Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

domenica 9 luglio 2017

RM 189


Quella sera, Midda Bontor si risvegliò dopo le otto, con la vescica piena e un’emicrania tanto forte da desiderare di potersi strappare la testa dal collo a mani nude al solo scopo di stare un po’ meglio.
Lasciato il Javits, carica di amarezza e senso di sconfitta, nonché profondamente in dubbio sulle ragioni di entrambe, divisa fra attribuirne le cause all’esito del confronto con Lavero piuttosto che, più in generale, a tutta la propria vita; ella aveva fatto ritorno al proprio appartamento e, malgrado fosse da poco passato mezzogiorno, aveva aperto il proprio letto e lì sopra si era lasciata ricadere, praticamente vestita, per crollare immediatamente addormentata, in un sonno pesante e privo di sogni: probabilmente per sua fortuna, laddove, in caso contrario, sicuramente sarebbero stati incubi, e incubi riguardanti il suo ex-marito. Per quanto, quindi, si fosse in tal maniera concessa di dormire per oltre sette ore e mezza, al momento del suo ritorno alla consapevolezza di sé e del mondo a sé circostante, a uno stato più o meno definibile qual di veglia, difficilmente ella avrebbe potuto considerarsi propriamente riposata… al contrario. Forse, e sotto un certo aspetto, ella avrebbe avuto addirittura a potersi dichiarare persino più stanca rispetto a quando era andata a dormire.
Trascinandosi, quindi, in uno stato addirittura peggiore rispetto a quello per lei consueto al momento del risveglio mattutino, fino al bagno, e lasciata svuotare completamente la vescica, nell’assordante frastuono del silenzio all’interno della propria mente, l’investigatrice privata ebbe a maturare un’importante consapevolezza: quella di essere, teoricamente e praticamente, idealmente e sostanzialmente, a digiuno da un numero imprecisato di ore, certamente oltre le ventiquattro e, speranzosamente, ancora al di sotto delle quarantotto. In ciò, e pur priva di qualunque fondamento scientifico, ella ebbe ad attribuire la propria devastante emicrania a un qualche calo di zuccheri, o di salsicce, bacon e patatine fritte, nel sangue: motivo per il quale, senza neppure prendere in esame l’idea di cambiarsi, nell’essere, dopotutto, già vestita, ella ebbe a trascinarsi fuori di casa all’indolente ricerca di cibo, in un’oscena parodia di “The Walking Dead”, non soltanto dal punto di vista di movenze e brame, ma, ancor più, di una qualunque definizione di intelletto, riuscendo a malapena a ricordarsi, e più come atto meccanico che cosciente, quell’insieme non banale di movimenti volti a estrarre il portafoglio e a pagare la cena d’asporto ordinata, e ordinata, ovviamente, sol basandosi sui gesti piuttosto che ricorrendo a un qualsivoglia genere di linguaggio verbale.
Lasciata la rosticceria nella quale si era procurata una qualche possibilità di cibo, ella ebbe a prendere seriamente in valutazione l’idea di schiantarsi nel primo angolo disponibile, nel primo vicolo offertole, al solo scopo di consumare la cena. Ciò non di meno, e per quanto estremamente attraente tutto quello avrebbe potuto avere a considerarsi nel suo allor corrente stato mentale; le parti più fiere della sua mente, del suo cuore e del suo animo, si allearono al solo scopo di opporsi fermamente e indomitamente all’idea, all’eventualità di tradurre in maniera tanto incisiva il suo corrente stato di sbandata in qualcosa di tanto prossimo a quello di senzatetto, costringendola a trascinarsi, nuovamente e faticosamente, fino al proprio appartamento, per poter lì consumare, nell’intimità del proprio monolocale, la cena acquistata… eventualmente, lì dentro, anche schiantata per terra, se tanto importante ciò avrebbe allora avuto a doversi considerare.

« Buonasera ms. B… » la salutò Kelly, incrociandola nel pianerottolo fra loro in comune, a quell’ora intenta a uscire di casa per recarsi al lavoro, offrendole un aperto sorriso nonché, ovviamente, dimenticando completamente, per la dodicimilaquattrocentoventitreesima volta di rivolgersi a lei in maniera più informale, così come, puntualmente, l’altra sarebbe stata costretta a ricordarle di fare.
« Ciao Kelly… » farfugliò per tutta risposta l’investigatrice, in un ribaltamento quasi ridicolo di ruoli fra loro rispetto all’ultimo incontro avvenuto, nel quale avrebbe avuto a doversi riconoscere lei quella quietamente riposata e intenta a recarsi al lavoro nel mentre in cui la giovane prostituta, al contrario, stava rientrando a casa, in cerca di una qualche occasione di riposo.
« Giornata dura…? » domandò l’altra, incuriosita e, forse, preoccupata, nel non essere abituata a porsi a confronto con l’espressione stravolta della propria vicina, nell’averla sempre vista quasi prossima a una specie di supereroina, probabilmente complice l’idea romanticamente sopravvalutata generalmente associata alla sua professione.
« Chiedimelo domani mattina… » rispose Midda, scuotendo il capo « … per ora è già tanto se riesco a ricordare come mi chiamo. »

Per un fugace istante, malgrado la stanchezza, malgrado il mal di testa, malgrado la fame, malgrado tutto, un lieve barlume di intelletto, nelle profondità della mente dell’investigatrice, si sforzò di suggerirle l’idea, non poi tanto sbagliata, di provare a sfruttare proprio quella giovinetta per cercare di raccogliere informazioni maggiori in merito a Desmair, laddove, se quanto suggerito da Nihavi, e successivamente confermato da Lavero, avrebbe avuto a doversi considerare corretto, estremamente probabile avrebbe avuto a potersi ritenere un qualche genere di collegamento anche fra lei e il suo ex-marito, pur cambiando quartiere e pur cambiando addirittura circoscrizione: indubbia, dopotutto, avrebbe avuto a doversi considerare la brama di quell’uomo a giocare a fare il signore del crimine di New York, in termini per i quali, probabilmente, la stessa famosa casa editrice di fumetti da lei implicitamente citata durante il proprio primo incontro con il Grosso e lo Smilzo, avrebbe potuto portare in giudizio anche lui per violazione di diritto d’autore… senza contare che l’interpretazione di Vincent D’Onofrio, nella serie Netflix, avrebbe avuto a doversi considerare indubbiamente migliore, in termini di eleganza e fascino, rispetto a qualunque pur antecedente tentativo di emulazione da parte di Desmair. Tuttavia, per quanto il desiderio di giungere al proprio ex-marito fosse quanto mai forte, nonché giuridicamente giustificato dall’incarico assegnatole direttamente dalla vicedirettrice del Bureau, neppure nelle proprie attuali condizioni di non-morta, ella avrebbe potuto dimostrarsi tanto spregiudicata, sì crudelmente priva di scrupoli, da coinvolgere quella sventurata nell’epico conflitto fra lei e Desmair, nella consapevolezza di quanto, nel migliore dei casi, ella avrebbe potuto restarci secca.
Così, ignorando quella malevola vocina nel profondo della propria mente, e impegnandosi a dimostrarsi forte abbastanza da eludere ogni tentazione volta a ricorrere a simili, facili, e pur pericolose, scorciatoie per giungere al proprio obiettivo, ella chiuse lì il discorso per dirigersi alla propria porta di casa e, dopo aver armeggiato un attimo con le chiavi, aprirla per poter fare ritorno a casa e lì, finalmente, nutrirsi, sfamarsi, e, in tal modo rigenerata, forse ovviare non soltanto all’emicrania, ma anche a spiacevoli propositi qual quello così elaborato, e volto a sacrificare una ragazzina di appena ventidue anni all’idea di demoniaco dio malvagio che, nella propria mente, non avrebbe potuto mancare di essere associata al nome del proprio ex-marito.
Tuttavia, quella sera, il fato doveva aver chiaramente deciso di dimostrarsi meno originale di un pessimo autore di telenovelas, dal momento in cui, proprio oltre la porta d’ingresso al suo monolocale, seduta alla sua scrivania, volle presentarle, qual tanto straordinario, quanto patetico colpo di scena, l’ultima persona che mai avrebbe potuto attendersi di ritrovare lì dentro al suo ritorno. D’accordo: forse non l’ultima, giacché, in tal caso, sarebbe probabilmente stata Carsa Anloch, della cui scomparsa non si era dimenticata benché, in quell’ultima giornata, non avesse tentato di compiere il benché minimo progresso a tal riguardo. Ciò non di meno, se non l’ultima, comunque una fra le ultime persone che mai avrebbe potuto attendersi di ritrovare lì dentro al suo ritorno, contraddistinta da un tempismo tanto straordinario da spingerla, persino, a temere che forse fosse stata lì dentro fin da prima della sua uscita, da lei del tutto ignorata malgrado i pochissimi piedi quadrati di spazio a disposizione.

E a rendere ancor più patetico quel tentativo, comunque per lei emotivamente riuscito, di colpo di scena, non poté che essere la frase con la quale quella figura volle esordire nei suoi riguardi, accompagnandosi con un amplio sorriso divertito: « Bentornata a casa, tesoro... »

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