Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

venerdì 7 aprile 2017

RM 096


Doli Torfe, dall’alto dei suoi trent’anni, aveva imparato a considerarsi un guerriero più che capace, per non dire superbo, in ciò, probabilmente, peccando innanzitutto di superbia.
Forse, un tempo, quand’ancora giovane, quand’ancora ragazzo, Doli si era anche sforzato di riservarsi una certa modestia, all’epoca ancora consapevole di quanto, sebbene potesse credersi già forte, già vincente, ancora lunga avrebbe avuto a doversi considerare la strada da percorrere per poter essere riconosciuto qual tale, in un mondo, in un universo, contraddistinto da molte… troppe persone migliori di lui. Ma proprio la consapevolezza dell’eccessivo numero di persone migliori di lui, con le quali egli non avrebbe mai potuto competere, lo aveva, paradossalmente, spinto a reagire, a livello psicologico, in una direzione diametralmente opposta, vedendolo così iniziare a impegnarsi a fine di considerarsi migliore di quanto non fosse, o non avrebbe mai neppur potuto essere, nell’unica volontà di non ritrovarsi, in tal senso, frenato dalle proprie paure, dalla propria inutile, e lesiva, modestia, qual, in tal senso, aveva iniziato a considerarla.
Una scelta, quella di Doli, che lo aveva inizialmente ricompensato, permettendogli, nell’immediato, di rendersi conto di tutte quelle persone, di tutti quei presunti guerrieri che, meno capaci di lui, un tempo, aveva semplicemente trascurato di prendere in considerazione e che, allora, al contrario, avrebbero per lui potuto rappresentare quel metro di confronto con il quale, altresì, veder riconosciuta la propria forza, la propria supremazia. Una scelta, quella di Doli, che, tuttavia, null’altro avrebbe avuto a dover essere considerato se non la reazione di un uomo piccolo, dalla mente piccola, e dalle ambizioni piccole, desideroso di potersi considerare un gigante in terra di nani e, peggio ancora, divenuto, nella propria così cresciuta superbia, incapace di rendersi conto della realtà delle cose e di quanto, obiettivamente, egli avrebbe fatto meglio a cambiar vita, nella volontà di sopravvivere alla propria stolidità.
Ciò, tuttavia, non era avvenuto. E Doli, alfine, ebbe a dover rendere conto delle proprie vanitose fantasie al cospetto della verità dei fatti, l’unica, la sola, impietosa e pur sempre giusta, in grado di premiare i meritevoli e di punire coloro che, altresì, avevano preteso più di quanto non fossero mai stati in grado o, peggio, persino volenterosi, di dare. Non che la realtà avrebbe mai avuto qual propria prerogativa quella di distruggere i sogni dei sognatori… al contrario, essa avrebbe saputo discernere, non diversamente dal setaccio con la farina e la crusca, i sognatori in grado di lottare per i propri sogni e quelli, piuttosto, incapaci a farlo, e, persino, rancorosi verso la realtà stessa per la propria diversità nel confronto con le egoistiche prospettive presenti all’interno delle loro menti: e se, ai primi, essa avrebbe concesso giusta ricompensa nel comprovare quanto, un sogno, avrebbe potuto divenire realtà attraverso il duro lavoro, in grazia al più serio impegno e alla più totale dedizione a tale ideale; ai secondi, essa avrebbe riservato, presto o tardi, in giusto conto. Un conto che, nel caso di quel giovane uomo, incapace ad ambire ai propri stessi sogni e, piuttosto, ben lieto di mistificare, di adulterare le proprie fantasie in misura tale da riadattarle al piccolo contesto nel quale aveva racchiuso la propria intera vita, ebbe alfine a presentarsi nelle vesti di Midda Namile Bontor… Guerra.
Doli Torfe, gigante in terra di nani, era entrato a far parte della Loor’Nos-Kahn solo cinque cicli prima, convinto che, in un’organizzazione ancor così giovane, facile sarebbe stato per lui riservarsi un ruolo di rilievo, da un lato spadroneggiando su coloro nei confronti dei quali se lo sarebbe potuto permettere e, dall’altro, semplicemente attendendo il momento opportuno per rimpiazzare coloro che, al di sopra di lui, presto o tardi sarebbero caduti in disgrazia o, meglio ancora, sarebbero morti. Una scelta, la sua, che ancora una volta lo aveva inizialmente ricompensato, permettendogli, con il tempo, di divenire uno dei maggiori riferimenti per la sicurezza di quell’importante installazione dell’organizzazione sulla seconda luna del terzo pianeta del sistema di Velsa. Una scelta, la sua, che tuttavia lo trovò scioccamente convinto di non aver più avverarsi da temere, non aver più nemici in grado di arrestarlo… neppure colei che della guerra stessa era divenuta, nell’immaginario popolare, l’incarnazione.
Così, quando quel contingente di uomini e donne, umani e chimere, ebbe a violare il perimetro dell’edificio, iniziando a spargere terrore e morte all’interno di quelle mura, Doli, troppo abituato a considerarsi un vincente, non ebbe a esitare all’idea di spingersi in prima persona a contrastare quel fiume in piena, convinto, addirittura, che da ciò, alfine, avrebbe avuto occasione di crescere ulteriormente, magari di divenire responsabile della sicurezza o, ancor più, responsabile di quell’intero edificio e di tutte le variegate attività a esso collegate.
A nulla era valsa la dichiarazione di guerra che la donna aveva tanto chiaramente voluto scandire, con tanto di manifesto programmatico volto alla sistematica eliminazione di chiunque lì si fosse a loro opposto. A nulla era valso il sangue versato già da molti suoi colleghi, da molti suoi compagni d’arme, da lui pur considerati così privi di qualunque possibilità di merito, di qualunque possibilità di valore, al punto tale da rendere persino scontata tale sciocca conclusione. Doli, ebbro della propria superbia, arroganza, tracotanza, impugnò la propria spada e, con essa, si avviò a contrastare gli invasori e, fra tutti loro, colei che ne si era dimostrata la comandante, convinto di poter porre fine all’operato di quella strana donna, dal corpo orrendamente ricoperto di cicatrici e, persino, priva d’una gamba e d’un braccio, particolari da lui addirittura interpretati come evidente dimostrazione di umana fallibilità in lei e di quanto, probabilmente, quell’altisonante appellativo reso proprio, Guerra, altro non avrebbe avuto che a doversi considerare qual un mero trucco, un banale artificio utile a rendere, di quella donna, un’idea più generosa rispetto alla realtà.
Ebbe forse Doli possibilità di elaborare l’ovvietà della propria morte, nel momento in cui, schierandosi innanzi a Midda, non si vide da lei neppur riconosciuto qual reale minaccia, ove, a lui, ella preferì aggredire per primi altri fra suoi compagni d’arme? Ebbe forse Doli possibilità di comprendere l’ineluttabilità della propria fine, nel momento in cui, osservando Midda all’opera, fece persino fatica a seguirne i movimenti, i gesti, così rapidi nella propria successione, così agili nel proprio progresso, da non sembrar neppure veri, prossimi, quasi, a una semplice simulazione di battaglia ancor che a un’effettiva sequenza di morte?
Probabilmente no. O egli, anziché invocare la sua attenzione, il suo interesse nei propri riguardi, avrebbe preferito cercar salvezza, avrebbe capito di doversi allontanare di lì con tutte le proprie forze, laddove, all’interno di quell’edificio, null’altro sarebbe rimasto al di fuori di un cumulo di cadaveri, un miscuglio disordinato di membra, sangue e interiora, di tutti coloro che, per molteplici ragioni diverse, si erano ritrovati uniti da una comune affiliazione alla Loor’Nos-Kahn…

« Volgiti a me, cagna maledetta! » la richiamò Doli, spada alla mano, muovendo contemporaneamente il proprio destro innanzi a sé, per tentare un falso dritto, diretto ai suoi fianchi, là dove, facilmente, la sua lama avrebbe potuto affondare nelle carni di quella donna, sancendone la morte.

Ma quel colpo mai ebbe possibilità di finire a segno, giacché, forse senza neppur ancora volgere lo sguardo nella sua direzione, Guerra ebbe a offrire una rotazione perfetta della propria straordinaria spada al fine di amputare quell’intero braccio destro, lasciandolo volare in aria, insieme alla spada, nell’inerzia di quel movimento mai terminato. E anticipando, nell’immediato, qualunque ulteriore possibilità di parola da parte di quell’inutile avversario, la donna guerriero il cui nome non avrebbe avuto a dover essere considerato un mero espediente, un banale stratagemma, quanto, e piuttosto, una semplice definizione, l’unica in grado di descriverla, con un nuovo movimento della propria lama ebbe a decollare quell’uomo per lei destinato a restare anonimo, così come anonimi sarebbero rimasti anche tutti gli altri suoi compagni, tutti gli appartenenti alla Loor’Nos-Kahn, dei cui nomi, delle cui storie, ella non desiderava informazione alcuna, se non, semplicemente, il riferimento all’epilogo, alla conclusione delle loro esistenze, a premura della quale si sarebbe ben volentieri impegnata, fino a quando ancor uno fra loro fosse stato in piedi a combattere o, eventualmente e dimostrando maggior spirito di autoconservazione, a fuggire.

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