Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

mercoledì 7 giugno 2017

RM 157


L’insuccesso, nella sua quotidianità, non avrebbe avuto a doversi considerare qual un’anomalia, al pari di qualcosa di strano, misterioso e sconosciuto, per così come, pur, ella avrebbe probabilmente preferito. Al contrario, nella propria vita, Midda Bontor non avrebbe potuto negare, malgrado tutto, di avere un rapporto sicuramente familiare, indubbiamente intimo, proprio con l’insuccesso, con il fallimento, ancor prima che con un più gradevole trionfo, con una più entusiasmante vittoria. Ragione per la quale, quanto pur accaduto nel corso di quella notte, in una ben misera concessione di informazioni utili da parte dei tre colleghi, e supposti amici, di Carsa Anloch, e nella più totale assenza di un pur semplice contatto con Hayton Kipons, a dispetto del proprio viaggio fino a Brooklyn nel cuore della notte solo per incontrarlo, non avrebbe potuto comunque scoraggiarla, rallentarla o, ancor peggio, frenarla, laddove, se pur minimale, in una misura tanto effimera da poter essere persino considerata ridicola, qualcosa ella era riuscita comunque a condurre seco, non certamente in termini utili a poter considerare la questione qual una svolta fondamentale nel merito delle due indagini da lei condotte ma, egualmente, neppure il più totale arresto nel quale, altresì, avrebbe anche potuto restare arenata.
L’aver scoperto, difatti, quel dettaglio non trascurabile nel merito dell’orientamento sessuale della scomparsa, infatti, avrebbe potuto, forse, idealmente, speranzosamente, rappresentare una nuova serie di piste che, sino a quel momento, nessuno aveva probabilmente preso in considerazione e, con un po’ di benevolenza divina, avrebbe potuto finire per condurla, addirittura, a scoprire dove ella potesse essere andata a finire. Nel merito, d’altro canto, della più totale inconsapevolezza persino a riguardo del senso del proprio ingaggio da parte del Bureau, sinceramente, ella non avrebbe potuto giudicare alcuna colpa a proprio stesso discapito: a negarle le informazioni necessarie, in fondo, erano stati proprio i suoi committenti e, dovendo ella prestare attenzione a mantenere un basso profilo in quella faccenda, in quella questione, per volontà degli stessi, indubbiamente controproducente sarebbe stata una sua eventuale insistenza, in quella notte. Così, nel considerare comunque un pur piccolo, ma indubbio, progresso sul fronte di un caso e, quantomeno, la presumibile assenza di errori strategici in merito all’altro, ella, voleva illudersi, avrebbe potuto giudicare almeno quell’ultima giornata qual chiusa fondamentalmente in positivo.
Ragione per la quale, quando quasi alle tre di notte finalmente ebbe a rientrare nel proprio appartamento monolocale, nonché sede, studio, ufficio e quant’altro, nel tirare giù il letto a muro ebbe comunque a potersi riconoscere il beneplacito per una serena notte di sonno, in grazia alla quale, il giorno seguente, avrebbe potuto godere di energie sufficienti a riprendere quella propria personale caccia al tesoro.

Puntuale come le tasse, alle sette e venti del mattino seguente la sua sveglia ebbe a ricondurla impietosamente alla realtà, e a una realtà alla quale, francamente, avrebbe preferito non fare ritorno ancora per un po’ di tempo, giacché, con appena quattro ore di sonno, difficile sarebbe stato per lei potersi dire realmente rigenerata. Ciò non di meno, e per quanto non avrebbe avuto a dover rispettare concretamente alcun orario, ogni giorno della settimana, festivi inclusi, ella si costringeva a quella forzata regolarità innanzitutto per un discorso di disciplina e, in secondo luogo, e pur collegato, per non ritrovarsi a cedere tristemente al richiamo della pigrizia.
Nelle settimane immediatamente seguenti al suo abbandono del lavoro come detective, infatti, Midda si era concessa occasione di godere della ritrovata libertà allor concessale nell’ovviare a qualunque genere di orario e di scadenza, in misura tale da vivere meglio la propria vita… o, per lo meno, così si era illusa avrebbe potuto essere. Quanto, tuttavia, ella aveva avuto modo di verificare in prima persona, sulla propria pelle, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual l’evidenza di come, in assenza di scadenze e tempistiche, la naturale indolenza propria dell’animo umano l’aveva vista saldamente legata al proprio letto e, ancora, al palinsesto televisivo, innanzi al quale aveva ben volentieri poltrito con straordinario impegno e devozione, giacché, nell’assenza di regole, anch’ella non aveva potuto ovviare a lasciarsi andare, e lasciarsi andare senza possibilità di freno alcuno. Per questa ragione, quindi, e prima che la situazione potesse divenire patologica, l’investigatrice privata aveva deciso, in accordo con se stessa, di imporre alla propria vita da libera cittadina la stessa disciplina che le avevano insegnato in accademia e che aveva contraddistinto la propria vita da poliziotta e da detective, con orari fissi, innanzitutto, e una improrogabile scaletta di allenamento, in assenza della quale, alla fine, anche il suo fisico avrebbe potuto risentirne.
In ciò, ogni mattina, alle sette e venti, la sua radiosveglia iniziava a gracchiare in maniera convulsa, nell’assenza di sintonizzazione che, praticamente, sin dal primo giorno, l’aveva contraddistinta: più ella tentava, infatti, di selezionare una frequenza utile ad assicurarle un risveglio migliore, più questa sembrava ostinatamente rifiutarsi di offrirle soddisfazione, continuando, semplicemente, indiscriminatamente, a offrirle soltanto una furiosa sequenza di rumori indistinti attraverso i quali, l’universo intero, sembrava volerla invitare a rigirarsi semplicemente nel letto e a riprendere a dormire, perché tanto, qualunque cosa fosse successa in quella giornata, necessariamente sarebbe andata a finire male. Nonostante questo, però, Midda, ancor più cocciuta rispetto alla propria sveglia, ritrovava tuttavia contatto con la realtà e, meno energicamente di quanto non avrebbe potuto prevedere una qualunque pubblicità sulla prima colazione, ella si alzava dal letto e si trascinava, faticosamente, verso il bagno, là dove il suo principale impegno sarebbe stato quello di evitare di crollare nuovamente addormentata sulla stessa tazza del gabinetto, in una posizione non soltanto poco dignitosa ma, ancor più, estremamente scomoda. Ritrovato, allora, contatto con la realtà a sé circostante, generalmente intorno alle sette e quaranta, ella si sarebbe infilata sotto la doccia, per una rapida rinfrescata mattutina, conclusa la quale, sarebbe passata, senza minimamente prevedere l’utilizzo dell’asciugacapelli, a lavarsi i denti e, da lì, nuovamente alla propria camera da letto, sede, studio, ufficio e quant’altro, per rivestirsi, con la maglietta contraddistinta da un miglior odore, e lasciar scomparire nuovamente il letto, ovviamente sfatto, all’interno della parete e riconquistare, in tal maniera, il proprio spazio di lavoro. Quel giorno, a vincere, fu nuovamente “Another one bites the dust”, giacché, a dispetto di tutti i propri giri del giorno precedente, le alternative avrebbero avuto chiaramente necessità di un passaggio nel seminterrato, là dove la lavatrice condominiale le avrebbe potute degnamente accogliere.

« Appunto per la giornata: fare il bucato. » si annotò mentalmente, pur consapevole che, probabilmente, quella nota avrebbe finito con il fare la medesima fine di tutte quelle che, suo pari, si era appuntata nelle mattinate precedenti… semplicemente, quietamente, colpevolmente dimenticata.

Accostandosi alla sua scrivania, sommersa da ogni genere di foglio, fotografia e materiale d’ufficio, Midda infilò una mano sotto la stessa per aprire il piccolo frigorifero lì sotto nascosto ed estrarre, dal medesimo, un cartone del latte e una tazza, lì abbandonata, senza troppe cerimonie, la mattina precedente e, in ciò, nuovamente pronta per l’utilizzo. Così, in quella straordinaria, o forse orrenda, commistione fra vita privata e vita professionale, indicativa, più che altro, della fondamentale assenza della prima in favore di un’ampia predominanza della seconda, ella consumo la propria colazione fra i fascicoli dei propri precedenti casi, contemplando silenziosamente quella che sua madre non avrebbe avuto esitazione, e probabilmente neppur torto, a definire la misera della sua vita.
Dopotutto, però, quella era la sua vita. La vita che lei aveva scelto di vivere. La vita che, pur con indubbio impegno, con straordinaria tenacia, ella non si stava rifiutando di affrontare, nel bene e nel male, al contrario di molte altre persone che, alla pur minima difficoltà, dinnanzi alla più sciocca ragione di scontento, ne avrebbero ricavato un dramma shakespeariano, una tragica epica della quale neppure la famiglia Stark di Grande Inverno si sarebbe mai potuta sognare, dimostrando, in tutto ciò, non soltanto la squisita difficolta di tali individui ad affrontare i problemi ma, ancor più, della più assoluta incapacità dei medesimi addirittura a riconoscere quanto, realmente, avrebbe avuto a doversi considerare un problema.

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