Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

venerdì 24 marzo 2017

RM 082


Sistema di Velsa, seconda luna del terzo pianeta.

Al pari di molti altri grandi pianeti densamente abitati dell’universo, il terzo pianeta del sistema di Velsa aveva preferito ovviare all’impegno non di poco conto derivante dall’idea della realizzazione di una stazione orbitale sufficientemente estesa da poter essere realmente utile nell’accoglienza e, soprattutto, nella regolamentazione del traffico interplanetario lì diretto, sfruttando in tal senso una delle proprie risorse naturali, ossia uno dei due satelliti lì già preesistenti e, a buon titolo, perfettamente indicati allo scopo. In ciò, la seconda luna, più esterna, e, in un’epoca lontana sicuramente meno apprezzata, meno considerata rispetto alla prima, più distinguibile, protagonista delle notti di quel pianeta, era divenuta a tutti gli effetti forse uno dei punti più strategici dell’intero sistema, tanto dal punto di vista politico, quanto da quello commerciale, assumendo il ruolo di quello che, in un mondo più primitivo, estraniato dal concetti di viaggi spaziali, di colonizzazione planetaria e simili, avrebbe avuto a dover essere proprio del porto di una città. Un paragone il quale, per essere comunque accettabile, avrebbe avuto a dover tener conto delle diverse proporzioni fra le esigenze proprie di una singola città e quelle, piuttosto, di un intero pianeta e, anche, di un intero sistema solare, giacché in tutto il sistema di Velsa soltanto il terzo pianeta si poneva qual contraddistinto da un’atmosfera e, in questo, era effettivamente abitato.
Quella piccola luna, quindi, era sostanzialmente divenuta un crocevia siderale, non soltanto comodo scalo lungo la rotta di molte navi mercantili ma, anche e ancor più, perfetto punto di incontro, e di scambio, fra diverse culture, fra diversi mondi, ognuno più che desideroso di poter mettere i propri prodotti a disposizione del miglior offerente. Molte erano, così, le attività commerciali lì presenti, collaterali a tutto ciò, a iniziare da alberghi e ristoranti, per proseguire, poi, anche con postriboli, case da gioco e quant’altro potesse allietare l’estemporanea presenza di coloro lì necessariamente sempre e soltanto di passaggio, per pochi giorni, una o due settimane al più. In presenza di simili insediamenti, ineluttabilmente non avrebbe potuto mancare la presenza di chi interessati a lucrare attorno a tutto ciò con ogni mezzo, lecito e non, un sottobosco di criminalità più o meno organizzata che in parte era tollerata dal governo locale nella mera consapevolezza di non essere, proprio demerito, in grado di riuscire a estirpare in maniera radicale il problema e che, anzi, qualunque sforzo in tal senso avrebbe rischiato, semplicemente, di rendere le cose più agitate e pericolose di quanto, già, non avrebbero avuto a poter essere considerate. Di conseguenza, anche quella luna, come molte altre simili in altri sistemi, aveva finito con l’assumere più la forma di una zona franca, all’interno della quale l’idea stessa della legge aveva sicuramente minor valore rispetto al pianeta, e la maggior parte delle attività criminali avevano la possibilità di fiorire e accrescere indisturbate, pur sotto gli occhi di tutti.
In un tale contesto, non difficile sarebbe stato comprendere il perché della presenza di una roccaforte riconducibile proprio alla Loor’Nos-Kahn: al contrario, fin troppo banale, fin troppo ovvio, avrebbe avuto a essere giudicato, nell’evidenza di quanto, lì più che altrove, i loro traffici, i loro commerci, in armi, droga, e schiavi, avrebbero potuto avere occasione di esprimersi al meglio.
Più per una questione di vicinanza fisica che, invero, di ovvietà, comunque, la seconda luna del terzo pianeta del sistema di Velsa ebbe a essere individuata qual la prima tappa per il ricostituito gruppo di fratelli e sorelle d’arme, in quella loro personale guerra contro la Loor’Nos-Kahn. Una guerra che, indubbiamente, era stata incominciata senza alcuna particolare consapevolezza a tal riguardo da parte dei predoni protagonisti del massacro a casa di Brote e Midda; e che pur, allora, sarebbe stata condotta a compimento, con la più assoluta coscienza e il più completo controllo, da quel piccolo contingente di uomini e donne, umani e chimere, che, nell’obiettivamente minimo numero di dodici elementi, avrebbero allora attaccato un complesso sotterraneo all’interno del quale, ipoteticamente, in una stima estremamente ottimistica, non meno di un centinaio di avversari li avrebbero attesi. Ma fossero stati anche tre o cinque volte tanto, Guerra e i suoi commilitoni non si sarebbero tratti indietro, trovando, altresì, un’ottima ragione per insistere in quella direzione, per intestardirsi in tal senso, nell’occasione di incontrare realmente, in ciò, una sfida degna della leggenda che essi, ormai, erano divenuti.

Dettagli approfonditi nel merito della roccaforte della Loor’Nos-Kahn non erano purtroppo in loro possesso. Ciò che Nissa era stata in grado di mettere insieme, e che, successivamente, gli Spettri di Desmair erano stati in grado di confermare e minimamente ampliare, avrebbe avuto a doversi considerare ben poco per potersi permettere un’accurata pianificazione strategica. Di certo, al pari della maggior parte delle edificazioni presenti su quella luna, la maggior parte dell’estensione della medesima era al di sotto della superficie, a garantire in ciò una maggiore protezione in contrasto all’assenza di atmosfera del satellite, nonché all’incessante rischio di passaggio di qualche piccola meteora, la quale, fosse anche stata delle dimensioni di un chicco di riso, avrebbe potuto compiere parecchi danni in simile contesto.
Di forma ipoteticamente esagonale, la roccaforte scendeva quindi nel suolo per almeno sette piani, più probabilmente undici, organizzando, nei propri differenti livelli, le diverse attività proprie dell’organizzazione: a partire dall’unico strato emerso, gestito come casa di piacere, via via a scendere, fino ad arrivare, non prima del quinto livello sotterraneo, ai magazzini dove era stipata la merce da vendere, in ordine di importanza e prezzo, a partire dalle droghe, passando per gli schiavi e giungendo, alfine, alle armi. Gli schiavi, forse, avrebbero avuto in ciò a dover essere ricercati fra il sesto e il settimo livello sotterraneo, o, eventualmente, l’ottavo se fosse stato scoperto qual esistente, anch’essi organizzati in ordine di valore, a partire dagli uomini, per poi passare alle donne e, infine, giungere ai bambini. I bambini, per quanto terrificante potesse essere considerato, avrebbero infatti avuto a dover essere identificati quali gli schiavi potenzialmente più interessanti, giacché contraddistinti da un’aspettativa di vita maggiore, un’innata duttilità e una maggiore propensione all’adattamento alla nuova condizione, nonché ai propri nuovi padroni, chiunque essi si fossero alfine offerti essere.
Non avendo, tuttavia, né dettagli nel merito del numero di persone che avrebbero lì potuto attenderle, né delle loro eventuali risorse, né, tantomeno, assoluta certezza di quanto, il loro attacco, non avrebbe garantito ai loro avversari eventuale tempo utile per sbarazzarsi di tutti i prigionieri, fosse anche come tentativo disperato di poter avere la meglio su di loro, il gruppo decise di affidare la prima parte della loro azione alle loro due principali esperte di infiltrazione e ricognizione: Carsa e Lys’sh. E se la chiave di volta della seconda avrebbe avuto a dover essere considerata la sua straordinaria capacità di discrezione, tale da poterle garantire di entrare all’interno del complesso e di esplorarlo con un minimo rischio di poter essere scoperta; l’approccio della prima avrebbe avuto a dover essere considerato del tutto antitetico, nel prevederla, al contrario, presentarsi direttamente all’ingresso del complesso qual una nuova, molto interessata, potenziale ed estremamente danarosa cliente, nell’investire allora la propria abilità, e i propri sforzi, per dare vita a una nuova identità, a un nuovo personaggio che avrebbe aggiunto al proprio personale repertorio, e che si sarebbe dimostrata, a discapito di qualunque preoccupazione, sicuramente perfetta.

« La signora… Lavero? » domandò uno dei tre uomini posti a presidio dell’ingresso principale dell’edificio, leggendo le credenziali da lei fornitegli e cercando, in ciò, conferma nel merito dell’effettiva pronuncia di quel nome, di fronte al quale avrebbe potuto dirsi tranquillamente ignorante.
« Esattamente… » sorrise, di rimando, una meravigliosa donna, avvolta, per l’occasione, in uno splendido abito lungo, terribilmente a sproposito in un ambiente qual quello proprio di una luna e che pur, addosso a lei, avrebbe avuto ogni ragione di permanere, fossero stati persino nello spazio aperto.

E se, a rispondere a quella questione, fu la voce di Carsa, impossibile, per chiunque, nell’osservarla in quel frangente, sarebbe stato riconoscerla in quanto tale, giacché nulla, in Lavero, avrebbe potuto ritrovare occasione di paragone nella combattente.

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