Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

venerdì 28 aprile 2017

RM 117


Rispetto a quanto sarcasticamente ipotizzato da Carsa, nell’idea di un’improbabile morte per tedio, ben diversi avrebbero avuto a dover essere riconosciuti i propositi di Kah in merito alla sorte dei propri nemici, dei propri prigionieri. E non dovette trascorrere molto tempo prima che tutti potessero averne evidente riprova, giacché, nelle parole da lui pronunciate, alcuna fola avrebbe avuto a dover essere identificata, soprattutto nel merito della promessa di tempo utile a riprendersi, a riposarsi e a prepararsi al meglio a quanto sarebbe avvenuto.
Nuovamente divisi, gli undici vennero ancora una volta trasferiti all’interno di celle specificatamente studiate per trattenerli, per non concedere loro alcuna possibilità di fuga, seppur, allora, in condizioni decisamente più favorevoli rispetto a quelle nelle quali erano stati costretti nel viaggio sino a lì, ovunque fossero stati allor condotti. Mentre, infatti, in precedenza la loro libertà di movimento era stata contenuta, all’interno di loculi appena sufficienti a permettere loro di sedersi a terra, attraverso pesanti ceppi di metallo; in quel nuovo contesto, in quel nuovo frangente, venne loro destinata un’area sì blindata, e pur di dimensioni non inferiori ai cinquecento piedi quadrati di spazio, all’interno della quale, oltre a un comodo letto e ad apprezzabili servizi igienici, poterono trovare anche una confortevole doccia, vestiti puliti perfettamente commisurati alle proprie taglie ed esigenze e, persino, una vera e propria palestra, nella quale potersi eventualmente allenare, tanto con lame, tanto con attrezzi di varia natura, quanto e semplicemente prendendo a pugni gli appositi obiettivi lì predisposti. In effetti, fatta eccezione per armi da fuoco, lì venne offerta loro ogni comodità, in un trattamento oscenamente antitetico a quello loro precedentemente imposto, quasi, a concepire quell’intera parte della strategia in atto avesse a doversi considerare una mente diversa rispetto a quella altresì responsabile per la prima. Quasi come se, infatti, il viaggio loro riservato sino a quella destinazione fosse stato concepito qual percorso di vendicativa espiazione per le loro passate colpe, o, quantomeno, per quelle che ineluttabilmente tali non avrebbe potuto ovviare a considerare Kah; ciò che fu lì loro concesso sembrò quasi imporsi qual un trattamento di riguardo, una delicata premura volta a cercare di garantire loro un’effettiva possibilità di requie, sicuramente a intendersi, in verità, non lontana dalla quiete prima della battaglia.

« Ah… però! » ebbe a commentare Duva, volgendo lo sguardo in direzione tanto della doccia, quanto dei vestiti per lei lì preparati « Un comportamento un po’ schizofrenico da parte del nostro anfitrione… ma non puntualizziamo. » sorrise, in tal senso costretta a confrontarsi verbalmente solo con se stessa, giacché sola con se stessa ella si era ritrovata in tutto ciò a essere.

Duva, rimasta nuda sino a quel momento, al pari della maggior parte degli altri propri compagni e compagne, avanzò con circospezione in direzione di tanta manifesta generosità, giacché, per quanto l’idea di una trappola, proprio in quel momento, sarebbe stata quantomeno folle, la situazione così come venutasi a palesare non avrebbe avuto a dover essere effettivamente considerata particolarmente più savia. Al contrario.
Giunta, però, innanzi ai vestiti a lei destinati, e giudicatili, obiettivamente, di proprio gradimento, scelse di sciogliere ulteriori riserve e di accettare quanto stava accadendo con adeguata serenità, dirigendosi innanzitutto alla doccia, nel ravvisare un incredibile bisogno di ritrovare se stessa al di sotto della sgradevole memoria fisica dei giorni trascorsi all’interno della propria precedente cella: dopotutto, benché quella, più amplia, più gradevole, avrebbe avuto a doversi comunque considerare una cella, tutto ciò non avrebbe dovuto escludere, da parte sua, l’eventualità di godere estemporaneamente di quanto lì riservatole, in maniera tale che, qualunque cosa fosse accaduta, quantomeno ella avrebbe avuto la possibilità di affrontarla nella migliore delle proprie condizioni possibili.
Flussi di coscienza non diversi furono quelli che videro protagonisti tutti i mercenari al seguito di Guerra, ognuno nelle proprie dimore, ognuno nella propria prigione dorata, ognuno solo con se stesso, con i propri pensieri, con le proprie emozioni: umiliazione per Desmair, che non riusciva a osservare la propria immagine riflessa nello specchio, ritrovando un volto al tempo stesso conosciuto ed estraneo, nell’assenza delle immense corna che lo avevano da sempre contraddistinto, e delle quali, ormai, restava solo il triste ricordo, insieme a due cerchi d’osso ai lati della propria testa ora disadorna; ira per Be’Wahr, che ancor a stento tentava di confrontarsi con il tradimento di Nissa e, ancor più, con le parole da lei pronunciate a scherno della propria gemella, colei che pur, sempre, aveva posto il loro bene innanzi al proprio, almeno fino a quando, ritrovatasi incinta, aveva deciso di porre, al primo posto, i propri futuri pargoli; preoccupazione per Heska, che in quella situazione, in quel contesto, non avrebbe potuto ovviare a portare il pensiero al proprio sposo e alla loro splendida bambina, i quali, forse, mai avrebbe più rivisto, giacché inutile sarebbe stato banalizzare la situazione nella quale si stavano trovando, a confronto con una creatura non soltanto straordinariamente potente ma, anche e ancor peggio, apparentemente immortale; disagio per Ja’Nihr, la quale, più di tutti, conosceva Kah e conosceva le sue strategie, il suo osceno modo di pensare, e, ciò non di meno, non si sentiva confidente con tutto quello che lì stava accadendo, riconoscendo, certamente, sotto molti aspetti, l’impronta del proprio antico signore mentre, sotto altri, qualcosa di estraneo, che non comprendeva e che, in ciò, non avrebbe potuto ovviare a preoccuparla, nel timore di quanto avrebbe potuto accadere al di fuori di ogni sua possibilità di controllo; curiosità per Lys’sh, la quale, più di chiunque altro, si impegnò a esplorare ogni pollice dell’ambiente nel quale venne condotta, desiderosa di comprenderlo, desiderosa di poter maturare un qualche senso di confidenza con quell’area nella quale forse avrebbe passato soltanto poche ore, forse diversi giorni, forse e addirittura anni, a seconda dei capricci del loro avversario, e che, in ciò, avrebbe preferito poter conoscere piuttosto che considerare a sé estraneo e, in conseguenza, necessariamente pericoloso; frustrazione per Howe che, al di là del proprio presunto intelletto, non si era dimostrato in grado di sospettare nulla di quanto attorno a loro stesse accadendo fin dall’inizio di quella nuova, ultima avventura, nella presenza di una traditrice, fra le loro fila, verso la quale pur egli non aveva colto la benché minima motivazione utile a maturare sospetto, neanche all’ultimo istante, neanche all’ultimo momento; disappunto per Salge, per ragioni non dissimili a quelle di Howe, ma giustificate, ancor più, dal fatto di aver diviso la propria nave con colei che alla fine li aveva traditi, con colei che, alla fine, aveva persino condannato la propria amata Jol’Ange trasformandola in un relitto alla deriva nella vastità del nulla cosmico; pazienza per Ma’Vret, il quale, suo malgrado, aveva compreso di aver giocato, almeno per il momento e a propria insaputa, il ruolo del pedone in una partita a chaturaji più grande di lui, non dimentico, ciò non di meno, di quanto anche l’ultimo fra i pedoni avrebbe potuto rovesciare l’esito dello scontro, se solo avesse compreso come muoversi nel momento in cui la sorte lo avrebbe designato per agire; e sospetto per Carsa, che, fra loro esperta più di chiunque altro in menzogne e tradimenti, non avrebbe potuto ovviare a concentrare la propria mente, la propria attenzione, in direzione di quanto così scoperto, di quanto in tal maniera a loro rivelato, non tanto con l’ira di Be’Wahr, la frustrazione di Howe, o il disappunto di Salge, quanto, e piuttosto, con qualcosa di prossimo al disagio di Ja’Nihr, nel percepire l’esistenza di qualcosa di sbagliato in quanto stava accadendo, di un elemento fuori posto nel quadro d’insieme e, ciò non di meno, nel non riuscire ancora a inquadrarlo, a coglierlo, in misura tale da non essere in grado di poter accettare che tutto fosse stato effettivamente condiviso, che la verità dei fatti si fosse realmente manifestata.
Emozioni e pensieri estremamente variegati, quelli allor predominanti in ognuno di loro, che ebbero tempo di sedimentare, di evolvere e di mutare, all’interno di quella nuova, confortevole prigionia, laddove non fugaci momenti, e non lunghe ore, ma addirittura giorni ebbe a perdurare la loro permanenza in quelle celle dorate; periodo di tempo nel corso del quale non solo alcuno fra loro ebbe a ritrovarsi, ancora, oggetto di molestie o sevizie, ma, ancor più, ebbero tutti occasione di essere abbondantemente nutriti, e nutriti con piatti sempre straordinariamente gradevoli e allineati ai propri gusti personali, in misura tale da assicurare che, qualunque cosa li avrebbe alfine attesi, li avrebbe trovati indubbiamente al massimo della propria forma fisica.

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