Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

lunedì 7 agosto 2017

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Lo spazio siderale.
Illimitato, forse infinito. In parte esplorato, per lo più incompreso.
Da qualcuno amato, dai più temuto. Per pochi occasione di vita... per tutti gli altri semplice certezza di morte.
Per quanto di primo acchito, a un primo impatto, a uno sguardo ancora estraneo e, invero, non desideroso di una migliore conoscenza, di un più approfondito contatto, esso sarebbe potuto apparire soltanto cupo e tenebroso, promessa, anzi garanzia, di morte e di morte orribile qual neppure al proprio peggior antagonista avrebbe avuto a volersi augurare; agli occhi di coloro i quali, altresì, sarebbero stati in grado di comprenderlo e, in ciò, di apprezzarlo, lo spazio infinito, quella sterminata distesa oscura, non avrebbe potuto sperare di essere più luminosa, più brillante, più ricolma di colori rispetto a come, da sempre e per sempre, si sarebbe mostrata, si sarebbe modestamente e timidamente rivelata essere per chi dimostratosi in grado di accoglierla, di apprezzarla, di amarla. Perché nulla di più vivo e vitale, di più energico e traboccante fiero potere, avrebbe mai potuto essere riconosciuto, avrebbe mai potuto essere obiettivamente indicato rispetto al celeste firmamento, con i suoi astri, le sue stelle sì colme di primordiale violenza dal non sapere come altro gestirla al di fuori del rigurgitarla non dissimili a infante satollo qual conseguenza di un quantitativo eccessivo di materno latte preteso più per capriccio che, effettivamente, per desio, per necessità. Astri apparentemente solitari, e pur mai tali, pur mai isolati, laddove si fosse stati in grado di espandere la propria capacità di comprensione, di apprezzamento, a una realtà più amplia, a un livello di intesa più esteso, e tale da comprendere, attorno a ognuno di quei soli, i relativi sistemi, e, ancora, le galassie e le nebulose, realtà così vaste da non permettere alcuna pur minima possibilità di intesa, di comprensione e, ciò non di meno, e, anzi, proprio in conseguenza di ciò, da porre un’aperta sfida a chiunque avesse, in tal senso, voluto impegnarsi, nel cercare di rendere proprio quanto, palesemente, di esclusivo possesso soltanto degli dei, o di qualunque altra entità superiore alla quale si avrebbe avuto desiderio di destinare il proprio Credo, le proprie speranze e, magari, le proprie preghiere, se non i propri più incontrollati e atavici timori, terrori, nel dubbio di quanto avrebbe mai potuto attendere oltre la morte, della consapevolezza che avrebbe potuto conseguire a quell’appuntamento obbligato, a quel costretto passaggio di fronte al quale nessuno avrebbe mai potuto ritrarsi, nessuno avrebbe mai potuto rifiutarsi.
Stelle, nebulose, galassie… lo spazio siderale, così immenso, illimitato, forse infinito, e ricolmo di colori, di energia, e di potere. Così tanti colori, un livello sì elevato di energia e di potere, da non poter essere neppure mantenuto imbrigliato dagli stessi astri celesti, ognuno, chi in misura maggiore, chi meno, impegnati per l’intera durata delle proprie apparentemente sempiterne esistenze, a disperdere la propria forza all’esterno, sotto forma di raggi visibili e invisibili, di radiazioni sì potenti da essere, necessariamente, letali. E, pur, sì indispensabili alla vita, a concedere il calore e la speranza necessarie per confidare in un qualunque indomani a coloro, animali o vegetali, che, in numero incommensurabile, popolavano centinaia, migliaia, milioni, miliardi di pianeti sparsi nell’intero universo, pianeti e creature i quali mai avrebbero potuto esistere in assenza di tale luce, di tale calore e della speranza di un futuro che solo attraverso l’intercessione delle stelle avrebbe potuto essere loro donato.
Se già tanto, forse e addirittura troppo, nel proprio rivelarsi, sovente, immeritato, da sempre donavano gli astri, con la propria forza, con il proprio potere, con la propria energia dispersa all’interno dello spazio siderale; tanta grazia aveva imparato a essere ulteriormente sfruttata da molte delle creature viventi per suo medesimo mezzo, incanalata al fine di rendere possibile anche l’impossibile… o, per lo meno, quanto creduto tale da coloro i quali, a tale progresso, non avevano ancora avuto la possibilità di sospingere i propri passi, i propri pensieri, le proprie fantasie. Non a tutti nell’universo, quindi, seppur già a molti, era stata garantita la possibilità di sfruttare il potere delle stelle allo scopo di estendere le proprie ambizioni, i propri sogni, le proprie speranze ben oltre ai confini propri del mondo in cui ognuno era nato e cresciuto, ben oltre ai limiti della realtà così come era stata, magari, da sempre conosciuta ai propri padri e ai propri nonni, proiettando il proprio presente, e il proprio avvenire, fra le medesime stelle, fra quegli astri così prossimi, nella propria stessa natura, agli dei. Ma coloro che erano stati in grado di carpirne i segreti, di comprenderne le possibilità, erano stati in grado di imbrigliare tanto smisurato potenziale all’interno di speciali nuclei di idrargirio, per alimentare, in sua grazia, motori sì potenti da permettere il volo attraverso lo spazio a velocità sufficienti da rendere prossimi pianeti altrimenti reciprocamente posti a distanze ineguagliabili, incommensurabile e incolmabili. E, in tutto questo, le medesime stelle che a tali creature avevano già garantito il dono della vita, avevano anche permesso di oltrepassare ogni limite, sospingersi al di là di ogni sogno, di ogni immaginazione, di ogni possibile raziocinio, alla ricerca di un più alto scopo nelle proprie esistenze e, forse, del significato intrinseco delle stesse, di un contatto con gli dei, con i creatori di tanto straordinario Creato.
A tale consapevolezza, a tale intesa nel merito dello spazio siderale e, con esso, dei viaggi interstellari al suo interno, era riuscita a spingersi la mente di Midda Bontor, donna umana, guerriera e mercenaria, nata e cresciuta su uno dei tanti mondi che, qualcuno, avrebbe arrogantemente definito attraverso l’impiego del termine primitivi e, ciò non di meno, abitati da molte, a volte troppe, straordinarie culture, così variegate, così originali nelle proprie tradizioni, nei propri usi e nei propri costumi, da risultare a propria volta un intero universo all’interno di un singolo mondo, un’intera realtà in uno spazio decisamente più ristretto e che, per questo, mai avrebbero avuto ragione di essere denigrati nell’impiego di una simile definizione.
Midda Bontor, sul proprio mondo, sulla propria terra per lei priva di un nome atto a indicarla nella propria integrità, non avendo mai avuto alcuna precedente esigenza di definire in maniera univoca qualcosa che, dal suo punto di vista, avrebbe avuto a dover essere considerato equivalente al tutto, non aveva mai voluto accontentarsi di essere una donna ordinaria: sin dalla più tenera età aveva seguito, in maniera sovente cieca e sorda, il proprio più intimo desio per la ventura, prima qual marinaio, successivamente qual avventuriera, affrontando, nel corso dei primi otto lustri della propria esistenza un numero straordinariamente elevato di battaglie, di avversari, umani e non, e portando a termine un numero ancor più sorprendente di imprese, di sfide, in quella che, in maniera più amplia, con uno sguardo più esteso, avrebbe potuto essere altresì considerata un’unica grande sfida, un’unica interminabile battaglia, in lotta contro l’intero universo animata dall’unica volontà di offrire un significato alla propria vita e, in esso, di dimostrarsi della medesima la sola e unica padrona, l’indiscussa dominatrice. Da tali imprese, molti erano i nomi per lei derivati, più famoso fra i quali Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra, che in maniera quanto più esplicita sembrava essere in grado di definirla nella propria stessa essenza; fino a giungere all’ultimo, Ucciditrice di Dei, da lei conquistato in conseguenza alla concretizzazione dell’impossibile, al conseguimento di un’impresa ben oltre ogni ipotesi di razionale accettazione, qual l’assassinio di un dio… un dio minore, come giustamente era riconosciuto Kah, e ciò non di meno un dio.
Probabilmente solo in conseguenza a una vita sì costellata di incredibili vittorie, di straordinarie imprese, Midda Bontor era stata in grado di scendere a patti con l’idea di essersi, alfine, spinta anche oltre i confini del proprio mondo, immergendosi nello spazio siderale e, alfine, ritrovandosi a essere soddisfatto membro dell’equipaggio di una piccola nave classe Libellula, la Kasta Hamina, all’interno del quale ella aveva assunto il ruolo, complice le proprie innegabilmente valide referenze, di capo della sicurezza. E, nello scendere a patti con tutto ciò, ella non aveva potuto fare a meno di intendere lo spazio siderale nei medesimi termini nei quali, in quanto figlia del mare, aveva da sempre inteso le apparentemente immense distese d’acqua dei mari del sud in mezzo alle quali era nata e cresciuta, nella piccola isola di Licsia; non riuscendo, invero, a cogliere sostanziali differenze, concrete distante fra il mare e lo spazio, e fra i sentimenti propri degli uomini, e di qualunque altra creatura, per l’uno e per l’altro, vittime, per lo più, della propria stessa ignoranza, della propria intrinseca difficoltà, a volte incapacità, ad accettare quanto apparentemente estraneo alla propria natura o, più precisamente, ai limitato concetto di realtà all’interno del quale era stata concessa occasione di nascere, crescere e vivere.
E così come, nei lunghi anni da lei trascorsi per mare, non rare, non eccezionali, erano state le occasioni nelle quali ella si era ritrovata a doversi confrontare con le difficoltà di un inconveniente, di un incidente, della rottura inattesa di una vela, di un pennone, di un albero, tali per cui il completamento di un viaggio avrebbe avuto a doversi considerare tutt’altro che ovvio, scontato; allo stesso modo sufficientemente naturale era stato per lei doversi confrontare con tale inconveniente nel momento in cui questo occorse nello spazio… benché, sicuramente, diverse e ancor meno convenienti avrebbero avuto a dover essere considerate le condizioni a margine, e, con esse, le speranze di sopravvivere a tutto ciò.

(episodio precedentemente pubblicato il 29 dicembre 2014 alle ore 07:20)

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