Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

sabato 10 giugno 2017

RM 160


Per quanto, nella semplicità quasi essenziale del proprio stile di vita, e del proprio rapporto con la vita, Midda Bontor avrebbe potuto facilmente trasmettere un’erronea immagine di sé qual quella di una donna a tratti persino grezza, rozza, violenta, nonché del tutto disinteressata al mondo attorno a sé, e all’umanità tutta o al suo destino; ella, in verità, avrebbe avuto a dover essere considerata, nel profondo del proprio cuore, una sognatrice, un’utopista, al punto tale, addirittura, da esser pronta a rinunciare a tutto ciò che per i più avrebbe avuto a doversi considerare fondamentale per l’umana sopravvivenza, in favore della propria libertà, e della libertà di poter inseguire il proprio destino senza freni, senza legami, ovunque questo l’avrebbe potuta condurre, non indifferente né al mondo attorno a sé, né tantomeno all’umanità tutta o al suo fato, al quale, dopotutto, ella era conscia di appartenere e, in ciò, di essere destinata a condividerne la sorte, tanto nel bene quanto, e ancor più, nel male. Alla luce di tutto ciò, quindi, al di là del proprio atteggiamento esteriore, l’investigatrice privata avrebbe avuto a doversi considerare realmente, sinceramente ammirata innanzi alla scoperta di una realtà come quella idealmente rappresentata dalla “Neverending Story Inc.”, nell’impegno che, quella società, stava ponendo senza apparenti interessi economici, al fine di migliorare la vita delle persone, e, in particolare, di tutte quelle persone relegate ai margini della società, ai confini del mondo, là dove, per i più, esse sarebbero andate a essere dimenticate, smarrite, perdute, quasi mai fossero neppure esistite, a punizione, in ciò, per la loro dimostrata incapacità a sopravvivere in una civiltà moderna che alcuna clemenza, alcuna pietà, avrebbe mai potuto dimostrare, pena l’essere giudicata troppo debole, troppo fragile innanzi alla supposta inappellabile severità della legge di natura, tale per cui soltanto il più forte avrebbe dovuto sopravvivere.
Paradossalmente, però, nella società contemporanea non vi sarebbe mai stato un effettivo discorso di forza, o di intelligenza, o di astuzia alla base della sopravvivenza, giacché, nella corruzione che da troppo tempo aveva coinvolto il genere umano, soltanto la malignità, l’egoismo, e, più raramente, una certa dose di astuzia, avrebbero potuto discernere i vincitori dai perdenti, i trionfatori dagli sconfitti, coloro degni di sopravvivere da tutti gli altri, giacché la sopravvivenza, nell’intendimento moderno, non sarebbe stata considerata tale per le proprie forze, per le proprie capacità, quanto, e piuttosto, per le debolezze dei propri pari, di coloro di fronte ai quali troppo facilmente ci si sarebbe proposti come amici, in un termine ormai quasi privato di ogni significato, salvo, poi, appena possibile, appena utile, palesarsi per quanto realmente ci si sarebbe dovuti considerare: semplici concorrenti in un grande giuoco chiamato “Vita”, le regole del quale non avrebbero mai potuto prevedere un sol vincitore, ma le quali, purtroppo, sarebbero poi sempre state ignorate, addirittura mai letti, in ubbidienza, solo e unicamente, al proprio arrivismo e al proprio egocentrismo, tale da non voler permettere ad alcun altro di raggiungere la propria stessa posizione, non desiderando condividere, con chicchessia, la propria vittoria, il proprio trionfo. E ove, con questo, l’investigatrice avrebbe dovuto essere considerata perfettamente confidente, a maggior ragione ella non avrebbe potuto ovviare ad apprezzare qualunque iniziativa altresì basata sulla condivisione, sul reciproco aiuto, sul mutuo soccorso, sulla cooperazione volta a superare insieme ogni asperità della vita quotidiana, nel colmare, reciprocamente, le lacune gli uni degli altri, per offrire la propria forza in presenza di debolezze dei propri pari, non per distruggerli, quanto per sorreggerli, e, in ciò, proseguire insieme, fianco a fianco, fino all’ultimo e più importante traguardo… quello che, alfine, ricchi o poveri, malati o sani, borghesi o proletari, democratici o repubblicani, credenti o atei, tutti loro un giorno avrebbe atteso, a straordinaria dimostrazione di vera, e inappellabile, cieca giustizia.

« … non ci posso credere… » sussurrò, trattenendo a stento un’esclamazione più potente, nel riprendere in mano il libretto consegnatole e nell’offrire attenzione all’elenco dei nomi dei soci fondatori della “Neverending Story Inc.”, ritrovando, in cima agli stessi, un nome che mai, francamente, avrebbe potuto attendersi di incontrare, non per un qualche pregiudizio nei suoi riguardi ma, in quanto, credeva, una questione tanto importante sarebbe emersa, promossa orgogliosamente, e non, altresì, mantenuta con discrezione a parte, quasi qualcosa del quale non sarebbe stato sensato cercar lode.

Così, ella fece per prendere rapidamente in mano il cellulare, nell’intento quantomeno di scrivere a quella persona per domandarle conferma in merito a quanto lì riportato e, nel caso, le ragioni per le quali qualcosa di tanto bello fosse stato mantenuto segreto, quasi altro non fosse che qualcosa di torbido. Ma prima che potesse aver occasione di sbloccare lo schermo e di iniziare a comporre il messaggio, un volto noto, per quanto mai incontrato prima, fece capolino all’ingresso della sala d’attesa, richiamando il suo nome. O, quantomeno, quello che aveva fornito qual proprio nome

« Ms. Mont-d'Orb…? » richiamò Ja’Nihr Noam’Il, sorridendo serena verso l’interno della sala, per nulla intimorita, spaventata o preoccupata per la folla lì presente, e per tutti i casi umani che, essa, avrebbe necessariamente rappresentato, ognuno con la propria storia, ognuno con il proprio piccolo, grande dramma… sperando, quantomeno, che soltanto di dramma si trattasse, e non, allor, di tragedia.
« Madailéin… la prego. O Maddie, magari… » sorrise, in risposta, l’investigatrice, alzandosi da dove era seduta, con il libretto in una mano e il cellulare nell’altra, per rispondere a quel richiamo « Avvocatessa Noam’Il…? »
« Ja’Nihr… ti prego. O Ja’N, magari… » sembrò volerle far eco l’altra, tuttavia, in tal senso, priva d’ogni possibile intonazione di scimmiottamento, di scherno, quanto, e piuttosto, palesemente animata dal desiderio di garantirle occasione di sentirsi quanto più possibile a suo agio anche nel confronto con lei, in un intento, ove possibile, persino più lodevole di quanto già, tutto ciò, non fosse, nel non volersi riservare alcun distacco con la propria ipotetica cliente, laddove, pur, nel suo ruolo, e nella sua posizione, ella avrebbe potuto tranquillamente pretendere ogni cosa da lei « Se hai voglia di seguirmi, per cortesia, potremo parlare più comodamente altrove… » la invitò subito dopo, nell’invitarla a lasciare la sala d’attesa.

Senza esitazione, Midda lasciò scomparire il proprio cellulare nella tasca dalla quale l’aveva estratto e subito rispose all’invito rivoltole, raggiungendo la propria interlocutrice e, allor, seguendola attraverso un paio di corridoi, fino a quello che, pur non fraintendibile qual il suo ufficio, avrebbe avuto comunque a dover essere considerato effettivamente un luogo ove parlare più comodamente di ogni questione, nel presentarsi qual l’interno di un’ampia caffetteria, con poltroncine sparse attorno a molteplici tavolini.

« Accidenti… » asserì l’investigatrice, osservandosi attorno « Qualcuno vi ha mai detto quanto le vostre sale riunioni assomiglino a un bar…? » commentò, ben comprendendo non avesse a doversi considerare quella una sala riunioni, quanto, effettivamente, una caffetteria, probabilmente interna alla sede in cui si trovavano, e ciò non di meno incuriosita da quella particolare scelta da parte della propria accompagnatrice.
« Forse perché questo è un bar… » ridacchiò, per tutta risposta, Ja’Nihr, anzi Ja’N, guidandola sino a un bancone dove il barista stava già attendendole, pronto ad accogliere le loro ordinazioni « Personalmente trovo che sia più piacevole parlare comodamente seduti davanti a una bella tazza fumante, piuttosto che in un qualche triste ufficetto con piantine di plastica a ornamento della scrivania… » argomentò, per poi, subito, soggiungere « … e considerando che, stamattina, non ho ancora avuto occasione di far colazione, spero non ti dispiacerà concedermi la possibilità quantomeno di un cappuccino. »
« Assolutamente nessun problema. » sancì la donna, non potendo che trovare, ogni istante che passava accanto a quell’avvocato, solide ragioni per apprezzarla sempre più, in una situazione per la quale, ne era certa, un giorno avrebbe avuto di che ridere, e ridere di cuore, nel ripensare a quanto poco credito le avesse preventivamente concesso solo qualche ora prima.

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