Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

sabato 22 aprile 2017

RM 111


Posti in catene, in pesanti ceppi di metallo volti a mantenere strettamente vicolate le loro braccia ai loro fianchi e le loro gambe l’una all’altra, in un sistema che poca tecnologia avrebbe potuto vantare ma, parimenti, straordinaria resistenza a ogni genere di sollecitazione, che essa derivasse da forza umana, da forza chimerica, o da forza meccanica; i dodici furono trasferiti in celle separate a bordo di navi diverse, in maniera tale che, oltre a essere fra loro isolati, difficilmente essi avrebbero potuto trovare occasione di comunicare e, in ciò, di riorganizzarsi per qualunque genere di riscossa avrebbero potuto avere in mente. In ciò, così come ben organizzato avrebbe avuto a dover essere riconosciuto quell’agguato, altrettanto ben organizzato avrebbe parimenti dovuto essere apprezzato quel trasporto, volto a non concedere più ad alcuno, all’interno della Loor’Nos-Kahn, di minimizzare il valore, e la minaccia, da quegli uomini e quelle donne così chiaramente rappresentata.
Mantenuti quindi legati e imprigionati all’interno di celle nelle quali avrebbe avuto a doversi considerare appena sufficiente lo spazio per sedersi a terra e, in tanto scomoda posizione, cercare un po’ di riposo, i dodici furono privati completamente d’ogni libertà e di ogni senso del pudore, nel ritrovarsi sorvegliati continuamente, idratati e alimentati a forza con quanto sufficiente giusto a tenerli in vita e, ancora, persino accompagnati, costantemente incatenati, anche a espletare le più normali funzioni corporali, sotto l’attento sguardo dei loro carcerieri. Un trattamento severamente umiliante, quello così loro destinato, che probabilmente era stato pensato allo scopo di riuscire a infrangere violentemente ogni senso d’orgoglio da parte di quei guerrieri, di quegli uomini e di quelle donne, umani o chimere che essi fossero, che sicuramente avrebbe spezzato chiunque altro posto in eguale condizione, e che, pur, non ebbe a sortire il pur minimo effetto su Guerra e sui suoi compagni, i quali, nel corso delle proprie vite, avevano affrontato situazioni indubbiamente peggiori rispetto a quella per poterne subire gli effetti negativi per così come sperato. E se anche, da parte della Loor’Nos-Kahn, non venne riconosciuta alcun genere di rispetto di genere nei confronti delle prigioniere, le quali vennero trattate al pari dei loro colleghi uomini anche nelle situazioni più delicate e, soprattutto, furono sempre e comunque gestite soltanto da carcerieri di sesso maschile, la presenza volgare e brutale dei quali avrebbe dovuto essere loro imposta al pari di un’ulteriore dimostrazione di disprezzo a loro discapito; non Midda, non Nissa, non Carsa, non Duva, non Heska, non Ja’Nihr e, tantomeno, non Lys’sh, ebbero mai a dimostrarsi intimorite, o peggio ferite, da tutto quello, arrivando, soprattutto i primi giorni, persino a porre paradossalmente in imbarazzo i propri secondini, laddove questi, chiaramente, non avrebbero avuto a dover essere riconosciuti qual pronti a una tanto sobria reazione da parte di tutte loro, le quali mai accennarono a perdere il controllo neppure quando costrette a orinare o defecare innanzi ai loro impietosi sguardi.

« Se vi eccita tanto, continuare pure a guardare… » ebbe, addirittura, a sfidarli, con impavido disprezzo, Nissa Bontor, fin dal primo giorno, quando, accompagnata a un gabinetto, si vide abbassare i pantaloni e le mutande da un gruppo di cinque uomini inizialmente divertiti all’idea di quell’abuso a suo discapito, della possibilità, in tal maniera, di imporle violenza psicologica, così come pur, alla fine, non si dimostrarono capaci di offrirle « … del resto, per dei perdenti come voi, probabilmente questa è la sola occasione di vedere come è fatta una donna. »

Nel corso del viaggio, ineluttabilmente, non ebbe a mancare anche qualche sevizia, a partire da semplici pestaggi, fino a sospingersi a tentativi di umiliazioni maggiori là dove i primi, più semplici, non avevano sortito effetto, arrivando persino, in qualche caso, a lasciare qualcuno fra loro privo della possibilità di essere accompagnato al gabinetto e, in ciò, costretto a espletare i propri bisogni lì, sullo stesso pavimento ove era legato e seduto, costretto per giorni a restare immerso nelle proprie feci, bagnato dalla propria urina, qual punizione per l’eccessiva forza d’animo dimostrata. Punizione, quest’ultima, che, per prima, non manco di subire proprio la stessa Nissa, a partire dal suo secondo giorno di detenzione e per oltre una settimana intera, prima di vedersi trascinata fuori, privata a forza delle proprie vesti e ripulita con la violenza di un devastante getto d’acqua gelata, prima di essere ricacciata, nuda, nella cella adeguatamente ripulita. Ma, anche in tal caso, a nulla tutto ciò ebbe a valere, se non a dimostrare, a comprovare ulteriormente, quanto la forza di quegli uomini e di quelle donne avesse a doversi considerare degna della loro leggenda.
Al di là di ogni sforzo volto a piegarli o, meglio ancora, a spezzarli, mai i membri della Loor’Nos-Kahn giunsero a mostrare lame, così come, anche nei pestaggi più violenti, mai ebbero a perdere il controllo sulla propria furia, nel prestare chiaramente attenzione a non superare quella linea, quel limite, oltre il quale avrebbero rischiato di uccidere il prigioniero. E per quanto, indubbiamente, alcune fra le prigioniere avrebbero potuto vantare fascino e bellezza tali da giustificare pensieri di violenza sessuale a loro discapito, anche in tal caso mai venne superato tale limite, simile confine, quasi come se, ogni loro sforzo, ogni loro impegno, fosse stato preventivamente garantito nel rispetto di alcune regole, di alcune soglie da non oltrepassare, a nessun costo. Soglie all’interno delle quali, tuttavia, ogni altro genere di perversione, ogni altro tipo di violenza, fisica o psicologica, non venne loro risparmiata.
Così, quando alfine, dopo un lungo viaggio e dopo un atterraggio in una destinazione loro ignota, i dodici furono riunificati in un amplia aviorimessa, per la prima volta nuovamente insieme non soltanto dall’agguato, ma, addirittura, dalla battaglia condotta nel sistema di Velsa, essi ebbero possibilità di constatare, reciprocamente, le condizioni in cui ognuno versava, potendo allor solo immaginare, supporre, cosa i compagni potessero aver affrontato.
Completamente nudi, in scena, ebbero allora ad apparire quasi tutti, con la sola eccezione rappresentata da Midda, Lys’sh, Howe e Ma’Vret: fra questi quattro, tuttavia, solo l’ofidiana ebbe a risultare effettivamente vestita, laddove, per gli altri tre, la maggior parte degli abiti ancora indossata appariva terribilmente frammentata, orrendamente stracciata, e tale, in verità, per effetto di violenti colpi di frusta, i segni dei quali marcavano chiaramente le loro schiene, e parte dei loro busti, al pari di quelli di Be’Wahr, Desmair e Ja’Nihr. E se pur tutti, in maniera indiscriminata, avrebbero potuto vantare lividi più o meno estesi, a dimostrazione della violenza loro imposta; proprio il flegetauno ebbe allor a non poter nascondere in alcun modo una terrificante mutilazione subita, nel taglio delle proprie colossali corna bianche quasi all’altezza stessa del suo rosso cranio privo di capelli, in un’immagine che, più di ogni altra, ebbe necessariamente a far crescere l’orrore e la rabbia negli stomaci di tutti quanti.

« Desmair! » ebbe a gemere, per prima, Ja’Nihr, nel vederlo sopraggiungere in tanto terribili condizioni, non volendo credere ai propri occhi.
« Non è nulla… » tentò di minimizzare questi, non volendo chiaramente concedere ai propri nemici alcun appagamento per quanto così ottenuto né, probabilmente, desiderando la compassione dei propri amici, della propria famiglia d’arme, per lo stato in cui, allora, stava versando « Quando hanno posto a comparazione la mia virilità con la propria, non hanno potuto evitare di provare imbarazzo nello scoprirsi tanto poco dotati. E così si sono vendicati per come le loro menti limitate hanno loro suggerito di fare… » argomentò, cercando di mantenere intatta la propria immagine di fierezza, nel deviare l’attenzione, forse in maniera puerile, dalle proprie perdute corna alle proprie parti intime, ineluttabilmente proporzionate al resto della sua colossale stazza.

Ad anticipare, tuttavia, qualunque ulteriore replica da parte di altri, e a distrarre l’attenzione dall’indubbia mascolinità di Desmair, sopraggiunse una voce, che risuonò forte nell’aria attorno a loro, guidando gli sguardi di tutti verso un punto preciso, là dove un’imponente sagoma, pur ancora in avvicinamento, già stava sovrastando tutti gli uomini e le donne della Loor’Nos-Kahn, ovviamente schierati a ranghi serrati attorno al gruppo, con armi in pugno per non concedere loro alcuna opportunità d’azione. Una voce, e una sagoma, che ebbero a sorprendere allor tutti, nel non proporsi così sconosciuta come pur, in tutto quello, si sarebbero attesi e, anzi, risorgendo, in maniera terrificante, da un lontano passato che, non metaforicamente, erano tutti convinti di aver seppellito da lungo tempo…

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