Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

domenica 6 agosto 2017

RM 217


Due occhi color ghiaccio.

Tali erano quelli che, silenziosamente, stavano allor osservando la porta posta innanzi a loro, in quella che, probabilmente, essi avrebbero avuto a dover valutare qual la prova più difficile fra tutte quelle affrontate in quell’ultimo mese. A posteriori, per Midda Namile Bontor, quell’ultimo mese, in effetti, sarebbe stato probabilmente ricordato qual uno dei periodi più intensi della propria vita, un periodo di grandi cambiamenti forse secondo solo all’anno del proprio matrimonio e del proprio divorzio, benché, in verità, difficile sarebbe stato discernere quale, allora, avrebbe avuto a doversi effettivamente a considerare il maggiore.

Il caso Anloch, il primo dal quale tutto aveva avuto inizio, si era concluso in maniera assolutamente piacevole.
Carsa, dopo più di una settimana di riposo ospedaliero, volto a consentirle una corretta reidratazione e un ritorno a un’alimentazione regolare, aveva iniziato un lungo periodo di riabilitazione fisica e mentale: fisica in quanto, dopo tre settimane trattenuta legata e imbavagliata all’interno di una piccola cella buia, ella avrebbe necessariamente dovuto riabituare gradualmente i propri muscoli al movimento, le proprie braccia e le proprie gambe alla ritrovata libertà, non diversamente rispetto a quanto avrebbe potuto subire a seguito di qualche evento fisicamente più traumatico, qual un incidente d’auto o altro; mentale in quanto, dopo tre settimane trattenuta legata e imbavagliata all’interno di una piccola cella buia, ella avrebbe necessariamente avuto bisogno di aiuto, aiuto volto a permetterle di superare l’orrore di quel lungo sequestro, di quella drammatica prigionia, a opera di una folle convinta che, fra loro, presto o tardi, avrebbe potuto esserci qualcosa.
Il signor Anloch, ovviamente, non aveva tardato a presentarsi all’ufficio della propria investigatrice, sia per ringraziarla, e ringraziarla con tutto il proprio cuore e anche di più, sia per ripagarla. E benché Midda, già ampliamente soddisfatta, dal punto di vista economico, dal quanto ottenuto dal governo federale per il proprio secondo e parallelo caso, non avrebbe desiderato ricevere alcunché da quell’uomo, il quale già troppe ne aveva passate per doversi anche preoccupare della sua parcella; egli non ebbe a voler sentire ragioni, insistendo con lei fino a quando, alla fine, il supposto debito non fu completamente estinto, sulla base della sua tariffa standard e senza neppure la possibilità di un piccolo sconto. Ovviamente, poi, in tale occasione egli aveva invitato la donna, ormai considerata qual una delle più care amiche di famiglia, a recarsi, un giorno, a trovare colei che, se libera e, soprattutto, se ancora viva, avrebbe avuto a dover ringraziare soltanto lei; e Midda, ormai francamente curiosa di conoscere Carsa, non si sottrasse a tale invito, accettando di buon grado di poter recare visita alla giovane donna per a lei presentarsi e, finalmente, conoscerla.

Il caso federale, poi, quello che più, alfine, l’aveva coinvolta e l’aveva coinvolta non soltanto professionalmente, ma anche e ancor più personalmente, si era a sua volta concluso in maniera indubbiamente gratificante.
Il giorno seguente l’arresto di Desmair, il suo ex-marito, Midda aveva avuto occasione di leggere su tutti i giornali la notizia bomba dell’arresto della vicedirettrice Anmel Mal Toise, con una serie di capi di imputazione nel rispetto dei quali, probabilmente, avrebbe avuto necessità di vivere almeno un paio di millenni per riuscire a scontare la pena che, alla fine del processo, le sarebbe stata destinata. E per quanto, obiettivamente, l’investigatrice privata non avesse avuto alcuna occasione di conoscere la vera madre del proprio ex-marito, quello che aveva avuto modo di scoprire a suo riguardo, nel merito dell’incontestabile colpa riguardante la reale eminenza grigia dietro al loro matrimonio, sarebbe potuto essere ragionevolmente sufficiente per avere di che odiarla, almeno quanto, se non persino di più, rispetto al suo degno figliuolo.
Il Bureau, nella figura di Lavero, ma per intercessione del Grosso e dello Smilzo, aveva saldato senza battere ciglio il proprio debito con lei, tenendo fede agli accordi presi pur, in ciò, ovviamente ovviando a qualunque genere di coinvolgimento formale. Una scelta che, almeno all’inizio di quel gioco, era stata sicuramente motivata dalla segretezza di quell’intera operazione, e, per come spiegatole da parte della sua stessa mecenate, dalla necessità di evitare che la vicedirettrice Anmel Mal Toise potesse avere evidenza di quanto la sua collega stava orchestrando al fine di riuscire a incastrarla, e a incastrarla per tutti i crimini da lei commessi sfruttando proprio il ruolo ricoperto. Una scelta che, al termine di quella particolare partita, Midda non poté ovviare a interpretare se non nella volontà, da parte di Lavero, di potersi riservare nuove occasioni di collaborazione con lei in futuro per eventuali, altri casi nel corso dei quali sarebbe emersa l’utilità di possedere un carta in più, nel proprio mazzo, da giocare fuori da ogni controllo, fuori da ogni regola, così come, in fondo, ella aveva già offerto evidente riprova di poter essere in grado di fare.

Sul fronte professionale, inoltre, avendo risolto definitivamente la questione Desmair Von Kah, nell’essere riuscita ad arrivare a chiudere quella dolente nota della propria vita passata, Midda ebbe a scoprirsi improvvisamente libera anche di potersi reinventare completamente, anche, ed eventualmente, ritornando a quella vita per ottenere la quale tanto impegno, tanta dedizione aveva pur dimostrato nel corso del tempo, e che pur, tre anni prima, si era violentemente costretta a lasciare, nel profondo rispetto da lei provato verso il dipartimento tutto e il proprio stesso distintivo da detective e, purtroppo, nella vergogna che, in conseguenza a quanto accaduto, non avrebbe potuto ovviare a provare a proprio stesso discapito.
Finalmente libera dall’opprimente ombra del proprio senso di colpa, Midda avrebbe potuto quietamente ipotizzare di ritornare in polizia, di riprendere il proprio ruolo da detective, a prescindere da quanto complesso, eventualmente, ciò avrebbe potuto dimostrarsi essere, nella consapevolezza di quanto, pur, il buon capitano Rolamo non avrebbe mancato di sostenerla, di appoggiarla, così come, anche in quegli ultimi tre anni, e in quell’ultimo mese in particolare, aveva offerto più volte riprova di essere quietamente pronto a compiere. Ma se pur allettante, invitante, seducente avrebbe avuto a doversi considerare l’immagine di lei reintegrata nel proprio ruolo, nuovamente impegnata a tentare di rendere la città di New York un posto migliore, lavorando al fianco di colleghi straordinari come Lange o Degan, ella, posta innanzi alla possibilità di tornare indietro, ebbe a scoprirsi, paradossalmente, ancor desiderosa di proseguire con quel lavoro, quel mestiere, quella professione che pur, per tre anni, ella aveva fondamentalmente odiato, vivendola più simile a un concetto di purgatorio che a qualcosa realmente degno di essere vissuto.
Forse complice quanto avvenuto in quell’ultimo mese, negli straordinari ed entusiasmanti successi di quegli ultimi due casi, Midda ebbe a scoprirsi incuriosita dall’eventualità di quanto il destino ancora avrebbe potuto offrirle, vittima, proprio malgrado, di quel pur inebriante senso dell’avventura che pur, in quel ruolo, in quel mestiere, sentiva avrebbe potuto trovare occasione di esprimersi, e di esprimersi in termini decisamente più imprevedibili di quanto, altresì, avrebbero mai potuto concedersi possibilità di risultare laddove ella avesse ripreso quella propria passata vocazione da detective. E se pur, in tal senso, ella avrebbe avuto a scoprire di aver commesso un terrificante errore, permettendo a due veri casi di cancellare, repentinamente, il ricordo di tutte le frustranti notti spese in appostamento al solo scopo di cogliere qualche amante fedifrago in azione, ella decise di concedersi una nuova possibilità…
… dopotutto, speranzosamente, il proprio ritorno in polizia avrebbe potuto comunque avvenire più avanti!

Sul fronte sentimentale, e a dispetto di qualunque fantasticheria di Be’Sihl Ahvn-Qa, nonché di qualsiasi curiosità pur nuovamente espressa e sottolineata da parte del procuratore amico di Ja’Nihr, tal Salge Tresand, ella non ebbe a dimostrare il benché minimo interesse a interrompere il proprio rapporto con il suo Ma’Vret.
Certamente, dopo quanto accaduto al “Kriarya”, dopo quelle lunghe ore spese accanto al proprietario del locale e, soprattutto, dopo la sua impavida dimostrazione di coraggio e di affidabilità nel proteggere Nissa, Midda non avrebbe potuto negare di aver leggermente rivalutato quell’uomo, promuovendolo da “essere totalmente inutile” a “forse c’è ancora speranza”, benché, a tal riguardo, mai avrebbe offerto evidenza al medesimo, nel voler ovviare a offrire qualunque genere di soddisfazione al suo ego. Ciò non di meno, forse ella avrebbe avuto a doversi considerare meno brava di quanto potesse immaginare nel dissimulare i propri sentimenti, i propri giudizi su una persona, o forse egli avrebbe avuto a doversi considerare indubbiamente abile nel comprenderla, e nel comprenderla in termini da poterla anche spaventare, giacché, malgrado tutto, Be’Sihl parve rendersi conto di quell’intima promozione, non lasciandosi sfuggire la benché minima occasione utile a incalzarla, a insistere con lei, fosse anche solo in semplici battutine, evidentemente convinto di poter far strada… di poter ulteriormente crescere e, magari, persino arrivare a poter ottenere da lei almeno un altro bacio, questa volta senza nessuna possibilità di fraintendimento nel merito delle ragioni alla base del medesimo. Ma, con buona pace per il proprietario del “Kriarya”, e per qualunque altro pretendente, malgrado la segretezza del proprio rapporto con Ma’Vret, ella amava considerarsi monogama e, soprattutto, già impegnata. Ragione per la quale, la questione non si sarebbe potuta neppur porre, almeno fino a quando le cose fra lei e il suo bel pugile sarebbero andate bene come allora.

In simile scenario, in tale felice contesto, solo un aspetto della sua vita, ancora, avrebbe quindi avuto necessità di essere sistemato. E, in quella sera, davanti a quella porta chiusa, ella si era ripromessa di impegnarsi a farlo, nell’affrontare la sfida più grande che, in fondo, avrebbe mai potuto riservarsi.
Perché affrontare Desmair e quella pazza di Faccia D’Anatra, e ritrovarsi, di conseguenza, due volte a stretto contatto con la morte, e, più precisamente, con la prospettiva della propria morte, non avrebbe avuto a poter essere banalizzato nel proprio valore, nella propria importanza o, ancor peggio, nelle proprie conseguenze emotive per lei. Conseguenze emotive che, malgrado tutto, malgrado ogni rancore, ogni rabbia, ogni ferita, non avrebbero potuto ignorare l’evidenza di quanto, se allor fosse morta, ella avrebbe portato nella propria fossa il peso di troppe questioni in sospeso, di troppe cose non dette, per non rischiare di tornare indietro sotto forma di ectoplasma… eventualità che, francamente, non avrebbe potuto entusiasmarla.
Così, facendosi coraggio, ella suonò il campanello e attese che qualcuno venisse ad aprirle…

« Ciao, mamma… » salutò, ritrovandosi al cospetto della propria genitrice « Spero di non essere in ritardo per la cena. »

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