Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

giovedì 15 giugno 2017

RM 165


Ciò non di meno, e, anzi, quasi paradossalmente, ben diversa ebbe a palesarsi la reazione intima di Midda nel confronto con tutto quello, giacché, per la prima volta dopo tanto, troppo tempo, le sarebbe stata offerta occasione di sentirsi nuovamente utile a qualcosa, a qualcuno, alla Società più in generale, in un incarico, in un obiettivo indubbiamente superiore a qualunque altro ormai, ella iniziava a credere, avrebbe avuto a doversi considerare condannata per il resto della sua intera esistenza.
E se anche, ne era consapevole, non avrebbe potuto permettersi allora di insistere ulteriormente con la propria interlocutrice, pretendendo da lei più dettagli, più spiegazioni di quanto potesse averle già concesso sino a quel momento, nel porla, altrimenti, in situazioni di eccessivo imbarazzo a confronto con una collaborazione, comunque, sino a quel momento fondatasi solo ed esclusivamente su gratuita, e assolutamente infondata, fiducia; l’assenza di un nome, di un’identità da associare al criminale di turno non ebbe a doversi considerare per lei una ragione di arresto, un motivo utile a perdersi d’animo, laddove, dopotutto, sino a quel momento, sino a quel risultato, avrebbe avuto a doversi riconoscere giunta qual in possesso sostanzialmente di nulla, se non di due nomi e tanta, forse troppa, audacia. Dopotutto, anzi, in quel momento avrebbe potuto obiettivamente vantare una conoscenza ben superiore della situazione, del contesto, in termini sufficienti a garantirle, anzi, di non potersi augurare maggiore buona sorte rispetto a quanto, in effetti, non le fosse stata garantita sino ad allora, nella benevola influenza della quale, di quel passo, sarebbe stata forse e persino in grado di raggiungere veramente alla conclusione, alla risoluzione, di un caso federale, addirittura in anticipo anche al caso Anloch.
Motivo per il quale, nel sentirsi, in tal senso, persino colpevole per la condizione ancor pietosa nella quale ella avrebbe avuto a dover riconoscere i propri progressi, o, piuttosto, la propria assenza di progressi, nel merito della scomparsa di quella giovane, e nel riservarsi l’occasione di riprendere in mano il caso federale dopo la mezzanotte, quando, ella sperava, nel tornare a parlare con una certa prostituta forse avrebbe avuto possibilità di raccogliere qualche informazione in più; l’investigatrice privata decise di dedicare il resto della giornata solo ed esclusivamente alla ricercare di maggiori informazioni su Carsa Anloch e, soprattutto, sulla misteriosa compagna e amante della stessa.

Lasciata, così, la sede della “Neverending Story Inc.”, e verificato di aver ancora una buona mezza mattina di liberà prima di un nuovo incontro programmato, e programmato solo entro i confini della sua stessa mente, con un’altra possibile fonte utile a raccogliere qualche ulteriore pezzo di quel secondo, non meno complesso, rompicapo; Midda decise che, a discapito della stanchezza che, in precedenza, l’aveva pesantemente contraddistinta, al difficile invito al ritorno alla vita antipaticamente orchestrato dalla propria sveglia, forse si sarebbe potuta riservare qualche ora di allenamento, o, più precisamente sfogo, in palestra, in quell’unico, non troppo costoso, vizio che, comunque, ella continuava a concedersi, malgrado le sue comunque sempre scarse, per non dire più propriamente inesistenti, finanze.
Per sua fortuna, al di là della propria tutt’altro che teorica indigenza, ella aveva mantenuto i contatti con un vecchio amico, anch’egli ex-stella della squadra di atletica della sua scuola superiore, di qualche anno più avanti di lei, che, accantonati i fasti degli anni della propria adolescenza, aveva deciso di investire le proprie poche fortune, e il proprio molto tempo, nell’aprire una palestra, e una palestra di che avrebbe reso fiero Stallone, almeno a giudicare dal ruolo interpretato nel suo ultimo capolavoro appena uscito, ultimo capitolo della lunga e fiera saga cinematografica che ne aveva contraddistinto l’intera esistenza, in quanto sostanzialmente identica alla gloriosa palestra di Mickey che, a dispetto dell’ormai sopraggiunto ventunesimo secolo, avrebbe avuto a doversi riconoscere fondamentalmente immutata non soltanto nel proprio aspetto ma, ancor più, nel proprio spirito. E, nella palestra “Rou’Farth“, di proprietà del suo amico Ma’Vret, ella era certa di quanto, al di là di tutti i propri problemi economici, avrebbe sempre trovato ospitalità e accoglienza, oltre all’occasione di espellere tonnellate di tossine e cattivi pensieri attraverso un po’ di sano sudore, qualche gancio ben piazzato e, perché no…?, forse anche qualche goccia di sangue sputato.
Perché, in fondo, anche lei, così come Ma’Vret, e così come anche il leggendario allenatore di Rocky, difficilmente sarebbe riuscita a trovare un qualche senso nei macchinari altamente tecnologici dei quali erano pieni la maggior parte delle palestre della città, il cui costo di abbonamento solitamente avrebbe avuto a doversi riconoscere coincidente con non meno di un lustro di affitto per lei: macchinari che, dal suo punto di vista, dal loro punto di vista, mai avrebbero potuto competere con del vero allenamento, e di quel tipo di allenamento al termine del quale magari sarebbe potuta giungere con qualche ematoma in più, a decorazione della propria candida pelle, ma che pur avrebbe avuto a doversi inoppugnabilmente quanto di più prossimo, vicino, equivalente, alla vita vera, con i propri alti e i propri bassi, con le proprie sconfitte e i propri trionfi. Oltretutto che senso mai avrebbe potuto avere percorrere degli scalini finti in costante moto all’interno di una palestra, senza giungere da alcuna parte, allorché risalire una vera gradinata per conquistare una vetta? O camminare, o correre, per ore, sopra un nastro senza mai muoversi, anziché passeggiare, o correre, all’interno dell’immenso Central Park, e dei suoi viali alberati? Domande sicuramente retoriche, quelle così proposte, giacché, nella maggior parte dei casi, coloro i quali avrebbero avuto a doversi ritrovare puntualmente due o più volte alla settimana impegnati in simili allenamenti, poi sarebbero stati comunque i primi a rifiutare di muovere due passi, di salire una rampa di scale a piedi, nel non avere piacere a stancarsi se non, incomprensibilmente, al di fuori di tali supplizi degni del mitologico Sisifo.
Flessioni, addominali, trazioni, piegamenti, corda, pesi: questo sarebbe stato quanto ella avrebbe potuto trovare ad attenderla all’interno della palestra “Rou’Farth”. Questo e, ovviamente, Ma’Vret, il quale sarebbe stato ben lieto non soltanto di accoglierla, ma anche di farle da sparring partner e, all’occorrenza, di avversario. E che avversario!
Perché, a differenza del cinematografico Mickey, Ma’Vret Ilom’An, dall’alto dei suoi quarant’anni, con la propria scultorea figura da peso massimo, un superbo corpo scolpito nell’ebano, avrebbe avuto a doversi comunque considerare non soltanto uno straordinario atleta, ma anche un incredibile pugile. Pugile che, in effetti, aveva scelto di ritirarsi, per altro imbattuto, dal circuito professionistico solo e unicamente per amore dei propri due figli, H’Anel e M’Eu, ai quali era già stata tragicamente negata la madre, loro portata via da un’impietosa malattia quand’ancora troppo piccoli persino per riuscire effettivamente a ricordarla, e che mai avrebbe quindi voluto privare anche di un padre, facendoli divenire completamente orfani, per conseguenza di qualche sgradevole incidente sul ring.
A dispetto, quindi, della modestia di quel luogo, e dei suoi abituali frequentatori, la palestra “Rou’Farth” avrebbe avuto, invero, a doversi considerare forse uno dei luoghi più importati di tutta la città, proprio in considerazione del suo proprietario: un luogo tuttavia sconosciuto ai più, e che Midda, così come molti altri suoi pari, invero, amavano anche per quello, nel poter lì ritrovare quanto di più vicino, quanto di più prossimo al vero, al puro spirito del pugilato, o, almeno, di quella versione del pugilato a cui essi amavano pensare.

« Guarda un po’ cosa mi ha lasciato il gatto sullo zerbino… » esclamò, con voce calda e profonda, il colossale Ma’Vret, giungendo in prossimità allo spoglio ingresso alla propria palestra e trovando, ad attenderlo, proprio l’investigatrice privata, lì sopraggiunta, invero, persino un quarto d’ora prima dell’orario di apertura della stessa, in quanto, forse, ella avrebbe amato considerare per se stessa un’abitudine e, in quanto, al contrario, avrebbe avuto a doversi ritenere, altresì, una bizzarra eccezione, essendo sua consuetudine, anzi, arrivare sovente in pericolosa prossimità all’orario di chiusura e, in ciò, costringendolo pazientemente a tardare solo e unicamente per lei « Spero che tu non mi stia aspettando qui da ieri sera, rossa! » sorrise sornione, nel sottintendere quanto improbabile avesse a doversi considerare il suo arrivo anticipato rispetto, piuttosto, a un ritardo di ordine tanto mostruoso da poter essere confuso per tale.
« Come siamo spiritosi oggi… » replicò ella, inarcando il sopracciglio destro, per volgere uno sguardo di scherzosa disapprovazione a confronto con quell’osservazione « Per tua informazione sono qui addirittura da quindici minuti! »

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