Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

domenica 23 aprile 2017

RM 112


« Si sono vendicati per come io ho suggerito loro di fare… »

A parlare, allora, fu una chimera di sesso maschile, innanzi alla quale tutti non poterono ovviare a sbarrare gli occhi con impeto tale che, quasi, rischiarono di uscire fuori dalle orbite. Contraddistinto da proporzioni colossali, superiori persino a quelle di Desmair per almeno un piede e mezzo, forse due, di altezza, e da una corpo umanoide, dalla pelle scarlatta, straordinariamente muscoloso, le cui braccia, in particolare, avrebbero avuto a dover essere riconosciute quali abnormi anche rispetto all’enormità di quel corpo, giacché, mancando completamente d’ogni senso armonico, di ogni proporzione naturale, avrebbero potuto essere facilmente confuse qual quelle proprie di un altro essere, di un’altra creatura ancor più grande e a lui oscenamente innestate, benché effettivamente sue; quel gigante avrebbe avuto a doversi riconoscere qual un flegetauno purosangue, così come dimostrato anche dal suo capo, il quale, commisurato al corpo ma, ovviamente, apparentemente più piccolo del dovuto, nel ritrovarsi a confronto con una coppia di enormi e sproporzionate spalle, si poneva completamente privo di capelli ma, altresì, riccamente ornato da una corona, e non un semplice ornamento, ma una vera e propria corona di corna, corna che, circondando completamente la parte superiore del suo cranio, ne caratterizzavano in maniera indubbia la specie di appartenenza nonché la purezza del suo sangue.
A sorprendere tutti, comunque, non avrebbe avuto a dover essere considerato il confronto con un flegetauno, specie sicuramente rara ma, dal loro punto di vista, familiare, in grazia alla presenza di Desmair fra i loro ranghi; quanto e piuttosto il fatto che quel flegetauno in particolare non fosse a loro sconosciuto. Al contrario. Egli era assolutamente ben conosciuto, e temuto, da tutti loro e, in particolare, proprio da Ja’Nihr e dallo stesso Desmair che, con lui, più di chiunque altro, fra i presenti, aveva avuto a che fare nel corso della propria esistenza, l’uno in qualità di figlio mezzosangue, l’altra nel ruolo di tirapiedi. Perché quella creatura, quel gigante dalla pelle scarlatta, dalle braccia smisurate e dal capo circondato di corna, altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto se non con un nome…

« … Kah?! »

Kah. Il signore della guerra.
Kah. Il padre di Desmair e colui che aveva accolto nella propria casa Ja’Nihr e suo fratello Av’Fahr.
Kah. Colui contro al quale tanto Desmair, quanto Ja’Nihr si erano posti, tradendolo e schierandosi al fianco di Guerra e dei suoi compagni, nei quali avevano avuto occasione di riconoscere la possibilità di una vita diversa rispetto a quella che era stata loro, fino a quel momento, riservata.
Kah. Colui contro al quale, diciotto anni prima, Midda Namile Bontor aveva guidato la propria lama, in una lunga, violenta e difficile battaglia al termine della quale, comunque, egli era caduto, venendo ucciso nell’unico modo in cui, certamente, anche un flegetauno avrebbe potuto essere certamente privato della vita, a discapito di ogni straordinario fattore rigenerante: decapitandolo.
Kah. Colui nella memoria del quale, per quanto tutti loro avevano creduto, era nata l’intera Loor’Nos-Kahn, organizzazione inizialmente costituita proprio da coloro che un tempo a lui erano stati a lui fedeli e che, dopo la sua disfatta, si erano ritrovati privi di qualsiasi senso nelle proprie vite.
Kah. Colui che doveva essere morto.
Kah. Colui che, lì, invece, era ancora incredibilmente vivo.

« … non è possibile… » esitò Desmair, dimostrandosi sconvolto nel confronto con quell’immagine, a dispetto di ogni autocontrollo, di ogni consueto desiderio volto a dimostrarsi superiore e sostenuto innanzi a qualunque evento e, ancor più, a qualunque avversario.
« … Midda ti aveva ucciso… » sussurrò Ja’Nihr, quasi terrorizzata innanzi a quell’essere, a quella creatura, a cui troppi ricordi negativi erano associati in maniera indelebile nella sua mente, nel suo animo, al punto tale che, per lunghi cicli, anche dopo la sua morte, egli era stato il principale protagonista dei suoi incubi notturni, continuando a perseguitarla.

E Kah, nel confronto con le espressioni di tutti loro, ma soprattutto di Desmair e Ja’Nihr, coloro a lui un tempo più vicini e coloro a discapito dei quali, fra tutti, non avrebbe potuto ovviare a provare più astio, più rimorso, più rancore, ebbe allora semplicemente a deliziarsi della reazione al suo ingresso in scena, sentendosi straordinariamente appagato da quel momento che pur tanta attesa, tanta organizzazione aveva da lui preteso.

« Proprio io. » sorrise egli, con espressione quasi estasiata al confronto con tutto quello, avanzando alle spalle dei propri uomini fino a raggiungere il cerchio da essi creato, per poi superarlo e, ancora, spingersi a confronto diretto con i propri prigionieri, con coloro i quali, alfine, egli aveva condotto là dove desiderava, là dove il suo piano aveva definito « L’unico, il vero, il solo… un dio, praticamente. » ebbe a declamare, facendo sfoggio di tutto l’egocentrismo proprio della sua specie « Sì… credo che mi si possa addire come definizione: dio Kah! »
« Tu non sei un dio… » ringhiò Midda, iniziando a intuire l’esistenza di un piano dietro a tutto quello che era accaduto, di quanto, fino a un attimo prima, altro non avrebbe attribuito che al destino, e a un destino beffardo, ma che, allora, avrebbe dovuto necessariamente rivalutare nelle proprie ragioni « … sei solo un esaltato. Lo sei sempre stato e lo sarai sempre. »
« Eppure ero morto. E ora non lo sono più. » obiettò, scattando in avanti, verso la propria interlocutrice, e piegandosi, genuflettendosi addirittura, innanzi a lei, per arrivare più prossimo possibile, con il proprio capo, a quello della donna « Ricordi di avermi ucciso, vero…? Ricordi di avermi decapitato con la tua bella lama di cristallo…? Oppure lo scorrere del tempo è stato così impietoso con te, mia cara, da aver già cancellato dalla tua mente quella parte del tuo passato…? »
« Lo ricordo bene… e, se solo non fossi costretta da queste catene, te lo assicuro, non ci penserei due volte a rifarlo! » sancì Guerra, rabbiosa non tanto per le parole denigratorie da lui pronunciate, quanto per quello che la sua mente, contemporaneamente a tutto ciò, stava elaborando.
« E come potresti definire chi è morto e poi è ritornato in vita, a dispetto di ogni legge di natura? » domandò Kah, sorridendole « L’unico termine che a me viene in mente è “dio”! »

L’assalto alla propria dimora; la strage; la morte di Brote; il rapimento di Caian e Pares; i colpi sparati contro di lei in punti non vitali: tutto quello che, sino a quel momento, era parsa essere una mera sequenza di sfortunati eventi, alla luce di quel ritorno in vita, della ricomparsa di Kah, avrebbe avuto a doversi considerare semplicemente una sequenza d’inizio, un prologo volto a spingerla a ricostituire l’antica squadra, a tornare in giuoco come un tempo, per permettere a quell’essere, a quella creatura, di potersi confrontare, un’altra volta, con i propri avversari e poterne sancire, finalmente, la fine, riportando ogni tassello al proprio giusto posto, rimettendo ogni pezzo là dove, dal punto di vista di quel mostro, avrebbe avuto a dover essere da sempre.
Kah non stava semplicemente cercando vendetta: se così fosse stato, egli avrebbe potuto ucciderli uno a uno, sparsi, divisi quali erano, cogliendoli di sorpresa nelle proprie nuove vite. No. Kah stava cercando di riscrivere la propria stessa storia, e, nel compiere ciò, aveva bisogno anche dei propri antagonisti. Aveva bisogno che Guerra e i suoi mercenari tornassero a navigare attraverso l’infinito cosmico per poter riprendere la battaglia là da dove si era interrotta molti anni prima, con la sua stessa morte.

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