Midda's Chronicles - le Cronache

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Verso l'infinito... e oltre!

Sean, 7 luglio 2017

giovedì 13 luglio 2017

RM 193


Dopo una giornata intera di sonno, credere di poter trascorrere a dormire anche la notte sarebbe stata sicuramente una folle illusione per l’investigatrice privata, che, in tal senso, non tentò neppure per un istante di impegnarsi, nella consapevolezza di quanto vano sarebbe stato ogni sforzo a tal riguardo e, ancora, nella necessità di impiegare il proprio tempo in maniera migliore, riordinando le idee nel merito di quanto, in quelle ultime ore, fosse accaduto.
Quando Be’Sihl Ahvn-Qa lasciò il suo appartamento intorno a mezzanotte, per fare ritorno al “Kriarya” laddove, a tal orario, avrebbe effettivamente iniziato la propria giornata lavorativa; rimasta sola con se stessa, Midda ebbe a provare, per un primo istante, persino nostalgia per la presenza del proprio mal tollerato interlocutore. Benché infatti, dopo quella sera, nulla fosse cambiato fra loro, e benché il solo pensiero che egli si fosse preso la libertà di intrufolarsi in casa sua le facesse francamente ribollire il sangue dalla rabbia, alimentando il desiderio di potergli cancellare a suon di schiaffi quel proprio consueto sorriso dalla faccia; ritrovare a scoprirsi improvvisamente sola, con i propri pensieri, nel confronto con il ritorno di Desmair e con tutto ciò che da ciò era rapidamente derivato, includendo la propria clandestina associazione a personaggi qual Lavero e lo stesso Be’Sihl, ebbe inizialmente a turbarla, e a turbarla in misura tale per cui, non fosse stata mezzanotte passata, probabilmente avrebbe telefonato alla propria gemella, per raccontarle ogni cosa, condividendo con lei il proprio carico emotivo in quanto, qualcuno, forse avrebbe giudicato in maniera negativa ma in quanto, pur, da sempre, aveva permesso alle due sorelle di far fronte a ogni difficoltà, a ogni imprevisto, nella consapevolezza, a prescindere, di non essere sole. In questo, quindi, nell’esigenza di non restar sola con se stessa, con i propri pensieri, anche un uomo privo di qualunque possibilità di apprezzamento da parte sua, al pari di Be’Sihl, sarebbe stato un interlocutore quasi piacevole: un pensiero nel merito del quale, ovviamente, ella ebbe immediatamente a pentirsi, nella quieta consapevolezza di quanto, qualunque indulgenza nei riguardi di un tale individuo, presto o tardi avrebbe finito con il rappresentare, per lei, un problema.
Rimasta, quindi, sola, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco scelse di onnubilare i propri pensieri, le proprie preoccupazioni, nel concentrarsi in maniera squisitamente pratica, fermamente razionale, sul proprio lavoro, in ciò impegnando la propria mente sicuramente anche sul pensiero del proprio ex-marito, ma declinando tali pensieri, simile attenzione, sulla prospettiva di poterlo finalmente incastrare e rinchiudere, per sempre, in una prigione di massima sicurezza, dalla quale non sarebbe più riuscito a uscire. Non in vita, quantomeno.
Ritrovati all’interno del disordine imperante sopra la propria scrivania, in tal maniera, due gruppi di Post-it colorati, l’ex-detective della polizia di New York City decise di riorganizzare, in termini squisitamente pratici, i propri pensieri, le proprie idee, i propri dubbi, al di fuori della propria mente, iniziando a scriverli su quei foglietti adesivi e andando a incollarli, in maniera più o meno ordinata, su ogni parete libera del proprio appartamento, al principio senza una qualche ricerca di ordine, senza la volontà, o la necessità, di catalogarli, lasciando il proprio flusso di coscienza libero di scorrere, e di scorrere senza freni e senza costrizioni, indistintamente tanto sul caso Desmair, quanto sul caso Anloch, tutt’altro che dimenticato, salvo, poi, iniziare a spostarli, talvolta di pochi pollici, sovente di molto più, addirittura da una parete all’altra, nel non voler seguire una vera e propria catalogazione scientifica, quanto, e piuttosto, nella sola volontà, in ciò, di poter contemplare, nell’ordine ritenuto estemporaneamente più adatto, quanto altrimenti sarebbe rimasto sol annidato dentro la sua testa. Ai propri ricordi, ai propri pensieri, poi, iniziò ad aggiungere il supporto del suo taccuino, trascrivendo note, appunti, riferimenti, dubbi prima lì annotati su quei nuovi supporti adesivi, per andare, ulteriormente, ad arricchire il già creativamente caotico disordine imperante all’interno del monolocale, con nuovi colori, con nuove scritte, nell’appuntare le quali avrebbe avuto a dover prestare attenzione a non terminare i Post-it a sua disposizione, nel timore che, altrimenti, avrebbe potuto probabilmente scegliere di passare a un diverso supporto, inchiodando sui muri fogli di carta con le puntine o, peggio, iniziando direttamente a scrivere sulle pareti, quasi altro non fossero che una grande lavagna a sua disposizione.
Un esercizio consapevolmente non vano, quello da lei compiuto, laddove già in passato si era ritrovata a ricorrere a simile espediente per tentare di far ordine nel caotico disordine della propria mente, a confronto con il quale difficile sarebbe stato riuscire a seguire un qualche ragionamento logico-deduttivo, non chiamandosi ella, purtroppo, Nero Wolfe, e abbisognando, in ciò, di tale rimedio, simile soluzione, per riservarsi la possibilità di affrontare quei due casi al pari di due puzzle, la ricomposizione dei quali, necessariamente, sarebbe stata più semplice avendo la possibilità di confrontarsi con tutti i pezzi insieme, piuttosto che con un singolo frammento alla volta.
Così, se da mezzanotte circa alle due, ella spese il proprio tempo ridecorando le pareti di casa propria con quei foglietti colorati; dalle due alle cinque del mattino, ella si impegnò a spostarli, a volte con incedere incerto, altre con fare addirittura frenetico, da un punto all’altro, fino a quando, il quadro d’insieme, non ebbe ad apparire sufficientemente chiaro. Un quadro d’insieme nel contemplare il quale, alle cinque del mattino, ebbe a crollare addormentata, salvo, ovviamente e imperturbabilmente essere risvegliata alle sette e venti in punto, come ogni giorno.

« … pietà… » sussurrò, rivolgendosi a qualunque divinità potesse essere lì in ascolto, nel desiderio di potersi vedere riconosciuta l’occasione di ancora un po’ di sonno, ancora un po’ di riposo, dal momento in cui, quelle ultime due ore, dal suo personale punto di vista, erano fuggite in un istante, lasciandola in apparenza più stanca rispetto a quando era andata a dormire.

Umana pigrizia a parte, allor comprensibile, lì assolutamente giustificabile, dal momento in cui, in fondo, avrebbe avuto a doversi considerare una persona normale, e non una sorta di eroina cinematografica, impassibile alla stanchezza, al sonno, o al bisogno di nutrirsi e di dissetarsi e, ineluttabilmente, anche a quello di liberarsi vescica e intestino, al pari di qualunque altra comune persona; Midda ebbe allora ad allungare la mano per cercare di spegnere la sveglia posta accanto a letto, supponendo di trovarsi, effettivamente, sul letto, salvo tuttavia scoprire di aver trascorso quelle ultime due ore di pur profondo sonno non sul proprio materasso, quanto, e piuttosto, sul pavimento, nel non aver effettivamente mai aperto il letto, e nel non averlo mai aperto a fronte dell’esigenza di poter sfruttare anche la superficie della parete dal quale avrebbe fatto la propria apparizione per i propri Post-it.

« … diamine… » commentò, non senza una certa, sincera sorpresa nel maturare coscienza di essere praticamente crollata addormentata a terra, e, in effetti, sul pavimento di casa propria, le condizioni igieniche del quale ben poco avrebbero avuto, invero, a invidiare al marciapiede « … non posso continuare così… » osservò, in riferimento non soltanto a quanto appena constatato, ma, forse, più in generale, alla propria intera esistenza, esistenza nella quale, probabilmente, avrebbe avuto a doversi considerare giunto il tempo di fare un po’ di ordine… metaforicamente, certo, ma anche concretamente.

Risollevandosi dal pavimento e annaspando fino alla sveglia, per zittirla prima che quell’acuto cicalino le facesse esplodere il cervello, l’investigatrice ritenne giunta l’occasione di una bella doccia, di una visita alla più vicina lavanderia, e, subito dopo, di un’altra doccia, prima di potersi considerare pronta ad affrontare quella nuova giornata indossando, una volta tanto, dei vestiti puliti o, quantomeno, quanto di più prossimo a potersi considerare tale. Anche perché, se tutto fosse andato come aveva ipotizzato, quella giornata sarebbe stata straordinariamente lunga e impegnativa…

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