Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

mercoledì 10 maggio 2017

RM 129


Venti secondi.

Salge, nel mentre in cui Guerra iniziò ad allontanarsi da lui, nella sola direzione verso la quale avrebbe allor potuto dirigersi, impose la propria voce al di sopra di ogni altra, al di sopra di ogni suono e frastuono conseguente alla battaglia lì in corso, in un grido dal quale, era conscio, sarebbe allor dipeso il futuro di ognuno dei proprio compagni e compagne d’arme, in un allarme dall’ascolto del quale, era consapevole, ogni vita e ogni morte lì sarebbe dipesa, in un ruggito nel quale pose ogni energia, ogni forza, e tutto il fiato che avrebbe mai potuto avere in corpo, e volto a comunicare un messaggio tanto conciso, quanto allor indiscutibilmente essenziale: « Ripiegate… ora! »

Diciannove secondi.

Muscoli frementi, oltremisura tesi, quelli della donna guerriera, volti a spingerla in una decisa corsa verso il proprio antagonista, in direzione opposta a quella allor comandata dal proprio primo compagno d’arme e di letto, in una traiettoria di intercettamento praticamente perfetta, con una velocità crescente, tendente al massimo delle proprie possibilità e, con esse, molto probabilmente, al massimo delle possibilità proprie di qualunque essere umano, specie del quale, dopotutto, ella incarnava sostanzialmente la massima perfezione fisica, in una vita intera trascorsa ad allenarsi, a plasmare il proprio corpo, a forgiarlo qual la migliore arma a cui mai avrebbe potuto affidarsi per la propria sopravvivenza, per il conseguimento dei propri obiettivi, così come, in fondo, era sempre accaduto.

Diciotto secondi.

In sei, Ja’Nihr, Carsa, Duva, Heska, Howe e Lys’sh, qual conseguenza del richiamo di Salge, del suo grido, del suo allarme, abbandonarono immediatamente ogni intento bellico, ogni desiderio di sfida con il dio flegetauno, in contrasto al quale sino a quel momento si erano scagliati senza preoccupazione, senza timore alcuno, per ritirarsi, per allontanarsi di lì, nella certezza di quanto, una simile richiesta non avrebbe mai avuto a potersi considerare fine a se stessa, non avrebbe mai avuto a potersi giudicare qual gratuita, qual espressione di un momento di panico da parte del loro commilitone, laddove, nel suo tono, nella forza della sua voce, ancor prima che nelle parole da lui adottate, ebbe a essere perfettamente trasmessa l’urgenza di quell’ordine, di quella richiesta… un’urgenza a dir poco mortale. E, in ciò, ebbero a cercare la ritirata richiesta, il ripiego domandato.

Diciassette secondi.

In due, Ma’Vret e Be’Wahr, qual conseguenza del richiamo di Salge, del suo grido, del suo allarme, abbandonarono a propria volta ogni sfida, ogni desiderio di pugna nei confronti del dio flegetauno, nel confronto con il quale, se necessario, sarebbero allor morti per consentire a Midda e a Salge il tempo loro richiesto per compiere qualunque cosa sarebbe dovuta essere compiuta, per volgersi, allora, non tanto a un’immediata fuga, a un pronto ripiego, quanto, e piuttosto, al loro compagno caduto, a Desmair, che mai avrebbero lì abbandonato, che mai avrebbero lì lasciato a morire, là dove era stato rigettato quasi privo di sensi, correndo verso di lui, per poterlo soccorrere, per poterlo raccogliere e trasportare lontano da lì, lontano da quel palcoscenico bellico sul quale, qualunque cosa sarebbe potuta occorrere, non sarebbe di certo stata piacevole.

Sedici secondi.

« … peso troppo… per voi. » tentò di protestare il flegetauno morente, non potendo ovviare ad apprezzare l’impegno posto dai propri compagni per la sua salvezza, per assicurargli un domani, e, ciò non di meno, non desiderando che, in un futile tentativo nei suoi riguardi, essi potessero rimetterci la vita suo pari, così come, probabilmente, sarebbe comunque accaduto, a prescindere da quanto avrebbero potuto impegnarsi.
« Taci. » impose Ma’Vret, impegnando la propria possente muscolatura al fine di farsi carico di quel corpo dalla parte superiore del suo busto, nel mentre in cui, senza la benché minima necessità di esplicito confronto verbale, Be’Wahr ebbe a impegnarsi sul fronte delle sue gambe, a rendere più agevole quel trasporto.

Quindici secondi.

« Dove pensate di poter fuggire?! » domandò Kah, tuonò colmo di sé, di un sentimento di vanagloria, fraintendendo il perché di quanto stava lì accadendo, della reazione che i suoi antagonisti stavano dimostrando, adducendola a un proprio successo, considerandola la palese dimostrazione della propria indiscutibile superiorità « Non esiste un luogo in cui possiate andare… non esiste un rifugio nel quale possiate nascondervi… » sancì, trattenendosi a stento da scoppiare a ridere « Voi avrete Guerra fra le vostre fila… ma io, ora, vincendo la morte, sono divenuto Morte! Morte per tutti voi! » proclamò, assegnandosi  autonomamente quel pericoloso nome, attribuendosi da solo simile appellativo, a differenza di quanto accaduto, altresì, per Midda Bontor molti cicli prima.

Quattordici secondi.

Flettendo per un fugace istante e, subito dopo, tendendo le proprie gambe, quella ancora rimastale di muscoli e ossa, nervi e sangue, e in misura persino maggiore quella in freddo metallo, la protesi tecnologica posta in sostituzione all’arto perduto; Midda ebbe a proiettarsi in volo, spingendosi alta nel cielo, ancor in direzione del proprio antagonista, di quel folle che, contro di lei, contro tutti loro, aveva voluto proiettare le proprie mire, che suo marito aveva fatto uccidere, che i suoi figli aveva fatto rapire, e che lì li aveva rinchiusi nella speranza di massacrarli innanzi agli sguardi dell’universo intero: quel folle che, presto, avrebbe avuto ciò che meritava, che presto avrebbe incontrato il proprio fato, pur ancor inconsapevole di ciò, pur ancor inconsapevole di quanto lo avrebbe atteso.

Tredici secondi.

Riportando la propria attenzione sulla prima antagonista, su colei che, sopra a tutti, diciotto cicli prima, era stata responsabile per la sua fine, per la sua morte; Kah contemplò per un fugace istante il volo nel quale la donna guerriero si stava lì impegnando, evidentemente desiderosa di raggiungerlo, di spingersi fino al suo capo, là dove, fino a quel momento, già troppe volte si era impegnata a tentare di giungere in quello scontro, nell’illusione di poter lì sfogare la propria comprensibile frustrazione, la propria crescente rabbia, la propria inutile bellicosità, là dove, comunque, avrebbe avuto alfine a doversi scontrare con l’ineluttabilità della sua immortalità, quel confine invalicabile oltre il quale neppure ella avrebbe potuto sperare di giungere. E, a volerle concedere quieta dimostrazione della propria superiorità, nel non poter avere ragione di temerla, nel non poter avere motivo di spaventarsi, dio onnipotente a confronto con la stolida isteria di una semplice mortale, egli decise di attenderne l’arrivo, di offrirsi a lei, al colpo migliore che ella sarebbe stata capace di destinargli, con un fiero sorriso a piegare verso l’alto le estremità delle sue labbra.

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