Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

lunedì 27 marzo 2017

RM 085


Scendendo al secondo livello, Lys’sh si premurò di verificare la presenza di eventuali ostacoli che avrebbero potuto essere presentati all’attenzione del resto della squadra nel momento in cui si fosse lì avventurato. L’edificio, almeno sino a quel momento, le era parso tutto sommato meno temibile di quello che avrebbero potuto attendersi e, probabilmente, ove gli anni non avessero troppo arrugginito alcuno di loro, sarebbero stati in grado di conquistare l’intero complesso nel giro di poche ore: qualche sensore ambientale e un certo numero di guardie armate, dopotutto, difficilmente avrebbero avuto a potersi considerare un ostacolo sufficiente per loro, non laddove, in passato, erano stati costretti ad affrontare molto di più in condizioni indubbiamente peggiori. Ciò non di meno, non desiderando peccare di superbia o di arroganza, nel ben comprendere quanto, tutto ciò avrebbe potuto condurla solamente a essere superficiale e, in tal senso, a commettere qualche stupido errore in funzione del quale l’intera missione avrebbe potuto essere compromessa in maniera incredibilmente sciocca; la giovane ofidiana ebbe a imporsi di affrontare quella discesa allo stesso modo, con la stessa attenzione, con la quale si sarebbe posta innanzi a un campo di battaglia, partendo dal presupposto, forse sin troppo prudente e pur, non per questo, sbagliato, che ogni suo passo avrebbe potuto essere l’ultimo.
Midda Bontor, in tal senso, era sempre stata molto chiara: nella propria vita, sin dalla più tenera età, ella aveva reso del pessimismo e della paranoia una filosofia di vita e, a differenza di quanto i più avrebbero potuto credere, non una filosofia di vita negativa, volta a escludere la possibilità di mettersi alla prova, di tentare l’impossibile, quanto, al contrario, la migliore prospettiva a tal riguardo, nel partire dal consapevole presupposto che tutto, per quanto accuratamente pianificato, avrebbe potuto andare male, che anche il piano, la tattica, la strategia apparentemente migliore, avrebbe potuto riservarsi un inaspettatamente terribile punto debole, tale da compromettere in maniera devastante qualunque aspettativa di vittoria. Prepararsi ad affrontare tutto, il possibile al pari dell’impossibile, il nemico certo così come l’ignoto, quindi, avrebbe avuto a doversi considerare l’unica soluzione attuabile per poter sperare in un domani, per poter credere di potersi ancora concedere un futuro, fossero anche discesi, dall’alto dei cieli, o risaliti, dalle profondità della terra e dei mari, gli dei tutti, per dichiarare loro guerra. Forte di simile approccio, di tale misurata prudenza, tale da porla sempre almeno una dozzina di mosse avanti ai propri antagonisti, Midda, ma anche e, probabilmente, ancor più sua sorella Nissa, erano state in grado di affrontare qualunque sfida, di vincere qualunque battaglia, qualunque nemico, giacché, laddove nulla avrebbe avuto a doversi considerare inatteso, tutto sarebbe stato sempre da loro gestito anche quando inimmaginabile e inimmaginato, giacché, anche in tal caso, comunque non escluso nella propria occorrenza e, in ciò, mai sorprendente, mai così distruttivo come, altrimenti, necessariamente sarebbe potuto essere. Probabilmente, in effetti, le due gemelle non avevano, né mai avrebbero, escluso persino l’eventualità di un tradimento da parte di qualunque dei loro amici o, addirittura, di loro stesse, l’una a discapito dell’altra: non che, in ciò, mancassero reciprocamente di fiducia… semplicemente, se mai, per assurdo, un giorno l’una avesse tradito l’altra, questa sarebbe stata probabilmente in grado di sopravviverle, nel non essersi mai concessa un’occasione di indolente serenità.
E l’unica volta in cui Guerra aveva abbassato metaforicamente la guardia, l’unica volta in cui, superficialmente, si era concessa l’opportunità di considerarsi al sicuro, dopo dieci cicli trascorsi lontano da tutto e da tutti, tale incauta confidenza nei confronti del fato le era costata troppo, vedendosi portato via tutto quanto: il marito, i figli e, quasi, persino la vita. Un’imprudenza, dal suo punto di vista, della quale probabilmente non avrebbe mai trovato modo di perdonarsi, e il ricordo della quale le sarebbe rimasto, del resto, per sempre impresso nella mente, nell’animo, nel cuore e, probabilmente, anche nel corpo, giacché difficile sarebbe stato credere, per chi la conosceva, come i suoi commilitoni, che la sua scelta in favore di quegli arti così grezzi e innaturali e, ancor più, del mantenimento dell’orribile reticolo di cicatrici che ne martoriava l’immagine, rendendola simile a una grottesca imitazione della donna mirabile che era stata un tempo, avesse a doversi giustificare semplicemente in un fattore di tempo, e di tempo da ovviare a perdersi. Tutto quello, Lys’sh, Carsa, così come chiunque altro nel loro gruppo, sarebbero stati pronti a scommettere, ella avrebbe per sempre mantenuto tale, come monito, come orrido promemoria volto a ricordarle il proprio errore e a punirla, in questo, per ciò, per non essere stata, una tragica volta nella propria vita, sufficientemente paranoica.
E paranoica, in tutto ciò, si costrinse necessariamente a essere anche Carsa, la quale, dopo il troppo interesse dimostrato dal suo giovane e attraente interlocutore, non avrebbe potuto concedergli la possibilità di seguirla, di controllarla più del dovuto, impedendole di continuare secondo i propri piani. In questo, e per quanto, suo malgrado, obiettivamente senza colpa alcuna, egli avrebbe avuto a dover essere posto a tacere, e a tacere per sempre. Una morte che, comunque, ebbe a giungere in maniera tutt’altro che dolorosa o spiacevole, nel momento in cui, onde evitare di attirare altre, sgradevoli, attenzioni, soprattutto da parte delle attente guardie lì attorno discretamente appostate, Lavero accettò l’idea di appartarsi con il proprio nuovo amico, e candidato amante, in un angolo, su morbidi cuscini, che accolsero morbidamente i loro corpi non meno di quanto ella parve avere piacere ad accogliere quello di lui: ma nel momento in cui i baci iniziarono a farsi più focosi, più appassionati, e le spalline dell’abito ebbero a scivolare lasciando scoprire, per un fugace istante, i sodi seni della donna, e i loro fieri capezzoli scuri, le braccia di lei parvero, per un momento, voler guidare le attenzioni del proprio complice verso il suo accogliente petto, salvo, una volta che egli ebbe raggiunto quella posizione tanto interessante, stringersi con fermezza attorno al suo collo, a non concedergli opportunità di ulteriore movimento, a non garantirgli possibilità di evasione da quell’unione. E prima che egli potesse realmente rendersi conto di quanto stava avvenendo, una torsione decisa dell’intero corpo della donna attorno a lui, che apparve dall’esterno non dissimile all’appassionata rotazione alla ricerca della miglior postura per un migliore amplesso, vide un suono sordo emesso dalle vertebre infrante del suo collo, liberandolo definitivamente dal fardello della propria esistenza.

« … alla fine sei stato disposto a morire per me… » sussurrò Carsa, in direzione del corpo morto disteso sotto di lei, quasi dimostrando in tal senso un certo rammarico per quella necessaria morte, giacché altre priorità avrebbero avuto a dover essere intese da parte sua, in quel frangente, al di là del mero appagamento di un possibile capriccio fisico, per il quale, comunque, quel giovane avrebbe potuto anche avere possibilità di soddisfarla « … grazie. »

Chiudendogli le palpebre con una delicata carezza, e ricomponendo il cadavere in una posizione più naturale, quasi egli stesse lì riposando, la sua carnefice verificò con sguardo discreto ma attento di non aver attratto alcun particolare interesse da parte dei loro vicini d’alcova, i quali, impegnati quali erano in più appaganti attività, di nulla avevano avuto possibilità di accorgersi.

« Riposa sereno, amore mio… » augurò Lavero, offrendo un ultimo sguardo al breve, ma intenso, compagno di letto con il quale era giaciuta « So di essere una donna più impegnativa di quanto non potrebbe superficialmente apparire. »

Così liberatasi di quel pur non spiacevole ingombro, ella ebbe a rialzarsi con tranquillità, passandosi una mano fra i capelli, a offrir loro una rapida sistemata, prima di dedicarsi all’abito, a coprire nuovamente le proprie grazie, sebbene, in quel particolare contesto, il suo avrebbe avuto probabilmente a doversi considerare un’inutile pudore. E, come se nulla fosse appena accaduto, come se una vita non si fosse estinta fra le sue braccia, ella riprese il proprio giro per così come pocanzi interrotto, a concludere la conta delle guardie prima di avviarsi, con serenità, in direzione del pozzo centrale, decisa, in ottemperanza alla strategia iniziale, a non arrestarsi al piano superiore dell’edificio ma a spingersi più in profondità possibile, fino a dove, per lo meno, una potenziale cliente qual Lavero era, avrebbe avuto occasione di giungere.

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