Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

mercoledì 19 aprile 2017

RM 108


Per un momento, dopo il successo di quella prima azione nel sistema di Velsa, forse qualcuno fra i dodici ebbe occasione utile a illudersi che tutto sarebbe andato bene, che l’intero percorso si sarebbe proposto in discesa, che nulla si sarebbe mai posto d’intralcio sul loro cammino. Un’illusione non priva di fondamento, non priva di ragioni, nel mirabile trionfo ottenuto, e pur, ciò non di meno, un’illusione pericolosa, laddove, in ciò, ci si sarebbe potuti permettere di abbassare la guardia, di riprendere il fiato, con il falso presupposto che, alla fin fine, le uniche occasioni nelle quali doversi obbligare alla guardia forzata sarebbero state quelle relative ai successivi attacchi, alle successive azioni per così come già pianificate, quasi come se, la proprio canto, la Loor’Nos-Kahn sarebbe comunque rimasta inerte ad attendere il proprio massacro. Ovviamente non tutti avrebbero avuto a dover essere riconosciuti qual contagiati da quell’illusione di serenità, di tranquillità: Midda, innanzitutto, ma anche la sua gemella Nissa, per carattere, e tutti coloro che della guerra avevano continuato a mantenere la propria professione, come Carsa, Howe, Be’Wahr, Ja’Nihr e Desmair, avrebbero avuto a doversi considerare condannati all’assenza di requie psicologica, nel rifiutare la possibilità di potersi considerare al sicuro nella sola necessità di mantenersi, in tal maniera, in vita. Non che, invero, per Salge, Har-Lys’sha, Heska, Ma’Vret o Duva tutto quello avesse a doversi considerare un gioco, un viaggio di piacere, una simpatica rimpatriata con dei vecchi compagni d’arme… al contrario: lo stesso rifiuto da parte di Heska e Ma’Vret all’invito di Guerra volto a cercare contatto con le proprie famiglie, con i propri cari, avrebbe avuto a doversi riconoscere testimonianza concreta di ciò, del desiderio, da parte di tutti loro, di non permettersi ingenuità alcuna per garantirsi, in tutto questo, occasione di ritorno a casa, dai propri cari, dalle proprie famiglie che tanto amavano e che, per avere possibilità di rincontrare, sarebbero stati disposti a ignorare, almeno dal punto di vista di un qualsivoglia genere di contatto, per tutto il tempo necessario. E proprio laddove, in quel volontario e consapevole silenzio radio, l’intento avrebbe avuto a doversi riconoscere quello volto a mantenerli quanto più possibile al di fuori di possibili controlli da parte dei propri nemici, avrebbe avuto a doversi forse condannare, a posteriori, quel pensiero ingenuo, quell’illusione di sicurezza che, ineluttabilmente, ebbe a dimostrarsi tale.
Per un momento, nei controversi festeggiamenti per il successo di quella prima azione nel sistema di Velsa, forse qualcuno fra i dodici ebbe occasione utile a illudersi che tutto quello avrebbe avuto a doversi considerare una mera riprova della loro incontrovertibile tendenza al successo, alla vittoria e alla gloria, in quel lontano passato ormai quasi perso nel mito, così come in quel ritrovato presente, in quella rinnovata riprova di quanto, per loro, il tempo non fosse passato. Un’illusione giustificata e giustificabile, e che pur, se davvero ebbe a essere, forse, in parte, contribuì a condannarli, e a condannarli al disastro, così come mai nel loro comune passato avevano conosciuto, alla disfatta così come mai, nelle numerose battaglie affrontate e vinte, avevano immaginato. Ovviamente, in quanto guerrieri, in quanto soldati, essi avrebbero dovuto essere, ed erano, ben consci di quanto molteplici avrebbero dovuto aver a essere conteggiati i motivi di quel loro primo successo: benché, infatti, fosse stata loro forzata la mano dagli avvenimenti che avevano veduto Lys’sh qual involontaria protagonista, tutto si era svolto concedendo loro, innanzitutto, il beneficio del fattore sorpresa, lasciandoli piombare all’interno della scena in totale autonomia, con la più assoluta libertà d’azione, nella scelta dei tempi e dei modi, in misura utile a permettere a tutti loro di poter godere di ogni vantaggio da ciò derivante. Certo: fosse stata una situazione diversa, fossero stati loro attesi, avesse avuto la Loor’Nos-Kahn occasione di prepararsi diversamente al loro arrivo, forse, ma solo forse, l’evoluzione degli eventi avrebbe potuto assumere un percorso differente e, anche ove il finale avrebbe avuto a dover potenzialmente essere riconosciuto eguale, il cammino nel mentre avrebbe potuto risultar letale per qualcuno fra loro, privandoli, in ciò, di ogni motivo, alfine, per festeggiare così come, altresì, avevano fatto. Fortunatamente, in grazia a tutti i loro dei, per merito di una sorte benevola, alcuno sgradevole scenario alternativo aveva richiesto d’essere esplorato… benché, purtroppo, nell’alternanza caratteristica del fato, nell’imprevedibilità della ruota del destino, tanta grazia non avrebbe avuto a dover essere equivocata qual retorica, ovvia, scontata.
Per un momento forse qualcuno fra i dodici si illuse…
… ma, quando quel momento passò, a nessuno venne più concessa opportunità di continuare in tal senso, costringendo tutti e dodici a un violento ritorno alla dura, impietosa, realtà. Una realtà nella quale l’unica certezza che mai avrebbero potuto far propria sarebbe stata quella dell’ineluttabilità dell’ultimo appuntamento delle proprie vite: la morte.

Non vi fu alcun allarme: semplicemente tutto avvenne. E laddove un attimo prima la Kriarya e la Jol’Ange viaggiavano attraverso gli spazi siderali, un istante dopo le rispettive gondole motori avevano cessato di funzionare e le due navi erano state proiettate violentemente al di fuori del balzo interstellare che stavano compiendo, venendo riportate nel consueto piano di realtà. Il corrispettivo, metaforicamente parlando, di una brusca frenata incontrollata, in sola conseguenza della quale, già, i danni avrebbero avuto a dover essere censiti come notevoli. Danni notevoli che, comunque, ebbero a essere rapidamente promossi quali disastro terrificante nel momento in cui, entrambe le navi, videro esplodere, violentemente, le proprie gondole motori, e videro ciò accadere in sgradevole conseguenza della comparsa, attorno a loro, di una dozzina di altre navi, tali da circondarle completamente, da non offrire loro alcuna possibilità di scampo, non che, senza la possibilità di compiere un balzo interstellare, avrebbero potuto vantare particolari possibilità di scampo.

« Qualcuno mi vuole spiegare che accidenti sta accadendo, per Tarth?! » gridò Salge, furioso, nel risollevarsi dall’angolo in cui era stato sbalzato in conseguenza alla deflagrazione dei motori, evento che aveva, inevitabilmente, sconquassato l’intera nave, con la violenza di un terrificante terremoto.
« L’integrità strutturale della nave è scesa al settantaquattro per cento… » annunciò Duva, consultando rapidamente uno schermo, sul quale una schermata diagnostica le stava riportando la situazione attuale « … temo che abbiano colpito le gondole. »
« So che probabilmente sarà una domanda retorica… ma chi?! » questionò il capitano, digrignando i denti per la rabbia all’idea del disastro appena occorso, di quanto la sua splendida nave, la sua amata Jol’Ange, fosse stata ridotta pressoché in un rottame spaziale « A chi dovrò strappare il cuore dal petto, per tutto questo…?! »
« Anche la Kriarya è stata colpita… » comunicò Carsa, osservando la realtà dei fatti attraverso un piccolo oblò, una finestra dischiusa sull’infinità del cosmo attorno a loro e, in quel momento, disgraziatamente anche sulla nave loro alleata, là dove la metà dei loro compagni era ospitata, e che, allora, risultava palesemente in condizioni non migliori delle loro « … speriamo stiano tutti bene. »
« Noi come stiamo?! » domandò Salge, rimproverandosi di aver posticipato quella domanda subito dopo lo scatto d’ira nei confronti della propria nave, in un comportamento forse non degno di un capitano da romanzo d’appendice, ma assolutamente umano e comprensibile, soprattutto per chi avrebbe potuto vantare di conoscerlo e di conoscerlo abbastanza bene, al pari di tutti coloro a lui li circostanti « Qualche ferito…? »
« Ja’Nihr e io stiamo bene… » riferì Nissa, comparendo in quel momento, accompagnata dalla cacciatrice, sulla soglia d’ingresso al ponte di comando « Solo qualche livido che comparirà certamente nei prossimi giorni, ma nulla di grave. »
« Desmair…? »
« Anche io sto bene… grazie per il pensiero. » confermò la voce del flegetauno, raggiungendoli.
« Sta finendo di spegnere un piccolo incendio scoppiato nella zona di carico. » spiegò Ja’Nihr, alle spalle della sorella di Guerra « Nulla di grave… »
« Beh… se volete qualcosa di un po’ più grave, accomodatevi pure. » invitò Duva, indicando allora un’immagine richiamata sul proprio schermo, e raffigurante la situazione di assedio in cui, loro malgrado, si erano venuti a ritrovare.

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