Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

domenica 16 luglio 2017

RM 196


La prima tappa della mattina dell’investigatrice privata la vide fare ritorno alla “Neverending Story Inc.”, per richiedere un incontro, questa volta senza sotterfugi, con l’avvocatessa Noam’Il.
Dopo un paio di ore di anticamera, necessarie a rispettare la fila lì presente, nel non aver bramosia di sopraffare alcuno fra coloro lì malcapitati, Midda vide ricomparire il volto amico di Ja’Nihr, la quale, riconoscendola, le offrì subito un amplio sorriso e le si approcciò per accoglierla con cortesia e disponibilità…

« Ben ritrovata! » dichiarò, neppur tentando di offrirle la propria mano ma, subito, abbracciandola, quasi fossero amiche da sempre benché, obiettivamente, solo pochi giorni prima neppure avrebbero potuto dire di conoscersi « Come stai…? »
« Non c’è male! » rispose la donna dagli occhi color ghiaccio, ricambiando volentieri il gesto rivoltole e, in ciò, l’abbraccio concessole « Credo proprio che, alla fine di questo periodo, mi potrò meritare una vacanza e un po’ di riposo; ma, per intanto, si va avanti. Tu…? »
« Alla grande. » replicò l’avvocatessa, con vivace entusiasmo, una caratteristica che l’altra non avrebbe potuto ovviare ad apprezzare, e ad apprezzare sinceramente, qual riprova di un animo straordinariamente positivo e propositivo, particolare non così diffuso nella moderna quotidianità « Oggi sono convinta sarà una splendida giornata… e spero proprio che tu sia tornata a trovarmi solo per confermare questa mia teoria. »
« Potrebbe essere. » annuì l’investigatrice, con un tenue sorriso, nel non voler certamente stemperare l’entusiasmo dimostrato dall’altra e, ciò non di meno, nel sentirsi quasi in difficoltà innanzi a esso, non sapendo, effettivamente, in quale misura l’altra avrebbe potuto eventualmente accogliere quanto avrebbe avuto a dirle.
« Vieni… seguimi e andiamo a parlarne altrove. » la invitò Ja’Nihr, facendole, subito dopo, strada dalla sala d’attesa verso un’altra area dell’edificio « Ti va bene la caffetteria o preferisci maggiore riservatezza…? » soggiunse poi, concedendole libertà di scelta in maniera, in verità, tutt’altro che gratuita, dal momento in cui, sulla base di quella replica, di quella risposta, ella avrebbe potuto già farsi un’idea nel merito di quanto avrebbe potuto avere da dirle, o, quantomeno, della gravità di tali argomenti, nell’escludere, necessariamente, la caffetteria laddove la questione non fosse stata così banale.
« Credo che la seconda potrebbe essere più idonea. » scelse, senza particolare indecisione, Midda, consapevole di quanto, in effetti, gli argomenti di cui avrebbe voluto trattare con lei non avrebbero avuto a doversi considerare idonei a una caffetteria, per quanto una pur splendida, e discreta, caffetteria come quella all’interno della quale avevano avuto il loro precedente confronto.

Comprendendo la situazione senza esprimere alcuna particolare reazione, né di sorpresa, né di curiosità, né di contrarietà per la soluzione così richiestale, Ja’Nihr si limitò a voltarsi quanto sufficiente ad annuire e a sorriderle, per poi proseguire per la propria strada, fino a quando non ebbe a condurre la propria ospite in una saletta, paradossalmente, non poi così diversa da quella da lei visitata nella sede del Bureau a New York. Non potendo ovviare a constatare, allora, l’ironia della sorte, l’investigatrice ringraziò con un cenno del capo, e un sorriso, la propria padrona di casa, prima di accomodarsi su una seggiola lì già in sua attesa, nel mentre in cui, contrariamente a ogni possibile preconcetto, l’altra non ebbe a prendere posizione davanti a lei quanto, e piuttosto, al suo fianco, in termini tali per cui, probabilmente, il confronto visivo fra loro sarebbe stato meno immediato ma, parimenti, non vi sarebbe stata alcuna barriera fisica fra loro, ad alimentare, anche solo inconsciamente, la possibile esigenza di una qualche barriera psicologica.
Insieme alla mossa della domanda di pochi istanti prima, anche questa particolare tattica permise a Midda di ottenere conferma di quanto, come già accertato, Ja’Nihr non fosse una donna comune, né, tantomeno, priva di talento, e di talento nel proprio mestiere: a tratti, addirittura, ella sembrava incedere, con apprezzabile abilità, all’interno di un contesto più psicologico che squisitamente giuridico, in misura tale per cui, come allora, ogni minima scelta, ogni movimento, ogni più fugace parola, non avrebbe mai significato quanto, o soltanto, ciò espresso dal proprio significante. Così come, quindi, la scelta del luogo per un dialogo avrebbe avuto a doversi considerare utile per definirne il valore previsto, l’importanza attribuitagli; la decisione nel merito delle reciproche posizioni avrebbe potuto distinguere la brama della ricerca di un interrogatorio, piuttosto che la volontà a trattare quella al pari di una conversazione fra amiche, a prescindere dagli argomenti che si sarebbero andati ad affrontare.
Nei panni di un’ex-detective della polizia della città di New York, ovviamente, alla donna nulla di tutto questo avrebbe potuto banalmente sfuggire, nel proprio valore, nel proprio merito: al contrario. Simili tattiche, tali tecniche, avrebbero anzi avuto a doversi considerare parte integrante di qualsiasi manuale del buon poliziotto, ammesso che avrebbe mai potuto esistere un simile testo di studio. E in tali panni, ancora, all’investigatrice privata nulla di tutto questo avrebbe potuto essere sminuito nella propria attuazione da parte di Ja’Nihr, ove, chiaramente, la sua possibile amica doveva aver palesemente fatto i propri compiti, ripassato la propria lezione, nel non dimenticarsi di nulla.

« Eccoci qui. » ebbe a evidenziare l’avvocatessa, ovviando a mostrare ancora lo stesso aperto sorriso precedente nel non volerle trasmettere un senso di disinteresse nei confronti di quanto avrebbe potuto dirle e, ciò non di meno, neppur incupendosi, non ancora, per lo meno, non avendo l’evidenza di alcuna ragione in tal senso « Di cosa desideri parlarmi? »
« Prima di iniziare… » escluse, tuttavia, l’opportunità di giungere tanto rapidamente al nocciolo della questione, non potendo permettersi l’imprudenza di affrontare certi temi senza doverose garanzie di riservatezza, e di riservatezza che, con un’avvocatessa, avrebbe certamente contribuito l’idea di un rapporto professionale fra loro « … credi che possa essere possibile, per te, accettare di rappresentarmi, in qualità di mio legale? »

Pur comprendendo al volo le ragioni di quell’interrogativo, non tanto destinato a prendere in esame l’idea di una qualche effettiva necessità di difesa, quanto e piuttosto una più importante, e immediata, necessità di massima riservatezza fra loro, Ja’Nihr sembrò volersi imporre di ovviare a dare per scontato una qualunque replica, preferendo, al contrario, avere da lei risposte puntuali a domande puntuali, per così come, ancora una volta, l’altra non avrebbe potuto trovare alcuna ragione di criticarla.

« E’ una richiesta, diciamo, precauzionale… o è per qualche azione giuridica già pendente. » le domandò pertanto, puntando ovviamente più sulla prima opportunità e, ciò non di  meno, non potendo neppur escludere gratuitamente la seconda.
« Precauzionale. » confermò, prevedibilmente, Midda, per poi non perdere ulteriore tempo in qualche vano cincischiare nell’esprimere, esplicitamente, il fine ultimo della sua richiesta « Nell’immediato, ho necessità di poterti considerare vincolata a me dal segreto professionale. Ma non soltanto… »
« D’accordo allora. » le concesse Ja’Nihr, avendo già scelto di acconsentire e, ciò non di meno, volendo avere quella conferma chiara ed esplicita a tal riguardo « Avrei ovviamente alcune scartoffie da farti firmare, per soddisfare l’aspetto burocratico della questione… ma, se credi di poterti fidare di me, possiamo per intanto continuare così e regolarci a posteriori per tutto il resto. » le spiegò, in quello che avrebbe avuto a doversi considerare più in aspetto di tutela per la stessa investigatrice privata, allorché per lei.
« Mi fido. » acconsentì la controparte, in un’asserzione sostanzialmente retorica giacché, laddove non si fosse fidata, non avrebbe mai avuto alcuna motivazione tale da spingerla sino a lì, a cercare quel colloquio e, soprattutto, quel rapporto professionale fra loro.

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