Midda's Chronicles - le Cronache

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Tanti auguri, mamma!

Manco farlo apposta, la conclusione del racconto con RM 003 - Reimaging Midda: Il sapore familiare del veleno!, dopo ben settantuno episodi (il racconto più lungo di Midda, a oggi!), coincide con la festa della mamma.
Motivo per cui, festeggiando il traguardo di un altro racconto di Midda concluso (e di una Midda alternativa, come tutte quelle finora apparse in Reimaging Midda), non posso ovviare a fare gli auguri a una delle lettrici più affezionate di Midda, nonché alla co-autrice della stessa (quantomeno dal punto di vista grafico), con questo piccolo intervento.
Quindi: auguri mamma!
E grazie di tutto il sostegno in questi quasi dieci anni di pubblicazioni!

Da domani, inoltre, riprenderà la pubblicazione di RM 001 - Reimaging Midda: Un altro morde la polvere, iniziando con la riproposizione dei primi nove episodi precedentemente pubblicati a cavallo fra il dicembre 2015 e il gennaio 2016.
Nella speranza, in tutto ciò, di essere riuscito finalmente a rompere la maledizione che aveva afflitto questa serie fra il 2014 e lo scorso anno.

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 14 maggio 2017

lunedì 5 giugno 2017

RM 155


Quando l’investigatrice privata lasciò il “Kirsnya” non erano giunte neppure le dieci di sera. E sebbene chiunque, lei per prima, avrebbe potuto ipotizzare che tale avrebbe avuto a doversi considerare l’orario ideale per lei per porsi a riposo, e per riservarsi l’occasione di recuperare un po’ delle energie spese durante la giornata, i piani della donna avrebbero avuto a doversi considerare decisamente diversi. Diversi quanto avrebbero potuto esserlo nel non prevedere il pur sinceramente bramato incontro con il suo amato giaciglio, con quel letto già troppo sovente tradito per meno comodi, e quasi sempre improvvisati, punti di riposo sparsi per l’intera città; quanto e piuttosto l’immergersi nuovamente nel dedalo della metropolitana e, da lì, addirittura lasciare Manhattan per dirigersi verso Brooklyn e, più precisamente, verso Bushwick, dove, con un po’ di fortuna, avrebbe potuto rimediare la cena e, soprattutto, una chiacchierata con il signor Kipons.
Secondo le informazioni che ella era riuscita a raccogliere in grazia di Google, Hayton Kipons, sessantadue anni, originario dell’America Latina, al pari della maggior parte della popolazione di Bushwick, trasferitosi negli Stati Uniti, con la sua famiglia, sin da quando ne aveva dodici, era divenuto proprietario e gestore di un piccolo panificio artigianale alla morte dei suoi genitori, dai quali aveva ereditato non solo il locale ma, anche, il mestiere. Mestiere, il suo, che aveva poi insegnato ai propri due figli, e che, a loro volta, lo avevano trasmesso anche ai suoi tre nipoti, due dei quali, tuttavia, stavano cercando di intraprendere una diversa carriera, probabilmente non tanto per mancanza di rispetto nei confronti del patriarca, quanto e piuttosto nella speranza di poter concedere ai propri eredi qualcosa di più, qualcosa di diverso dal quanto, pur, aveva loro garantito solide radici. Come panettiere, quindi, la giornata del signor Kipons, e della sua famiglia, non avrebbe potuto vantare orari propriamente consueti, vedendolo iniziare la propria attività verso mezzanotte, quando, al contrario, la maggior parte delle altre persone avrebbe cessato ogni azione, professionale e non, cercando occasione di riposo: così, nel sperare di incontrarlo, e, soprattutto, di capire qualcosa di più nel merito delle ragioni per le quali il suo nome fosse finito all’interno del fascicolo di un’indagine federale, Midda, proprio malgrado, non avrebbe potuto ovviare a raggiungerlo all’inizio della sua giornata di lavoro… anche se, ciò, avrebbe significato tardare terribilmente la fine della propria.

Per quanto l’investigatrice privata fosse abituata a girare sola, e sovente di notte, rappresentando per lei quelle ore, al pari di quelle diurne, ore potenzialmente utili nella propria attività, laddove gli amanti, generalmente, non avrebbero conosciuto regole di sorta nell’organizzazione dei propri fedifraghi incontri; ella non avrebbe mai dovuto dimenticare quanto la sua condizione di portatrice naturale di due cromosi X l’avrebbe potuta rendere ideale bersaglio di molta, troppa gentaglia, a dispetto di ogni sforzo della polizia a mantenere l’ordine e la quiete all’interno della città. A partire da semplici ragazzi alticci o propriamente ubriachi, fino ad arrivare a molestatori e stupratori pregiudicati, innumerevoli avrebbero avuto a doversi considerare i potenziali predatori per una giovane donna solitaria, ragione per cui, se solo non fosse stata attenta, se solo non avesse mantenuto sempre alta la propria guardia, con troppa semplicità ella avrebbe potuto correre il rischio di ritrovarsi a sua volta protagonista di una denuncia di scomparsa: al contrario, laddove ella avesse prestato la dovuta attenzione al mondo a sé circostante, per così come si era abituata a compiere già da tempo, con altrettanta semplicità avrebbe potuto correre il rischio di ritrovarsi comunque protagonista di una denuncia, per eccesso di legittima difesa. Dopotutto, e a discapito di qualunque suo potenziale antagonista, ella non avrebbe potuto essere obiettivamente considerata una classica damigella abbisognante di un bel principe azzurro su bianco cavallo animato dalla sola volontà di salvarla…
… senza dimenticare come, purtroppo, le fiabe non avrebbero avuto a doversi ricordare soltanto nella felice interpretazione di zio Walt, giacché nella prima stesura di “Biancaneve”, i fratelli Grimm non si erano negati un accenno, successivamente da loro stessi censurato, di necrofilia da parte del principe nei riguardi della protagonista ma, ancor peggio, in una delle prime versioni de “La bella addormentata nel bosco”, antecedente tanto a quella di Perrault, quanto a quella degli stessi Grimm, non era mancato addirittura un vero e proprio stupro ai danni della protagonista da parte di colui, successivamente, reinterpretato più gradevolmente qual un aitante principe. Insomma: se pur, come tutti i suoi coetanei, ella non aveva mancato di crescere a pane e Disney, indubbio avrebbe avuto a doversi considerare quanto, più che a Biancaneve o ad Aurora, ella non potesse ovviare a sentirsi prossima a Merida e a Elsa, le quali, con indubbia modernità, avevano compreso che, il modo migliore per salvarsi, avrebbe avuto a doversi riconoscere in se stesse e nelle proprie forze.
Così, passeggiando serenamente fra prostitute e protettori, nonché scansando qualche corpo riverso a terra sotto gli effetti dell’alcool o delle droghe, o di entrambi, ella affrontò con serenità il cammino dalla metropolitana fino al forno della famiglia Kipons, fortunatamente ovviando, una volta tanto, a qualunque genere di spiacevole incontro. E quando, alfine, ella giunse alla propria destinazione, tutto ciò che le fu concesso di fare, con totale mancanza di fantasia, fu, semplicemente, bussare contro la saracinesca abbassata, nella speranza che, dall’interno del negozio, qualcuno si sarebbe dimostrato tanto gentile da risponderle.

« Ehilà… » richiamò dopo che un intero minuto trascorse senza il benché minimo cenno di risposta dall’interno, tornando a bussare con tocco delicato e, ciò non di meno, più energico, nel dubbio di non essersi fatta udire in precedenza « … c’è nessuno? »

Tuttavia, ancora nessuna risposta le venne offerta. Ritrovatasi di fronte a quella confermata mancanza di successo, ella ebbe a controllare l’ora, nel dubbio di poter essere giunta troppo presto a destinazione; ma, verificato che mezzanotte fosse passata già da venti minuti, difficile sarebbe stato credere che, lì dentro, non vi fosse proprio nessuno.
Osservando l’edificio alla base del quale il forno era collocato, ella ebbe a verificare l’evidenza di un’architettura tipica dei primi anni secondo dopoguerra, ragione per la quale, facile sarebbe stato ipotizzare l’esistenza, sul retro dell’edificio, di un qualche accesso di servizio, il quale, forse, avrebbe avuto a doversi considerare più prossimo al forno vero e proprio, il quale, presumibilmente, avrebbe avuto a doversi considerare comunque separato dallo spazio adibito a negozio. Un’idea interessante la sua, e potenzialmente ragionevole, se solo avesse avuto una qualche specializzazione in architettura a supporto di tale teoria, ma che, suo malgrado, ebbe a rivelarsi del tutto infondata nel momento in cui, quindici minuti più tardi, fatto il giro dell’isolato, ella ebbe a ritrovarsi a confronto con un altro edificio, costruito adiacente a quello di suo interesse e tale, proprio malgrado, da non concedere alcuna possibilità di accesso al primo.
Fatto quindi ritorno all’indirizzo in suo possesso, ella ebbe a dover tentare di bussare per la terza volta, prima di ottenere una qualche risposta. Ma, in effetti, non una risposta dall’interno dell’edificio, quanto e piuttosto dall’esterno e, per la precisione, da una professionista in quieta sosta dall’altra parte della strada, intenta, allora, a osservarla con fare trasparentemente divertito…

« Certo che tu non demordi. » osservò, aggrottando la fronte e ciondolando appena, più per stanchezza che per altro, in bilico qual si poneva essere sopra due smisurati tacchi, volti a far meglio emergere le già poco coperte grazie del proprio didietro.
« Ehy… salve. » sorrise l’investigatrice privata, per tutta risposta, voltandosi verso la propria nuova interlocutrice e levando una mano in cenno di saluto « Non è che mi puoi dare una mano, per caso…? Sto cercando il signor Kipons. »
« E il signor Kipons preferisce non farsi trovare. » evidenziò l’altra, scuotendo appena il capo « Soprattutto non da una perfetta sconosciuta che se ne va in giro, sola soletta, in piena notte non temendo niente e nessuno. » evidenziò, nel sottolineare, in tal maniera, la condizione indubbiamente anomala da lei così rappresentata « Non lo sai che, a una certa ora, le brave ragazze farebbero meglio a tornare a casa…? »

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