Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

venerdì 28 luglio 2017

RM 208


La violenza devastante che i due ex-sposi non avevano voluto mancare a dedicarsi avrebbe avuto a doversi considerare ben oltre i confini propri dell’epica. Non più due esseri umani, quanto e piuttosto due ferine bestie, due primordiali e feroci creature prive d’ogni razionalità al di fuori del proprio istinto, Midda e Desmair avevano avuto occasione di confrontarsi, sull’ingresso del “Kriarya”, nonché nel cuore di quella sparatoria, senza esclusione di colpi.
L’investigatrice privata, che per prima di era avventata sul proprio ex-marito, aveva riversato contro al suo volto una straordinaria sequenza apparentemente incessante di pugni, non rallentandosi, né tantomeno moderandosi, neppure nel momento in cui le nocche delle sue mani iniziarono a tingersi di rosso, e di rosso non soltanto per il sangue del proprio avversario ma, forse e ancor più, per il proprio: per quanto, infatti, da pugile, ella avrebbe dovuto essere perfettamente consapevole che il solo risultato che avrebbe potuto conseguire colpendo a mani nude, con tale impeto, il viso di qualcuno sarebbe stato, con buona probabilità, spaccarsi le complesse ossa delle mani; ella non aveva voluto offrire la benché minima riprova di interessarsi a ciò, al contrario imponendo a ogni proprio nuovo colpo maggiore energia rispetto al precedente, nel solo, assurdo intento di riuscire a sfondargli il cranio e, in ciò, concludere in maniera tanto brutale ogni ulteriore possibilità di minaccia da parte di quell’uomo, a suo avviso spintosi troppo oltre… e oltre non più soltanto verso di lei, ma, ancor peggio, verso la sua famiglia. Quel micidiale assalto, che forse avrebbe avuto a doversi riconoscere qual durato pochi istanti, o che forse avrebbe avuto a dover essere considerato di lunghe ore, interminabili giorni, aveva avuto a concludersi solo nel momento in cui, ripresosi dalla sorpresa per quel gesto del tutto inatteso, imprevisto e, forse, persino imprevedibile, Desmair aveva sollevato le proprie possenti mani ad afferrare, per i fianchi, la propria ex-moglie, staccandola da sé quasi fosse un animale selvatico piombatogli addosso e, senza alcuna delicatezza, sbattendola impietosamente al suolo, per poi, prima che ella potesse anche solo comprendere cosa fosse accaduto, iniziare a colpirla, con terrificanti calci.
L’enorme piede destro del criminale, in ciò, aveva iniziato ad abbattersi ripetutamente contro i fianchi, l’addome e la schiena della propria ex-moglie, non bramando riconoscerle maggiore considerazione rispetto a quanto ella non si era precedentemente impegnata a concederli, nel trasformare il suo viso in un ammasso di tumefazione e di sangue, una maschera rossa che, se solo fosse stata completata da due grandi corna bianche ai lati del suo capo, avrebbe potuto certamente completare in maniera squisitamente azzeccata l’immagine di un terrificante demone dell’inferno, qual, nella psiche della sua avversaria, avrebbe avuto a dover essere considerato già da tre anni. I suoi calci, animati da una rabbia animalesca, da una furia disumana che prima non avrebbe potuto neppur essere immaginata in associazione all’immagine pur elegante, quasi sofisticata, dell’uomo presentatosi sulla soglia del “Kriayra”, si erano così impegnati al solo scopo di spezzare le sue costole, sfondare le sue vertebre, accecato, in tal senso, dal dolore fisico impostogli, il quale, nella sorpresa del momento, non doveva averlo trovato così indifferente qual avrebbe forse preferito potersi considerare. E se Midda sopravvisse a tutto ciò, alla devastazione impostale da tanto folle pestaggio, sicuramente il merito avrebbe avuto a riconoscersi, e a indirizzarsi, insieme a tutta la sua gratitudine, soltanto in direzione di colui che tanto, in quegli ultimi anni, l’aveva dolcemente amata ma, anche, severamente allenata, insegnandole non soltanto a colpire ma, anche e nell’eventualità più sventurata, a farsi colpire, nella consapevolezza di quanto, per citare il meraviglioso monologo rivolto al figlio nel sesto film dell’immortale saga di Rocky Balboa, “non è importante come colpisci, l'importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti... così sei un vincente!”. Animata da tale consapevolezza, e preparata a tutto quello già da tempo, la donna non aveva potuto pertanto perdersi d’animo né permettersi di soccombere all’irruenza di quell’aggressione che pur, probabilmente, avrebbe avuto la meglio su chiunque altro e, aspettando il momento opportuno, ella era stata in grado di capovolgere completamente la situazione di nuovo a proprio vantaggio non soltanto sfuggendo al destro diretto verso di lei ma, addirittura, andando a ruotare, al suolo, attorno a lui solo per poter colpire, con tutte le proprie energie, con tutta la forza dei propri piedi, il retro del suo ginocchio sinistro, costringendolo, in tal maniera, a piegarsi e a farlo crollare a terra sotto l’effetto del proprio stesso peso.
Quasi altro non fosse che il proverbiale gigante con le caviglie d’argilla, anzi, in quel caso specifico con le ginocchia d’argilla, Desmair non aveva potuto ovviare a rovinare violentemente al suolo, esponendosi, di conseguenza tanto del volo, quanto del violento arrivo a destinazione, nel confronto con una nuova raffica di attacchi da parte dell’ex-detective, la quale, alle ragioni che già avrebbero potuto fomentarne la violenza nei suoi confronti, avrebbe potuto ora addurre anche un istintivo desiderio di vendetta per i calci subiti, i colpi che aveva dovuto incassare e che, pur essendosi dimostrata in grado di gestire, certamente non avrebbero avuto a potersi considerare privi di dolorose conseguenze a suo discapito. Gettatasi, pertanto, letteralmente sopra il corpo del proprio antagonista, bloccandone la gola con il proprio ginocchio destro e gravando sul suo diaframma con il sinistro, ella aveva ripreso ad avventarsi a discapito del suo viso ancora a mani nude, con il solo intento di riuscire a cavargli il cervello dalle orbite degli occhi a forza di pugni. Tuttavia, per quanto, sino a quel momento, la sparatoria fosse stata da entrambi serenamente ignorata, un proiettile, forse volutamente a lei indirizzato, forse vagante, impossibile persino identificarne l’origine nel cuore della battaglia là dove entrambi si stavano ponendo essere, era stato in grado di raggiungerla nel mentre dell’ennesimo attacco a discapito dell’uomo, prendendola alla spalla destra e attraversandone le carni da parte a parte, in un impatto, in una violenza, che non poterono ovviare a sbalzarla di qualche pollice indietro rispetto alla propria posizione, facendola necessariamente gridare per il dolore e la sorpresa conseguenti a tutto ciò. Un’esitazione, quella pertanto impostale, che aveva consentito allora al suo nemico, al suo demone dal volto sempre più rosso e tumefatto, di riprendersi, e di riprendersi con foga tale da catapultarla, letteralmente, via da sé, solo per poi alzarsi in piedi, non senza un certo impegno, e dirigersi nuovamente in suo contrasto, di gran carriera, desideroso, allora, soltanto di chiudere la questione quanto prima: con lei, con sua sorella e, magari, con qualunque altro membro della famiglia Bontor, il legarsi alla quale, a posteriori, si era ampiamente dimostrato un pessimo errore di valutazione da parte sua.
Necessariamente intontito tuttavia dai colpi ricevuti, tuttavia, quanto Desmair non aveva lì avuto occasione di cogliere, avvertendo soltanto il rimbombo del proprio cuore all’interno del cranio, nel sangue pulsato violentemente verso il cervello a caricarne maggiormente l’enfasi, avrebbe avuto a dover essere considerato un improvvisa calma, un improvviso silenzio occorso quasi in immediata conseguenza al proiettile che aveva preso direttamente la donna, e che, con il senno di poi, non avrebbe avuto a dover essere giudicato casuale, quanto e piuttosto estremo tentativo di arginare la violenza disumana da lei riversata a suo discapito. Un silenzio, quello che era lì piombato, tutt’altro che casuale, tutt’altro che fine a se stesso, e, invero, conseguenza della sopraggiunta presenza, all’interno di quella battaglia, di un’altra serie di giocatori, che, in maniera inattesa, avevano circondato entrambe le prime squadre imponendosi, nella superiorità del proprio equipaggiamento e del proprio numero, al di sopra di tutti i presenti. E, in quel silenzio, in quella ritrovata pace accompagnata da una ben chiara richiesta di resa a tutti coloro che lì avrebbero avuto a doversi riconoscere coinvolti, l’artefice del colpo che aveva attraversato la spalla destra dell’investigatrice privata si era già fatta avanti per rivendicare il proprio gesto, quando, rendendosi conto che, allora, avrebbe avuto a dover essere giudicato proprio l’uomo quello incapace a frenarsi, si era ritrovata costretta ad avanzare in sua direzione, per porre una mano al centro del suo enorme petto a domandargli di arrestarsi.

E per quanto, in tal frangente, Midda avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual necessariamente disorientata dal violento dolore imposto alla sua spalla, ciò non di meno, nel riconoscere la figura lì sopraggiunta con la pistola in mano, non aveva potuto ovviare a sgranare gli occhi, ringhiandole contro tutto il proprio disappunto: « … sei stata tu a spararmi?! »

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