Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

mercoledì 3 maggio 2017

RM 122


L’amor proprio di Ebano, comunque, avrebbe avuto a doversi considerare in salvo giacché, in simile contesto, in tale occasione, egli non fu il solo, o l’unico, a cader vittima di un tranello, fra i molteplici predisposti all’interno dell’intera oasi. Anche Salge, Duva ed Heska ebbero a rischiare la propria vita in maniera che, ognuno degli stessi, avrebbe potuto considerare qual estremamente stupida, benché, in tal frangente, assolutamente inapplicabile sarebbe stato parlare di intelligenza o meno da parte loro.
L’ex-capitano della defunta Jol’Ange, suo malgrado trasformata in un relitto destinato a vagare per sempre alla deriva, nello spazio siderale, ebbe a rischiare a sua volta il proprio futuro nel momento in cui, inavvertitamente, pose un piede sopra l’innesco di una rudimentale, ma assolutamente efficace, trappola assassina, che vide calare sopra la sua testa, da dietro le sue spalle, una pesante grata di metallo ornata, in tutta la propria superficie, da molteplici picche che, se solo avessero avuto occasione di raggiungere le sue carni, nella spinta loro imposta dalla medesima forza di gravità, e dal movimento rotatorio del loro supporto, rimasto legato sopra di lui su un fronte, lo avrebbero certamente trapassato da parte a parte, in una fine tanto cruenta, quanto macabra, che ben riflettere avrebbe avuto a dover spingere sulla possibile perversione di eventuali spettatori di simile trasmissione. Fortunatamente per lui, Salge, uomo dal fisico asciutto e incredibilmente agile, sinuoso e forte, con muscoli sicuramente più snelli e non per questo meno reattivi rispetto a quelli di Ma’Vret, ebbe a ovviare a quella sgradevole sequenza di pugnalate alla schiena nel percepire, più per istinto che per reale elaborazione mentale, la presenza di un pericolo incombente sulla propria vita, lanciandosi, di conseguenza, in avanti, in un balzo che ebbe a concludersi con una capriola e che, solo per pochi pollici, lo vide evitare il peggio, pur venendo parzialmente accarezzato, nell’ultima parte del proprio volo, dalla sequenza inferiore di quelle lame. Così, pur sopravvissuto, egli non poté dirsi, proprio malgrado, del tutto indenne, nel ritrovarsi un lungo taglio, fortunatamente non profondo, aperto lungo la parte inferiore della schiena, là dove una delle picche era stata in grado di dimostrargli la propria pericolosità.

« Tarth… » bestemmiò a denti stretti, nel bruciore conseguente a quel taglio, pregando in cuor suo affinché nessun veleno avesse a doversi considerare presente su quelle picche o, in tal caso, la sua fine sarebbe comunque sopraggiunta, e sopraggiunta anche in termini particolarmente spiacevoli.

Per Duva, la minaccia di morte ebbe a concretizzarsi, altresì, nella forma di un più moderno e sofisticato reticolo laser che, improvvisamente, ebbe a manifestarsi innanzi al proprio cammino, al centro di una piccola radura, attraverso la quale ebbe a ritrovarsi costretta a passare nell’impossibilità a prendere strade alternative, a scegliere soluzioni diverse, in quello che, in tal punto, più che un sottobosco naturale, ebbe a palesarsi qual una vera e propria barriera… e una barriera destinata, chiaramente, a non concederle altra possibilità fra proseguire dritto o rinunciare e ritornare, completamente, lungo i propri passi. Conscia che, necessariamente, in conseguenza a una simile situazione a contorno, soltanto un pericolo, e un pericolo letale, sarebbe lei stato destinato all’interno di quello spiazzo apparentemente tranquillo, ella iniziò ad avanzare, lungo il medesimo, con circospezione, non dando nulla per scontato e, anzi, commisurando ogni proprio singolo passo nel timore di porre un piede in fallo e, in ciò, di attivare qualunque possibile trappola lì fosse stata predisposta ad attenderla. Suo malgrado, ciò che, in un tale contesto artificialmente selvatico, non aveva preso in considerazione avrebbe potuto trovare, ebbe a dimostrarsi proprio la presenza di una minaccia più tecnologica, attivata, oltremodo, da un sensore a barriera, che ebbe a intercettare la sua presenza non appena ella oltrepasso il centro della radura. E lì intrappolata, ella ebbe a vedere, innanzi ai propri occhi, comparire un primo fascio laser che, iniziando a muoversi lungo una traiettoria apparentemente casuale, percorse l’intera superficie della radura, sperando, evidentemente, di attraversare, in ciò, anche le sue carni. E se ella ovviò alla spiacevole morte, o mutilazione, che in tutto quello le sarebbe stata garantita, in grazia a un agile salto, immediatamente al primo laser ebbe ad aggiungersene un altro, e poi altri due, e ancora tre, cinque, otto, crescendo rapidamente e altrettanto rapidamente impegnandosi a cercare di sancirne la fine. Come già per Salge, anche e ancor più per Duva, quanto in tutto quello ebbe a salvarla, a decretarne la vita allorché la morte, non avrebbe potuto essere considerato tanto una questione di raziocinio, quanto e piuttosto, una questione d’istinto: affidandosi, infatti e del tutto, ai propri sensi e al proprio allenamento, a quella formazione durata una vita intera e che in molteplici occasioni l’aveva veduta posta alla prova anche in situazioni peggiori rispetto a quella, ella iniziò letteralmente a danzare all’interno della radura, in un folle ballo per la propria vita, per il proprio avvenire, saltando, ruotando, scivolando fra quei raggi letali fino a quando, con un ultimo, atletico gesto, ella riuscì a fuoriuscire dai confini della radura e lì a porsi in salvo, rimettendoci, alfine, soltanto, e fortunatamente, una manciata di treccine… quietamente sacrificabili.

« Diamine… » ansimò, non appena si rese conto di essere in salvo e, in ciò, di potersi fermare « … questo genere di allenamento me lo devo segnare… » si ripromise, apprezzando l’idea, seppur, magari, declinata in una versione meno letale.

Anche Heska, proprio malgrado, ebbe a fare i conti con una minaccia di natura più elaborata rispetto a quelle nelle quali erano incappati Ma’Vret e Salge, seppur, in verità, meno tecnologica rispetto a quella con la quale Duva si era ritrovata ad avere a che fare, benché, ciò nonostante, forse ancor più devastante: una mina antiuomo. Mercenaria, al pari di tutti i propri compagni e compagne, anch’ella aveva egualmente acquisito le loro capacità di porsi a confronto con la guerra in tutti i propri aspetti molto prima di reinventarsi come fabbro. Così, nel momento in cui, nella quiete del proprio avanzare all’interno della foresta, ebbe a percepire il lieve suono di un interruttore sotto i propri piedi, non ebbe esitazione alcuna a riconoscere quello che, sgradevolmente, avrebbe avuto a dover essere considerato qual segnale di un possibile congegno esplosivo proprio sotto il suo piede, un congegno che, laddove avesse avventatamente sollevato il proprio piede, sarebbe allor detonato, sancendone ineluttabilmente la fine. Ovviando persino a imprecare, nel non voler perdere la concentrazione e il necessario autocontrollo di fronte a una situazione tanto grave, ella ebbe a flettersi, lentamente, delicatamente, in avanti, allo scopo di cercare, con la massima discrezione di sondare il terreno sotto il proprio piede con la punta del pugnale facente parte del proprio equipaggiamento. E non appena una lieve resistenza ebbe a confermare la sfortunata tesi così formulata, la sua mente cercò di elaborare una qualche soluzione a quello spiacevole problema. Purtroppo, ipotizzare di disinnescare quel congegno, ponendosi in piedi sopra di esso, avrebbe avuto a dover essere arbitrariamente escluso, giacché troppo complesso sarebbe necessariamente stato tentare di operare in tal senso. Forse, tuttavia, ella avrebbe potuto trovare il modo, con quanto fornitole attorno, di bloccare estemporaneamente il proprio pesante scarpone al suolo, in maniera utile a concedersi quel fuggevole istante di tempo utile a proiettarsi al di fuori del raggio d’azione di quel congegno, sperando in tal maniera di cavarsela o, quantomeno, di perdere non più di un piede, o una gamba, nel salto. Ma, anche in tal caso, la sorte non parve arriderle, almeno all’inizio, giacché, osservandosi attorno, ella non poté fare altro che cogliere, quanto a lei potenzialmente necessario, solo a una distanza superiore rispetto a quella che avrebbe potuto raggiungere dalla propria posizione obbligata: uno sgarro, quello apparentemente rivoltole dal destino, che ebbe tuttavia a essere immediatamente corretto nel momento in cui, poco distante da lei, fra il verde del bosco, ebbe a comparire la sagoma di Ja’Nihr, accompagnata, allora, da Howe, e diretta con passo deciso verso di lei.

« Attenzione! » li avvisò, sollevando ambo le mani a enfatizzare quel messaggio, volto al loro arresto « Ho messo il piede su una mina e non so se ve ne siano altre qui attorno… »
« Siamo arrivati al momento giusto, allora. » sorrise l’uomo, offrendo, in tal gesto, una rassicurazione indubbiamente superiore a quanto avrebbero potuto offrire allora mille altre parole, ennesima riprova di quanto, la loro forza, in null’altro avrebbe avuto a risiedere se non nella loro unione.

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