Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

martedì 16 maggio 2017

RM 135 [già RM 002]


Ignorando quell’ultimo, irritante apostrofare nei propri confronti, l’investigatrice privata lasciò il “Kriarya” con passo forse leggermente più serrato rispetto alla controllata, intima quiete che avrebbe preferito riuscire a dimostrare, dando riprova, in tal modo, di come quelle parole, o, più probabilmente, quello specifico esemplare di essere umano di sesso maschile, fosse straordinariamente in grado di irritarla… forse e persino in misura maggiore al proprio ex-marito. Ragione, quella intrinseca in un tale paragone, per la quale ella avrebbe dovuto probabilmente porsi qualche introspettiva questione nel merito del proprio, forse inconsapevole, rapporto con colui che, a livello altresì conscio, era solita considerare uno fra i peggiori scarti della società moderna, al di là del proprio ruolo di spicco all’interno della medesima senza, in ciò, dar luogo a un qualche genere di paradosso retorico: del resto, Be’Sihl Ahvn-Qa non era stato il primo, né sarebbe riuscito a restare l’ultimo, peggiore scarto della società moderna capace di conquistare le più elevate vette del successo, con abilità, ingegno e indifferenza a qualunque valore o morale.
A salvarla, tuttavia, dal perdersi in elucubrazioni nel confronto delle quali, probabilmente, non avrebbe desiderato spendere un ulteriore minuto di tempo, fu il quieto vibrare del proprio telefono cellulare che, dalla tasca interiore della consunta giacca di pelle, pretese la sua attenzione. E se, per un istante, ella volle sperare in qualche buona notizia, in qualche risvolto positivo al termine di una settimana iniziata male e volta rapidamente al peggio, per quanto fosse soltanto mercoledì, nel confrontarsi con l’identità del chiamante la donna dovette richiamare a sé tutto il proprio coraggio, ben comprendendo quanto, purtroppo, il destino si stesse allor impegnando, e impegnando con tutte le proprie energie, a dimostrarle di non essere esattamente in cima alla lista dei propri più appassionati sostenitori.

« Mr. Anloch... » rispose, preferendo affrontare quella conversazione con un approccio diretto, non potendo, proprio malgrado, fare a meno di rispondere al proprio attuale cliente.
« Ms. Bontor… salve… » replicò la voce del signor Anloch, offrendosi, in maniera tutt’altro che inedita, almeno all’attenzione dell’investigatrice, qual distrutta dal dolore, un uomo sull’orlo dell’abisso e, obiettivamente, tutt’altro che intimorito dall’oscurità innanzi al proprio sguardo, contemplandola, forse, qual l’unica soluzione rimastagli ai propri problemi, all’osceno turbinio di sconforto e disperazione per sfuggire al quale, quindi, la morte avrebbe potuto rivelarsi persino gradevole, nella confortevole promessa rappresentata dalle parole “eterno riposo” « Mi dispiace disturbarla… ma… » esitò, sofferente persino nel tentare di formulare l’interrogativo la risposta al quale non avrebbe potuto ovviare a temere, e temere con tutto se stesso.
« Nessun disturbo, mr. Anloch… » cercò di rassicurarlo, benché l’unica affermazione che avrebbe potuto restituire pace e dignità a quell’uomo sarebbe stata quella che ella, ancora, non avrebbe potuto concedergli « Tuttavia, mi dispiace non potermi ancora esprimere in alcun genere di aggiornamenti sul suo caso. » si sforzò di esprimersi in maniera quanto più delicata possibile, nella speranza, sicuramente vana, di minimizzare l’impatto negativo di quell’assenza di certezze « L’indagine è appena iniziata… e sono molte le piste che sto seguendo. Quindi… mi creda quando le dico che riporterò presto a casa sua figlia. Deve solo portare pazienza e non perdere le speranze. »

“Stupida!” si rimproverò, un istante dopo aver appena offerto voce a quelle ultime parole, in tal modo rivolgendosi a se stessa nella riservatezza dei propri pensieri, innanzi alla palese evidenza di aver commesso il più classico errore da pivelli, da cadetti freschi di accademia, lo stesso che, avesse ancora avuto il proprio distintivo da detective appeso alla cintura, avrebbe sicuramente rimproverato chiunque avesse colto in fallo in tal senso, ricordando il basilare principio preposto a non promettere mai e a nessuno, in particolar luogo ai parenti di una vittima, di risolvere il loro caso. Ciò non di meno, allo stesso modo in cui alcun distintivo da detective, da quasi tre anni, adornava più la sua cintura, sostituito da una più modesta licenza da investigatrice privata, probabilmente anche certe remore avrebbero dovuto ormai iniziare ad abbandonarla, al di là di quanto pocanzi metaforicamente schiaffatole in volto dal sempre sgradito Ahvn-Qa sulla sua imperturbabile coerenza con se stessa. E, nel sforzarsi di non banalizzare la differenza rappresentata fra la certezza dello stipendio proprio di un detective e la più totale precarietà, per non dire assenza, di prospettive economiche altresì caratteristiche del mestiere di investigatore privato, sicuramente ella avrebbe dovuto, presto o tardi, imparare a trattare i propri clienti in quanto tali… e non più da familiari di una vittima, o presunta tale.
Una maturità professionale a cui, presto o tardi, avrebbe dovuto arrivare… sì. Ma che, certamente, non sarebbe stata quel giorno, né alcun giorno successivo a quello, almeno fino a quando il caso Anloch non avesse trovato conclusione. Perché, benché fosse allora soltanto al terzo giorno di indagini sulla scomparsa della giovane Carsa, il reale, concreto, distinguibile dolore di quel padre privato della propria figlia, e con essa di qualunque ulteriore volontà di vivere, le aveva spiacevolmente toccato il cuore. E, che lo volesse o meno, quel caso aveva fin da subito perduto i connotati di un’indagine come altre, scadendo rapidamente… troppo rapidamente e, in ciò, altrettanto pericolosamente, nel personale…
… non che, comunque, in quei primi tre giorni di indagini fossero mancati inattese e sorprendenti connessioni fra la propria vita e quella di Carsa Anloch, ultima fra tutte le quali quella rappresentata anche dallo stesso Ahvn-Qa e dal suo “Kriarya”.

« Comprendo… » si limitò a rispondere il padre della scomparsa, dopo aver atteso per qualche istante in silenzio, forse nella speranza che qualcos’altro potesse aggiungersi alla pochezza di quanto da lei così espresso, o forse nella mera incapacità a poter già considerare conclusa, in tal maniera, l’intera questione, in un’estemporanea resa che pur, malgrado il dolore e la stanchezza, ancora non voleva abbracciare.

Un suono leggero e costante, in lieve sovrapposizione con quell’ultima replica, avvertì l’investigatrice che una seconda chiamata avrebbe avuto a dover essere riconosciuta come in ingresso al proprio cellulare.
E, approfittando dell’occasione, ancor prima di verificare chi potesse star impegnandosi a contattarla proprio in quel momento, non attendendosi, invero, alcuna chiamata e non potendo escludere che, alla base di tutto ciò, altro non fosse che l’ennesimo centralino desideroso di suggerirle l’adesione a chissà quale mirabile offerta, ella decise di concludere, anticipatamente, quell’infruttuoso dialogo con il proprio cliente, sperando di potersi riservare qualche più interessante risposta al momento in cui egli avesse deciso di contattarla nuovamente… prevedibilmente l’indomani stesso.

« Mr. Anloch… le chiedo di perdonarmi ma ho una chiamata sull’altra linea. » lo avvisò, non negandosi, egoisticamente, un certo sollievo a poter concludere quella tutt’altro che comprensibilmente allegra parentesi « Appena sarò in grado di offrirle qualcosa di più, le giuro che la chiamerò immediatamente. Ha la mia parola. »
« S-sì… » esitò l’altro, forse temendo che, dietro a quell’annuncio, altro non vi fosse se non il desiderio di liberarsi della sua incomoda presenza « Le domando perdono, ms. Bontor… e, la prego, non si faccia scrupoli a contattarmi. A qualunque ora del giorno o della notte. Davvero. »
« Non me ne farò. » tentò, nuovamente, di rassicurarlo, prima, comunque, di prendere congedo « A presto, mr. Anloch. »
« A presto, ms. Bontor… » concluse l’uomo, chiudendo la comunicazione.

Liberata dalla purtroppo incomoda presenza di quell’interlocutore, ancora innanzi all’ingresso del “Kriarya”, là dove aveva risposto alla prima chiama, Midda verificò rapidamente l’identità del nuovo contatto prima di rispondere e di rivolgere, in tal modo, il proprio saluto non a uno sconosciuto centralino, quanto a una persona che avrebbe potuto serenamente dire di conoscere quanto se stessa… avendo condiviso con lei una vita intera, sin dal giorno della loro comune nascita.

(episodio precedentemente pubblicato il 23 dicembre 2015 alle ore 23:05)

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