, nel mentre in cui, dal gruppo indistinto di magnose, una iniziò ad avanzare in direzione del traduttore, dimostrandosi, forse, qual colui, o colei, con cui, in quel frangente, stava venendo condotto quel tentativo di diplomazia « Noi desideriamo soltanto viverna in pace. Ma voi volete marciarci… »

Lys’sh ebbe a sollevare, per un istante, gli occhi al cielo nel confronto con quell’ultima asserzione, un’asserzione all’interno della quale avrebbe avuto a dover essere chiaramente inteso un qualche importante significato e nel confronto con la quale, purtroppo, gli errori di traduzione ancora stavano creando una palese difficoltà comunicativa. Sforzandosi, quindi, di comprendere quali parole avrebbero avuto a dover sostituire quelle meno correlate, qual “viverna” e “marciarci”, ella ebbe alfine a sgranare gli occhi con aria sinceramente sorpresa, nel riuscire a comprendere quanto, essi, stavano allor muovendo in loro accusa…

« Voi state pensando che sia nostro desiderio quello di mangiarvi?! » domandò, disorientata « Non è così! Noi siamo semplicemente finiti alla deriva in questo angolo di universo… siete stati voi ad aggredirci, abbordando la nostra nave! » tentò di argomentare, esprimendo la propria visione dei fatti.

sabato 23 settembre 2017

2317


Fu, probabilmente, senza neppur volerlo, senza neppur averne concreta intenzione, che, in quel frangente, in quel contesto, Har-Lys’sha ebbe a individuare la soluzione  alla questione, al problema per così come loro imposto, nell’evidenziare l’ovvio, nel ribadire quanto pur già, sino a quel momento, constatato più volte da entrambe, pur senza, forse, realmente concedersi l’opportunità di riflettere per un fugace attimo a tal riguardo, in termini che, altrimenti, avrebbero potuto offrire una diversa chiave di lettura sulla questione. E, forse, a far allora la differenza, a discriminare quel frangente dai precedenti, ebbe a essere proprio la loro condizione di inaspettata prigionia, lo stallo loro imposto, a confronto con il quale la mente del capo della sicurezza della Kasta Hamina ebbe a poter analizzare nuovamente tutti gli eventi, tutti i piccoli frammenti raccolti sino a quel momento, ordinandoli in quella che, allora, ebbe a iniziare a delinearsi qual un immagine completamente diversa da qualunque altra sino a quel momento supposta, in un mosaico ancora incompleto, in un quadro ancor non compiuto e per la conclusione del quale avrebbe avuto bisogno di qualche altra informazione, avrebbe necessitato di qualche ulteriore conferma, ma che, già in quel modo, avrebbe richiesto loro un attento riesame dell’intera questione, non soltanto per salvare la propria vita, ma per ovviare, anche, a un ingiusto genocidio.

« Quanto mi sento idiota… » sussurrò la donna guerriero, sgranando i propri immensi occhi azzurro color ghiaccio, all’interno dei quali, per la sorpresa di quella dedotta rivelazione, la nera pupilla ebbe a ridursi alle dimensioni di una capocchia di spillo, letteralmente scomparendo all’interno della gelida e pur sublime iride « Lys’sh… giù le armi! » ordinò, in quella che, francamente, l’altra avrebbe avuto a dover giudicare qual l’ultima azione razionale che, in un tale contesto, avrebbe potuto aver motivo di compiere e che, ella stessa, difficilmente, difficilmente avrebbe potuto immaginare avrebbe avuto a dover essere considerata un’opportunità.
« … come…?! » esitò, in questa occasione, l’altra, temendo per qualche errore da parte del traduttore indossato dalla propria compagna, lo stesso che in quell’ultimo periodo non le aveva imposto ulteriori momenti di imbarazzo in improbabili adattamenti dalla lingua natia della medesima alla lingua comune, condivisa in quell’angolo di universo, e che pur, a fronte di una tale richiesta, avrebbe avuto forse a dover essere ritenuto qual guasto, o sbagliato nella propria programmazione, al punto tale da capovolgere il senso stesso di quella richiesta.
« Abbassa le armi. Non dimostrare ostilità… » dichiarò nuovamente Midda, per proprio conto andando a rinfoderare la propria spada bastarda, la stessa che aveva ineluttabilmente sguainato solo un attimo prima, in un gesto naturale, spontaneo, neppur realmente calcolato, laddove, ancor prima che la sua mente elaborasse l’esigenza di uno scontro, il suo corpo si era già predisposto per lo stesso « Fidati di me. »
« Di te mi fido… e su loro che ho qualche dubbio… » ammise la sua giovane interlocutrice, restando per un attimo incerta su come agire, sul seguire quell’apparente invito alla resa o, piuttosto, mantenere alta la guardia, salvo, poi, decidere di non tradire la propria amica, la propria sorella maggiore, nel rifiutarne le parole, nel contestarne le decisioni, dimostrando in tal caso di aver più timore nei confronti delle magnose che fiducia nei suoi riguardi « … spero solo che tu non abbia a sbagliarti. » sancì, nel mentre in cui, a imitazione del gesto di lei, a sua volta ebbe a riporre le proprie armi.

Per una frazione d’istante, o per un’intera eternità, difficile esserne sicuri a posteriori, l’Ucciditrice di Dei e la sua compagna ofidiana restarono, allora, non soltanto immobilizzate ma, ancor più, immobili, osservando con discrezione il mondo a loro circostante e attendendosi, da un momento all’altro, di poter essere travolte dalla possibile carica di quelle creature, a fronte delle quali, in tutto ciò, soltanto certa sarebbe stata la loro prematura fine. Ciò non di meno, anche il mondo attorno a loro parve immobilizzarsi e, seppur nelle ombre entrambe avrebbero potuto dirsi certe della presenza delle loro avversarie, queste sembrarono voler dimostrare un certo disorientamento a fronte di quanto occorso, a loro volta forse impegnate a comprendere quale fosse la strategia alla quale le loro avversarie stavano offrendo riprova di volersi così dedicare.
E solo dopo che, forse per una frazione d’istante, forse per un’intera eternità, tutto rimase immobile, tutto si arrestò in un tremendo stallo, Midda volle arrischiarsi in un nuovo gesto volto a tentare di progredire in quella situazione, in quel contesto, in maniera del tutto diversa rispetto a quanto non avesse compiuto sino a quel momento, portando lentamente la mano verso il proprio comunicatore e aprendo un canale…

« Midda a Mars. » dichiarò, alla ricerca dell’aiuto del capo tecnico della Kasta Hamina.
« Qui Mars… ciao, splendore. Al momento sono un po’ preso dietro ai preparativi dell’ultima iniziativa del nostro indomito condottiero… ma per te troverò volentieri un attimo. » annunciò la voce dell’uomo, facendo riferimento a dettagli nel merito dei quali ella non aveva alcuna consapevolezza e, in quel momento, neppur desiderava maturare coscienza a riguardo dei quali « Che cosa posso fare? » ebbe a domandarle, con tono quieto e sereno, a sua volta, del resto, del tutto inconsapevole della situazione tutt’altro che serena nella quale ella stava riversando.
« Solo una domanda… che cosa potrebbe accadere se il mio traduttore fosse passato a un altro individuo, contraddistinto da un linguaggio completamente diverso rispetto al mio? » gli domandò, premurandosi, prima di agire per come ipotizzato, di non trascurare alcun dettaglio nel merito dell’impiego di quella tecnologia con la quale, pur, non avrebbe potuto ancora vantare troppa confidenza « Riuscirebbe egualmente a tradurre? »
« Perché questa domanda…? » questionò la voce di Mars, dimostrando una certa curiosità nel merito di quell’interrogativo del tutto privo di contesto, almeno dal suo personalissimo punto di vista.
« Rispondimi, per cortesia. » insistette ella, mantenendo lo sguardo sulle ombre a loro circostanti, nella consapevolezza di quanto, quello stallo, non avrebbe potuto proseguire in eterno e di quanto, di lì a breve, probabilmente i loro avversari sarebbero giunti all’allor unica, condivisibile decisione di terminare rapidamente la questione, con la loro morte.
« C’è un piccolo interruttore di lato, volto a comandare il ripristino di base del dispositivo. » spiegò il meccanico, così incalzato, a soddisfare quell’interrogativo « Prima che possa riadattarsi a un altro linguaggio è necessario rimuovere il precedente… ma, così facendo, tu non potresti più comprendere nulla, né, tantomeno, essere compresa. »
« Questo non è importante… » asserì la Figlia di Marr’Mahew, chiudendo la comunicazione verso Mars e rivolgendosi, in tal senso, verso Lys’sh, al suo fianco, alle sue spalle, la quale era stata ovviamente testimone di quel rapido scambio, pur, in verità, senza comprenderne ancora le motivazioni, senza riuscire ancora a intuire quanto sarebbe potuto avvenire « … per fortuna ci sei tu a poter parlare per entrambe. »

E prima che Lys’sh potesse riservarsi opportunità di chiedere maggiori dettagli nel merito di quanto ella potesse aver in mente di compiere, gli eventi parvero destinati a degenerare, e a degenerare nella misura in cui, alle ombre, ebbero allora a sostituirsi le sagome, le figure di quelle magnose spaziali, le loro antagoniste, le loro potenziali carnefici, il confronto con le quali, che potessero gradirlo o meno, avrebbe avuto lì a doversi quindi considerare giunto al termine… alla propria ineluttabile e sgradevole conclusione.
Una conclusione, tuttavia, la quale Midda Bontor sperò di poter mutare nel mentre in cui ebbe a separarsi rapidamente dal proprio traduttore, individuando il tasto di ripristino dello stesso e lanciandolo, pertanto, a terra, innanzi ai loro avversari, i quali retrocedettero istintivamente nel timore dell’eventualità di una qualche arma, forse un esplosivo, e che pur, chiaramente, non ebbe lì a esplodere, nel restare inerme al suolo, a pochi piedi di distanza da quegli enormi, crostacei assassini.

« E che Thyres che la mandi buona… » sussurrò la donna dagli occhi color ghiaccio, consapevole che Lys’sh non avrebbe lì potuto comprenderla e, ciò non di meno, certa che, altresì, la sua dea l’avrebbe egualmente udita e, speranzosamente, apprezzata.

venerdì 22 settembre 2017

2316


Mille libbre di peso: in tali termini avrebbe avuto a dover essere considerato il limite potenziale di peso che Midda, in grazia al proprio braccio metallico alimentato all’idrargirio, avrebbe potuto permettersi di sollevare.
Mille libbre di peso non avrebbero avuto a dover essere banalizzate nel proprio valore: soprattutto dal punto di vista di colei che non avrebbe mai immaginato quanto semplice, in quella nuova concezione di realtà, potesse essere porre rimedio alla propria antica mutilazione, dal punto di vista di colei che, per ottenere un braccio di gran lunga inferiore a quello, in qualità, in praticità, in potenzialità, in eleganza persino, era arrivata, vent’anni prima, a scendere a patti con un antico, orrido popolo dimenticato del suo mondo, in termini nei quali mai si era confidata con alcuno e con alcuno mai avrebbe avuto piacere a confidarsi; tale energia, tale potere, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual qualcosa di a dir poco straordinario, meraviglioso, unico e incommensurabile, un dono, un miracolo l’occorrenza del quale mai avrebbe potuto ipotizzare qual per lei paradossale conseguenza della condanna alla prigione, e ai lavori forzati, che le era stata imposta non appena giunta in quell’intero, per lei nuovo, universo, in quanto avrebbe avuto a doversi considerare non un favore nei suoi riguardi quanto, e semplicemente, il minimo indispensabile per renderla produttiva, qual tale non sarebbe stata in assenza del proprio intero braccio destro, dalla spalla in giù. Certo: a posteriori ella aveva scoperto che protesi migliori rispetto a quella avrebbero potuto esserle impiantate altrettanto facilmente, al giusto prezzo, restituendole non soltanto la parvenza esteriore di una quieta integrità fisica ma, addirittura, la percezione del mondo, attraverso tale arto, così come, al contrario, quel mero strumento da lavoro non le avrebbe mai garantito. Ma abituatasi, dopotutto, da ben vent’anni a non possedere più quel braccio, e a rimpiazzarlo, in un modo o nell’altro, con delle protesi del tutto insensibili e, ciò non di meno, adeguate, utili a garantirle la possibilità di combattere; ella non avrebbe francamente potuto dimostrare particolare interesse a un arto ricoperto di pelle sintetica e dotato di recettori tattili, quanto, e piuttosto, di un mezzo, di uno strumento, con il quale potersi garantire occasione di essere sempre equipaggiata, sempre protetta, da ciò che avrebbe avuto a poter essere considerato tanto uno scudo, quanto un’arma.
La capacità volta a permetterle di sollevare serenamente almeno mille libbre di peso, in tutto questo, avrebbero avuto a dover essere considerate, per l’ex-mercenaria, al pari di un superpotere… e un superpotere a riguardo del quale ancora non avrebbe potuto considerarsi perfettamente confidente, quietamente abituata, essendo ancor qualcosa di nuovo per lei, e che pur, in quell’ultimo anno, non aveva ovviato a impiegare all’occorrenza. Come sarebbe stato in quel momento.
In realtà, nell’osservare l’enorme cassa metallica precipitare verso di lei e verso Lys’sh, Midda non poté, né avrebbe potuto, evitare di domandarsi se, in quel momento, non le stesse sfuggendo qualcosa, non stesse ignorando troppi fattori nel ritenere di poter agire in quella direzione, in quanto, obiettivamente, avrebbe avuto anche a potersi ritenere un piccolo, e potenzialmente letale, azzardo, nell’ignorare, per l’appunto, non soltanto il peso di quella cassa ma, con essa, anche la spinta che a essa sarebbe stata ulteriormente imposta dalla gravità artificiale presente all’interno della nave, sistema di sopravvivenza estremamente utile, seppur non catalogabile inequivocabilmente necessario, allo scopo di offrire loro una normale possibilità di movimento, non si sarebbe potuto dimostrare un connubio spiacevolmente superiore alle proprie potenzialità, anche se sovrumane. Del resto, che quelle creature, che quelle magnose spaziali, avessero a dover essere considerate qual contraddistinte da una potenzia straordinaria l’avrebbero potuto testimoniare serenamente i portelloni dalle medesime divelti, e divelti con un’apparente semplicità che la donna guerriero, pur dall’altro del proprio braccio metallico, non era stata in grado di replicare. Tuttavia, in quel momento, in quel frangente, non avrebbero avuto a poter essere considerate loro particolari alternative e, così, la Figlia di Marr’Mahew non poté ovviare ad affidarsi, come sempre nella propria vita, alla sua dea prediletta, alla signora dei mari, Thyres, pregandola fugacemente, in cuor suo, di poter essere in grado di compiere quanto allor desiderava… e, in ciò, di evitare di condannare a morte non soltanto se stessa, eventualità di per sé già sufficientemente sgradevole, quanto e peggio anche la sua sorella d’arme, la giovane ofidiana che a lei, con assoluta serenità d’animo, si era affidata.
E laddove, sino all’ultimo, ella avrebbe avuto a doversi considerare pronta a sferrare un violentissimo pugno contro quella cassa, nell’intento di respingerla, di catapultarla lontano da sé e dalla sua protetta; forse in grazia alla stessa Thyres, forse per semplice tardivo raziocinio, ella ebbe a mutare la propria scelta, la propria decisione, votando in favore di un ben diverso approccio, e un approccio, allora, volto a minimizzare l’energia altrimenti necessaria non soltanto ad arrestare la caduta di quella cassa ma, addirittura, a invertirla, respingendola in appello a pura e brutale forza… e a minimizzare tale energia nell’agire in maniera più controllata, più logica, e di sicuro successo, limitandosi, ancor e comunque in sola grazia allo straordinario potere per lei derivanti dai servomotori all’interno del proprio arto artificiale, a deviare la traiettoria di quella cassa, accogliendola a sé e, subito, lasciandola scivolare oltre di sé, oltre Lys’sh ai suoi piedi, per ricadere, con impeto tale da far tremare il pavimento sotto ai loro, a meno di due piedi dalla loro posizione, lasciandole indenni.

« Lode a Thyres… » sospirò la donna dagli occhi color ghiaccio, francamente a propria volta sorpresa da quanto accaduto in un lasso di tempo tanto contenuto, in una frazione di pochi attimi nei quali la decisione giusta era stata comunque presa, concedendo loro di sopravvivere.

Sopravvivenza, quella delle due donne, che pur non avrebbe avuto a potersi considerare allor qual scontata, qual garantita, ancora a lungo… non laddove, pur avendo ovviato alla possibilità di ritrovarsi sgradevolmente schiacciate al di sotto di qualche quintale di cassa metallica e relativa merce contenuta, esse avrebbero avuto allora a doversi lì riconoscere qual fondamentalmente finite in trappola, circondante, nella loro attuale posizione, da casse, alcune precipitate a loro sperato omicidio, altre quietamente rimaste là dove erano state sin da subito stipate, alla partenza della Kasta Hamina, e comunque tanto strette attorno a loro quasi a impedirne ogni movimento, ogni possibilità di ulteriore azione. Una posizione, quella così assunta, che non avrebbe avuto a doversi considerare in termini intrinseci, in maniera imprescindibile di condanna per loro, laddove alcuna fra quelle casse, comunque, avrebbe mai avuto ragione o possibilità di aggredirle; ma che pur spiacevolmente pericolosa avrebbe egualmente avuto a dover essere riconosciuta nel momento in cui, attorno a loro, sopra alle loro teste, davanti, dietro e ai fianchi, l’orda rappresentata da quei mostri, da quelle magnose spaziali di dimensioni spropositate, non avrebbe certamente loro garantito opportunità di sopravvivenza, non avrebbe sicuramente loro offerto scampo.

« Midda…? » esitò Lys’sh, subito rialzatasi accanto all’amica dopo lo schianto della cassa, e, in ciò, altrettanto immediatamente collocatasi schiena a schiena con lei, nella consapevolezza che, in tanto ristretto spazio qual quello loro offerto, non avrebbero avuto molte alternative in termini di posizionamento.
« Dimmi. » la invitò l’Ucciditrice di Dei, osservandosi attorno per nulla soddisfatta della situazione nella quale, allora, si erano venute a trovare, trasparente, proprio malgrado, di una sua erronea stima nel merito delle capacità dei loro antagonisti, tutt’altro che riducibili a mere bestie prive d’intelletto qual, pur, evidentemente, le aveva considerate nell’avventurarsi a loro nuovo, supposto discapito, tanto audacemente, e incoscientemente, così come aveva compiuto.
« E’ una mia impressione o le nostre amiche hanno avuto la tua stessa idea…? » questionò l’ofidiana, in ovvio riferimento alla proposta di catturare una fra quelle creature per poterla studiare e poter capire come liberarsi da quell’infestazione « In tal caso, senza critica voler muovere al nostro approccio, temo che la loro attuazione sia stata decisamente migliore rispetto alla nostra... » osservò, non senza una certa autoironia, volta, nella drammaticità di quella situazione, a sperare di poter concedere alle loro menti di mantenere la calma e il controllo su quei tanto disastrosi eventi.

giovedì 21 settembre 2017

2315


Alcune volte, nel corso della propria vita, all’Ucciditrice di Dei era stata posta una domanda tutt’altro che banale, non, quantomeno, dal suo personalissimo punto di vista: quella vita, la vita che aveva scelto, la vita che aveva abbracciato, la vita per la quale si era sospinta persino e involontariamente a rinnegare le proprie radici, la propria famiglia, e che le era costato il rapporto con la propria amata sorella Nissa; quella vita contraddistinta da continui pericoli, da estenuanti sfide, da inesorabili avversari desiderosi soltanto di strapparle la vita dal corpo, e di farlo nelle maniere più dolorose e raccapriccianti possibili; quella vita nella quale il riposo sarebbe sempre apparso qual una sorta di lusso, e un lusso che non si sarebbe mai potuta permettere, nel permanere, non proprio malgrado, ma propria scelta, nella frenesia di corse interminabili e battaglie prive di possibilità di vittoria… quella vita avrebbe avuto a doversi davvero considerare qual la sola vita che ella, ancora, desiderava vivere? O, forse, ella avrebbe avuto a doversi ormai considerare intrappolata nella propria stessa esistenza, non più artefice, quanto e piuttosto vittima, della scelta compiuta in un’epoca ormai lontana, nel ritrovarsi incapace di concepire altre possibilità, altre eventualità, in un’ormai immodificabile forma mentis al di fuori della quale neppure sarebbe stata in grado di concepire la realtà?
Nel porsi, come in quel frangente, come in quel momento, a confronto con una devastante morsa metallica al di sotto della quale la sua fine avrebbe potuto essere sgradevolmente sancita se solo avesse leggermente rallentato la propria andatura, se solo le sue gambe avessero perduto un singolo passo nella folle corsa nella quale si era lanciata; facile sarebbe stato ritenere quanto, simile interrogativo, avrebbe potuto eventualmente torturarla, nel dubbio di aver effettivamente sbagliato tutto nella propria esistenza, rifiutando di vivere una vita più serena, un’esistenza più pacifica, dividendosi, magari, fra il lavoro di suo padre, il pescatore, e una famiglia, costruita magari con il proprio amato Be’Sihl, il quale, ne era certa, sarebbe stato un padre straordinario per i loro figli, se solo a lei non fosse stata tolta tale possibilità, non fosse stata resa sterile da una brutale aggressione della propria gemella che, nella vita che aveva scelto, era sorta a sua antagonista, a sua avversaria. Facile sarebbe stato ritenere tutto ciò… facile, sì, ma errato.
Perché, in verità, ella amava tutto quello. Amava la sua vita, la sua esistenza sempre di corsa, in bilico sul filo del rasoio. Amava assaporare l’adrenalina diffondersi in ogni angolo del proprio corpo, nel mentre in cui il cuore pulsava vivace nei suoi polsi, nel suo collo, ricordandole quanto ella fosse viva e quanto, al tempo stesso, la sua vita fosse così effimera, meritevole, in ciò, di essere assaporata in ogni singolo istante. Perché proprio in quella sua apparentemente continua danza con la morte, ella altro non ricercava se non la vita, desiderosa non soltanto di accoglierla, ma addirittura di prenderla, affondando in profondità le proprie mani in quella fonte per abbeverarsene con gioia.
Così, in ognuna di quelle grosse, pesanti casse metalliche proiettate a cascare sopra la sua testa, e lì a ucciderla, ella non avrebbe mai potuto associare l’idea della morte potenziale da esse rappresentata, quanto e piuttosto della fine scampata e, con essa, della vita, e del diritto alla vita, in tutto ciò conquistato. Una vita non scontata, una vita non ovvia e, in questo, banalizzata, ma ottenuta nel merito delle proprie azioni…

« Inizio a odiare questi container… » esclamò Lys’sh, non rallentando, non esitando, mantenendo il tempo scandito dai passi della propria amica, della propria sorella d’arme, dimostrando a propria volta estremo autocontrollo, straordinaria capacità di fronteggiare quella crisi e, ciò non di meno, non negandosi occasione per quella battuta, per quello sfogo verbale, volto a criticare quanto, in quelle ultime ore, evidente sorte avversa si stesse palesando per loro in quei corridoi.
« Dici?! » sorride la Figlia di Marr’Mahew, non liberandola dalla stretta della propria mano, quel legame che le stava mantenendo solidali l’una all’altra, e, anzi, incalzando ulteriormente nella frequenza dei propri passi, della propria corsa, laddove anche i loro inseguitori, i loro candidati assassini, sembravano star facendo lo stesso, in una pericolosa accelerazione della caduta delle casse sopra le loro teste.

Difficile sarebbe stato, in quel momento, in quella situazione, definire per quanto tempo sarebbero state ancora in grado di resistere in quella corsa. Davanti a loro avrebbero avuto ancora più di metà container da percorrere prima di arrivare, all’inevitabile bivio, al quale, non potendo proseguire dritte, nella presenza del portellone serrato e nell’impossibilità, a quel punto, di aprirlo per tempo, avrebbero dovuto decidere se deviare sulla destra o sulla sinistra, ritrovandosi, ciò non di meno, ancora potenzialmente esposte a quel bombardamento; alle loro spalle alcuna possibilità di fuga avrebbe avuto a poter essere presa in considerazione, nella sistematica caduta di ogni cassa, al punto tale per cui quell’intero corridoio non sarebbe più stato percorribile, non sino a quando, con qualche carrello elevatore, non si fosse arrivati a liberare l’area: una situazione decisamente sgradevole e apparentemente scevra di possibilità di miglioramento, quindi, che pur, parimenti, non avrebbe potuto vantare eguale assenza di possibilità di peggioramento. Peggioramento che, allora, non ebbe a farsi attendere, a riprova di quanto, ancora una volta, le loro crostacee antagoniste non avrebbero avuto a doversi minimizzare a creature prive d’intelletto e, in quel caso, di intelletto strategico, giacché, a meno di trenta piedi innanzi a loro, in maniera del tutto imprevista e asincrona rispetto a quanto sino a quel momento accaduto, una coppia di casse venne fatta precipitare a bloccare loro il passaggio, a impedire loro il proseguo della corsa e, con essa, a negare loro ogni possibilità di sopravvivenza dall’orrida fine lì promessa.

« E ora…?! » esitò l’ofidiana, ricercando nell’esperienza della propria compagna una qualche soluzione, una qualche possibilità di salvezza anche laddove non sarebbero parse esservene.

Fino a un anno prima, ove posta in una simile situazione, in un identico frangente, non facile sarebbe stato, per la Figlia di Marr’Mahew, offrire una risposta a quell’interrogativo. Probabilmente, comunque, anche un anno prima, anche prima di scoprire l’universo e la propria immensità, iniziando a navigare attraverso le distese siderali del medesimo, ella avrebbe trovato un modo, una via, attraverso la quale garantire a lei e alla propria sodale la speranza di un indomani, magari attraverso qualche agile fuga all’interno degli stessi scaffali che, allora, sembravano promettere loro soltanto morte.
Ma dall’anno prima tante cose erano mutate. Ella stessa era mutata. E, in quella situazione, in quel frangente, ella avrebbe potuto vantare una risorsa in più, una possibilità che, sino a quel momento non aveva ancora preso in considerazione, non aveva ancora coinvolto nella questione e che, tuttavia, se tutto fosse andato come sperava, sarebbe potuta essere risolutiva del problema.

Così, quando ormai solo tre piedi separarono le due donne dall’ineluttabile conclusione di quella corsa; Midda arrestò il loro movimento tirando a sé la compagna e, subito dopo, rivolgendole un ordine ineccepibilmente chiaro, a fronte del quale alcun genere di fraintendimento avrebbe potuto emergere: « Abbassati! »

E se, in tutto ciò, nel timore non immotivato dei diversi quintali di casse metalliche che avrebbe potuto travolgerle, l’ofidiana avrebbe anche potuto reagire contestando quella richiesta, quel suggerimento, nel non ravvisarne l’utilità, nel non comprenderne le ragioni; Lys’sh ebbe allora a dimostrare tutta la propria fiducia, tutta la propria più onesta fede nella propria compagna d’arme, nella propria amica, nella propria sorella maggiore, non esitando neppur per un istante a trasformare in azione quanto domandatole, raggomitolandosi al suolo per come domandatole e, senza alcun reale timore, attendendo quanto sarebbe accaduto, e la battaglia che, potenzialmente, a ciò sarebbe seguita. Perché, in quel frangente, ella avrebbe avuto a dover essere considerata qual animata dalla consapevolezza di quanto, se Midda le aveva richiesto simile azione, ciò si sarebbe certamente scoperto qual giustificato da un’idea, da un’iniziativa, da un’azione che, allora, avrebbe loro permesso di sopravvivere… e di sopravvivere per poter continuare a combattere.

mercoledì 20 settembre 2017

2314


Pur essendo soltanto una donna umana, alcuno, a conoscerla, avrebbe avuto l’ardire a definire Midda qual soltanto una donna umana. Sebbene, infatti, ella non avrebbe potuto vantare di qualche particolare corredo genetico tale da concederle, in ciò, l’agilità di una feriniana, i sensi affinati di una canissiana o di un’ofidiana, o la forza di un tauriano; quella donna non aveva avuto occasione di sopravvivere alla propria stessa esistenza, e al particolarmente pericoloso stile di vita che per se stessa aveva scelto di abbracciare, per demerito dei propri antagonisti, o delle prove da lei affrontate, quanto e piuttosto per proprio esclusivo merito, per la propria straordinaria capacità di fronteggiare l’impossibile. Capacità, la sua, derivante innanzitutto del proprio intelletto, allenato nel confronto con le più disparate situazioni e con l’immancabile, obbligata necessità di trovare a ciascuna di essere soluzione nel minor tempo possibile ove, altresì, il suo stesso avvenire sarebbe stato sicuramente posto in dubbio, se non, addirittura, stroncato; ma anche dalla propria ineguagliabile forma fisica, mantenuta tale sia in grazia di tutte le proprie gesta e battaglie, sia, e ancor più, attraverso un costante allenamento quotidiano, tale da garantirle di poter fare costantemente affidamento sul proprio corpo entro i limiti della propria mortalità. E proprio all’interno della cornice rappresentata da tali limiti, ella aveva appreso, nel corso dei tempo, come muoversi, scoprendo quanto, il segreto per raggiungere l’impossibile, non fosse quello di ignorare tali limiti, ma di rispettarli e padroneggiarli, per potersi sempre spingere al massimo senza, in questo,  porla mai in situazioni dalle quali non sarebbe stata in grado di uscire.
Alla luce di tutto ciò, quindi, anche laddove un qualunque essere umano, al suo posto, avrebbe avuto appena il tempo di comprendere quanto stesse accadendo prima di ritrovarsi schiacciato al di sotto di quelle casse, probabilmente con la testa fracassata qual un frutto troppo maturo; tale destino non sarebbe stato egualmente condiviso anche dal Midda Bontor. Già al grido di Lys’sh, infatti, l’ex-mercenaria avrebbe avuto a doversi riconoscere già pronta ad agire, e ad agire non tanto in reazione a quell’offensiva, pur imprevista, ma a qualunque genere di offensiva, così come, abitualmente, ella era solita predisporsi a compiere, nel rispetto di quella stessa paranoia alla quale tanto affetto non avrebbe potuto mancar di tributare. Nell’indicazione offerta dalla propria sorella d’arme, pertanto, alla sua mente occorse soltanto una breve frazione di secondo per elaborare quanto suggeritole dai propri sensi, quanto confermatole dal proprio udito, nel merito di quanto stesse avvenendo, nel merito di quel pericoloso e pesante carico che le era stato rovesciato addosso, sapendo, così, già come reagire, in che maniera muovere il proprio corpo a garantirle occasione di salvezza. Pertanto, un fuggevole attimo dopo il grido d’avvertimento a lei rivolto, ella aveva già contratto e disteso in maniera squisitamente orchestrale ogni muscolo del proprio corpo, al solo fine di sospingersi, repentinamente, in un’armonica capriola all’indietro, per sottrarsi al proprio altrimenti inesorabile destino. Destino al quale sembrò, per un istante, essere comunque destinata la creatura che sino a quel punto l’aveva condotta, guidandola astutamente sulle proprie orme fino all’imboscata, per così come, chiaramente, essi avevano deciso di predisporla.
E se l’Ucciditrice di Dei uscì illesa da quell’attentato, finendo di compiere altre due capriole prima di arrestarsi proprio al fianco della sua sorella d’arme, pronta a ringraziarla per la voce offertale, la sola in grazia alla quale, probabilmente, avrebbe potuto lì vantare il non ovvio dono della vita; non a diverso fato ebbe a votarsi anche il mostro che, sino a quel punto, l’aveva trascinata. Esso, infatti, pur non muovendosi dal punto entro il quale si era sospinto, pur non sottraendosi al crollo delle casse sopra di lui, ebbe tranquillamente, serenamente, a ignorare qualunque possibile conseguenza derivante dall’imporsi di qualche quintale di peso, avvolto in un contenitore metallico, a discapito del proprio esoscheletro, lì permanendo, con totale indifferenza, nell’esatto termine di quella traiettoria discendente, senza alcunché temere in reazione.
Serenità, quella propria della magnosa, che non ebbe a doversi considerare immotivata… non, quantomeno, laddove la pesante coppia di casse, lì precipitata, ebbe a crollare in maniera straordinariamente rumorosa, potenzialmente letale, e pur, ciò non di meno, non ebbe neppure a scalfire la straordinaria armatura per essa naturale e imprescindibile corredo.

« Woah… » sottolineò, non senza una certa sorpresa, la Figlia di Marr’Mahew, allora stupita non tanto per il disastroso crollo, per lei divenuto un evento ormai passato, quasi proprio di un’altra vita, tanto la sua mente ormai aveva completamente elaborato l’accaduto e l’aveva già archiviato, a dimostrarsi pronta a continuare, a proseguire laddove ve ne sarebbe potuto essere bisogno, razionalmente non potersi concedere occasione per giudicarsi al sicuro… non, laddove, comunque, i corridoi attorno a loro erano ricolmi oltremodo e oltremisura di quegli enormi contenitori, e, in ciò, il fallimento così riportato dalle creature aliene avrebbe potuto presto vedersi riscattato, e riscattato per così come soltanto una serena vittoria a discapito di quelle due donne avrebbe potuto imporre.
« Decisamente tosto, l’amico. »  espresse più chiaramente, più trasparentemente, l’ofidiana, cogliendo le ragioni del pur breve  intervento della compagna e, in ciò, ampliandolo e completandolo, in quell’espressione di supposta stima nei confronti del loro antagonista, una stima dietro alla quale, tuttavia, facile sarebbe stato leggere una certa preoccupazione, e una preoccupazione per quanto, in tal modo, sarebbe stato loro richiesto di fare, nell’affrontare e nel tentare di catturare una simile creatura.
« Decisamente… » ripeté e confermò la prima, ancora restando in quieta attesa dello sviluppo degli eventi, tutt’altro che convinta che la situazione si sarebbe allor così semplicemente risolta « … e, fra l’altro, grazie. » soggiunse, in riferimento all’avvertimento rivoltole, un avviso la cui importanza non avrebbe voluto mai minimizzare, fosse e anche solo nel non rivolgere quel cenno di gratitudine, e di gratitudine non attesa dall’altra ma non, per questo, meno necessaria.

Ad anticipare, tuttavia, qualunque nuova possibilità di replica da parte di Lys’sh, fu un suono. Un leggero fruscio di piccole zampe mosse sopra le loro teste. Leggero fruscio che all’attenzione dell’ofidiana risuonò distinguibile come un vero e proprio rullo di tamburi, dall’alto del proprio estremamente affinato udito, e che, ciò non di meno, non ebbe allora a sfuggire neppure alla sua compagna umana, non laddove già in teso ascolto del mondo a sé circostante e, in parte, proprio in attesa di quell’evento, di quel nuovo attacco che, forse, avrebbe avuto allora a doversi considerare mero completamento del precedente, laddove questo non aveva dimostrato di poter concedere il risultato sperato.
E se, un attimo prima, era occorso l’avviso di Lys’sh per preservare la vita del capo della sicurezza della Kasta Hamina, così come anche evidenziato, appena ricordato, da quel ringraziamento; in quella nuova occasione fu la stessa Midda Bontor ad afferrare saldamente, nella propria mancina, la destra della compagna, per trascinarla seco in un deciso scatto verso la direzione dalla quale erano giunte, la sola percorribile, nella speranza, in tal senso, di riuscire a mantenersi entrambe ancora in buona salute, giacché, a differenza della magnosa, se una sola di quelle casse le avesse raggiunte, difficilmente vi sarebbe stata, per loro, una qualche possibilità di futuro e giacché, loro malgrado, l’imboscata non avrebbe avuto a doversi considerare terminata ma, soltanto, appena iniziata…

« Thyres! » imprecò Midda, invocando il nome della propria dea prediletta nel mentre in cui, al di sopra delle loro teste, una dopo l’altra tutte le casse poste più in alto negli scaffali iniziarono a precipitare verso il basso, verso la loro direzione, in quella che, tutt’altro che difficilmente, avrebbe avuto a dover essere interpretata come una spiacevole promessa di morte, per sfuggire alla quale l’unica speranza, l’unica possibilità, sarebbe stata dimostrarsi di correre più veloce rispetto al chiudersi di quella devastante, e certamente letale, morsa di metallo, non dissimile da un’enorme cerniera destinata a stritolarle se solo non fossero state sufficientemente rapide nella propria fuga, nella propria fuga, ritrovatesi, ancora una volta, da predatrici ridotte al ruolo di semplici prede.

martedì 19 settembre 2017

2313


Sull’opportunità di essere trattenuta, in verità, la creatura non si ebbe a dimostrare particolarmente concorde, giacché, senza volersi riservare alcuna particolare opportunità d’offesa nei confronti della propria assaltatrice, fosse anche per mera difesa, per semplice reazione, insistette nel proprio retrocedere, in quella che, in breve, avrebbe avuto a potersi ritenere una vera e propria fuga, precipitosa e raffazzonata nel tentativo, non così scontato, non così ovvio, di riuscire ad allontanarsi da quella donna, una donna nel confronto con la quale, comunque, avesse tentato una qualche aggressione, probabilmente avrebbe avuto sicuramente possibilità di temporeggiamento se non, addirittura, di predominio, nella chiara sproporzione esistente fra loro, a incominciare dalle dimensioni di quell’essere sino a sospingersi alle sue già comprovate caratteristiche fisiche, nel confronto con le quali non così banale, non così retorico, sarebbe stato anche per la Figlia di Marr’Mahew ipotizzare la propria vittoria. Una reazione, tuttavia, quella che ebbe allora a dimostrare, che non avrebbe potuto ovviare a sorprendere il medesimo capo della sicurezza della Kasta Hamina, la quale, memore delle dinamiche del precedente confronto fra loro, e dell’aggressività dimostrata da quelle bestie, non avrebbe potuto ovviare a riconoscersi ineluttabilmente sorpresa dall’apparente timore così palesato, un timore innanzi al quale difficile sarebbe stato ritenere realmente una minaccia tale invasione.
Abituatasi, ciò non di meno, a considerare la paranoia una virtù, la sola in grazia alla quale, probabilmente, ella aveva avuto occasione di sopravvivere a se stessa, e a tutte le scelte compiute nella propria esistenza; Midda Bontor non avrebbe mai potuto permettersi di ignorare quanto, allora, tutto ciò avrebbe potuto palesarsi essere un mero trucco, un semplice tentativo volto a guidarla in una posizione di inferiorità, se non, addirittura, a una vera e propria trappola, nel vederla rincorrere simile antagonista fino a un qualche punto nel quale ella si sarebbe ritrovata a essere, altresì, sola contro un nuovo branco di quegli esseri, vedendo conseguentemente ridursi, o addirittura scemare, ogni propria opportunità di salvezza. E se, quindi, probabilmente sciocco sarebbe stato per lei avventarsi su quella preda, insistere in quell’inseguimento sì palesemente destinato a declinare nel proprio massacro, ella non volle tirarsi indietro innanzi a quella sfida, proseguendo lungo il cammino che, in tal maniera, era stato tracciato per lei.

« Potrebbe essere una trappola! » la volle avvisare Lys’sh, comprendendo quanto la sua compagna ormai non si sarebbe tratta indietro e, ciò non di meno, ritrovandosi proprio malgrado spiacevolmente memore di quanto già occorso a discapito di Duva per trascurare quell’eventualità o, anche e soltanto, per permettere alla propria compagna d’armi di trascurarla, nel timore di assistere, nuovamente, a una letale imboscata.
« Lo so. » confermò l’altra, nulla di più e nulla di meno aspettandosi da quell’evoluzione inizialmente non considerata e, malgrado questo, proseguendo, tanto nel desiderio di portare a compimento quella cattura secondo i piani concordati, quanto nella genuina curiosità di verificare ciò che sarebbe allor occorso, anche nell’eventualità peggiore.

Una curiosità, quella della donna guerriero, che non avrebbe avuto a doversi erroneamente giudicare qual fine a se stessa, e, in ciò, pericolosa caratteristica per un’avventuriera suo pari, quanto e piuttosto motivata dall’esigenza, dalla volontà, di raccogliere altre informazioni, altre nozioni nel merito dei propri avversari, ivi compreso, pertanto, le eventuali capacità strategiche, le possibili abilità tattiche, in termini tali da meglio apprezzare in qual misura, realmente, quelle avrebbero avuto a dover essere minimizzate qual mere bestie e quanto, piuttosto, qual qualcosa di più.
A prescindere dalla complessità della nuova concezione di realtà nella quale ella si era ritrovata a essere immersa, tale per cui non avrebbe avuto obiettivamente ragione di che sorprendersi laddove avesse avuto riprova dell’esistenza di una vera e propria civiltà contraddistinta da creature simili; la donna dagli occhi color ghiaccio non avrebbe potuto ignorare l’evidenza di quanto incredibilmente strutturate sino a quel momento fossero apparse le scelte compiute da quelle bestie, tanto nell’aggredire le porte e nel distruggere i loro sistemi di comunicazione, quanto nel tendere loro imboscate, sia a suo precedente, e fortunatamente soltanto ipotetico, discapito, sia in offesa a Duva, al punto tale da spingerli a ritenere plausibile l’ipotesi di un arrembaggio, di un’aggressione esterna a loro discapito da parte delle medesime, ipotesi supportata, dopotutto, dall’assenza di altre spiegazioni nel merito della loro effettiva origine e presenza a bordo della Kasta Hamina. Ciò non di meno, al tempo stesso, altri indizi, altre evidenze, non sembravano concordare con simile idea: a partire dall’assenza di qualunque evidenza di altri vascelli attorno a loro, in quell’angolo sperduto di universo; per proseguire con la diffusa ignoranza, da parte dei propri compagni di viaggio, sull’eventuale genere di specie aliena al quale quelle creature avrebbero avuto a dover essere associate… un’anomalia non così priva di valore nel considerare che, per quante diverse specie aliene esistessero nell’universo, tutte quelle comunemente discriminate all’interno del generico termine di chimere, come, fra le tante, la stessa Lys’sh, ognuna di esse era comunque comunemente nota, così come, al contrario, quelle magnose giganti non parevano essere.
Avendo avuto tempo per riflettere su tutto ciò, l’Ucciditrice di Dei non avrebbe potuto ovviare a dimostrarsi sinceramente incuriosita da tutta quella situazione e, soprattutto, da quel possibile, gigantesco piatto di portata che, tuttavia, improbabile avrebbe avuto a potersi banalizzare qual tale. Una curiosità, la sua, che non avrebbe avuto neppur da doversi considerare esclusivamente estemporanea ma, in termini più ampli, in lei esistente sin dal momento in cui ella aveva avuto occasione di porsi a confronto con il concetto stesso di civiltà non umane, prima fra tutte quella rappresentata dalla sua stessa giovane compagna d’armi in quel contesto, in quel frangente, così simile, così associabile fisicamente al ricordo di altre creature da lei affrontate sul proprio mondo, esseri che, semplicemente, aveva relegato al ruolo di mostri e aveva quietamente abbattuto, ma che, in tutto ciò, non avrebbe potuto quindi ovviare a domandarsi se, altresì, non avrebbero avuto a dover essere considerati qual qualcosa di più…
… non che, comunque, questo le avrebbe, a posteriori, creato rimorso alcuno per le loro morti, soprattutto laddove associabili, come nella quasi totalità dei casi, a questioni di mera sopravvivenza del più forte: così come mai, nella propria vita, si era riservata esitazione a distribuire morte a umani suoi simili, non maggiore riguardo avrebbe avuto, obiettivamente, a dover rivolgere ad altre specie, per quanto eventualmente rappresentative di civiltà straordinariamente antiche.

« Voglio solo capirci di più… » si giustificò, continuando nella corsa alla quale la propria preda l’aveva ormai costretta, e rivolgendosi, in tali parole, probabilmente più a se stessa che a Lys’sh, rimasta alle sue spalle e, in tutto quello, ignorata persino nella propria effettiva posizione.

Purtroppo, nella propria brama di conoscenza, ella ebbe alfine a spingersi esattamente nella trappola che, dopotutto, aveva confermato attendersi. Una trappola, quella a lei riservata dalle magnose spaziali, che non ebbe a palesarsi secondo i medesimi termini della precedente, quanto, e piuttosto, in una direzione squisitamente inedita, nella quale, allora, le sue avversarie, forse memori della futilità, nei suoi confronti, di un’azione diretta, preferirono eleggerla destinataria di un’imboscata sicuramente meno elegante della precedente ma, altrettanto certamente, più efficace nelle proprie possibilità di riuscita…

« Midda! Sopra di te! » gridò Lys’sh, invero non così lontana dietro di lei, e ancor intenta al ruolo di supporto nel quale le aveva chiesto di restare, ma, allor, comunque troppo distante per potersi concedere occasione di intervenire, e di intervenire a prevenire il crollo di una mezza dozzina di gigantesche casse dai ripiani superiori del corridoio all’interno del quale avevano inseguito la creatura, sotto il peso delle quali difficile sarebbe stato sperare nella sopravvivenza della predatrice lì retrocessa, nuovamente, al ruolo di preda.