Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

giovedì 11 maggio 2017

RM 130


Dodici secondi.

Non trovando opposizione, non incontrando freno alcuno, Midda ricadde, e ricadde, con precisione assoluta e vigore straordinario, sul corpo del proprio antagonista, lì precipitando senza limitare gli effetti del proprio operato alla spinta del proprio peso e all’effetto della gravità, non soltanto in conseguenza all’impeto del proprio movimento, della propria foga, e dell’energia concessale dalla propria gamba artificiale, ma, anche, e senza esitazione alcuna, premurandosi di enfatizzare gli effetti più devastanti, più disarmanti di quell’aggressione, di quell’attacco, con un pugno, e un pugno che, pur concesso, come facilmente prevedibile, dal proprio arto destro, da quel braccio robotico che, sopra a tutto, avrebbe avuto a doversi considerare qual la sua risorsa offensiva più potente, non venne tuttavia portato a compimento in direzione del volto del mostro, del suo cranio, così come, pur, in ogni impegno, in ogni tentativo precedente ella aveva pur offerto riprova di voler compiere, quanto e piuttosto del suo petto, al centro del quale ebbe a ricadere con straordinario vigore, con incredibile potenza.

Undici secondi.

E sotto l’effetto di quel pugno, di quella forza terrificante che, senza ombra di dubbio alcuno, sarebbe stata sufficiente a sfondare persino un muro di cinta, tanta l’energia a lei concessa da una protesi probabilmente sì priva di eleganza, nel non cercare di dissimulare la propria natura tecnologica, indubbiamente sì priva di ogni parvenza d’umanità, nel non concederle sensibilità alcuna, e pur contraddistinta da una straordinaria potenza fisica; anche il possente, enorme petto di Kah non avrebbe potuto, né poté, risultare indifferente a tutto ciò, frantumandosi nelle proprie ossa, nella propria integrità, sotto l’effetto di quel compatto metallo, con un suono, con un effetto non meno raccapricciante rispetto a quello che aveva imposto, egli stesso, al proprio unico figlio nel momento in cui aveva deciso di strappargli un arto, e, ciò non di meno, con meno evidenza di dolore, nell’assenza di qualunque palese dimostrazione di pena da parte sua, quasi, tutto ciò, nulla avrebbe avuto a dover significare per chi, dopotutto, proclamatosi dio.

Dieci secondi.

Ancor impegnati ad allontanarsi, a ripiegare lontano dalla battaglia, così come loro ordinato, tutti i compagni e le compagne d’armi di Guerra, tutte le sorelle e i fratelli che a lei si erano uniti in quella sfida, incluso, persino, il quasi morente Desmair ancor condotto, di peso, lontano da quel punto dalla forza, dalla possanza dei muscoli di Ma’Vret e di Be’Wahr, non poterono ovviare a voltarsi fugacemente al suono prodotto dall’infranta cassa toracica del loro antagonista, per osservare, per comprendere quanto stesse avvenendo, comunque necessariamente curiosi nei confronti del piano, della strategia definita dalla loro indomita amica a conclusione di quell’osceno giuoco in diretta interplanetaria, per così come desiderato, per così come ricercato dal dio flegetauno. E se, per un istante, ebbero forse a illudersi che in quel terrificante colpo la disfida avrebbe potuto considerarsi vinta, l’immediata evoluzione non poté che riportarli alla cruda realtà, nella certezza di quanto, ancora, avrebbero avuto a dover combattere.

Nove secondi.

« Tutto qui…? » domandò Kah, con fredda indifferenza, osservando la donna il braccio artificiale della quale era sprofondato per oltre due terzi della propria estensione nel suo petto, e che, sul suo petto, si manteneva quindi aggrappata, quasi un animaletto fastidioso lì sopra balzato, nella smisurata differenza di proporzioni fra loro « E’ questo il meglio della straordinaria Guerra…?! » ebbe a canzonarla, in maniera tutt’altro che implicita, innanzi all’evidenza dell’inutilità di ogni sforzo da lei condotto.

Otto secondi.

« Continuate a ripiegare! » insistette la voce di Salge, nel timore che qualcuno fra loro potesse fraintendere il senso ultimo di quell’attacco, al pari di quanto, palesemente e fortunatamente, stava compiendo il loro antagonista, e potesse in ciò arrestarsi o, peggio, tornare sui propri passi, nel desiderio di offrire manforte alla loro compagna « Via…! »

Sette secondi.

« Il mio nome è Midda Namile Bontor. Vedova di Brote. Madre di Caian e Pares. » definì con voce seria la donna, non palesando alcun timore nel confronto con l’evidenza della propria posizione, benché, posta innanzi al palese insuccesso della propria offensiva, non avrebbe avuto a dover razionalmente proporre simile sprezzo, in ciò che, troppo facilmente, avrebbe potuto divenire la sua fine « Quando giungerai innanzi ai tuoi dei, chiunque essi siano, ricordati di me. Ricordati del nome di colei che ti ha ucciso due volte. E ricordati, soprattutto, dell’errore che hai compiuto nel commissionare l’omicidio di mio marito e il rapimento dei miei figli. »

Sei secondi.

« Sei forse impazzita…? » esitò l’altro, socchiudendo appena gli occhi nel contemplare il volto di colei che con non meno indifferenza rispetto a lui, stava minacciando chi dimostratosi palesemente immortale e chi, in ciò, l’avrebbe presto uccisa, fra atroci sofferenze « Tu non puoi uccidermi… nessuno può uccidermi. Io sono Morte! » ebbe a ripetersi, non comprendendo il perché di tanta ostinazione da parte della donna, ostinazione ingiustificata e ingiustificabile, a maggior ragione nell’ignorata presenza di un intero braccio infilato, senza interesse alcuno, nel suo petto.

Cinque secondi.

Per un fugace istante le gambe di Guerra ebbero nuovamente a flettersi, a richiamare a sé tutte le proprie energie come prima del salto che lì l’aveva condotta, trovando un punto di sostegno, un punto di appoggio, proprio sull’enorme petto del colossale mostro suo antagonista;…

Quattro secondi.

… e un istante dopo, quelle gambe si tesero nuovamente, spingendola, spingendola lontana da lui nel mentre in cui, il suo braccio destro, quella protesi conficcata profondamente nel petto del suo avversario, veniva lì abbandonato, in un gesto che non parve essere diverso da quello di una volpe che, tratta in trappola, sarebbe stata disposta a staccarsi la zampa a morsi pur di fuggirne.

Tre secondi.

Un volo, quello della donna, straordinario, stupendo, elegante e, al contempo, apparentemente interminabile, nel mentre in cui, sotto lo sguardo confuso e attonito del dio flegetauno, ella riguadagnava metaforicamente e fisicamente la propria libertà dall’inferno in cui ella l’aveva proiettata, attraverso quel balzo spiccato verso l’infinito, il volo di un angelo alla riconquista del paradiso perduto.

Due secondi.

Fu allora che l’ombra del dubbio colse il dio flegetauno, il quale portò il proprio sguardo a osservare con orrore il braccio rimasto all’interno del suo petto, quell’arto verso cui non aveva destinato la benché minima importanza fino a quel momento, nella certezza assoluta che qualunque cosa ella avrebbe potuto compiere non sarebbe stata mai sufficiente a distruggerlo...

Un secondo.

« … no… » sussurrò, nel mentre in cui, all’interno di quell’arto robotico, inizio a percepire il crescere di un intenso calore, di un’intensa energia volta alla distruzione, nella fusione del potente, e pur normalmente inerme, nucleo energetico all’idrargirio, lo stesso che, a rischio della propria vita e della vita di tutti, Midda aveva richiesto a Salge di cortocircuitare, per tramutarlo in un’arma… in una potente bomba.

Zero.

Fu solo un lampo di luce, seguito da un assordante boato e da una devastante onda d’urto, a imporre morte su chi non avrebbe potuto morire, a definire la fine di chi non avrebbe dovuto conoscere fine, vanificando ogni insano connubio fra le straordinarie capacità rigenerative proprie dei flegetauni e l’oscena tecnologia della Sezione I, nell’eliminazione istantanea di ogni cellula del suo corpo, di ogni nanotecnologia all’interno del suo sangue, insieme, ineluttabilmente a qualunque altra forma di materia all’interno di una perfetta sfera di ventisette piedi di estensione, nel contempo in cui, per altri trentatré piedi tutto venne violentemente colpito, parzialmente bruciato, nell’intensità di quella deflagrazione di pura energia.

E Guerra, proiettata più lontano di tutti nel porsi ancora troppo vicino a quell’esplosione, fu catapultata oltre la cima di alcuni alberi, ricadendo violentemente al suolo, ritrovandosi quasi incosciente e, ciò non di meno, riservandosi comunque occasione per sottolineare, in un ultimo sospiro, la sua vittoria, prima di perdere definitivamente i sensi: « Ho… ucciso… Morte. »

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