Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

domenica 2 aprile 2017

RM 091


« Per quello che vale… ci sapevi fare, Mudie caro. » commentò Carsa, estraendo con forza la scarpa dal cranio dell’uomo e, in ciò, sporcandosi inavvertitamente con uno spruzzo di sangue misto a frammenti di materia cerebrale, che le si riversarono in parte sul volto, in parte sull’abito, in quello che chiunque avrebbe considerato un vero e proprio dramma, quasi un sacrilegio, nell’aver, in tal modo, rovinato quell’abito di alta moda, e, ciò non di meno, evento da lei accolto con assoluta indifferenza, laddove, rispetto all’abito, avrebbe più volentieri preferito garantire occasione di sopravvivenza alla sua creatrice.

Così, armata di quelle scarpe che, a buon titolo, non avrebbero avuto a dover essere considerate delle risorse improvvisate, ma effettivamente concepite a tale scopo, nella precedente presenza, sulla punta di quegli affilati tacchi, di una piccola guaina volta a renderli usufruibili anche in quanto calzature, ella ebbe ad avviarsi, scalza, ma con estrema decisione, in una direzione già nota, ancora una volta non tanto per meriti personali quanto, e piuttosto, per le indicazioni precedentemente fornitele da Lys’sh.
Nel tragitto fra il punto in cui ebbe a scaricare il secondo cadavere di quella giornata, e la sala di controllo al piano superiore, dalla quale ella sperava avrebbe avuto occasione di prendere contatto con la Kriarya e la Jol’Ange, per allertare il resto della squadra; suo merito, altresì, fu la sistematica eliminazione di tutte le guardie con le quali ebbe, un passo dopo l’altro, occasione di scontrarsi: guardie nel merito della presenza delle quali ella si era già presa un appunto mentale utile a consentirle di elaborare non soltanto il tragitto più breve verso la propria meta, ma, anche, quello più sgombro. Una scelta, la sua, derivata non tanto dal timore degli scontri che, altresì, avrebbe avuto a dover affrontare, quanto, e piuttosto, dalla necessità di minimizzare il più possibile l’intervallo di tempo utile a riportare la situazione agli altri fratelli e sorelle d’armi, per richiederne l’intervento prima che, spiacevolmente, o Lys’sh, o lei stessa, potessero ritrovarsi sole a confronto con tutti gli uomini e le donne, umani o chimere che fossero, presenti all’interno di quel complesso. Non che l’eventualità non l’attirasse, invero, nel richiamo del sangue e della violenza che già stava lasciando pulsare le sue vene in maniera frenetica, in grazia allo straordinario piacere derivante dall’adrenalina, per lei unica, reale droga mai provata e che mai avrebbe avuto desiderio di continuare a provare. Ciò non di meno, per senso di responsabilità, ella non avrebbe potuto ignorare la situazione nella quale l’ofidiana si era venuta a trovare, rischiando la sua vita, ancor prima che la propria: così, prioritario sarebbe stato riuscire a informare di quanto stava accadendo i loro commilitoni, impegno esaurito il quale, con vero piacere, avrebbe potuto anche dedicarsi alla sistematica eliminazione di quanti più appartenenti alla Loor’Nos-Kahn fosse riuscita a raggiungere.
Stringendo le due scarpe per la punta, e complice una suola in robusto metallo terminante nell’affilato tacco, la donna non avrebbe potuto essere equivocata in alcun modo qual disarmata. Al contrario, quella coppia di lame d’emergenza, così come erano state concepite, ebbero occasione di rivelarsi piacevolmente efficaci nel loro compito, non soltanto quando ella ebbe necessità di volgere nuove offese, ma anche quando, d’altro canto, la sua premura fu volta a doversi difendere, riuscendo, in loro grazia, non soltanto a deviare, ma anche, all’occorrenza, ad arrestare la caduta di una spada sul proprio capo, un fendente intrappolato fra la suola e il tacco che, con un deciso movimento del braccio, le permise, addirittura, di disarmare l’avversario, prima, ovviamente, di concludere la sfida, imponendo ineluttabile morte allo sventurato avversario.

« Queste scarpe devono assolutamente essere messe in commercio… » ebbe a complimentarsi, metaforicamente, con Lys’sh, in un commento che, comunque, a tempo debito non avrebbe mancato di riportarle, credendo realmente in quell’osservazione « … sono certa diventerebbero le migliori amiche di qualunque donna! »

Fra una parata e un colpo di tacco, una volta diretto all’orbita oculare, un’altra alla giugulare, un’altra ancora dritto nel cuore, in un movimento perfettamente mirato fra una costola e l’altra, Carsa Anloch costellò il proprio tragitto con ben sette cadaveri prima di riuscire a richiudere, alle proprie spalle, la porta della sala di controllo, ovviamente conquistata con il sangue della sua settima vittima; ragione per la quale, nel momento in cui ebbe ad aprire un canale di comunicazione verso la Kriarya e verso la Jol’Ange, l’immagine di sé che ebbe a offrire fu più che esplicativa dell’intera situazione, non richiedendo alcuna ulteriore spiegazione: l’immagine di una donna grondante sangue da ogni pollice della parte superiore del proprio corpo.

« Arriviamo. » fu quanto dichiararono, quasi in perfetta stereofonia, tanto Midda quanto Nissa Bontor, subito dopo entrambe chiudendo la comunicazione laddove null’altro avrebbe avuto a dover aggiungere a tal riguardo, laddove, ormai, chiaramente il tempo delle parole avrebbe avuto a doversi considerare concluso, lasciando spazio, altresì, al mai scordato suono delle armi, la letale sinfonia prodotta dal movimento delle lame nell’aria, prima di andare a definire la morte di un avversario.

Adempiuto al proprio compito, Carsa Anloch restò per un momento immobile nel silenzio di quella sala di controllo, ad assaporare quell’istante destinato a restare per sempre scolpito a lettere d’oro nella Storia. In quel giorno, a quell’ora, dopo dieci cicli di inattività, e dopo mesi spesi a riunirsi nuovamente insieme, sparsi quali avevano finito per essere in diversi pianeti, in lontani sistemi, a vivere ognuno la propria vita, a proseguire ognuno nella propria esistenza, la loro squadra stava per tornare in azione. Nuovamente unita. Nuovamente solidale. Uomini e donne, umani e chimere, fra di loro straordinariamente diversi e, al contempo, per questa stessa ragione, meravigliosamente unici, in un’eterogeneità che non avrebbe avuto a dover essere considerata un fattore di disagio, di disturbo, di ostacolo, quanto, e piuttosto, la chiave per una straordinaria esaltazione reciproca, potendo, ognuno di loro, andare a colmare i vuoti dei propri compagni, dei propri sodali, così come mai, da soli, sarebbero stati in grado di compiere. E anch’ella, che in quegli ultimi dieci anni aveva dovuto imparare a sopravvivere da sola, a non fare affidamento su null’altro al di fuori delle proprie stesse energie, delle proprie forze, avrebbe avuto possibilità di tornare a godere di quella meravigliosa completezza, laddove fosse riuscita a ricordarsi di non essere più sola, laddove fosse riuscita a mantenersi attenta al progresso dell’intero gruppo e non, soltanto, al suo singolo, giacché, al contrario, anche la sua vittoria avrebbe avuto a doversi considerare sconfitta se fosse occorsa accanto alla sconfitta dei suoi compagni.
In ciò, quindi, Carsa Anloch comprese di non poter perdere tempo a sterminare gratuitamente tutti coloro che le si fossero parati innanzi, non nel mentre in cui, diversi livelli sotto di lei, Lys’sh avrebbe rischiato di ritrovarsi sola ad affrontare qualcosa di più grande non soltanto di lei stessa, ma anche della loro somma. E sebbene, laddove tale ipotetico e sfavorevole scenario si fosse realizzato, ella non avrebbe quindi potuto contribuire in maniera realmente utile alla loro salvezza, al contempo non avrebbe potuto neppure ignorare quanto avrebbe preferito morire accanto alla propria sorella d’arme piuttosto che continuare a vivere accanto a lei. E non soltanto per Lys’sh, ma, suo pari, per qualunque altro membro della loro disfunzionale famiglia di guerrieri.
Così, dopo aver sfruttato la lama del tacco della propria scarpa per accorciare drasticamente la lunghezza dell’abito da sera, certamente elegante ma al contempo di straordinario impiccio in un contesto bellico, la donna si proiettò senza esitazioni nuovamente fuori dalla sala di controllo diretta, ora, senza ulteriore indugio, a ridiscendere fino alla posizione dell’ofidiana, per raggiungerla, ovunque ella fosse, e per combattere accanto a lei, qualunque avversario si fosse loro schierato innanzi. Perché, dopotutto, se anche entrambe non fossero state sufficienti per resistere all’aggressione dei loro nemici, tutto ciò che avrebbero avuto in realtà a dover compiere sarebbe stato, semplicemente, assicurare al resto dei loro compagni e compagne di raggiungerle: non un’eventualità, non una possibilità, quella così formulata, quanto e piuttosto un semplice dato di realtà, perché qualunque cosa fosse accaduta, qualunque avversario si fosse loro parato innanzi, nulla avrebbe impedito a Guerra e a tutti gli altri di ritrovarle.

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