Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

24 episodi speciali.
2034 episodi nel primo arco narrativo (concluso con "Addio... Midda Bontor").
264 episodi nel secondo arco narrativo (... e fra poco lo riprenderò, parola!).
178 episodi sotto l'etichetta "Reimaging Midda" (attualmente in pubblicazione).
E se la matematica non è un'opinione: 2500 episodi a oggi pubblicati in questo blog (senza contare una piccola digressione "altrove")!

Verso l'infinito... e oltre!

Sean, 7 luglio 2017

giovedì 20 luglio 2017

RM 200


« Chissà perché, pensando a noi due insieme, non posso fare altro che immaginare “La guerra dei Roses”… » aveva tentato, immediatamente, di smontarlo ella, nella volontà di stemperare i toni utilizzati da lui e ritenuti, dal proprio punto di vista, un po’ troppo entusiastici nel confronto con quanto, pur, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto, semplicemente, qual una strategia di guerra e nulla di più, non volendo in alcun modo rappresentare un qualche genere di inizio fra loro.
« E io che speravo avresti pensato, piuttosto, di paragonarci a Luke e Lorelai… » aveva sospirato l’altro, scuotendo appena il capo e simulando vivo dolore, in termini addirittura grotteschi, per quell’affermazione a suo ipotetico discapito e, soprattutto, a negazione di qualunque possibilità fra loro « In fondo, anche io sono il proprietario di un locale. »
« Cielo… » aveva sgranato gli occhi l’investigatrice privata, sorpresa e sgomenta per quel riferimento televisivo che mai si sarebbe potuto attendere da parte di quell’uomo, nel non poter immaginare un criminale suo pari intento a seguire le vicende delle ragazze Gilmore « … non so se essere più scioccata o, forse, spaventata all’idea che tu possa aver davvero proposto un simile paragone, dimostrando una certa cognizione di causa a tal riguardo. » aveva apertamente confidato, scuotendo appena il capo « Cioè… non è che io voglia scadere obbligatoriamente nello stereotipo, ma... la tua immagine da gangster afroamericano potrebbe risentire parecchio di fronte all’evidenza di certe affermazioni. »
« Un gangster…? » aveva aggrottato la fronte il proprietario del “Kriarya”, non potendo fare a meno di dimostrarsi contrariato per una tale definizione « E’ in questo modo che tu mi vedi, Bontor? » le aveva domandato, a cercare da lei conferma a tal riguardo, quasi come se, davvero, ella avrebbe avuto a doverlo ritenere diverso di ciò, al di là di tutto il loro pregresso.
« E come credi dovrei vederti?… Sentiamo… » aveva replicato, puntualmente, ella, con tono di aperta sfida e, ciò non di meno, eventualmente pronta ad ascoltare qualunque alternativa egli avrebbe potuto valutare qual preferibile a quella « Permettimi di sottolineare come non assomigli minimamente alla mia personalissima idea di fatina buona dei denti. » aveva evidenziato con sarcasmo, cercando di mantenersi in toni quanto più possibile scherzosi, pur potendosi obiettivamente riconoscere persino contrariata dal tentativo, da parte dell’altro, di rinegoziare la propria posizione ai suoi occhi.

Dimostrando, tuttavia, più carattere e temperamento di quanto probabilmente, a ruoli inversi, la stessa investigatrice privata sarebbe stata in grado di rendere proprio, egli non aveva reagito alla provocazione così rivoltagli, limitandosi a sorridere e a scuotere appena il capo, quasi e persino con condiscendenza, a suggerire, a dimostrare, di conoscere probabilmente più cose di quante ella non fosse disposta ad attribuirgli, e non tanto in merito a qualche serie televisiva, quanto e piuttosto alla vita e alle sue dinamiche. E qualcosa, in tale reazione, non aveva potuto ovviare a colpire la donna dagli occhi color ghiaccio, nell’impegno ancor da lui dimostrato al fine non tanto di dimostrarsi a lei superiore, quanto di essere a lei superiore, nel lasciar correre, nel soprassedere sulla questione, con una pazienza, con una docilità, con una serenità, che, sinceramente, l’avrebbero indisposta non meno di quanto, parimenti, l’avrebbero potuta affascinare, in una chiara dimostrazione di assoluto controllo non dissimile da quella che, per esempio, era solito dimostrare Ma’Vret, durante le loro sessioni di allenamento, durante i loro incontri di pugilato.
Un paragone, quello fra i due uomini, che ella si volle affrettare a concludere lì, nel non voler permettere alla propria mente alcuna occasione utile per redimere l’immagine di quel criminale ai suoi occhi, nel tradurlo da un possibile simulacro del suo ex-marito, a una potenziale alternativa al suo attuale compagno, segreto amante: molto meglio poter continuare a ritenere Ahvn-Qa quanto di più prossimo a uno sgradevole mal di pancia, prima di concedersi stupidamente nuovi, spiacevoli errori di valutazioni come quello per rimediare al quale, forse, presto sarebbe persino morta.
Nelle ore successive, ovviamente, non erano mancate nuove provocazioni da parte del padrone di casa, alle quali, presto, la donna dagli occhi color ghiaccio aveva persino rinunciato a ovviare a qualunque replica, nel finire con lo sfruttare tutto ciò al parti di un passatempo, di un’occasione di intrattenimento nell’attesa del momento in cui, alfine, gli uomini di Desmair si sarebbero presentati a esigere il pagamento del loro tentativo di estorsione. E solo quando, ormai, ella stava iniziando a temere che, insensatamente, tutto quello fosse stato soltanto uno stupido scherzo da parte del proprio anfitrione, uno degli uomini della sicurezza, che avrebbe potuto anche definire qual tirapiedi, aveva annunciato l’arrivo di gruppetto di visitatori…

« Tutti ai propri posti. » aveva quindi ordinato Be’Sihl, dimostrando quanto, al di là di ogni apparente distrazione precedente, avesse allor mantenuto assoluto controllo sulla situazione, non permettendosi di obliare alle ragioni per le quali erano lì, il fine ultimo di tutto quello.

Secondo le istruzioni ricevute, tutti gli scagnozzi del proprietario del “Kriarya” si erano allora a sparsi lungo il locale, apparentemente svanendo nella naturale penombra del medesimo e, in ciò, lasciandolo solo con solo un paio di loro e, immancabilmente, Midda, la quale, allora, era dovuta scendere a patti con ogni propria ancor non completamente superata ritrosia, nel privarsi della propria giacca di pelle, per apparire lì maggiormente a proprio agio, non ospite quanto e piuttosto quasi a sua volta padrona di casa, e nell’abbracciarsi al proprio nemico-amico, in un gesto del quale non avrebbe avuto a dover attendere un qualche momento futuro per pentirsi.

« Ti prego… risparmiami qualunque commento. » aveva sinceramente invocato la pietà dell’uomo, nel ritrovarsi già sufficientemente lontana dal potersi considerare a proprio agio per poter, in tal senso, sopportare anche qualche facile ironia sul momento « Anche perché qualunque cosa tu possa dirmi, a livello di critica, puoi star certo di non essere il primo: sì, ho i seni sproporzionati rispetto al resto del corpo; sì, qualche pollice in più in altezza non guasterebbe; sì, la mia cicatrice vista da vicino è davvero orren… »
« Sei perfetta come sei. » l’aveva, tuttavia, interrotta egli, ricambiando l’abbraccio nel quale ella si era lì dovuta impegnare, con indubbiamente minore fatica emotiva, sforzo psicologico, rispetto a quanto a lei palesemente necessario in tutto ciò.
« Ahvn-Qa… non mi prendere per il… »

Con tali parole aveva tentato nuovamente di protestare l’investigatrice privata, quando, in un gesto precedentemente non concordato, e che pur, nella posizione da loro lì assunta non avrebbe avuto a doversi considerare del tutto privo di ragioni, egli aveva avuto a zittirla spingendo delicatamente le proprie carnose labbra su quelle di lei, e rubandole, in tal maniera, un bacio che, al di là di ogni impegno quasi teatrale nel dar vita a quella scena, difficilmente avrebbe avuto a potersi considerare mera simulazione, almeno da parte dello stesso Be’Sihl.
E se pur, di fronte a quella dolce aggressione, la prima reazione di Midda era stata quella di ritrarsi e di colpirlo vigorosamente, punendolo per la propria arroganza, con la coda dell’occhio ella non aveva potuto ovviare a cogliere quanto, forse, lo aveva costretto a quell’azione: l’ingresso in scena di una mezza dozzina di uomini di diverse etnie, e pur tutti accomunati da un massiccio fisico da culturista e l’aria di chi, in galera, avrebbe avuto a doversi considerare praticamente a casa propria. Una reazione indubbiamente calcolata, quella che il proprietario del “Kriarya” si era allora concesso nei suoi riguardi, e, ciò non di meno, una reazione la cui esecuzione avrebbe avuto a doversi giudicare probabilmente un po’ più appassionata di quanto ella non avrebbe potuto al suo posto ipotizzare di ricercare, in termini per i quali, egli, sicuramente, avrebbe trovato modo di difendersi invocando la necessità di veridicità in tal bacio, e che pur, una parte della mente della donna, non avrebbe potuto ovviare a considerare animata da altre motivazioni.
Così, nel mentre in cui gli uomini di Desmair erano avanzati all’interno del “Kriarya”, cercando di apparire probabilmente quanto più possibile truci e pericolosi, il proprietario del medesimo si era dimostrato del tutto indifferente alla loro presenza, impegnato, piuttosto, a baciare, e a baciare con palese passione, una donna dai rossi capelli, a lui stretta in un abbraccio: una scena difficile da ignorare e che, indubbiamente, non avrebbe potuto mancare di essere riferita a chi di dovere, insieme a quanto, di lì a breve, avrebbe avuto a occorrere.

« Be’Sihl Ahvn-Qa…? » aveva tentato di richiamare l’attenzione del padrone di casa uno degli ospiti non invitati, probabilmente il portavoce di quel potenzialmente pericoloso gruppetto.

Un richiamo di fronte al quale, beffardo come di consueto, l’uomo non si era degnato di rispondere immediatamente. Al contrario, egli aveva addirittura distaccato di poco la propria mancina dal collo della propria compagna, attorno alla quale tale mano si era prima adagiata a guidarla a quel bacio, per invocare, con un gesto indubbiamente esplicito dell’indice della stessa, ancora un attimo di pazienza sino al termine di quel momento, che non avrebbe meritato di essere brutalmente interrotto solo per l’arrivo di un gruppo di taglieggiatori.
Riservandosi, pertanto, l’occasione di concludere quel momento di intimità con la propria complice in maniera meno affrettata rispetto a quanto non fosse iniziato, Be’Sihl aveva quindi di separarsi da lei, nella certezza di quanto, quel proprio gesto, sarebbe sicuramente stato pagato per il resto della propria vita. Quanto, però, né lui, né alcun altro fra i presenti, avrebbe potuto attendersi, sarebbe stata la reazione della donna al momento in cui le loro labbra ebbero a separarsi; laddove, dopo un rapido sguardo ai nuovi giunti, e un’espressione volutamente carica di fastidio per l’interruzione loro imposta, si era riservata l’opportunità di sollevare entrambe le mani ad afferrare nuovamente il bavero dell’elegante giacca del proprio compagno per trarlo, prepotentemente, di nuovo a sé, per un secondo, più breve, e pur, persino più appassionato bacio.
Un gesto che, dal punto di vista della donna, non avrebbe avuto a dover significare nulla e che, ciò non di meno, avrebbe dovuto, in quel frangente, supportare un ben diverso tipo d’immagine rispetto a quella che, altrimenti, avrebbe potuto essere fraintesa da quel gruppo di buzzurri, includendo in tal definizione non soltanto i sei scagnozzi del proprio ex-marito, ma tutti i presenti, compreso lo stesso Be’Sihl: a prescindere da quanto avrebbe potuto star lì accadendo, reale o fittizio che avesse a dover essere considerato, ella non sarebbe mai stata la sciacquetta tutta curve del capo… al contrario. Se lì avrebbe avuto a dover essere riconosciuto un capo, tale sarebbe stata solo lei.

mercoledì 19 luglio 2017

RM 199


Il momento in cui la fredda e dura bocca da fuoco di una Beretta M9 ebbe ad appoggiarsi contro il retro della nuca dell’investigatrice privata, l’unico pensiero potenzialmente felice che ella poté permettersi fu quello relativo alla relativa certezza della propria fine, e della propria fine in maniera rapida e indolore, dal momento in cui, a differenza di molte altre armi, quella semiautomatica avrebbe avuto a doversi considerare praticamente perfetta, in misura tale, addirittura, da essere stata adottata, sin dal 1985, qual arma di ordinanza delle Forza Armate degli Stati Uniti d’America. Dopotutto, dovendo morire, meglio farlo per mano di una celebre arma italiana, piuttosto che rischiare di essere ammazzata da un’austriaca Glock, una svizzera SIG Sauer, o una tedesca Walther: certo, essendo nata e cresciuta negli Stati Uniti, con un po’ di spirito campanilistico avrebbe potuto preferire una Colt o, addirittura, una Smith & Wesson, armi a stelle e strisce, ma non potendo permettersi di scegliere, in tal frangente, una Beretta sarebbe stata sicuramente una soluzione apprezzabile, per offrirle una morte degna.
Paradossale, tuttavia, sarebbe stato pensare come, sino a quello sgradevole epilogo, tutto sommato le cose non fossero andate così male…

Uscita dalla sede della “Neverending Story Inc.”, al termine della propria piacevolissima chiacchierata con Ja’Nihr, Midda Bontor si era fatta coraggio dirigendosi verso il “Kriarya”.
Coraggio, quello a lei allora necessario, non tanto all’idea di poter star andando verso una possibile, sgradevole e prematura fine, quanto, e piuttosto, nella consapevolezza di starvi avvicinandosi passando disgustosamente per la dimora di Be’Sihl Ahvn-Qa, in un’alleanza, in un accordo, del quale, malgrado tutto, ella stava già pentendosi, tanto avrebbe avuto a doversi considerare il suo più intimo rifiuto per quell’individuo. Difficile sarebbe stato, per lei, comprendere le ragioni di tanta ritrosia di fronte a lui: certamente il proprietario del “Kriarya” non avrebbe avuto a doversi equivocare qual uno stinco di santo, nel doversi, altresì, riconoscere qual contraddistinto da una coscienza probabilmente tutt’altro che linda, un animo tutt’altro che candido e immacolato, così come, del resto, neppur si sforzava particolarmente di dissimulare, nell’orgoglio per lui proprio di essere giunto là dove era contando soltanto sulle proprie forze e sul proprio intelletto, senza mai lasciarsi coinvolgere, o coinvolgere in maniera indubbiamente comprovabile, in attività per le quali, altresì, avrebbe investito parte del proprio futuro dietro le sbarre, indossando un bel pigiama di colori sgargianti; ma, ciò non di meno, a suo discapito ella non avrebbe neppur potuto annoverare concrete colpe o sospetti crimini tali per cui egli avrebbe potuto considerarsi meritevole di tanta avversione, di simile antagonismo qual, pur, sin da subito aveva sentito di provare nei suoi riguardi.
Forse, ma in un periodo ipotetico smisurato quanto l’universo stesso, ella avrebbe avuto a dover ammettere di provare una certa attrazione per quell’uomo, ragione in conseguenza alla quale, nell’associarlo, tuttavia, in quanto criminale, o quanto di più prossimo a essere tale, all’immagine del proprio ex-marito, non avrebbe potuto ovviare a odiarlo, e a odiarlo gratuitamente e pregiudizievolmente al solo scopo di proteggersi da nuove, pericolose scelte qual quelle che, già in passato, l’avevano sospinta fra le braccia dell’uomo sbagliato. Ma, laddove palesemente incerta avrebbe avuto a potersi considerare quell’eventualità, indubbiamente concreto avrebbe avuto a doversi riconoscere l’impegno da lei posto per demonizzare quell’uomo sotto ogni punto di vista, sforzandosi con straordinaria devozione a trovare soltanto ragioni per le quali criticarlo, contrastarlo, e se anche, magari, non proprio odiarlo, comunque classificarlo alla stregua di uno spiacevolissimo mal di pancia: un evento spiacevolmente possibile, al di là di ogni precauzione, di fronte al quale l’accettazione sarebbe risultata essere l’unica reale cura, ma, non per questo, non meno che presente, e presente insistentemente e dolorosamente nella propria giornata. Così, benché Be’Sihl Ahvn-Qa, in quel frangente, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un proprio alleato e non un proprio avversario, difficile sarebbe stato per lei scendere emotivamente a patti con tale pensiero e, soprattutto, con lo stesso proprietario del “Kriarya”.
Il suo piano, almeno in quella prima fase, avrebbe avuto a doversi riconoscere sufficientemente lineare: quel giorno, secondo le informazioni in possesso di Ahvn-Qa, un gruppetto alle dipendenze di Desmair si sarebbe presentato al locale per ripetere, nuovamente, l’offerta di protezione già propostagli e per avvalorare, eventualmente in termini non propriamente gradevoli, il senso di quella stessa offerta, attraverso un opportuno incentivo fisico. Ad accoglierli, così come lo stesso Be’Sihl si era già premurato di organizzare, sarebbe stato un adeguato comitato di accoglienza, il quale avrebbe dovuto sostenere le opinioni e la posizione del proprietario di casa al fine di ovviare a quella sgradevole interferenza. A ipotetica guida di tale comitato di accoglienza, tuttavia, si sarebbe imposta la figura della medesima investigatrice privata, lì ipoteticamente assurta, solo ai fini dell’esecuzione del proprio piano, ad attuale protettrice del “Kriarya” in quanto attuale compagna del proprietario, in termini tali che, dopo aver malmenato a sufficienza gli uomini inviati da Desmair, questi potessero andare a riferire la situazione al loro indomito condottiero, scatenandone, speranzosamente, non soltanto le ire e il desiderio di rivalsa a discapito del locale, quanto e piuttosto a discapito della propria ex-moglie, nuovamente rea di intralciare i suoi piani. In tal maniera, probabile sarebbe stato un impegno da parte del medesimo Desmair a cercare contatto con Midda, risparmiandole, in ciò, ogni sforzo volto a tentare di individuarlo e raggiungerlo.
La prima, ipotizzata, alternativa a tale strategia, invero preferita da parte della donna dagli occhi color ghiaccio, non l’avrebbe vista coinvolta in prima persona nella pur già programmata difesa del “Kriarya”, prevedendo, da parte sua, un più discreto pedinamento degli uomini al soldo del proprio ex-marito, nella speranza, in tal maniera, di poterlo raggiungere. Ciò nonostante, pochi istanti di sincera valutazione delle possibilità di riuscita di quell’idea erano stati sufficienti per spingerla a scartarla. Considerando il coinvolgimento della polizia locale e dei federali, infatti, arrivare a credere che Desmair potesse essere raggiunto in maniera tanto semplice, tanto banale, sarebbe certamente equivalso a voler sollevare un enorme dubbio sulle capacità di tutti al di fuori di se stessa, in termini non soltanto straordinariamente egocentrici, quant’anche incredibilmente stupidi: un deus ex machina del quale, se quella fosse stata una narrazione a sfondo poliziesco, l’eventuale autore avrebbe avuto di che imbarazzarsi, fra le impietose critiche che non sarebbero mancate da parte del proprio pubblico. Così, non volendo porsi alla stregua di uno sceneggiatore pagato a cottimo, con buona pace per il proprio disgusto all’idea di fingersi addirittura compagna di Be’Sihl Ahvn-Qa, ella aveva continuato a rielaborare quella tattica sino ad arrivare all’idea attuale: forse non un piano perfetto, sicuramente suscettibile di miglioramenti, e, ciò non di meno, potenzialmente di successo, nelle dinamiche emotive che esso sarebbe stato in grado di suscitare, per una volta tanto, nel suo ex-marito.
Non che, comunque, l’investigatrice privata, in tal senso, stesse attendendosi una qualche reazione di gelosia: fosse stato qualunque altro uomo, al di fuori di Desmair, forse avrebbe potuto far leva su tale sentimento. No. Nel suo caso, ciò a cui ella avrebbe voluto puntare sarebbe stato, semplicemente, l’ira che, in lui, sarebbe sorta all’idea di ritrovarsi nuovamente e sgradevolmente ostacolato, nei propri piani, dalla stessa stupida donna che, tre anni prima, lo aveva costretto a quell’inglorioso esilio.
Giunta al “Kriarya”, la prima prova che ella avrebbe avuto a dover affrontare, in quella lunga giornata, sarebbe stata quindi quella di informare il padrone di casa della propria iniziativa e, soprattutto, sorbirsi tutte le immancabili battute sarcastiche, i divertiti sorrisetti sornioni, e quant’altro nel suo repertorio, egli sarebbe stato in grado di offrirle nel momento stesso in cui gli avrebbe spiegato che, almeno per quel giorno, essi si sarebbero improvvisati essere due focosi amanti…

« E’ di nuovo Natale! » aveva esclamato Be’Sihl, non tradendo alcuna delle aspettative della sua interlocutrice nel palesare una lunga fila di bianchi denti in risposta a quell’annuncio, alle spiegazioni da lei fornite a tal riguardo, chiaramente animato da una diversa reazione rispetto a quella che stava coinvolgendo le viscere della donna di fronte a lui « A questo punto, vorrei quasi da sperare che gli uomini del tuo ex-marito ritardassero di qualche giorno… » aveva subito soggiunto, divertito e deliziato da quanto, tutto ciò, avrebbe potuto significare, anche soltanto per mera finzione.

martedì 18 luglio 2017

RM 198


« Ascoltami. » le richiese, tuttavia, non desiderando essere interrotta in quel frangente, già sufficientemente complesso di suo per essere gestito con la difficoltà aggiunta rappresentata da azioni di disturbo « Due sono per i miei genitori, una è per mia sorella, e una è per un uomo che sto frequentando… un uomo meraviglioso che, sicuramente, meriterebbe qualcuna migliore di me, che non si facesse problemi all’idea di cercare una relazione seria con lui. » sancì, non potendo ovviare a farsi carico, come una colpa, della particolare relazione esistente fra lei e Ma’Vret, benché, in teoria, il loro rapporto avrebbe avuto a doversi considerare assolutamente privo di inopportuni silenzi, essendo entrambi sempre stati estremamente sinceri, coscienziosamente adulti, l’uno nei confronti dell’altra.
Apprezzando il valore di quella confidenza, e l’importanza di quella richiesta, Ja’Nihr non tentò ulteriormente di interromperla, ben comprendendo quanto, in tal senso, non sarebbe risultata gradita.
« Non ho voluto perdere tempo a scrivere spiegazioni su quanto è accaduto: quello, al più, potrai spiegarglielo tu… o ci penserà il capitano, magari. Ho comunque voluto riservarmi l’opportunità di salutarli e di dire loro quanto mi dispiace per quanto sono stata capace di incasinare tremendamente la mia vita negli ultimi tre anni, qualcosa che imputo soltanto a me stessa e per la quale alcuno di loro avrà mai a doversi prendere qualsivoglia responsabilità. » argomentò, proseguendo e concludendo nell’illustrare il senso di quelle quattro buste « E’ chiaro…? »
« E’ chiaro. » annuì, accettando quietamente quell’incarico e, a comprova di ciò, accogliendo le buste offertele, con la stessa serietà e la stessa premura con la quale si sarebbe fatta carico di eseguire delle volontà testamentarie, consapevole di quanto, in tal frangente, in fondo tutto quello non avrebbe dovuto considerarsi particolarmente diverso.

Dopo aver verificato l’integrità delle buste, l’avvocatessa le ordinò silenziosamente innanzi a sé, impilandole una sopra l’altra con assoluto riguardo, con il più totale rispetto non tanto per quelle mere lettere, quanto e piuttosto per l’autrice delle medesime.
Concluso ciò, e risollevato lo sguardo verso l’interlocutrice, ella le volle offrire un lieve sorriso, tentando, nel contempo, di riprendere voce e, soprattutto, di esprimere un suo umile parere sulla questione…

« Posso quantomeno dire che, sinceramente, spero che non vi sarà necessità alcuna di consegnarle ai destinatari? » le domandò, a titolo scaramantico, con tono vagamente ironico, desiderosa non di lasciar scadere la questione in commedia, quanto, e piuttosto, di esorcizzare la drammaticità altrimenti intrinseca di quel momento, nel confronto con la quale Midda non ne avrebbe certamente ricavato alcun beneficio, alcun vantaggio, convincendosi, forse e piuttosto, di essere destinata a una missione suicida e, in ciò, neppur sforzandosi per ovviare a un qualche tragico epilogo.
« Certo che puoi dirlo… » confermò l’altra, con piglio quasi entusiasta, nel non volersi dimostrare, ella stessa, qual votata alla morte, quanto e piuttosto alla vita, e al riappropriarsi, in un modo o nell’altro, della propria vita « Devo ancora vedermi l’ultimo film di Tarantino… e tutti me ne hanno parlato molto bene per poterlo ignorare. »
« Ma cosa…? “The Hateful Eight”?! » domandò Ja’Nihr, con aria sorpresa, avendo già inquadrato a sufficienza la propria interlocutrice da trovare quantomeno strano che ella non si fosse ancora precipitata al cinema a guardarlo, magari il primo giorno di proiezione.
« Zitta… non osare dirmi nulla! » protestò l’investigatrice privata, levando le mani a far gesto di coprirsi le orecchie « Odio le anticipazioni e non sai quanto sia difficile navigare in internet evitando di rovinarmi il piacere della prima visione! » spiegò, sinceramente frustrata in merito a tale argomento « Figurati che non ho mai visto “Il sesto senso” solo perché mi avevano anticipato il finale per farmi un dispetto… »
« Non che tu ti sia persa molto, in questo caso… » minimizzò l’altra, stringendosi appena fra le spalle « Francamente ho sempre ritenuto Shyamalan estremamente sopravvalutato: quando sono stata a vedere “Unbreakable” ho persino rischiato di addormentarmi in sala… » ammise, in tutta tranquillità.

Sì… a Midda quella donna piaceva proprio. E non soltanto per i propri gusti cinematografici e televisivi, indubbiamente allineati ai suoi, ma, anche e soprattutto, per il suo carattere, per il suo modo di affrontare le cose, anche nelle situazioni meno piacevoli, anche nei contesti più sfavorevoli, qual, certamente, avrebbe avuto a dover essere considerato quello, da parte sua, appena presentatole.
Al di là, infatti, del ruolo di potenziale postino, nell’eventualità di una propria prematura dipartita, altri erano stati i favori, i compiti che, forse e persino con un pizzico di arroganza, si era presa la libertà di affidarle, dando per scontata, prendendo per certa la sua collaborazione. E per nessuno di questi, pur avendo seguito, ancora una volta, con assoluta attenzione, tutto quanto ella avesse da dirle, l’altra si era riservata opportunità di obiettare, non offrendo la benché minima riprova di essere rimasta turbata né dal discorso fattole, né dalla collaborazione richiestale, così come, forse, un tempo si sarebbe potuta attendere soltanto da parte di Degan, il suo collega detective… o, forse, neppure da parte sua, non, quantomeno, con una fiducia tanto cieca, tanto assoluta qual quella, in tal maniera, riservatale.
Ancora chiacchierando di film e registi, e ripromettendosi di andare a vedere insieme “Captain America: Civil War” quando fosse uscito, le due donne si concessero di trascorrere insieme quasi un’altra mezz’ora, allor ovviando, in tal senso, a qualunque argomento troppo serio, a partire da Desmair Von Kah, per arrivare a quanto, uscita di lì, Midda potesse essersi ripromessa di compiere. E se per la donna dagli occhi color ghiaccio quella fu un’occasione utile a evadere, estemporaneamente, da tutto e da tutti, tornando fugacemente all’inconsapevolezza di quando aveva vent’anni e tutto il mondo le sembrava indubbiamente qualcosa di più semplice da affrontare; per la sua interlocutrice fu una sorta di dono che le volle riservare, l’occasione di allentare un po’ la presa da quanto già aveva affrontato e, precauzionalmente, da quanto avrebbe ancora dovuto affrontare, non perché ritenuto impropriamente privo di valore o di rischi, quanto, e piuttosto, proprio perché riconosciuto qual terribilmente importante e pericoloso, in misura tale per cui, almeno in quel momento, almeno in quella fase, non sarebbe stato tanto negativo, per lei, lasciarsi andare, distrarsi, fosse anche e soltanto a discutere di cinema e serie televisive, un argomento la passione per il quale, chiaramente, le accomunava.
Il frangente in cui, alfine, giunse il momento dei saluti, fu ovviamente l’investigatrice privata a deciderlo, senza alcun genere di pressione da parte dell’avvocatessa, la quale, al contrario, avrebbe avuto soltanto personale interesse a procrastinare indefinitamente quel commiato, nell’umano, e pur accuratamente mantenuto celato, timore per l’incolumità della propria nuova amica…

« Ora credo sia meglio che vada… » annunciò, sollevandosi, un attimo dopo, là da dove era seduta, a dimostrazione di quanto il suo non avrebbe avuto a doversi considerare un mero annuncio attorno al quale poter eventualmente contrattare, quanto e piuttosto una ferma dichiarazione d’intenti, forse animata, in tal senso, dalla consapevolezza che più si sarebbe trattenuta, e più sarebbe alfine stato difficile allontanarsi « Non c’è bisogno che ti ripeta il piano… vero? » le domandò, con tono palesemente retorico, ove non si sarebbe mai attesa l’evidenza di una tale necessità.
« Se intendi riferirti al geniale piano che, nel migliore dei casi, ti porterà in galera e, in alternativa, ti farà ammazzare… » commentò Ja’Nihr, palesando all’ultimo una certa mancanza di convinzione nei riguardi dell’effettivo concetto di successo che avrebbe potuto essere associato a quella strategia « … no, non c’è bisogno che tu me lo ripeta. »
E Midda, per tutta risposta, strizzò l’occhio sinistro con fare complice, dicendo: « Mettiamola così… io farò di tutto per restare in vita. Ma, dopo di questo, dovrai essere tu a impegnarti affinché io non vada a trascorrere il resto dei miei giorni dietro le sbarre. »

lunedì 17 luglio 2017

RM 197


Così legata alla propria nuova cliente dal segreto professionale, l’avvocatessa ebbe occasione di essere travolta da un fiume in piena di informazioni: informazioni relative non soltanto al non sufficientemente lontano passato dell’investigatrice, al suo matrimonio e al suo divorzio con Desmair Von Kah e, soprattutto, alle ragioni alla base del medesimo; ma anche, e senza inibizione, a quanto occorsole, o a quanto da lei compiuto, sin dal primo incontro con Grossa Grana Federale e Smilza Grana Federale, con tutti i necessari riferimenti, quindi, anche alle ragioni per le quali era giunta a ricercare, senza particolare successo, un’occasione di incontro con il signor Kipons, prima, e, con maggiore successo, seppur in termini comunque relativi, con lei stessa subito dopo, quali unici nomi lasciati in chiaro nei rapporti consegnatile dal Bureau; passando poi per il proprio incontro con l’ex-capo, Lange Rolamo, il quale gli aveva offerto la spiacevole informazione del ritorno in città del proprio ex-marito; fino ad arrivare, alfine, alla propria recente riunione con la vicedirettrice Lavero Ramill, e alla scoperta di tutti i dettagli relativi a quel caso, e all’effettivo interesse dell’FBI nei suoi riguardi.
Per quasi mezz’ora, Midda ebbe modo di raccontare tutto ciò a ruota libera, senza freno od ostacolo alcuno, complice l’attento silenzio della propria interlocutrice, la quale, senza prendere alcun appunto, e, al contempo, senza neppure mai staccare gli occhi da lei, in tal lungo intervallo di tempo sembrò intenta ad assorbire letteralmente tutto quello, qualunque frase, qualunque parola, persino qualunque respiro da lei prodotto. E se per quasi mezz’ora la detective ebbe a parlare, al termine della propria esposizione passarono quasi dieci minuti prima che Ja’Nihr si concedesse l’opportunità di formulare il benché minimo intervento, nella probabile e giustificabile necessità di riuscire a elaborare tutto quanto appena udito, una quantità di informazione, una mole di dati, indubbiamente disarmante, fosse anche e solo da un punto di vista squisitamente esterno, qual ella, pur, non avrebbe potuto allor vantare, nell’essersi sorprendentemente ritrovata coinvolta, proprio malgrado, nella questione, in conseguenza al proprio coinvolgimento nell’affare Kipons. Un tempo, quello che l’avvocatessa ebbe a chiedere qual proprio, che venne pazientemente rispettato dalla sua controparte, la quale non mancò di ricambiarle immediatamente, in tal modo, il favore appena concessole, nel garantirle quiete utile a riservarsi l’opportunità di quel monologo e, in esso, a non dilungarsi eccessivamente in una narrazione che, se interrotta periodicamente da domande e richieste di chiarimenti, forse sarebbe durata addirittura sino al giorno successivo.
Quando, pertanto, dopo quegli altri dieci minuti Ja’Nihr ebbe metaforicamente digerito quella deposizione spontanea, qual a tutti gli effetti avrebbe potuto considerarsi quella della propria cliente; ella si concesse un lungo sospiro, aggrottando la fronte e sbarrando appena gli occhi, a palesare un certo affaticamento per tutto quello…

« Accidenti. » osservò subito dopo, in direzione della controparte « Non sei una che ama le cose semplici… non è vero? » sorrise, cercando di ironizzare nel merito di quanto appena udito, a stemperare quelli che, altrimenti, avrebbero potuto scadere facilmente in toni eccessivamente drammatici.
« Naaaa… » escluse l’investigatrice privata, scuotendo il capo, nel dare corda a quel tentativo di giuoco, scuotendo appena il capo « Dopo un po’ finisco con il trovarle noiose… » si giustificò, in quella che avrebbe potuto essere considerata semplice battuta ma che, in effetti, non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual completamente tale, trattandosi di lei.
« Che dire…? » esitò Ja’Nihr, tentando di trovare le parole più opportune a commentare la situazione presentatale « “Wow…” potrebbe essere sufficiente?! » cercò conferma, nel timore che, comunque, anche una simile espressione di stupore non avrebbe potuto essere considerata adeguata al contesto.
« Non esagerare. » scosse il capo l’altra, in ciò cercando di minimizzare la faccenda, nel non volerla considerare più importante di quanto non avrebbe avuto a doversi riconoscere.

In verità, trattandosi di Desmair Von Kah, ex-capo della criminalità organizzata di tutta la città di New York, e trattandosi di una questione nella quale stava venendo coinvolta non soltanto la polizia locale, quant’anche un’agenzia federale, e un’agenzia federale come il Bureau, difficile sarebbe stato poter considerare tutto quello qual qualcosa di poco importante, di poco significativo. All’attenzione della donna dagli occhi color ghiaccio, tuttavia, tutto quello, ancora una volta, avrebbe avuto a doversi considerare più prossima a una faccenda personale, a una questione fra moglie e marito, anzi, ex-moglie ed ex-marito, allorché a una questione di pubblica sicurezza, di ordine pubblico: perché, per quanto difficile sarebbe stato per lei ignorare il ruolo di Desmair all’interno dell’ecosistema criminale della città, altrettanto difficile sarebbe stato ignorare il ruolo dello stesso Desmair all’interno della sua vita, in quel senso di tradimento, di umiliazione, di sconfitta che a lui era legato e che, dopo tre anni, non avrebbe avuto a doversi minimamente considerare stemperato nel proprio bruciante dolore, complice, sicuramente, il fatto che, quegli ultimi tre anni, per lei, fossero stati trascorsi in un personalissimo e autoimposto concetto di Purgatorio, utile, teoricamente, a espiare le proprie colpe e a ritrovare pace con se stessa e con il mondo attorno a lei.
Il “Wow…” suggerito da parte di Ja’Nihr, in ciò, non avrebbe avuto a poter essere banalizzato qual mera esagerazione: al contrario, esagerato, e in senso opposto, sarebbe stato l’impegno dell’ex-detective a voler far finta che, al di là di ogni possibile considerazione, quella avesse a doversi considerare una consueta giornata di lavoro.

« Sorvoliamo… » replicò l’avvocatessa, non volendo scadere in una discussione di merito, con lei, e, ciò non di meno, neppur desiderando offrirle semplicemente ragione, forse iniziando a intuire, anche lei, il carattere della propria interlocutrice e la sua tendenza, del resto già confessata, a voler minimizzare il rischio intrinseco nelle situazioni, soprattutto laddove tali situazioni l’avrebbero potuta riguardare.
« Sorvoliamo. » annuì l’altra, apprezzando l’eleganza di quel disimpegno, utile a raggiungere un giusto compromesso fra loro, senza, in ciò, necessariamente decretare la ragione dell’una piuttosto che dell’altra.
« Tuttavia, pur ringraziandoti per aver voluto condividere con me tutto questo, una cosa ancora non mi è proprio chiara… » riprese e continuò la prima, nella necessità, giunte a quel punto, di far emergere una questione tutt’altro che sciocca, benché tale avrebbe anche potuto risuonare « … perché hai voluto raccontarmi tutto questo? » le domandò, sorridendole serenamente « O, forse ripetendomi, che cosa posso fare per te…? A parte consigliarti di lasciare la città, beninteso… »

Senza ulteriori esitazioni, nell’aver ben chiare in mente le ragioni che lì l’avevano sospinta laddove quella visita non avrebbe potuto essere fraintesa qual improvvisata da parte dell’investigatrice privata, Midda esplicitò alla propria desiderata complice tutto il proprio piano, la propria strategia per così come elaborata nel corso di quella lunga notte e, alfine, condivise con lei una serie di puntuali richieste delle quali avrebbe avuto a doversi far carico.
Solo sull’ultima di queste richieste, ella ebbe a esitare un istante, avendo ben chiara l’esigenza di non poter trascurare l’eventualità a essa sottintesa e, ciò non di meno, provando una certa ritrosia nel formulare, ad alta voce, quell’ipotesi, nel temere, forse scaramanticamente, che, parlandone, la cosa sarebbe potuta divenire un po’ più vera…

« Infine… » si convinse a concludere, estraendo da sotto la propria giacca quattro buste chiuse, ognuna delle quali regolarmente compilata nel proprio possibile destinatario « … nel caso in cui qualcosa andasse male, ho necessità che tu possa consegnare queste lettere. »
« Midda… » esitò l’altra, ben intuendo il significato di quel gesto e non avendo in ciò possibilità di scherzarci sopra, di cercare una qualsivoglia ipotesi di ironia, dal momento che difficile sarebbe stato riuscire a tradurre in gioco anche la morte.

domenica 16 luglio 2017

RM 196


La prima tappa della mattina dell’investigatrice privata la vide fare ritorno alla “Neverending Story Inc.”, per richiedere un incontro, questa volta senza sotterfugi, con l’avvocatessa Noam’Il.
Dopo un paio di ore di anticamera, necessarie a rispettare la fila lì presente, nel non aver bramosia di sopraffare alcuno fra coloro lì malcapitati, Midda vide ricomparire il volto amico di Ja’Nihr, la quale, riconoscendola, le offrì subito un amplio sorriso e le si approcciò per accoglierla con cortesia e disponibilità…

« Ben ritrovata! » dichiarò, neppur tentando di offrirle la propria mano ma, subito, abbracciandola, quasi fossero amiche da sempre benché, obiettivamente, solo pochi giorni prima neppure avrebbero potuto dire di conoscersi « Come stai…? »
« Non c’è male! » rispose la donna dagli occhi color ghiaccio, ricambiando volentieri il gesto rivoltole e, in ciò, l’abbraccio concessole « Credo proprio che, alla fine di questo periodo, mi potrò meritare una vacanza e un po’ di riposo; ma, per intanto, si va avanti. Tu…? »
« Alla grande. » replicò l’avvocatessa, con vivace entusiasmo, una caratteristica che l’altra non avrebbe potuto ovviare ad apprezzare, e ad apprezzare sinceramente, qual riprova di un animo straordinariamente positivo e propositivo, particolare non così diffuso nella moderna quotidianità « Oggi sono convinta sarà una splendida giornata… e spero proprio che tu sia tornata a trovarmi solo per confermare questa mia teoria. »
« Potrebbe essere. » annuì l’investigatrice, con un tenue sorriso, nel non voler certamente stemperare l’entusiasmo dimostrato dall’altra e, ciò non di meno, nel sentirsi quasi in difficoltà innanzi a esso, non sapendo, effettivamente, in quale misura l’altra avrebbe potuto eventualmente accogliere quanto avrebbe avuto a dirle.
« Vieni… seguimi e andiamo a parlarne altrove. » la invitò Ja’Nihr, facendole, subito dopo, strada dalla sala d’attesa verso un’altra area dell’edificio « Ti va bene la caffetteria o preferisci maggiore riservatezza…? » soggiunse poi, concedendole libertà di scelta in maniera, in verità, tutt’altro che gratuita, dal momento in cui, sulla base di quella replica, di quella risposta, ella avrebbe potuto già farsi un’idea nel merito di quanto avrebbe potuto avere da dirle, o, quantomeno, della gravità di tali argomenti, nell’escludere, necessariamente, la caffetteria laddove la questione non fosse stata così banale.
« Credo che la seconda potrebbe essere più idonea. » scelse, senza particolare indecisione, Midda, consapevole di quanto, in effetti, gli argomenti di cui avrebbe voluto trattare con lei non avrebbero avuto a doversi considerare idonei a una caffetteria, per quanto una pur splendida, e discreta, caffetteria come quella all’interno della quale avevano avuto il loro precedente confronto.

Comprendendo la situazione senza esprimere alcuna particolare reazione, né di sorpresa, né di curiosità, né di contrarietà per la soluzione così richiestale, Ja’Nihr si limitò a voltarsi quanto sufficiente ad annuire e a sorriderle, per poi proseguire per la propria strada, fino a quando non ebbe a condurre la propria ospite in una saletta, paradossalmente, non poi così diversa da quella da lei visitata nella sede del Bureau a New York. Non potendo ovviare a constatare, allora, l’ironia della sorte, l’investigatrice ringraziò con un cenno del capo, e un sorriso, la propria padrona di casa, prima di accomodarsi su una seggiola lì già in sua attesa, nel mentre in cui, contrariamente a ogni possibile preconcetto, l’altra non ebbe a prendere posizione davanti a lei quanto, e piuttosto, al suo fianco, in termini tali per cui, probabilmente, il confronto visivo fra loro sarebbe stato meno immediato ma, parimenti, non vi sarebbe stata alcuna barriera fisica fra loro, ad alimentare, anche solo inconsciamente, la possibile esigenza di una qualche barriera psicologica.
Insieme alla mossa della domanda di pochi istanti prima, anche questa particolare tattica permise a Midda di ottenere conferma di quanto, come già accertato, Ja’Nihr non fosse una donna comune, né, tantomeno, priva di talento, e di talento nel proprio mestiere: a tratti, addirittura, ella sembrava incedere, con apprezzabile abilità, all’interno di un contesto più psicologico che squisitamente giuridico, in misura tale per cui, come allora, ogni minima scelta, ogni movimento, ogni più fugace parola, non avrebbe mai significato quanto, o soltanto, ciò espresso dal proprio significante. Così come, quindi, la scelta del luogo per un dialogo avrebbe avuto a doversi considerare utile per definirne il valore previsto, l’importanza attribuitagli; la decisione nel merito delle reciproche posizioni avrebbe potuto distinguere la brama della ricerca di un interrogatorio, piuttosto che la volontà a trattare quella al pari di una conversazione fra amiche, a prescindere dagli argomenti che si sarebbero andati ad affrontare.
Nei panni di un’ex-detective della polizia della città di New York, ovviamente, alla donna nulla di tutto questo avrebbe potuto banalmente sfuggire, nel proprio valore, nel proprio merito: al contrario. Simili tattiche, tali tecniche, avrebbero anzi avuto a doversi considerare parte integrante di qualsiasi manuale del buon poliziotto, ammesso che avrebbe mai potuto esistere un simile testo di studio. E in tali panni, ancora, all’investigatrice privata nulla di tutto questo avrebbe potuto essere sminuito nella propria attuazione da parte di Ja’Nihr, ove, chiaramente, la sua possibile amica doveva aver palesemente fatto i propri compiti, ripassato la propria lezione, nel non dimenticarsi di nulla.

« Eccoci qui. » ebbe a evidenziare l’avvocatessa, ovviando a mostrare ancora lo stesso aperto sorriso precedente nel non volerle trasmettere un senso di disinteresse nei confronti di quanto avrebbe potuto dirle e, ciò non di meno, neppur incupendosi, non ancora, per lo meno, non avendo l’evidenza di alcuna ragione in tal senso « Di cosa desideri parlarmi? »
« Prima di iniziare… » escluse, tuttavia, l’opportunità di giungere tanto rapidamente al nocciolo della questione, non potendo permettersi l’imprudenza di affrontare certi temi senza doverose garanzie di riservatezza, e di riservatezza che, con un’avvocatessa, avrebbe certamente contribuito l’idea di un rapporto professionale fra loro « … credi che possa essere possibile, per te, accettare di rappresentarmi, in qualità di mio legale? »

Pur comprendendo al volo le ragioni di quell’interrogativo, non tanto destinato a prendere in esame l’idea di una qualche effettiva necessità di difesa, quanto e piuttosto una più importante, e immediata, necessità di massima riservatezza fra loro, Ja’Nihr sembrò volersi imporre di ovviare a dare per scontato una qualunque replica, preferendo, al contrario, avere da lei risposte puntuali a domande puntuali, per così come, ancora una volta, l’altra non avrebbe potuto trovare alcuna ragione di criticarla.

« E’ una richiesta, diciamo, precauzionale… o è per qualche azione giuridica già pendente. » le domandò pertanto, puntando ovviamente più sulla prima opportunità e, ciò non di  meno, non potendo neppur escludere gratuitamente la seconda.
« Precauzionale. » confermò, prevedibilmente, Midda, per poi non perdere ulteriore tempo in qualche vano cincischiare nell’esprimere, esplicitamente, il fine ultimo della sua richiesta « Nell’immediato, ho necessità di poterti considerare vincolata a me dal segreto professionale. Ma non soltanto… »
« D’accordo allora. » le concesse Ja’Nihr, avendo già scelto di acconsentire e, ciò non di meno, volendo avere quella conferma chiara ed esplicita a tal riguardo « Avrei ovviamente alcune scartoffie da farti firmare, per soddisfare l’aspetto burocratico della questione… ma, se credi di poterti fidare di me, possiamo per intanto continuare così e regolarci a posteriori per tutto il resto. » le spiegò, in quello che avrebbe avuto a doversi considerare più in aspetto di tutela per la stessa investigatrice privata, allorché per lei.
« Mi fido. » acconsentì la controparte, in un’asserzione sostanzialmente retorica giacché, laddove non si fosse fidata, non avrebbe mai avuto alcuna motivazione tale da spingerla sino a lì, a cercare quel colloquio e, soprattutto, quel rapporto professionale fra loro.

sabato 15 luglio 2017

RM 195


Sebbene le parole di Lange non avrebbero potuto definirsi propriamente un complimento nei suoi confronti, Midda decise di non crearsi problemi di sorta in tal senso, limitandosi a cogliere quello che le stava venendo offerto con maggiore umiltà e riconoscenza possibile, tanto nei confronti del proprio ex-capitano, quanto e maggiormente in quelli del fato. Se anche, alla fine, la sua mossa sarebbe stata ricordata qual il puro e semplice azzardo che avrebbe avuto a dover essere riconosciuta essere, allorché il frutto di una qualche profonda elucubrazione introspettiva… beh… ne sarebbe stata comunque felice, nel momento in cui, comunque, al signor Anloch sarebbe stata concessa l’opportunità di riabbracciare la propria figliola.
Ringraziandolo di cuore, quindi, per la disponibilità garantitale, l’investigatrice privata stava per chiudere la comunicazione quando, in maniera del tutto inattesa, il proprio ex-capitano ebbe a ritornare a sorpresa sull’argomento Desmair, probabilmente stuzzicato, a tal riguardo, dall’infelice uscita che, ella, si era pocanzi lasciata scappare…

« Pivella…? » ne richiamò l’attenzione, dopo che ella lo ebbe ringraziato e prima che potesse interrompere concludere la telefonata.
« Sì…? » replicò la donna, con quieta disponibilità ad ascoltarlo, non immaginando dove sarebbe andato a parare e, a prescindere, consapevole di dovergli comunque rispetto, se non per tutto quanto egli pur aveva fatto per lei in passato, quantomeno per quanto, ancora, si stava impegnando a fare, sin troppo collaborativo con lei per non farla sentire, obiettivamente, in imbarazzante debito nei suoi riguardi.
« Tre anni fa non ho fatto le giuste domande quando avrei dovuto… e, francamente, ho perso il conto delle volte che mi sono ritrovato a domandarmi quanta responsabilità, in ciò, abbia avuto io per quello che è successo fra Desmair e te, dal momento in cui, forse, se non avessi voluto minimizzare il valore dei pur evidenti segnali che stavi lanciandomi, forse, e dico forse, le cose si sarebbero concluse in maniera diversa. Per tutti. » introdusse, in un’assunzione di responsabilità che non poté ovviare a porre ancor più in imbarazzo l’investigatrice privata, la quale mai, e per alcuna ragione, avrebbe potuto colpevolizzare in qualsivoglia maniera il suo interlocutore, o chiunque altro, nel distretto e al di fuori di esso, per quanto accaduto fra lei e il suo ex-marito, non, quantomeno, laddove era stata sufficientemente brava a cacciarsi da sola nei guai « Ora, capiscimi, vorrei evitare di ripetere lo stesso errore. »
« Capitano… non hai commesso alcun errore: ho fatto tutto io, da sola, convinta di poter essere un dannato John McClane declinato al femminile, e di poter sbaragliare l’intero vertice del crimine organizzato di New York City tutto da sola. » ammise ella, non animata dal desiderio di accusarsi ingiustamente di qualcosa, quanto e piuttosto dalla volontà di ovviare a permettere a chicchessia, e soprattutto a Lange Rolamo, di accusarsi ingiustamente per conto suo, facendosi carico di quella sua quanto più totale mancanza di cervello, in tale occasione « Se proprio desideri prenderti la colpa di qualcosa, dovresti farlo all’idea di avermi concesso l’opportunità di dimettermi, invece di portarmi davanti a una cavolo di commissione disciplinare per la mia stupidità, facendomi licenziare con disonore e, magari, sbattere in galera per tutto quello che avevo combinato. »
« Come stavo dicendo, quanto è accaduto tre anni fa, ormai non può essere cambiato. » riprese egli, sembrando quasi volerla ignorare, non prendendo minimamente in considerazione quel tentativo di replica da parte sua « Quello che posso tuttavia evitare è che tu finisca con il commettere, nuovamente, gli stessi errori di tre anni fa. Come, per esempio, convincerti di poter affrontare da sola quell’uomo. »
« Tre anni fa, Desmair era il capo del crimine organizzato di questa città… per quanto possa sembrare ridicolo pronunciare una simile frase. » dichiarò l’investigatrice privata, per tutta risposta « Era potente, organizzato, armato. Oggi, a prescindere dal fatto che possa aver fatto ritorno in città, di certo non ha a poter essere considerato al pari di quello di un tempo… e, per quello che vale, anche io non sono più la stessa donna di tre anni fa. » asserì, sperando che, a differenza di Desmair, nei propri riguardi quella sentenza potesse essere recepita in senso migliorativo.

Un lungo momento di silenzio seguì quella dichiarazione.
Un silenzio non difficile da interpretare da parte della donna, giacché facile sarebbe stato immaginare quanto il suo ex-capitano stesse allor imprecando nel proprio intimo di fronte all’evidenza di quanto ella, quindi, avesse effettivamente e serenamente deciso di ripercorrere esattamente gli stessi stupidi passi di tre anni prima, decidendo di affrontare da sola il proprio avversario e, peggio, di farlo nella consapevolezza di quanto l’occasione precedente non si fosse conclusa propriamente nel migliore dei modi. Anzi.
Un silenzio, ancora, nel quale, molto probabilmente, Lange Rolamo stava allor valutando le proprie possibilità, le carte metaforicamente presenti nella sua mano, allo scopo di decidere l’approccio migliore da adottare nei suoi confronti, lavoro indubbiamente reso ancor più complicato dalla consapevolezza di quanto vana fosse stata in passato qualunque eventuale influenza egli avrebbe potuto vantare nei suoi riguardi e, nel confronto con ciò, quanto addirittura ridicolo, ineluttabilmente, avrebbe avuto a dover essere considerato il proprio attuale ventaglio di alternative, almeno nella volontà di imporle un qualche freno.
Un silenzio, infine, attraverso il quale, forse, egli stava preparandosi all’ineluttabile, non diversamente da un surfista in quieta attesa dell’arrivo dell’onda perfetta nella quale porre in essere la propria sfida al mare e a se stesso, poiché, se metaforicamente egli non avrebbe potuto fare nulla per opporsi all’onda rappresentata dalle scelte della propria protetta, allora l’unica soluzione attuabile, l’unica alternativa rimastagli, avrebbe avuto a dover essere intesa quella atta a trovare un modo per cavalcare quella medesima onda, e sperare, in ciò, di essere sufficientemente abile da riuscire a renderla propria allorché a lasciarsi travolgere dalla stessa.
Un lungo momento di silenzio seguì quella dichiarazione.
Un silenzio al termine del quale egli ritrovò voce, e la ritrovò ricorrendo a tutta la propria autorevolezza, giacché di autorità non avrebbe più potuto vantarne alcuna verso di lei, per comunicarle la propria scelta.

« Sono stato chiaro…? » domandò al termine di quella perentoria presa di posizione, che avrebbe avuto a dover essere intesa, allora, non soltanto qual una scelta personale, quanto e piuttosto una decisione assoluta, alla quale, in questa occasione, ella non avrebbe potuto sottrarsi… non, quantomeno, senza in ciò sottrarsi irrevocabilmente anche a qualunque possibilità di futuro rapporto fra loro, professionale e umano, giacché contrariarlo, allora, sarebbe equivalso a definire un’imperitura, insanabile rottura di fronte alla quale alcuna giustificazione, alcuna scusa, avrebbe potuto porre rimedio.

E Midda, che pur avrebbe preferito ovviare a coinvolgerlo nel presente per ragioni ancor più fondate rispetto a quelle che l’avevano spinta a escluderlo nel passato, giacché, così facendo, avrebbe rischiato non soltanto la propria pelle, la propria libertà e il proprio futuro, ma, anche, quelli dell’unica altra figura paterna avrebbe mai potuto vantare nella propria vita accanto a suo padre; proprio nella consapevolezza del legame di rispetto, di fiducia, di ammirazione che non avrebbe potuto negarsi nei suoi riguardi, si ritrovò purtroppo con le spalle al muro d’innanzi a quella richiesta, a quell’ordine, non potendo, in alcun modo, controbatterlo.

« Sì, signore. » annuì, a malincuore.
« Ci siamo intesi, allora? » richiese ancora conferma egli, inequivocabilmente serio nel proprio tono, non volendo concederle alcuna opportunità di replica in senso opposto al proprio.
« Ci siamo intesi. » annuì, ancora, la donna dagli occhi color ghiaccio, con aria e tono di palese sconfitta, per quanto, paradossalmente, nel profondo del proprio animo, in quella parte più egoistica del suo cuore, anche, e in parte, rallegrata da quanto accaduto.

venerdì 14 luglio 2017

RM 194


Uscendo di casa, e prendendo in mano il cellulare per iniziare a tradurre in azione tutti i propri programmi, l’investigatrice privata si ritrovò a essere sorpresa da un bizzarro scherzo del destino nel momento in cui il medesimo iniziò a vibrare e, sullo schermo, apparve una vecchia foto del capitano Lange Rolamo, insieme alla notifica che il soggetto in questione la stava chiamando. Interpretando, tutto ciò, qual segno di una qualche benevolenza divina nei suoi riguardi, ella non poté ovviare a sorridere nel mentre in cui ebbe a rispondere alla telefonata in ingresso…

« O capitano, mio capitano… » esordì, in luogo a qualche risposta sicuramente più canonica e, ciò non di meno, priva di carattere « Comandi. »
« Spiritosa, pivella. Molto spiritosa. » commentò la voce dell’uomo, raggiungendola in maniera assolutamente chiara dall’altro capo della linea « Sbaglio o ti sento particolarmente di buon umore…? Hai per caso ammazzato qualcuno, stamattina? » le chiese, in quello che avrebbe avuto a doversi riconoscere qual uno scherzo… e che pur, forse, soltanto scherzo non sarebbe comunque stato, non a confronto con la consapevolezza del ritorno in città di Desmair Von Kah, nemesi della propria protetta.
« Non ancora. » replicò ella, puntualizzando in tal maniera quanto, quella negazione, avrebbe avuto a doversi considerare declinata soltanto nel tempo presente, e nessun impegno avrebbe potuto lasciar intendere per il futuro, immediato o remoto che sarebbe stato in grado di proporsi « Ma non ti preoccupare: sarai il primo a saperlo, quando avverrà. »
« E’ proprio quello che temo. » sospirò Lange, in quello che, ormai, non avrebbe potuto più essere considerato un semplice scherzo, un mero giuoco fra loro, sinceramente preoccupato all’idea che ella avrebbe potuto compiere una qualche idiozia, laddove, dopotutto, le vicende passate non avrebbero potuto considerarsi qual propriamente benauguranti in tal senso, in quella direzione « Comunque sia, e cambiando discorso prima che abbia a dover venire a porti in stato di fermo a scopo precauzionale, credo potrà farti piacere sapere che, la tua informazione non è stata del tutto fine a se stessa: potremmo avere un nome, per il caso Anloch... »
« Anche io potrei avere un nome. » confermò la donna, laddove, nelle ore trascorse a giocare con i Post-it, anche su tal fronte si era riservata qualche legittimo sospetto, ancor privo di concrete prove e, ciò non di meno, utile a prendere in esame una pista in particolare, fra molte « Prima tu, capitano. »

Il nome che, allora, Lange ebbe a condividere con lei le offrì ragione concreta di ribadire il proprio precedente sorriso, giacché, ai propri sospetti, alle proprie teorie, venne lì offerta un’interessante conferma, e una conferma, allora, animata da alcune prove concrete, dettagli che, in precedenza, erano sfuggiti all’attenzione degli inquirenti nel leggerli, nell’interpretarli, purtroppo, sotto una diversa luce, salvo, improvvisamente, assumere nuovo significato, nuove possibilità di interpretazione nel momento in cui il non trascurabile dettaglio di una possibile relazione omosessuale fu allora presa in considerazione.
Certo: simile superficialità, tale ingenuità, da parte dei suoi ex-colleghi, avrebbe potuto essere considerata addirittura imperdonabile nel confronto con oltre tre settimane trascorse dal momento della scomparsa della giovane Carsa, un’eternità nel corso della quale, potenzialmente, ella avrebbe potuto essere tranquillamente stata uccisa, fatta a pezzi e sparsa per l’intera città, nella più totale inconsapevolezza di coloro incaricati nel ritrovarla. Ciò non di meno, e a discolpa della polizia della città di New York, ella avrebbe potuto vantare più fortuna che abilità nello scoprire dell’omosessualità della giovane e, soprattutto, nel raggiungere ogni successiva informazione a lei concessa, da parte dei colleghi della scomparsa, innanzitutto, e da parte della sua supposta compagna, in secondo luogo, e da ex-detective, per quanto spiacevole a dirsi, ella non avrebbe potuto ovviare a considerare quanto, in fondo, nessun dolo avrebbe potuto essere loro imputato, non nel confronto con le infinite possibilità proprie di un tale caso, all’interno del quale l’assenza di qualsivoglia evidenza di violenza avrebbe potuto anche supportare l’ipotesi, difficile da accettare per il signor Anloch ma, non per questo, meno potenzialmente concreta, di una sua mera fuga da casa. Così, benché, a posteriori, molti forse non avrebbero potuto ovviare a insorgere in maniera critica contro la polizia; ella non avrebbe mai offerto loro colpa, e non tanto per campanilismo, quanto nella consapevolezza di come, nelle proprie attuali vesti di investigatrice privata, ella avrebbe sicuramente potuto vantare minori risorse ma, al contempo, minori vincoli, in misura tale per cui, quindi, una semplice congettura, qual quella che, allora, aveva formulato, avrebbe potuto essere già considerata qual sentenza certa, non abbisognando di un qualunque impianto probatorio a proprio supporto, qual, altresì, irrinunciabile sarebbe stato per i propri ex-colleghi e per permettere alle cose di funzionare nella maniera più corretta.
Ovviamente, nel condividere le proprie supposizioni con Lange, Midda non avrebbe potuto ovviare a evidenziare, sottolineare, enfatizzare e, ancora, ribadire, quanto tutto quello che, da quel momento avrebbe detto, sarebbe stato da considerarsi pari a un volo pindarico, un’ardita progressione probabilmente da considerarsi più infondata che fondata, più immotivata che motivata, e conseguenza, oltretutto, di un sentimento allorché di un percorso razionale; ma, ciò non di meno, ella non si trattenne dal raccontargli di tutte le proprie idee, di tutte le proprie supposizioni della notte, supposizioni nella conferma delle quali, ancora una volta, avrebbe abbisognato delle risorse del dipartimento. Perché se pur vero, allora, era il fatto che ella avrebbe potuto vantare un nome, quanto ancora le stava mancando avrebbe avuto a doversi indicare qual un luogo, un luogo in assenza del quale ogni congettura non soltanto sarebbe rimasta tale, ma, ancor più, si sarebbe dimostrata del tutto inutile.

« Sei consapevole che potresti avere più possibilità di sbancare Las Vegas e Atlantic City nello stesso giorno, che di aver ragione su questo discorso…? » non le risparmiò il proprio ex-mentore e ex-capo, con tono obbligatoriamente critico nei suoi riguardi, una necessaria prova a confronto con la quale eventuali dubbi, eventuali perplessità da parte della sua protetta avrebbero avuto a dover allora emergere, ed emergere prima che la situazione potesse sfuggire loro di mano « Se tu fossi ancora una detective, ti minaccerei di rimandarti a dirigere il traffico, piuttosto che permetterti di azzardare, in questa maniera, la risoluzione di un caso: non è un quesito enigmistico, dove ti puoi permettere di lanciare ipotesi in maniera del tutto infondata… stiamo parlando di una persona scomparsa. »
« Stiamo parlando di una persona scomparsa… e appunto per questo mi riservo il diritto di azzardare una soluzione! » ripeté, e argomentò, l’ex-detective, non cedendo innanzi a quella prova « Non so dire se a quest’ora possa essere ancora viva o già morta… quello che so è che, se ho ragione, il tempo per formulare ipotesi più sensate potrebbe essere un lusso che non abbiamo. »
« Quindi meglio perdere tempo dietro a piste infondate…? » sembrò rimproverarla l’altro.
« Non sto chiedendo ad alcuno voi di perdere tempo… » negò ella, scuotendo il capo « Ho un cliente che mi paga per perdere tempo, capitano: sfrutta questa occasione! Con un po’ di buona sorte, forse salveremo una vita e chiuderemo il caso. In caso contrario, sarò denunciata e tu avrai una ragione buona per sbattermi in galera. » sintetizzò le possibilità alternative ed estreme attorno alla questione, ancor non demordendo « Non che, francamente, ora di stasera non mi guadagnerò un mezzo ergastolo, probabilmente… »
« … cosa hai detto, pivella?! »
« Niente, capo. Niente! » escluse fermamente, sorridendo sorniona benché, attraverso il telefono, l’espressione sul suo viso non si sarebbe certamente propagata fino all’altro « Posso contare sul tuo aiuto, allora? » tornò a domandare, nel non voler sviare l’attenzione dal caso Anloch.
« Probabilmente me ne pentirò… » sospirò l’altro, non cercando di dissimulare il sincero tono di resa così assunto « … ma, malgrado i tuoi metodi si siano già dimostrati discutibili in passato, hai sicuramente coraggio e cervello. Più coraggio che cervello… ma, comunque, sufficiente a volerti concedere un tentativo per salvare la vita a quella giovane. »

giovedì 13 luglio 2017

RM 193


Dopo una giornata intera di sonno, credere di poter trascorrere a dormire anche la notte sarebbe stata sicuramente una folle illusione per l’investigatrice privata, che, in tal senso, non tentò neppure per un istante di impegnarsi, nella consapevolezza di quanto vano sarebbe stato ogni sforzo a tal riguardo e, ancora, nella necessità di impiegare il proprio tempo in maniera migliore, riordinando le idee nel merito di quanto, in quelle ultime ore, fosse accaduto.
Quando Be’Sihl Ahvn-Qa lasciò il suo appartamento intorno a mezzanotte, per fare ritorno al “Kriarya” laddove, a tal orario, avrebbe effettivamente iniziato la propria giornata lavorativa; rimasta sola con se stessa, Midda ebbe a provare, per un primo istante, persino nostalgia per la presenza del proprio mal tollerato interlocutore. Benché infatti, dopo quella sera, nulla fosse cambiato fra loro, e benché il solo pensiero che egli si fosse preso la libertà di intrufolarsi in casa sua le facesse francamente ribollire il sangue dalla rabbia, alimentando il desiderio di potergli cancellare a suon di schiaffi quel proprio consueto sorriso dalla faccia; ritrovare a scoprirsi improvvisamente sola, con i propri pensieri, nel confronto con il ritorno di Desmair e con tutto ciò che da ciò era rapidamente derivato, includendo la propria clandestina associazione a personaggi qual Lavero e lo stesso Be’Sihl, ebbe inizialmente a turbarla, e a turbarla in misura tale per cui, non fosse stata mezzanotte passata, probabilmente avrebbe telefonato alla propria gemella, per raccontarle ogni cosa, condividendo con lei il proprio carico emotivo in quanto, qualcuno, forse avrebbe giudicato in maniera negativa ma in quanto, pur, da sempre, aveva permesso alle due sorelle di far fronte a ogni difficoltà, a ogni imprevisto, nella consapevolezza, a prescindere, di non essere sole. In questo, quindi, nell’esigenza di non restar sola con se stessa, con i propri pensieri, anche un uomo privo di qualunque possibilità di apprezzamento da parte sua, al pari di Be’Sihl, sarebbe stato un interlocutore quasi piacevole: un pensiero nel merito del quale, ovviamente, ella ebbe immediatamente a pentirsi, nella quieta consapevolezza di quanto, qualunque indulgenza nei riguardi di un tale individuo, presto o tardi avrebbe finito con il rappresentare, per lei, un problema.
Rimasta, quindi, sola, la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco scelse di onnubilare i propri pensieri, le proprie preoccupazioni, nel concentrarsi in maniera squisitamente pratica, fermamente razionale, sul proprio lavoro, in ciò impegnando la propria mente sicuramente anche sul pensiero del proprio ex-marito, ma declinando tali pensieri, simile attenzione, sulla prospettiva di poterlo finalmente incastrare e rinchiudere, per sempre, in una prigione di massima sicurezza, dalla quale non sarebbe più riuscito a uscire. Non in vita, quantomeno.
Ritrovati all’interno del disordine imperante sopra la propria scrivania, in tal maniera, due gruppi di Post-it colorati, l’ex-detective della polizia di New York City decise di riorganizzare, in termini squisitamente pratici, i propri pensieri, le proprie idee, i propri dubbi, al di fuori della propria mente, iniziando a scriverli su quei foglietti adesivi e andando a incollarli, in maniera più o meno ordinata, su ogni parete libera del proprio appartamento, al principio senza una qualche ricerca di ordine, senza la volontà, o la necessità, di catalogarli, lasciando il proprio flusso di coscienza libero di scorrere, e di scorrere senza freni e senza costrizioni, indistintamente tanto sul caso Desmair, quanto sul caso Anloch, tutt’altro che dimenticato, salvo, poi, iniziare a spostarli, talvolta di pochi pollici, sovente di molto più, addirittura da una parete all’altra, nel non voler seguire una vera e propria catalogazione scientifica, quanto, e piuttosto, nella sola volontà, in ciò, di poter contemplare, nell’ordine ritenuto estemporaneamente più adatto, quanto altrimenti sarebbe rimasto sol annidato dentro la sua testa. Ai propri ricordi, ai propri pensieri, poi, iniziò ad aggiungere il supporto del suo taccuino, trascrivendo note, appunti, riferimenti, dubbi prima lì annotati su quei nuovi supporti adesivi, per andare, ulteriormente, ad arricchire il già creativamente caotico disordine imperante all’interno del monolocale, con nuovi colori, con nuove scritte, nell’appuntare le quali avrebbe avuto a dover prestare attenzione a non terminare i Post-it a sua disposizione, nel timore che, altrimenti, avrebbe potuto probabilmente scegliere di passare a un diverso supporto, inchiodando sui muri fogli di carta con le puntine o, peggio, iniziando direttamente a scrivere sulle pareti, quasi altro non fossero che una grande lavagna a sua disposizione.
Un esercizio consapevolmente non vano, quello da lei compiuto, laddove già in passato si era ritrovata a ricorrere a simile espediente per tentare di far ordine nel caotico disordine della propria mente, a confronto con il quale difficile sarebbe stato riuscire a seguire un qualche ragionamento logico-deduttivo, non chiamandosi ella, purtroppo, Nero Wolfe, e abbisognando, in ciò, di tale rimedio, simile soluzione, per riservarsi la possibilità di affrontare quei due casi al pari di due puzzle, la ricomposizione dei quali, necessariamente, sarebbe stata più semplice avendo la possibilità di confrontarsi con tutti i pezzi insieme, piuttosto che con un singolo frammento alla volta.
Così, se da mezzanotte circa alle due, ella spese il proprio tempo ridecorando le pareti di casa propria con quei foglietti colorati; dalle due alle cinque del mattino, ella si impegnò a spostarli, a volte con incedere incerto, altre con fare addirittura frenetico, da un punto all’altro, fino a quando, il quadro d’insieme, non ebbe ad apparire sufficientemente chiaro. Un quadro d’insieme nel contemplare il quale, alle cinque del mattino, ebbe a crollare addormentata, salvo, ovviamente e imperturbabilmente essere risvegliata alle sette e venti in punto, come ogni giorno.

« … pietà… » sussurrò, rivolgendosi a qualunque divinità potesse essere lì in ascolto, nel desiderio di potersi vedere riconosciuta l’occasione di ancora un po’ di sonno, ancora un po’ di riposo, dal momento in cui, quelle ultime due ore, dal suo personale punto di vista, erano fuggite in un istante, lasciandola in apparenza più stanca rispetto a quando era andata a dormire.

Umana pigrizia a parte, allor comprensibile, lì assolutamente giustificabile, dal momento in cui, in fondo, avrebbe avuto a doversi considerare una persona normale, e non una sorta di eroina cinematografica, impassibile alla stanchezza, al sonno, o al bisogno di nutrirsi e di dissetarsi e, ineluttabilmente, anche a quello di liberarsi vescica e intestino, al pari di qualunque altra comune persona; Midda ebbe allora ad allungare la mano per cercare di spegnere la sveglia posta accanto a letto, supponendo di trovarsi, effettivamente, sul letto, salvo tuttavia scoprire di aver trascorso quelle ultime due ore di pur profondo sonno non sul proprio materasso, quanto, e piuttosto, sul pavimento, nel non aver effettivamente mai aperto il letto, e nel non averlo mai aperto a fronte dell’esigenza di poter sfruttare anche la superficie della parete dal quale avrebbe fatto la propria apparizione per i propri Post-it.

« … diamine… » commentò, non senza una certa, sincera sorpresa nel maturare coscienza di essere praticamente crollata addormentata a terra, e, in effetti, sul pavimento di casa propria, le condizioni igieniche del quale ben poco avrebbero avuto, invero, a invidiare al marciapiede « … non posso continuare così… » osservò, in riferimento non soltanto a quanto appena constatato, ma, forse, più in generale, alla propria intera esistenza, esistenza nella quale, probabilmente, avrebbe avuto a doversi considerare giunto il tempo di fare un po’ di ordine… metaforicamente, certo, ma anche concretamente.

Risollevandosi dal pavimento e annaspando fino alla sveglia, per zittirla prima che quell’acuto cicalino le facesse esplodere il cervello, l’investigatrice ritenne giunta l’occasione di una bella doccia, di una visita alla più vicina lavanderia, e, subito dopo, di un’altra doccia, prima di potersi considerare pronta ad affrontare quella nuova giornata indossando, una volta tanto, dei vestiti puliti o, quantomeno, quanto di più prossimo a potersi considerare tale. Anche perché, se tutto fosse andato come aveva ipotizzato, quella giornata sarebbe stata straordinariamente lunga e impegnativa…

mercoledì 12 luglio 2017

RM 192


Fin dal loro primo incontro, Midda non aveva mai provato alcun genere di simpatia nei riguardi di Be’Sihl. Al contrario, ai suoi occhi Be’Sihl era apparso sin da subito essere l’incarnazione di tutto quello che ella aveva sempre detestato, in una straordinaria commistione fra uno spregiudicato uomo d’affari, uno spregevole avvocato, e una grottesca parodia di ricco fuorilegge del ghetto, innanzi al quale poter solo desiderare di sfondargli tutta la lucente fila di bianchi denti con una violenta testata.
Parimenti, e senza alcuna effettiva ragionevole o comprensibile motivazione, quell’uomo si era sempre divertito a giocare con lei, flirtando in maniera più o meno diretta, in termini nei quali obiettivamente difficile sarebbe stato poter capire quanto egli potesse star scherzando e quanto, piuttosto, potesse star agendo seriamente, forse limitandosi ad agire in tal maniera soltanto nel non volersi realmente sbilanciare nei suoi confronti, né in un senso, né nell’altro. Ciò non di meno, a partire di una già accertata più completa assenza di simpatia da parte della donna nei suoi confronti, difficile sarebbe stato per lui riuscire in tal senso a ingraziarsela, ragione per la quale, unico effetto di tanto impegno avrebbe avuto a doversi riconoscere una sempre più marcata mancanza di sopportazione nei suoi riguardi.
Malgrado tale premessa, e al di là di ogni proprio sentimento personale nei riguardi del suo indesiderato ospite, l’investigatrice privata non avrebbe potuto ovviare a ricordare un proverbio considerato vecchio addirittura già ai tempi di Charles Dickens, e da questi, non a caso, citato in una sua opera, volto a suggerire quanto le avversità facciano accettare strani compagni di letto, e, alla luce di ciò, non avrebbe potuto evitare di considerare quanto, così come già nel caso della vicedirettrice dell’FBI, il nemico di un suo nemico avrebbe avuto a potersi considerare suo amico, almeno nella misura in cui, quell’alleanza, avrebbe potuto garantirle occasione di avvicinarsi più velocemente al proprio ex-marito. E così, benché, probabilmente, a tutto quello ella avrebbe avuto sicuramente occasione di preferire una lobotomia, dopo l’amaro calice sorseggiato sino all’ultima goccia al cospetto di Lavero, ineluttabile avrebbe avuto a doversi riconoscere la sola conclusione a cui tutto quello avrebbe potuto condurre: una nuova, maledetta alleanza al solo, non banale scopo di abbattere la comune minaccia rappresentata da Desmair Von Kah.

« Lasciami tentare di indovinare cosa è accaduto poi… » lo invitò ella, sospirando e scuotendo il capo, nell’essere intimamente giunta già a quella spiacevole conclusione, e, in tal senso, non desiderando trascinare troppo a lungo la pena di quel momento, di quel confronto, nella consapevolezza di quanto, pur, alfine sarebbe occorso « Facendo qualche domanda in giro, per capire meglio con chi stavi avendo a che fare, hai scoperto altresì con chi egli è stato sposato e sei scoppiato a ridere per l’incredibile beffa del destino. Salvo poi decidere che, a quel punto, la cosa migliore sarebbe stata quella di venire a cercarmi per informarmi del suo ritorno in città, allo scopo di sguinzagliarmi, quasi fossi un mastino della guerra, in sua opposizione. »
« Nessuna risata… delusione piuttosto. » scosse il capo egli, a correggere l’ipotesi da lei così formulata « Cioè… davvero: come hai potuto innamorarti di un tipo simile?! »
“Bella domanda…” pensò, nella propria testa, la donna, non potendo ovviare a porsi a propria volta simile interrogativo, tale dubbio, altresì destinato a restare privo di qualunque possibilità di risposta.

Desmair era stato capace di ingannarla, e di ingannarla come mai, alcun altro, era stato in grado di compiere in tutta la sua vita. Tale avrebbe avuto a dover essere riconosciuta l’unica spiegazione plausibile, l’unica risposta accettabile al suo interrogativo, benché, comunque, difficile sarebbe stato effettivamente accettare tale idea, simile interpretazione, nel confronto con la severità con la quale ella, ormai, era solita porsi a confronto con il mondo intero: una severità, un’intransigenza, la sua, che difficile sarebbe stato non attribuire allo spiacevole trascorso proprio con l’ex-marito, e che pur, forse, così come anche implicitamente espresso da Lavero nel confronto occorso quello stesso mattino, avrebbe avuto anche a doversi considerare fondamentalmente una sconfitta, e una sconfitta da parte sua, da parte di colei che, per un solo, pur enorme, errore occorso tre anni prima, da allora si era fondamentalmente privata della possibilità di vivere serenamente la propria quotidianità, per così come avrebbe pur potuto viverla e per così come, sicuramente, avrebbe comunque meritato di viverla.

« E’ da quando ti conosco che mi tratti al pari di un reietto, dall’alto della tua supposta superiorità morale… » la accusò, proseguendo nel silenzio da lei dimostrato « E, ora, vengo a scoprire che, un tempo, sei stata sposata con una specie di padrino mafioso e che, oltretutto, benché tu fossi una detective della polizia, non hai fatto nulla per tentare di arrestarlo. Anzi… »
« Stai parlando di cose che non sai, Ahvn-Qa. » lo avvisò ella, benché, in verità, egli non avesse detto nulla di sbagliato, nell’aver, anzi, inquadrato alla perfezione la situazione, quello sgradevole capitolo nel libro della sua vita « Se vuoi un consiglio: lascia stare. » sancì, a richiedergli di tacere, di mollare metaforicamente la presa su quel fronte, per concentrarsi, piuttosto, su qualcosa di meglio, qualcosa che in termini più appropriati avrebbe potuto dare un senso a quel loro attuale incontro « Perché se pur, in questo momento, potrei sentirmi disposta a collaborare con te… non è detto che ciò non possa cambiare, laddove tu finissi con l’infastidirmi. »

E benché forse realmente infatuato di lei, benché forse realmente irritato all’idea di quanto ella potesse averlo da sempre escluso dalla propria vita anche laddove aveva permesso, prima ancora, a un individuo come Desmair di farne parte; Be’Sihl accolse quell’indicazione e lasciò andare immediatamente la presa: uomo d’affari, innanzitutto, straordinario politico, indubbiamente, egli non avrebbe potuto mai mancare di prestare attenzione ai propri interessi, interessi che, sotto tanto il profilo pratico, quanto quello economico, non avrebbero potuto mancare di spingerlo, allora, a non vanificare l’idea di una collaborazione con lei, e di una collaborazione volta all’unico scopo di escludere, definitivamente, l’altro da ogni possibilità di giuoco. Inconsapevole delle effettive risorse di Desmair, di quanto egli, attualmente, avrebbe potuto vantare a proprio supporto, forse nessuno, forse uno sparuto contingente di spettri della propria vita passata, o forse un intero esercito armato e pericoloso, non avrebbe mai potuto supporre di dichiarargli apertamente guerra, con il rischio di ritrovarsi, da lui, sgradevolmente schiacciato.
Per questa ragione, nel confronto con tutto ciò, il coinvolgimento, all’interno di quella non così esplicita scacchiera, di un nuovo pezzo, e di un pezzo tanto potente qual la regina che sol avrebbe potuto essere considerata Midda, non tanto per galanteria, quanto e piuttosto per potenziale libertà di azione, avrebbe avuto, per lui, a considerarsi un passaggio imprescindibile e, ancor più, irrinunciabile.

« Discorso chiuso. » concordò egli, levando quindi le mani a dimostrare la propria più sincera volontà di collaborazione con lei, quella resa psicologica, e pratica, a non affrontare ulteriormente la cosa.
« Bene. » annuì la donna, soggiungendo a stemperare i toni « Per entrambi… » e, ancora, a riprendere l’argomento chiave « Lasciando perdere patemi pseudo-adolescenziali, cerchiamo piuttosto di darci da fare per qualcosa di più serio. »

Non dimentica, in tutto ciò, del desiderio di cibo che l’aveva trascinata fuori di casa dando occasione a Be’Sihl per intrufolarsi, sempre ammesso che, speranzosamente, egli non fosse già lì presente da prima e che, in ciò, ella non si fosse resa conto di nulla al proprio sofferto risveglio; Midda sospinse da parte un po’ del materiale che copriva interamente la propria scrivania, sul fronte nel quale, insolitamente, si poneva posizionata in quel momento, per riservarsi spazio consumare la cena, ormai sicuramente freddatasi…

« Io mangio… » dichiarò, a esplicitare il senso di quel proprio gesto nei confronti dell’interlocutore « Nel mentre, tu raccontami tutto ciò che sai del ritorno in città del mio ex-marito… e non lesinare particolari. »

martedì 11 luglio 2017

RM 191


Con un sorriso di trasparente soddisfazione, nell’essere perfettamente consapevole di aver appena segnato un importante punto a proprio favore, l’uomo tornò a volgere il proprio interesse alla sedia sulla quale prima era accomodato, per lì riprendere a sedersi invitando, nel contempo di ciò, la propria interlocutrice a fare altrettanto, occupando una delle sedie preposte all’accoglienza dei propri clienti, quasi, improvvisamente, quell’ufficio avesse a considerarsi da lui acquisito qual propria proprietà.
E Midda, che pur non avrebbe mai desiderato concedergli una simile soddisfazione, e che, altresì, sarebbe stata decisamente più felice all’idea di prenderlo per i capelli e trascinarlo fuori di lì, lanciandolo poi ai bordi della strada come un sacco dell’immondizia il giorno del ritiro, si limitò a dimostrare il proprio miglior viso al pessimo gioco lì presentatole, accomodandosi a sua volta, nell’essersi dopotutto già ritrovata, in quella stessa giornata, costretta a farsi piacere qualcuno al solo scopo di riuscire a liberarsi per sempre di Desmair e, in tal senso, nell’essere quietamente disposta a ripetersi ancora, e ancora, e ancora… fino a rendersi amica l’intero inferno pur di riuscire a esorcizzare quel dannato demone personale del proprio ex-marito.

« Innanzitutto toglimi una curiosità… » riprese voce Be’Sihl, aggrottando appena la fronte con aria intrigata dalla questione « Come accidenti hai fatto a innamorarti di un simile farabutto al punto tale da arrivare a sposartelo? » le domandò, scuotendo appena il capo « Per quello che ti conosco, mi ero convinto avessi dei criteri di selezione decisamente più severi. » sottolineò, con tono ironico, per quanto, in tal interessamento avrebbe avuto a potersi considerare persino un po’ ingelosito all’idea di quanto, al di là del proprio atteggiamento nei suoi riguardi, ella si fosse altresì concessa tanto ingenuamente a quell’uomo.
« Cinquantacinque secondi. » si limitò a ricordargli ella, nell’enunciare il tempo a sua disposizione prima che, malgrado tutto, l’eventualità di sbatterlo fuori come un sacco d’immondizia avesse a potersi tornare a considerare valida.
« D’accordo… d’accordo. » si arrese egli, sollevando le mani a dimostrare esplicitamente tale scelta, benché, subito dopo, non mancò di commentare, quasi in un pensiero ad alta voce « Evidentemente è stato dopo di lui che hai inasprito le tue posizioni… »
« Ahvn-Qa! »

Per quanto, allora, egli avrebbe chiaramente avuto piacere a proseguire il discorso in quella direzione, in una sempre più spiccata dimostrazione di mancanza di discrezione a tal proposito; il richiamo dell’investigatrice privata riuscì a dimostrarsi sufficientemente perentorio, nei propri toni, da riportarlo all’ordine e, in ciò, da spingerlo a riprendere la questione di comune interesse o, per meglio dire, la questione di interesse specifico della medesima Midda Bontor, giacché, obiettivamente, quella faccenda avrebbe avuto a doversi considerare, a prescindere da tutto il resto, una sua questione personale, prima ancora che un caso della polizia o del Bureau.

« La prima volta che è venuto da me, non ho davvero saputo cosa pensare di lui… » dichiarò egli, iniziando, in tal maniera, la narrazione da lei desiderata « Cioè… in effetti ho pensato a molte possibilità: quella che il suo fosse uno scherzo, quella che lui fosse uno sciroccato, o, anche, quella che, semplicemente, il tuo ex-marito, che pur non sapevo essere tale, fosse capitato al “Kriarya” per un puro caso, se non, addirittura, per errore, nel poter credere davvero che, dopo che ho rispedito a casa propria gente come Brote o Bugeor, obiettivamente di tutt’altra scuola, mi sarei potuto intimidire dinnanzi a lui. »
« Quando è successo? Quando è venuto da te per la prima volta…? » gli domandò l’altra, sinceramente sorpresa nell’ascoltare quel retroscena, segno evidente di quanto, nell’organizzare il proprio ritorno in scena, Desmair fosse stato costretto anche a scendere in campo personalmente, altresì limitarsi a gestire le cose a distanza, così come aveva compiuto fino a tre anni prima.
« Credo intorno a settembre… non più di pochi mesi fa, comunque. » minimizzò l’altro, stringendosi fra le spalle « E’ entrato nel mio locale, ha chiesto di poter parlare con me, e mi ha spiegato che, presto, avrei avuto necessità della sua protezione sempre che io fossi stato interessato a mantenere integro il posto. » rievocò egli, scuotendo appena il capo « E io, per l’appunto, non ho potuto fare a meno di ritenerlo una sorta di gioco… o il delirio di una mente malata. » si ripeté, a ribadire tale concetto « Ciò non di meno, quando poi volle raccontarmi chi fosse, e, soprattutto, chi fosse stato, iniziai ad avere le idee più chiare… e a comprendere quanto, seppur forse pazzo, quell’uomo avrebbe avuto a doversi comunque considerare un pazzo pericoloso. »
« Che hai fatto…? » incalzò l’investigatrice, sempre più coinvolta nella faccenda.
« Quello che mi riesce fare meglio: convincere le persone ad agire anche contro i propri interessi per ottenere quello che io voglio. » dichiarò Be’Sihl, non senza una certa nota d’orgoglio nella propria voce « Il “Kriarya” non ha mai avuto alcun altro proprietario al di fuori di me… e, ti posso assicurare, non ne avrà mai altri al di fuori di me: non oggi, né mai. Con buona pace di qualunque possibile signore del crimine. »

La donna dagli occhi color ghiaccio, in verità, non avrebbe potuto essere particolarmente sicura nel merito del significato di quanto egli stesse spiegando in quel momento… anzi.
Nel merito del fatto che i traffici di Be’Sihl Ahvn-Qa non avessero a dover essere considerati scevri da qualunque ombra di illegalità, invero, ella non avrebbe avuto molto da disquisire: fin dalla prima volta in cui aveva avuto occasione di conoscerlo, tale ombra avrebbe avuto a doversi riconoscere in maniera particolarmente chiara, in un’equazione tuttavia destinata a non poter essere facilmente risolta, dal momento in cui, più tali traffici andavano crescendo, e più il “Kriarya” avrebbe avuto a doversi riconoscere forte e potente, consolidando, in maniera naturale, la posizione del suo proprietario all’interno dell’amplio ecosistema proprio della città. Ciò non di meno, e al di là di quanto, nell’insieme, l’immagine fosse chiara, più ella si sforzava di riuscire a porla a fuoco in una delle sue parti, e più, ella, sembrava complicarsi, rendendo semplicemente impossibile ogni brama di successo a tal riguardo, e lasciando assomigliare quel locale, e quanto attorno a esso costruito, simile a un enorme autostereogramma, di quelli che tanto erano stati di moda negli anni della sua infanzia.
In questo, tentare per lei di riuscire a capire in qual maniera Be’Sihl potesse essere in grado di fare quanto stava facendo, o, comunque, di quanto dichiarato qual fatto, anche in quell’ultima frase, non avrebbe avuto a doversi considerare implicitamente ovvio per lei, benché, in quel particolare frangente, qualunque puntuale conoscenza a tal riguardo non avrebbe, obiettivamente, influenzato la questione di fondo.

« Immagino che ci sia un qualche “ma” in attesa da qualche parte… » suggerì l’investigatrice privata, giunta a quel punto della narrazione, giacché, in caso contrario, difficile sarebbe stato anche solo comprendere il perché di tutto quello, del loro attuale colloquio, laddove, si fosse risolto tutto in maniera così semplice, l’uomo non avrebbe avuto alcuna necessità di cercare un contatto con lei.
« Immagini correttamente. » confermò l’altro, stringendo appena le carnose labbra in una smorfia di disappunto, non apprezzando, evidentemente, quando avrebbe dovuto aggiungere di lì a breve « Purtroppo, a differenza di tutti coloro che, animati dalla medesima brama, sono passati per il “Kriarya”, Desmair non si è lasciato quietamente convincere dal sottoscritto… e, benché, in un primo istante, tutto fosse apparso qual risolto, meno di una settimana dopo è tornato a farmi visita, nella volontà di meglio definire i termini del nostro accordo e dei soldi che, periodicamente, avrei avuto a dovergli versare a titolo di “premio assicurativo”. » dichiarò, rientrando, in grazia di tale frase, probabilmente nella stessa categoria del povero signor Kipons, benché, a differenza del quale, difficilmente, nella mente della sua interlocutrice, avrebbe avuto a poter essere considerato propriamente una vittima.

lunedì 10 luglio 2017

RM 190


« Ahvn-Qa!... » esclamò, necessariamente sorpresa nel ritrovarsi di fronte al proprietario del “Kriarya”, introdottosi in maniera indiscutibilmente illegale all’interno del proprio appartamento, nel non essere lì né atteso, né, tantomeno, desiderato « Hai proprio deciso che la vita ti è venuta tanto a noia, da introdurti in questo modo in casa mia? »
« E perché mai…? » si strinse fra le spalle l’altro, scuotendo appena il capo nell’intento di minimizzare, o addirittura escludere, l’eventualità da lei così suggerita, quasi non trovasse ragione per cui temere occasione pericolo, di danno, da parte sua.
« Perché, al di là di tutti gli sforzi da parte di Obama per cercare di contenere la diffusione incontrollata delle armi da fuoco, il secondo emendamento sussiste ancora. E mi garantisce il diritto di possedere armi per difendere la mia persona e le mie proprietà. » volle ricordargli, nel chiudere la porta alle proprie spalle e nell’incrociare, poi, le braccia al petto, in una postura volta, chiaramente, a evidenziare quanto egli non fosse benvoluto da parte sua, e la di lui presenza in quella stanza avesse a doversi considerare ben lontana dal potersi considerare gradita « In questo momento, quindi, potrei estrarre la mia pistola da un cassetto e spararti in una gamba avvalendomi della legittima difesa. Ti è sufficiente? »
« Sappiamo bene entrambi che non possiedi una pistola… » sorrise Be’Sihl, sollevandosi dalla posizione prima occupata, non tanto nell’intento di concederle soddisfazione allontanandosi da lì, quanto e piuttosto nel non gradire restare seduto e confrontarsi, in tal maniera, con un’interlocutrice altresì in piedi « … non è nel tuo stile. » osservò, aprendo nel mentre di tale frase le proprie braccia, in quello che avrebbe potuto essere inteso qual un segno di accoglienza, la ricerca per un abbraccio, piuttosto che una sorta di resa innanzi a lei « E, poi, io sono disarmato. »
« Ciò non toglie che la legge mi darebbe assoluta ragione anche nell’eventualità in cui, invece di un ginocchio, ti facessi saltare il cranio, alla ricerca di qualche effimera traccia di cervello al suo interno. » ribadì, per tutta replica, la donna dagli occhio color ghiaccio, con tono tanto freddo, sì gelido, da non poter lasciar minimamente presumere l’eventualità di un qualche scherzo, di un qualche gioco fra loro, l’eventualità del quale non avrebbe avuto a dover essere fraintesa nella propria occorrenza « Non che, dopo stasera, io possa avere ancora qualche dubbio sull’eventualità che tu possieda un po’ di materia grigia all’interno del vuoto a rendere che ha a doversi considerare la tua scatola cranica, nell’esserti introdotto, in questo modo, in casa mia. » soggiunse, in maniera tutt’altro che gratuita, laddove, in fondo, la prima aggressione avrebbe avuto a doversi considerare quella condotta dall’uomo nel violare i confini del suo appartamento, l’indirizzo del quale non avrebbe, invero, dovuto considerarsi un mistero, nell’essere ovviamente pubblicato sulle Pagine Gialle per scopo professionale.
« Ripeto: non è nel tuo stile, dolcezza. » scosse il capo, escludendo nuovamente simile eventualità « Mi avessi minacciato di accoltellarmi, o di sfondarmi il cranio a calci, avrei potuto crederci: non, tuttavia, in quel modo, in quei termini; non con una codarda pistola, ove, dopotutto, tu sei un genere di persona diversa… »

Indubbiamente, benché Be’Sihl Ahvn-Qa avesse lo straordinario potere, l’indubbia prerogativa di riuscire a mandarla in bestia, non per un qualche merito speciale, non per una qualche misteriosa e imperscrutabile manipolazione del destino, quanto, e semplicemente, perché prossimo a incarnare, dal suo punto di vista, tutte quelle caratteristiche che ella non avrebbe potuto ovviare a elencare fra le peggiori mai attribuibili a chiunque; in quel momento, in quel contesto, ella non avrebbe potuto ovviare a potersi considerare persino curiosa nel merito di qual genere di persona egli fosse in grado di distinguere in lei, sotto un simile punto di vista, alla luce di una tale argomentazione. Ciò non di meno, non dimentica di essere ancor giustificabilmente stanca, nonché affamata, e non dimentica di reggere, all’interno di un sacchettino di plastica, quella che avrebbe potuto essere considerata non soltanto la sua cena, ma anche il suo pranzo e la sua colazione per la giornata in corso, nonché, in parte, anche per quella precedente; ogni curiosità a tal riguardo venne prepotentemente posta non soltanto in secondo, ma anche in terzo, quarto e, forse, quinto piano, da necessità indubbiamente più pratiche e motivate rispetto a quella, in alcun modo giustificabile, di prestargli attenzione.
Così, curiosità o meno, ella cercò di ovviare alla questione di procrastinarsi più del dovuto, nell’intervenire in replica in termini assolutamente privi di qualunque genere di ambiguità nel merito di quanto ella avrebbe potuto lì desiderare accadesse…

« Ripeto: lascia subito casa mia, Ahvn-Qa. » sancì, ribadendo quell’invito, quell’ordine perentorio, nel confronto con il quale non avrebbe potuto accettare ulteriori tentativi di argomentazione, ulteriori repliche atte a deviare l’attenzione altrove « Non ho idea nel merito del perché tu sia qui e, francamente, non mi importa: se desideri essere denunciato, non ho problemi a chiamare qualche mio ex-collega per risolvere rapidamente la questione. Se, altresì, il tuo avrebbe avuto a doversi considerare puro e semplice autolesionismo, mi dispiace, questa sera dovrai andarti a cercare soddisfazione da qualche dominatrice professionista, dal momento che, francamente, non ho alcuna voglia di gonfiarti a forza di botte, così come, pur, meriteresti accadesse. »
« Un’affermazione azzardata da parte tua… » osservò egli, aggrottando appena la fronte « In pratica, dopo avermi minacciato di gambizzarmi o, peggio, di uccidermi con la tua ipotetica pistola; ora stai già riformulando la questione in un semplice pestaggio…? Mi spiace sottolinearlo ma, così facendo, rischi di apparire decisamente poco credibile, mia cara. »
« D’accordo… » sospirò l’investigatrice privata, estraendo il cellulare e iniziando a comporre il 911, per denunciare la presenza di un estraneo all’interno della propria abitazione « … lo hai voluto tu. » lo avvisò, accostandosi il telefono all’orecchio, in attesa di parlare con il primo operatore disponibile.
« So che, probabilmente, questa è l’ultima cosa che desidereresti sentirti dire da parte mia, Bontor… » commentò l’uomo, non dimostrandosi particolarmente agitato all’idea di quella telefonata alla polizia, in conseguenza alla quale sarebbe potuto finire in arresto, con assoluta soddisfazione da parte della propria interlocutrice « Ma stai commettendo un grosso sbaglio a pensare di farmi arrestare. Giacché, in questo caso, difficilmente potrebbe essere poi mio interesse collaborare con te… »
In silenzio, Midda parve ignorare quell’ennesima provocazione non meno gratuita rispetto a qualunque altra frase  da lui lì pronunciata, continuando a prestare altresì attenzione al proprio cellulare.
« … contro Desmair Von Kah. » concluse la frase precedente, cambiandone completamente il significato, e il valore, all’attenzione della controparte.

Immediatamente, a quel nome, Midda non poté evitare di interrompere la chiamata, per quanto una voce, dall’altra parte della linea, l’avesse appena invitata a prendere parola, giacché, a prescindere da quanta antipatia viscerale avrebbe mai potuto provare per quell’individuo, quanto da lui appena giocatosi avrebbe avuto a dover essere considerato al pari della carta “Uscite gratis di prigione” del Monopoli, almeno alla sua attenzione.
Una mossa, quella del proprietario del “Kriarya”, sicuramente sagace, indubbiamente tutt’altro che improvvisata, e che pur, allora, avrebbe avuto anche da doversi lì considerare sufficientemente azzardata, giacché, in quel momento, in quel contesto, in quella giornata in particolare, egli avrebbe avuto a dover dimostrare quanto, quel particolare nome, non fosse stato allor pronunciato casualmente o immotivatamente. O, in tal caso, dichiarata svogliatezza o meno da parte della donna, molto facilmente egli non avrebbe potuto ovviare all’eventualità di lasciare quell’appartamento con qualche osso rotto…

« Ti concedo sessanta secondi di attenzione. » accordò ella, lasciando nuovamente scomparire il cellulare, a meglio evidenziare tale propria, inattesa, disponibilità nei suoi riguardi.

domenica 9 luglio 2017

RM 189


Quella sera, Midda Bontor si risvegliò dopo le otto, con la vescica piena e un’emicrania tanto forte da desiderare di potersi strappare la testa dal collo a mani nude al solo scopo di stare un po’ meglio.
Lasciato il Javits, carica di amarezza e senso di sconfitta, nonché profondamente in dubbio sulle ragioni di entrambe, divisa fra attribuirne le cause all’esito del confronto con Lavero piuttosto che, più in generale, a tutta la propria vita; ella aveva fatto ritorno al proprio appartamento e, malgrado fosse da poco passato mezzogiorno, aveva aperto il proprio letto e lì sopra si era lasciata ricadere, praticamente vestita, per crollare immediatamente addormentata, in un sonno pesante e privo di sogni: probabilmente per sua fortuna, laddove, in caso contrario, sicuramente sarebbero stati incubi, e incubi riguardanti il suo ex-marito. Per quanto, quindi, si fosse in tal maniera concessa di dormire per oltre sette ore e mezza, al momento del suo ritorno alla consapevolezza di sé e del mondo a sé circostante, a uno stato più o meno definibile qual di veglia, difficilmente ella avrebbe potuto considerarsi propriamente riposata… al contrario. Forse, e sotto un certo aspetto, ella avrebbe avuto addirittura a potersi dichiarare persino più stanca rispetto a quando era andata a dormire.
Trascinandosi, quindi, in uno stato addirittura peggiore rispetto a quello per lei consueto al momento del risveglio mattutino, fino al bagno, e lasciata svuotare completamente la vescica, nell’assordante frastuono del silenzio all’interno della propria mente, l’investigatrice privata ebbe a maturare un’importante consapevolezza: quella di essere, teoricamente e praticamente, idealmente e sostanzialmente, a digiuno da un numero imprecisato di ore, certamente oltre le ventiquattro e, speranzosamente, ancora al di sotto delle quarantotto. In ciò, e pur priva di qualunque fondamento scientifico, ella ebbe ad attribuire la propria devastante emicrania a un qualche calo di zuccheri, o di salsicce, bacon e patatine fritte, nel sangue: motivo per il quale, senza neppure prendere in esame l’idea di cambiarsi, nell’essere, dopotutto, già vestita, ella ebbe a trascinarsi fuori di casa all’indolente ricerca di cibo, in un’oscena parodia di “The Walking Dead”, non soltanto dal punto di vista di movenze e brame, ma, ancor più, di una qualunque definizione di intelletto, riuscendo a malapena a ricordarsi, e più come atto meccanico che cosciente, quell’insieme non banale di movimenti volti a estrarre il portafoglio e a pagare la cena d’asporto ordinata, e ordinata, ovviamente, sol basandosi sui gesti piuttosto che ricorrendo a un qualsivoglia genere di linguaggio verbale.
Lasciata la rosticceria nella quale si era procurata una qualche possibilità di cibo, ella ebbe a prendere seriamente in valutazione l’idea di schiantarsi nel primo angolo disponibile, nel primo vicolo offertole, al solo scopo di consumare la cena. Ciò non di meno, e per quanto estremamente attraente tutto quello avrebbe potuto avere a considerarsi nel suo allor corrente stato mentale; le parti più fiere della sua mente, del suo cuore e del suo animo, si allearono al solo scopo di opporsi fermamente e indomitamente all’idea, all’eventualità di tradurre in maniera tanto incisiva il suo corrente stato di sbandata in qualcosa di tanto prossimo a quello di senzatetto, costringendola a trascinarsi, nuovamente e faticosamente, fino al proprio appartamento, per poter lì consumare, nell’intimità del proprio monolocale, la cena acquistata… eventualmente, lì dentro, anche schiantata per terra, se tanto importante ciò avrebbe allora avuto a doversi considerare.

« Buonasera ms. B… » la salutò Kelly, incrociandola nel pianerottolo fra loro in comune, a quell’ora intenta a uscire di casa per recarsi al lavoro, offrendole un aperto sorriso nonché, ovviamente, dimenticando completamente, per la dodicimilaquattrocentoventitreesima volta di rivolgersi a lei in maniera più informale, così come, puntualmente, l’altra sarebbe stata costretta a ricordarle di fare.
« Ciao Kelly… » farfugliò per tutta risposta l’investigatrice, in un ribaltamento quasi ridicolo di ruoli fra loro rispetto all’ultimo incontro avvenuto, nel quale avrebbe avuto a doversi riconoscere lei quella quietamente riposata e intenta a recarsi al lavoro nel mentre in cui la giovane prostituta, al contrario, stava rientrando a casa, in cerca di una qualche occasione di riposo.
« Giornata dura…? » domandò l’altra, incuriosita e, forse, preoccupata, nel non essere abituata a porsi a confronto con l’espressione stravolta della propria vicina, nell’averla sempre vista quasi prossima a una specie di supereroina, probabilmente complice l’idea romanticamente sopravvalutata generalmente associata alla sua professione.
« Chiedimelo domani mattina… » rispose Midda, scuotendo il capo « … per ora è già tanto se riesco a ricordare come mi chiamo. »

Per un fugace istante, malgrado la stanchezza, malgrado il mal di testa, malgrado la fame, malgrado tutto, un lieve barlume di intelletto, nelle profondità della mente dell’investigatrice, si sforzò di suggerirle l’idea, non poi tanto sbagliata, di provare a sfruttare proprio quella giovinetta per cercare di raccogliere informazioni maggiori in merito a Desmair, laddove, se quanto suggerito da Nihavi, e successivamente confermato da Lavero, avrebbe avuto a doversi considerare corretto, estremamente probabile avrebbe avuto a potersi ritenere un qualche genere di collegamento anche fra lei e il suo ex-marito, pur cambiando quartiere e pur cambiando addirittura circoscrizione: indubbia, dopotutto, avrebbe avuto a doversi considerare la brama di quell’uomo a giocare a fare il signore del crimine di New York, in termini per i quali, probabilmente, la stessa famosa casa editrice di fumetti da lei implicitamente citata durante il proprio primo incontro con il Grosso e lo Smilzo, avrebbe potuto portare in giudizio anche lui per violazione di diritto d’autore… senza contare che l’interpretazione di Vincent D’Onofrio, nella serie Netflix, avrebbe avuto a doversi considerare indubbiamente migliore, in termini di eleganza e fascino, rispetto a qualunque pur antecedente tentativo di emulazione da parte di Desmair. Tuttavia, per quanto il desiderio di giungere al proprio ex-marito fosse quanto mai forte, nonché giuridicamente giustificato dall’incarico assegnatole direttamente dalla vicedirettrice del Bureau, neppure nelle proprie attuali condizioni di non-morta, ella avrebbe potuto dimostrarsi tanto spregiudicata, sì crudelmente priva di scrupoli, da coinvolgere quella sventurata nell’epico conflitto fra lei e Desmair, nella consapevolezza di quanto, nel migliore dei casi, ella avrebbe potuto restarci secca.
Così, ignorando quella malevola vocina nel profondo della propria mente, e impegnandosi a dimostrarsi forte abbastanza da eludere ogni tentazione volta a ricorrere a simili, facili, e pur pericolose, scorciatoie per giungere al proprio obiettivo, ella chiuse lì il discorso per dirigersi alla propria porta di casa e, dopo aver armeggiato un attimo con le chiavi, aprirla per poter fare ritorno a casa e lì, finalmente, nutrirsi, sfamarsi, e, in tal modo rigenerata, forse ovviare non soltanto all’emicrania, ma anche a spiacevoli propositi qual quello così elaborato, e volto a sacrificare una ragazzina di appena ventidue anni all’idea di demoniaco dio malvagio che, nella propria mente, non avrebbe potuto mancare di essere associata al nome del proprio ex-marito.
Tuttavia, quella sera, il fato doveva aver chiaramente deciso di dimostrarsi meno originale di un pessimo autore di telenovelas, dal momento in cui, proprio oltre la porta d’ingresso al suo monolocale, seduta alla sua scrivania, volle presentarle, qual tanto straordinario, quanto patetico colpo di scena, l’ultima persona che mai avrebbe potuto attendersi di ritrovare lì dentro al suo ritorno. D’accordo: forse non l’ultima, giacché, in tal caso, sarebbe probabilmente stata Carsa Anloch, della cui scomparsa non si era dimenticata benché, in quell’ultima giornata, non avesse tentato di compiere il benché minimo progresso a tal riguardo. Ciò non di meno, se non l’ultima, comunque una fra le ultime persone che mai avrebbe potuto attendersi di ritrovare lì dentro al suo ritorno, contraddistinta da un tempismo tanto straordinario da spingerla, persino, a temere che forse fosse stata lì dentro fin da prima della sua uscita, da lei del tutto ignorata malgrado i pochissimi piedi quadrati di spazio a disposizione.

E a rendere ancor più patetico quel tentativo, comunque per lei emotivamente riuscito, di colpo di scena, non poté che essere la frase con la quale quella figura volle esordire nei suoi riguardi, accompagnandosi con un amplio sorriso divertito: « Bentornata a casa, tesoro... »