Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

domenica 28 maggio 2017

RM 147


Nella propria conoscenza di Central Park e di ogni suo percorso, e, soprattutto, nella propria conoscenza del soggetto in questione e dei suoi principali percorsi mentali, non fu né complicato, né impegnativo, per l’investigatrice privata, anticiparne i movimenti, prevederne le azioni.
In ciò, ella si riservò quieta possibilità di intraprendere in una traiettoria di intercettamento, senza neppure necessità di correre o di imporsi particolare urgenza: così, quando il suo obiettivo, camminando con passo altresì affrettato, ma senza particolare attenzione alla via innanzi a sé, nel prestare altresì tutto il proprio interesse al meritato, e ben poco legale, frutto del suo lavoro, si ritrovò accanto a lei, tutto quello che ella dovette compiere fu, semplicemente, abbracciarlo, facendogli passare la propria destra attorno ai fianchi e stringendolo a sé. Un gesto, il suo, che da un punto di vista esterno, a uno sguardo estraneo, avrebbe potuto essere inteso come quello di un’innamorata verso il proprio compagno, e che pur, ineluttabilmente, non poté ovviare a far trasalire il malcapitato, nell’inattesa sorpresa di quell’evento. Sorpresa la quale, un istante dopo, non poté mancare di evolvere in un triste sospiro di sconforto, e probabilmente già di resa, nel momento in cui egli ebbe a rendersi conto dell’identità della propria assalitrice…

« Bontor… » le offrì un quieto saluto, con un sorriso necessariamente teso, richiudendo con apparente disinvoltura il portafoglio che stringeva fra le mani, e sul quale non avrebbe potuto vantare alcuna proprietà, per poi farlo scomparire sotto il proprio giubbetto di jeans.
« Seem. » ricambiò ella, stringendolo appena un po’ di più a sé, con energia sufficiente, allora, da lasciargli dolere le costole, a dimostrazione di quanto avesse a doversi considerare contrariata per il tentativo così da lui compiuto di farla passare per idiota « Credi che non sappia che quel portafoglio non è tuo…? Oltretutto è un modello femminile. »
« Non sei più una piedipiatti, Bontor… » protestò il giovane, sforzandosi di apparire scocciato dall’interferenza della stessa, benché, alla fine, la voce risultò più piagnucolosa che altro « Non hai qualche marito infedele da fotografare in compagnia di una minorenne o cose simili?! E’ questo ciò di cui ti occupi ora… »

Una nuova stretta, che spinse le costole a scricchiolare leggermente, accompagnò la silenziosa risposta della donna in un quieto sorriso, un sorriso innanzi al quale, probabilmente, molti sarebbero stati allor felici di porsi… fraintendendo quanto lì stesse realmente accadendo.
Seem Stone, caucasico, venticinque anni, statura media, corporatura esile, capelli e occhi castani, e viso da eterno ragazzo che, probabilmente, gli avrebbe consentito di interpretare, senza problemi, un ruolo in una qualche serie televisiva adolescenziale, di quelle per lo più ambientate alle superiori e lì volte a offrire risalto ai drammi di tale periodo, da tutti al contempo odiato e rimpianto, in verità non aveva mai completato gli studi, anzi… in effetti non aveva mai neppure frequentato un qualsivoglia genere di scuola superiore. Figlio di una professionista della strada, Seem era rimasto coinvolto nel girone dantesco dei servizi sociali fin dall’età di cinque anni, quando improvvisamente si era ritrovato orfano a seguito della violenta morte della madre. Cresciuto fra orfanotrofi e case famiglia, e pur non privo di potenzialità, proprio malgrado Seem avrebbe avuto a doversi considerare un perfetto esempio del fallimento della patria potestà dello Stato, nell’essersi ritrovato favorito non tanto in un percorso di riabilitazione da tutto ciò che di male era occorso nella sua vita, quanto, e piuttosto, in un percorso volto all’abissale baratro della criminalità. Ancor neppure dodicenne, aveva iniziato a frequentare, in maniera spiacevolmente assidua diverse carceri minorili, incluso qualche soggiorno presso il Rykers, non trovando, in tutto ciò, ragione utile a cercare di redimersi, quanto, e piuttosto, a divenire più abile nel proprio lavoro, in maniera tale da ovviare a farsi prendere nuovamente.
Il suo primo incontro con l’allora agente Bontor era avvenuto a diciannove anni, quando ella lo aveva colto in flagranza di reato in un contesto non particolarmente dissimile da quello pocanzi rievocato. Evento ripetutosi meno di sei mesi più tardi. L’anno successivo, poi, poco dopo la promozione della donna a detective, il loro cammino era tornato a convergere in un nuovo arresto e, in tal occasione, suo malgrado Seem si era ritrovato coinvolto in un’indagine decisamente più complicata, all’interno della quale avrebbe avuto a dover essere riconosciuto, semplicemente e sorprendentemente, qual testimone innocente. In conseguenza al non trascurabile fatto che aveva visto il delinquente salvare la vita della poliziotta, il rapporto fra i due aveva avuto occasione di migliorare e, fino a quando Midda era rimasta all’interno della polizia, suo interesse, sua prerogativa, era stata quella di impegnarsi al fine di redimere il giovane, con le buone o, se necessario, con le cattive: un percorso non semplice, quello così intrapreso, che tuttavia era stato spiacevolmente arrestato dalle sue dimissioni e dall’inizio di un nuovo capitolo della propria esistenza, come investigatrice privata.
Ritrovatasi a dover fare i conti con la complessità della propria nuova vita, la donna aveva preferito ovviare a rischiare di rendere ancor più difficile la quotidianità di Seem, motivo per il quale, alla fine, il loro rapporto era andato scemando nel nulla. O, per lo meno, tale era andato fino a sei mesi prima, quando, ancora una volta, il destino, è la difficoltà dell’investigatrice privata a ignorare il mondo attorno a sé, l’aveva vista intervenire già una volta a rettificare un tentativo di scippo da parte del ragazzo.

« Okay… okay… » gemette Seem, in conseguenza alla stretta impostagli, ritrovandosi, per un istante, quasi senza fiato « Lo restituisco. Lo restituisco. » la rassicurò, così costretto.
« Bravo. » sorrise nuovamente ella, allentando la presa e ricompensando il proprio prigioniero con un fuggevole bacio sulla guancia, in accordo con l’immagine di una coppietta felice qual, chiaramente, non erano, né a entrambi sarebbe interessato essere « Ti dispiace se ti accompagno? Giusto per evitare che tu possa perderti nella complessità del parco… » insistette subito dopo, non reputando, ovviamente, che egli avrebbe mai potuto smarrirsi, ma ritenendo molto più probabile un suo ripensamento lungo il tragitto.
« Ho alternative…? » questionò egli, retoricamente, nel conoscere alla perfezione la risposta che avrebbe potuto essergli allor riservata.
« … ne hai mai avute? » replicò l’investigatrice privata, osservandolo non diversamente da un gatto di campagna posto innanzi a un piccolo topo smarrito, il destino del quale, al di là di ogni possibile argomentazione, avrebbe avuto allora a doversi ritenere spiacevolmente segnato.

Quello di Midda con Seem, in fondo, avrebbe potuto essere considerato non dissimile da un gioco, soprattutto per lei.
Un gioco nel quale, per qualche fugace istante, ella avrebbe potuto riconoscersi del tutto priva di pensieri, di preoccupazioni, di frustrazioni, riconquistando, quasi, la stessa innocenza, la stessa serenità che pur l’aveva contraddistinta nel giorno del suo primo arresto, quando, forse, probabilmente, la sua vita era molto più semplice, senza problemi con le spese, senza insoddisfazioni al lavoro, senza crisi familiari con sua madre. Purtroppo, rispetto a sei anni prima, tutto era cambiato: la sua quotidianità, divenuta estremamente meno tranquilla; il suo tenore di vita, che pur già modesto era precipitato verso una condizione prossima alla miseria; la sua professione, scemata, così come spiacevolmente ricordato dallo stesso Seem, in uno sgradevole sguazzo nelle acque più torbide delle fantasie sessuali di persone comuni; e il rapporto con la sua famiglia, con la quale, in verità, preferiva ormai ovviare a qualunque rapporto.

« Dai… » commentò Midda, ciondolando al fianco della sua vittima « … in fondo, tutto questo un po’ ti diverte! » tentò di convincerlo, in quello che, era cosciente, avrebbe avuto a dover essere considerato soltanto un suo sentimento.
« Temo che tu e io si abbia idee estremamente diverse di “divertimento”. » negò sconsolato Seem, nel non riuscire, in tutta onestà, a condividerne l’entusiasmo.

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