Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

martedì 4 aprile 2017

RM 093


Accanto a Be’Wahr, a chiusura del gruppo sul fronte mancino, avrebbe avuto a doversi immancabilmente riconoscere Howe, il quale, per l’occasione, aveva deciso di servirsi di un bastone a tre sezioni, con l’ausilio del quale, invero, egli sperava di poter impressionare i propri compagni e, ancor più, le proprie compagne d’armi, proponendo loro qualcosa di nuovo, qualcosa di originale, e nel maneggiare il quale, obiettivamente, avrebbe avuto a doversi riconoscere indubbiamente elegante. Alla base di tutto ciò, per quanto ovviamente non dichiarato, avrebbe avuto a doversi considerare il suo desiderio di non essere più banalizzato, all’interno del gruppo, qual un ottimo gregario, così come, erroneamente, si era convinto di essere considerato al pari del proprio biondo fratello, quanto, e piuttosto, un protagonista degno di nota, al pari di come, indubbiamente, egli stesso giudicava essere Salge, con il suo fascino da pirata siderale, o Ma’Vret, con la sua straordinaria presenza scenica: una mancanza di egual dignità, quella da lui impropriamente ritenuta allor esistente, che pur non avrebbe avuto a doversi minimamente considerare qual tale e che, in ciò, non gli avrebbe mai richiesto alcuno sforzo nella direzione che pur, in tutto ciò, aveva deciso di abbracciare. Per intanto, comunque, la sua non improvvisata confidenza con quella particolare arma, e con la sua straordinaria efficienza in una battaglia anche caotica qual quella, così come, proprio malgrado, sperimentato già da una coppia di malcapitati che si erano visti disarmati e non avrebbe avuto a poter essere comunque banalizzata, finendo, non a caso, per attirare qualche fuggevole sguardo incuriosito da parte di Ja’Nihr, l’unica altra che, in quel mentre, aveva rinunciato a una lama.
Un paio di passi davanti a lui, Heska, al contrario della sodale dalla pelle color dell’ebano, non aveva concesso particolare interesse a quell’arma, nel ritrovarsi a essere quietamente assorta a non concedere scampo alcuno a chiunque le si parasse innanzi, lasciando roteate, attorno a sé, una splendida spada bastarda per lei forgiata da suo padre, nel medesimo giorno della sua nascita: un’arma meravigliosa, una lama straordinaria, qual poche la stessa Guerra aveva avuto occasione di contemplare nel corso della sua avventurosa esistenza e che, senza nulla togliere alla spada da lei stessa impugnata, le aveva sempre, in parte, invidiato. Del resto, semplicemente ineguagliabile avrebbe potuto essere l’arma plasmata dalle sapienti mani di un padre a ipotetica tutela del futuro della propria amata figliola, una lama dalla quale tutto l’amore, tutto il desiderio di protezione del suo creatore non avrebbe potuto ovviare a trasparire. E quella spada bastarda, allora come già in passato, non aveva mai deluso la bionda guerriera, ergendosi puntualmente in sua difesa e dispensando morte, come lì stava allor impegnandosi a compiere con tanta dedizione, a chiunque mai avrebbe potuto anche soltanto ipotizzare di offenderla.
Anch’egli armato di spada, seppur, in tal caso, di una guizzante e raffinata striscia, Salge precedeva di poco Heska, dimostrandosi, in quella battaglia, non soltanto piacevolmente coinvolto, ma, persino, divertito da tutto ciò che lo stava vedendo protagonista. Contraddistinto da un animo indubbiamente giovanile, a dispetto della sua età ormai non più propriamente fanciullesca, il capitano della Jol’Ange sembrava essere lì non tanto animato dall’intento di sterminare chiunque gli si parasse innanzi, quanto, e piuttosto, di intrattenersi piacevolmente con tutti loro, lasciando saettare la propria stretta e terribilmente affilata lama da un punto all’altro, da un avversario all’altro, a dimostrare la propria netta superiorità, in conseguenza alla quale, addirittura, la mattanza richiesta loro avrebbe avuto a doversi giudicare persino superflua, quasi gratuita, benché, in soltanto dieci elementi, tanti quanti erano lì in quel momento, stessero confrontandosi con un numero d’avversari di un ordine imprecisato superiore a loro. E se anzi, alla base della loro riunificazione e della missione da loro abbracciata, non vi fosse stata anche un’esplicita direttiva alla sistematica eliminazione fisica di tutti i membri della Loor’Nos-Kahn, qual commisurata vendetta per la crudele strage occorsa a casa di Midda, e nella quale persino il loro antico compagno, nonché di lei sposo, Brote, era stato impietosamente assassinato; non difficile sarebbe stato ritenere quanto egli avrebbe probabilmente preferito ovviare a quelle morti, non tanto per una questione morale, quanto, e piuttosto, per protrarre quanto più possibile a lungo quella disfida.

« Avanti! » incitò Midda Bontor, lasciando risuonare la sua voce al di sopra delle grida e del clangore della battaglia, a titolo di sprone verso i compagni benché, obiettivamente, non ve ne sarebbe stata alcuna necessità, dal momento in cui, in quella situazione, in quel contesto, non uno fra loro avrebbe avuto la benché minima ragione per rallentare, né avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual impegnato in tal senso « Questi cani non sono degni neppure di sporcare le nostre armi con il loro sangue! »

Al centro del drappello di mercenari, di figli e figlie della guerra che lì si erano riuniti per tornare a scrivere una pagina di Storia così come già molte, in passato, si erano riservati occasione di redigere con il valore delle proprie gesta e il sangue dei propri nemici sconfitti, avrebbe avuto a doversi riconoscere la mente più strategica dell’intero contingente, Nissa, in quella particolare collocazione sita non a caso, allo scopo di poter mantenere sotto controllo, persino in misura maggiore rispetto alla propria gemella, l’andamento dell’intera squadra e, al contempo, poterne gestire le fila all’occorrenza, nel momento in cui, qualcosa, qualche minaccia degna di comune nota, fosse emersa a richiedere loro un differente approccio rispetto a quello di brutale impatto che, al momento, stavano mantenendo. Armata di ben due sciabole, la donna si stava lì anche dimostrando, in maniera sufficientemente palese, potenzialmente degna del titolo di Guerra non di meno rispetto alla più celebre sorella, soprattutto laddove, con naturalezza quasi inconcepibile, ella stava lì dimostrando tanta familiarità nella gestione della lama con la propria destra, quanto con la propria mancina, in una squisita simmetria della quale, obiettivamente, pochi guerrieri avrebbero potuto far vanto, giacché, a prescindere, abitualmente anche il più abile combattente avrebbe avuto a doveri alfine ammettere la propria preferenza per l’una o per l’altra mano, ossia per la propria metà dominante. Ella, al contrario, era sempre stata capace, e con il passare degli anni chiaramente non aveva perduto talento, a parare un affondo tanto con la destra quanto con la mancina, così come a sferrare un attacco, addirittura in contemporanea, tanto con la mancina quanto con la destra, nella letale misura che, già in troppi, lì stavano allor sperimentando.
Alla sinistra di Desmair, e idealmente alla testa del gruppo più di quanto non fosse lo stesso flegetauno, pur dominante al centro della scena e senza alcun merito negare al medesimo, avrebbe avuto alfine a dover essere identificata Guerra incarnata, la leggenda vivente che la sventurata, e tragica, aggressione alla sua dimora, aveva fatto riemergere direttamente da un passato sufficientemente prossimo per non essere stato ancor dimenticato, e comunque già abbastanza remoto per scadere nel mito, lo stesso mito nel quale, tutti quegli uomini e quelle donne, umani e chimere, avrebbero avuto a dover essere allor parimenti riconosciuti. Accompagnata dalla propria invincibile lama bastarda in lonsdaleite elberichiana, e malgrado la terribile perdita di un braccio e di una gamba, rimpiazzati da surrogati del tutto privi d’ogni possibilità di confronto nel rispetto dei propri arti originali, o di eventuali protesi più performanti, qual quella di cui Howe era proprietario e sereno utilizzatore; Midda avrebbe avuto a dover essere riconosciuta, obiettivamente, qual una folle somma di tutte le abilità belliche che i suoi commilitoni stavano lì riuscendo a dimostrare, quasi ella avesse a doversi considerare più un’esemplificazione teorica di quell’intero gruppo allorché una persona reale, concreta, in carne e ossa, capace di essere ferita, di essere uccisa e, soprattutto, di uccidere, e di uccidere con la stessa naturalezza, con la stessa semplicità con cui, chiunque altro, avrebbe offerto riporva di saper respirare.

« Per Brote! » gridò, a non permettere ad alcuno dei presenti, degli avversari ancor prima che dei suoi alleati, dei suoi fratelli e sorelle d’arme, di equivocare le ragioni di quel massacro, di quella mattanza, non garantendo loro la possibilità di ritenersi delle vittime innocenti di un gruppo di folli assassini, qual, esternamente, tutti loro avrebbero potuto essere fraintesi nel non conoscere la situazione nella propria complessità, nella propria pienezza, con i retroscena che, nei mesi precedenti, avevano alfine condotto a quegli eventi « Alcuna pietà, come a lui non ne hanno offerta! »

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