Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

martedì 9 maggio 2017

RM 128


Quando la famiglia d’arme fu nuovamente riunita, la scena che si presentò innanzi allo sguardo dei nuovi giunti fu a dir poco raccapricciante, giacché, nel pur breve intervallo di tempo nel corso del quale Lys’sh era stata costretta a lasciare Midda e Desmair soli, nella lotta contro Kah, qualcosa, evidentemente, non era andato per il meglio. Davanti allo sguardo necessariamente spaventato di tutti loro, infatti, il colosso mezzosangue si mostrò sollevato a oltre un metro di terra, stretto in un morsa letale fra le ancor più enormi, smisurate e disarmoniche mani del suo orrido padre. E prima ancora che tale immagine potesse realmente essere elaborata dalle loro menti, prima ancora che tutti loro potessero rendersi conto persino di quanto, nel contempo di ciò, anche Guerra fosse coinvolta nella scena, nell’impegnarsi ad arrampicarsi lungo la schiena del dio flegetauno per cercare di raggiungerne il capo e lì, in qualche modo, imporre un’offensiva utile se non alla vittoria, quantomeno al rilascio del proprio compagno; Kah agì. E con la mancina avvolta attorno ai fianchi del figlio e la destra a bloccarne, saldamente, il braccio sinistro; egli impose a quell’arto una torsione e una trazione con forza devastante, potenza agghiacciante, arrivando, letteralmente, a strapparlo dal suo corpo, con un’immagine e, ancor più, un suono che definire nauseante sarebbe equivalso a uno spreco di retorica…
A nulla poté, allora, la resistenza superiore di Desmair, la vigorosità che, in molte altre situazioni lo aveva salvato, permettendogli di sopravvivere a quanto avrebbe stroncato, a quanto avrebbe ucciso chiunque altro, e di sopravvivere, allor, indenne, rigenerato dal proprio straordinario metabolismo: in quel momento, posto a confronto con la forza di un flegetauno purosangue qual suo padre, anche il suo corpo dovette cedere e, nel cedere, veder prima disarticolato dalla sua naturale sede, e poi staccato brutalmente dal suo torso, il suo intero arto macino, in una cascata di sangue che, ineluttabile, ebbe a riversarsi copioso e caldo all’esterno, con una violenza tale che, difficile sarebbe stato presumere egli avrebbe mai potuto sopravvivere a tutto ciò. Con una crudele risata, Kah ebbe a gettare il braccio del figlio da un lato, e il suo corpo da un altro, non dissimile a un giocattolo rotto, per poi, con nuova, straordinaria energia, scuotere dal proprio corpo l’incomoda presenza della mercenaria, la quale null’altro poté che non essere sbalzata, nuovamente, dalla meta non ancora raggiunta, dall’obiettivo non ancora conquistato, e a raggiungere il quale, pur, non si sarebbe mai arresa. E se Midda riuscì, nuovamente, a contenere i danni derivanti dal volo impostole, con un’agile riposizionamento, in aria, del proprio corpo, al fine di riuscire a raggiungere il suolo con il massimo controllo; per Desmair la caduta non fu altrettanto indolore, non tanto per l’impatto a terra, quanto e piuttosto per le condizioni nelle quali, già prima, si era ritrovato a riversare… condizioni nelle quali, proprio malgrado, il dolore avrebbe avuto a doversi riconoscere tanto sconvolgente da poterlo spingere alla follia.

« Questo è il destino di chi si oppone a Kah! » ruggì il dio flegetauno, con fiera soddisfazione per quanto così ottenuto, per il risultato conseguito, per la sofferenza e il dolore imposti al proprio stesso figlio, insieme a una quasi certa sentenza di morte « Questo è il destino di chi si oppone a un dio! » ribadì, spingendo il proprio ego oltre ogni limite, addirittura rinvigorito da quanto occorso, da quella brutale manifestazione di superiorità nei confronti di tutti, lì fisicamente presenti o, anche solo e banalmente, testimoni della sua forza.

Malgrado l’orrore che, in quel momento, non avrebbe potuto ovviare a sconvolgerli, i mercenari, i soldati che Guerra aveva radunato attorno a sé molti anni prima e con i quali tanti traguardi aveva raggiunto, tante vittorie aveva conseguito, tanti nemici aveva abbattuto, non ebbero a bloccarsi, non ebbero a permettere alla paura di frenare le proprie azioni. E, in ciò, un semplice fischio ebbe a richiamare, a frenare la donna guerriero prima che ella potesse tornare a lanciarsi nella pugna, tornare ad affrontare il proprio nemico, ormai rimasta sola in quella sfida, rendendola edotta nel merito della loro presenza e, di soltanto pochi istanti, anticipando l’ingresso in scena di tutti loro… o quasi.
Perché, nell’istante in cui Lys’sh, Howe, Be’Wahr, Heska, Ma’Vret, Duva, Carsa e Ja’Nihr si lanciarono senza esitazione alcuna, senza freno alcuno, contro il mostro che avevano appena osservato intento a smembrare l’elemento più forte del loro gruppo, in quello che troppo facilmente avrebbe avuto a dover essere giudicato un suicidio di massa ancor più che un mero attacco; Salge si mosse a raggiungere, altresì, il proprio primo amore, memore della richiesta a lui portata per voce dell’ofidiana.

« Cosa devo fare? » domandò l’uomo, affiancandola, genuflettendosi accanto a lei, là dove ella era ricaduta, non riservandosi neppure occasione di questionare sul suo stato di salute, giacché, chiaramente, ogni dubbio a tal riguardo in quel contesto, in quel mentre, sarebbe risultato a dir poco grottesco.

Più stanca di quanto ella non avrebbe preferito ammettere, sorretta e alimentata ormai soltanto dall’adrenalina che sembrava aver sostituito il sangue all’interno del suo corpo, Midda ebbe appena la forza di esprimere in un lieve sussurro la sua richiesta, un flebile alito che, pur, Salge udì e, udendo, rabbrividì per quanto, tutto ciò, avrebbe potuto comportare se solo qualcosa fosse evoluta in maniera meno che perfetta…

« Ma… » cercò di obiettare egli, non per sfiducia nella propria compagna, quanto e piuttosto nella volontà di ribadire probabilmente l’ovvio, in termini che pur, in quel frangente, non avrebbero potuto essere accettati, così come lo sguardo di lei ebbe a chiarire, in un tacito, perentorio ordine di fronte al quale non avrebbe potuto opporsi.

Così, nel mentre in cui Desmair, a terra, si contorceva per il dolore, cercando di tamponare, con la propria nuda mano, lo squarcio aperto là dove prima era il suo braccio, per dare il tempo, in qualche modo, al suo fattore rigenerante, al suo straordinario metabolismo di veder rimarginarsi la ferita, non restituendogli certamente l’arto perduto ma, quantomeno, salvandolo dalla morte alla quale, purtroppo, sembrava esser allor destinato; e nel mentre in cui tutti gli altri tentavano di impegnare Kah in una lotta, pur obiettivamente futile, pur nella quieta consapevolezza di quanto, alfine, in alcun modo avrebbero potuto realmente sperare di abbatterlo, e neppur, realmente, desiderando ciò, ma, piuttosto, avendo qual unico scopo quello di concedere a Midda e a Salge il tempo utile per attuare qualunque piano ella avrebbe potuto avere in mente; l’ex-capitano della defunta Jol’Ange si impegnò a esaudire la richiesta rivoltagli, cercando di mantenere il massimo controllo sulle proprie emozioni, sulla propria concentrazione, nella consapevolezza che, la pur minima distrazione, allora, avrebbe potuto definire la prematura morte della sua compagna e sua.
E dopo secondi che parvero addirittura, non minuti, ma lunghe ore; Salge risollevò lo sguardo verso quello di Midda, per comunicarle l’esito del proprio operato.

« Quando attiverò il circuito, avrai al massimo venti secondi. E dovrai esserti allontanata di almeno trenta piedi per non essere coinvolta a tua volta… » la avvisò, serio come soltanto la morte avrebbe potuto essere, giacché di tal destino, di tal fato, si stava allor parlando « … sei sicura? »

E colei che del concetto stesso di guerra, e, indirettamente, di morte, era divenuta incarnazione, colei che aveva combattuto più battaglie di chiunque altro nella galassia, che aveva affrontato più avversari di chiunque altro nell’universo, sopravvivendo a tutto, salvo poi aver perso tutto proprio nel mentre in cui aveva fatto propria l’eterea illusione di poter finalmente raggiungere pace; non palesò alcuna incertezza, alcuna riserva di fronte a quell’ultima, definitiva richiesta, limitandosi ad annuire e a sussurrare la sua sentenza di morte… e di morte per Kah.

« … per Brote!... »

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