Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

lunedì 10 aprile 2017

RM 099


Non vi fu un primo ad agire. Così come non vi fu un ultimo. Tutto avvenne in un singolo istante, che fu così colmo di accadimenti, così ricco di eventi subitanei da non consentire ad alcuno, neppure a posteriori, di accettare razionalmente il fatto, qual pur allor avrebbe avuto a dover essere inoppugnabilmente considerato, che tutto quello fosse accaduto insieme, negando la possibilità di stabilire un effettivo ordine temporale, una qualche successione di azioni così come, razionalmente, avrebbe avuto a doversi considerare lì necessario per credere che tutto quello fosse stato reale. E laddove, solo un fugace battito di cuore prima trenta uomini armati con cannoncini al plasma avrebbero avuto a dover essere riconosciuti lì presenti a circondare una misura a loro tre volte inferiore, ed equipaggiata di mere armi bianche; al termine del battito successivo, non uno fra quei trenta uomini armati con cannoncini al plasma era sopravvissuto, lasciando solo, e attonito, quell’unico elemento lì giunto disarmato, vittima della propria pericolosa imprudenza non tanto nel non aver condotto seco alcuna arma, quanto e piuttosto, nell’aver realmente potuto credere che, al termine di quella giornata, egli avrebbe potuto ancor essere vivo dopo che la sua fine era stata decretata da Guerra.
Midda, apparentemente incurante nel merito della propria incolumità fisica e, invero, piuttosto fondamentalmente conscia di quanto la sua azione, fosse stata condotta con sufficiente prontezza, sarebbe stata necessariamente superiore all’eventuale reazione dei propri avversari, ebbe a proiettare il proprio corpo in avanti con un balzo disumano. Un salto, il suo, che, obiettivamente, avrebbe avuto a dover essere considerato superiore a qualunque umana possibilità di realizzazione se non si fosse considerata, in tutto ciò, la pur concreta evidenza della presenza, in suo supporto, di una gamba destra brutalmente privata di ogni possibile umanità, perduta e sostituita, al pari del suo braccio destro, con una protesi robotica, una protesi priva di particolare eleganza, priva di apparente bellezza e, ciò non di meno, estremamente funzionale, soprattutto nel garantirle una forza, una potenza, sovrumana, che lì venne pertanto impiegata proprio in quel balzo. E, in quel gesto, ella, laddove un istante prima avrebbe avuto a dover essere ancora considerata fra le schiere dei propri fratelli e sorelle, circondata da quegli uomini armati, un attimo dopo avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual letteralmente immersa fra i corpi di almeno quattro avversari, volontariamente travolti dall’impeto di quell’atto, di quel gesto: uno stroncato all’istante, per merito della sua spada bastarda, gli altri tre gettati a terra sotto il suo peso e destinati, di lì a breve, a essere egualmente finiti, se non per merito della lama, proprio malgrado, per l’effetto devastante del suo nuovo arto superiore, nella violenza brutale del quale in tre videro i propri crani letteralmente ridotti in carne trita. Così, da trenta, gli aggressori si ridussero a ventisei.
Desmair, accanto a lei, ebbe a gettare l’enorme ascia bipenne innanzi a sé, lanciandola quasi avesse a poter vantare il peso di mero pugnale e non, piuttosto, un peso superiore a quello di molte delle sue compagne d’armi. E l’ascia, così sospinta da una forza indubbiamente sovrumana, qual solo avrebbe avuto a poter essere descritta quella del flegetauno, dopo una breve traiettoria innanzi a lui, arrivò a spazzare via cinque guardie armate, non semplicemente colpendole ma, in conseguenza alla rotazione da lui imposta a una tanto temibile arma, a falciarli, letteralmente, lasciandoli scoprirsi qual improvvisamente divisi in due tronconi, una parte inferiore, con le gambe e i fianchi, e una parte superiore con l’addome, le braccia e la testa, e, ancora, strette fra le mani, le loro ipoteticamente letali armi, che pur, allora, mai avrebbero potuto sperare di utilizzare, defunti senza neppur rendersi conto di essere tali. In effetti, tanta fu la foga che egli impose all’ascia che, dopo aver ucciso ben cinque fra i loro avversari, questa ebbe a proseguire nel proprio volo ancora per diversi piedi, attraversando tutto lo spazio lì concessole e finendo, addirittura, per andar quasi ad abbattere una parete, sul fronte opposto rispetto a quello da loro impegnato. Così, da trenta, gli aggressori si ridussero a ventuno.
Ja’Nihr, cacciatrice di bestie e di uomini, non ebbe alcuna esitazione nel momento in cui le fu richiesto di agire: complici riflessi allenati sin dalla più tenera età, quando un solo battito di ciglia avrebbe potuto risultare di fondamentale discriminazione fra la vita e la morte tanto per lei, quanto per il suo fratellino, il quale, senza di lei, difficilmente sarebbe sopravvissuto alla propria infanzia; ella lanciò davanti a sé il proprio lungo bastone telescopico con il solo scopo di colpire, in tal senso, i propri avversari all’altezza delle mani, di quei cannoncini al plasma che puntavano contro di lei, distraendone l’attenzione nel mentre in cui, in maniera quasi istantanea, spinse la mancina a recuperare l’arco appeso dietro alla propria schiena e la propria destra verso le frecce nella faretra, scagliandone, in rapida successione, quasi senza neppur offrir evidenza di star prendendo mira alcuna, non una, non due, ma addirittura tre. Tre frecce, rapide e letali, che ebbero, non diversamente da quanto già compiuto due piani più in alto, all’ingresso dell’edificio, a troncare subitaneamente la vita dei tre uomini la cui attenzione era già stata catturata dal bastone, trapassandone nuovamente in maniera impietosa i crani, quasi da parte a parte. Così, da trenta, gli aggressori si ridussero a diciotto.
Howe, a sua volta non armato di lame, ebbe a compiere nel contempo della cacciatrice, una mossa simile alla sua e, al contempo, già diversa. Suo pari, egli ebbe a ricorrere al proprio bastone a tre sezioni lanciandolo innanzi a sé, in direzione di una coppia di avversari, sfruttando in ciò la particolare dinamicità del medesimo non soltanto per sorprenderli all’altezza delle proprie mani, quanto, e piuttosto, a quella dei propri volti, in un gesto volto, al contempo, a oscurarne la vista e a ipotizzare, nel migliore dei casi, persino di stordirli. Ma la loro, eventuale, perdita di sensi non avrebbe avuto a dover essere considerata, per lui, una reale necessità, quanto un eventuale ulteriore risvolto positivo, giacché, in tal azione, il suo vero, unico, interesse, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto quello volto a permettersi di seguire, in maniera pressoché immediata, la traiettoria della propria stessa arma e, in ciò, raggiungere la coppia di avversari nel momento stesso in cui, essi, ebbero a ritrovarsi colpiti dal bastone: così facendo, e sfruttando quel fugace, e pur efficace, momento di imposta cecità per loro, egli ebbe a impossessarsi dei loro stessi cannoncini al plasma, agendo con tale repentinità da non strapparli neppure dalle loro mani prima di aprire il fuoco e aprirlo, nella fattispecie, in direzione di altri due avversari posti lì accanto, travolgendoli con le medesime cariche di plasma idealmente destinate a se stesso e alla sua famiglia d’arme. E, nell’intervallo necessario alle due armi per ricaricarsi, egli ebbe a riservarsi tempo sufficiente per non avere da temere la coppia inizialmente aggredita, potendosi permettere, in tutta tranquillità, di proiettare entrambi gli uomini a terra e, con un paio di colpi di tallone ben assestati in pieno volto, assicurarsi che sarebbero rimasti fuori giochi quanto necessario per poi finirli. Così, da trenta, gli aggressori si ridussero a quattordici.
Duva, benché diversamente da Midda priva di qualsiasi genere di aiuto tecnologico, di sostegno robotico a giustificarne la particolare scelta d’azione, quasi a non volersi dimostrare da meno rispetto alla propria amica, a quella sorella non di sangue, a quella gemella non di nascita così come era per Nissa, ma, obiettivamente, a lei molto più affine, spiritualmente, di quanto non sarebbe mai stata quest’ultima, ebbe a gettarsi anche lei in avanti, per un confronto diretto con i propri nemici. E se il suo salto, comunque contestuale a quello di Guerra e, in ciò, non da lei ispirato, non da lei imitato quanto, quanto, piuttosto, classificabile qual ennesima riprova della loro vicinanza di pensiero e d’azione, avrebbe avuto a dover essere necessariamente riconosciuto contraddistinto da una velocità inferiore rispetto a quello della compagna, ella non ebbe a proiettarsi, incautamente, contro l’eventualità del fuoco nemico, lanciandosi sì, in avanti, ma, in ciò, seguendo una traiettoria decisamente più prossima al suolo, quasi in una lunga scivolata al di sotto della loro linea di tiro, che ebbe a condurla, in ciò, fino alle gambe dei propri avversari e, contro di esse, a riversare la violenza dei propri colpi: e se lo stiletto si ritrovò a essere infilzato nell’interno coscia di uno degli uomini armati, colpendolo precisamente sull’arteria e, in ciò, decretandone l’ineluttabile morte; la sciabola falciò, in maniera meno puntuale, ma non per questo efficace, le caviglie di altri due antagonisti, i quali, privi di qualunque possibilità di opposizione, ebbero a finire a propria volta a terra, esponendosi, in ciò, alla grazia di una rapida fine che ella non mancò di concedere loro. Così, da trenta, gli aggressori si ridussero a undici.

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