Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

martedì 14 marzo 2017

RM 072


Heska Narzoi.

Nella foto di gruppo che Midda Bontor aveva conservato per dieci anni, e che, in quel fin troppo lento peregrinare nell’universo, la stava vedendo rimbalzare da un pianeta all’altro, da un sistema all’altro, allo scopo di rimettere insieme tutti i membri della vecchia squadra lì immortalata nel contempo in cui, non con maggiore velocità, anche il suo corpo si stava impegnando a riprendersi dalla dura prova a cui ella era stata sottoposta; Heska Narzoi avrebbe avuto a dover essere indubbiamente considerata qual una sorta di sorellina minore: una fra le ultime a essersi unita al gruppo dei soldati di ventura al seguito di Guerra, ella, al momento in cui questi avevano intrapreso strade diverse, avrebbe infatti potuto vantare appena vent’anni.
Originaria del sistema binario di Jorah, ella aveva avuto occasione di incontrare per la prima volta Midda Bontor proprio nel pieno della guerra dei due soli, una straziante guerra civile che, quindici cicli prima, aveva letteralmente dilaniato quattordici diversi pianeti, mietendo un numero incommensurabile di vittime. All’epoca neppur quindicenne, Heska, umile figlia di un fabbro, era stata condannata a un destino forse peggiore della morte, venendo catturata da un gruppo di militari dell’avversa fazione i quali, posti innanzi a una fanciulla che definir stupenda sarebbe parso mero eufemismo, l’avevano ben volentieri aggiunta alla propria schiera di trofei, sottoponendola, in ciò, ai peggiori orrori dei quali, sovente, la guerra da sempre avrebbe avuto a dover essere considerata qual contornata e che, pur da sempre, immancabilmente, finiva per essere obliata, riducendo stupri e violenze, da parte dei militari a discapito della popolazione, a mero rumore di fondo. A salvarla, allora, dalla follia nella quale, ineluttabilmente, la sua mente sarebbe alfine precipitata, per tentare di trovare scampo a quell’ingiustificabile incubo, era intervenuta, giustappunto, Guerra. Ella, in quel frangente addirittura sola, laddove i suoi compagni e le sue compagne, i suoi fratelli e le sue sorelle d’armi, avrebbero avuto a dover essere riconosciuti qual impegnati su altri fronti, non appena aveva avuto notizia di quanto accaduto, dell’esistenza di un gruppo di una dozzina di donne ridotte in schiavitù per sodisfare i più luridi capricci di un battaglione di oltre cento fanti, era sopraggiunta splendida come l’alba, e temibile come la morte incarnata, a liberarla, a liberarle tutte, falciando senza pietà alcuna tutti i loro aguzzini.
Cento uomini, cento soldati, cento stupratori, erano morti quella notte: ottantotto, i più fortunati, uccisi in maniera pietosamente rapida da Midda Bontor; dodici, altresì, da lei semplicemente catturati e inchiodati al suolo, per poter consentire alle ragazze che tanto avevano subito di avere la propria occasione di affrontare quell’incubo e trovare, in ciò, la forza di andare avanti. Non tutte e dodici le ragazze lì salvate, però, ebbero la forza di reagire: Heska Narzoi, fra quelle che, invece, scelsero di restituire ai propri carnefici una pur minima parte dell’orrore nel quale le avevano precipitate, si distinse nel non limitarsi a fare letteralmente a pezzi l’uomo offertole in sacrificio da Guerra, ma anche tutti gli altri sui quali ebbe la possibilità di porre le proprie mani. In lei, così, riconoscendo non soltanto una terrificante furia guerriera, ma anche, e suo malgrado, una negativa sete di sangue e di morte, in una vendetta che, ancora, chiaramente, non era stata in grado di garantirle occasione di pace; Midda accolse Heska sotto la propria ala protettiva, offrendole la possibilità di unirsi a lei in uno stile di vita che, in molti, avrebbero potuto criticare qual inadatto a una quindicenne e che, ciò non di meno, ella stessa aveva abbracciato alla stessa età.
Accanto a Guerra, nei cinque anni che seguirono quell’incontro, Heska ebbe quindi occasione di crescere non soltanto in termini di età o fisico, ma, anche, psicologicamente, confrontandosi ogni giorno con la morte, fissandola in viso e scoprendo, in ciò, di aver ancora volontà di vivere, ancora desiderio di andare oltre. E, quasi senza rendersene neppure conto ella ebbe a superare i propri traumi, i ricordi traumatici della lunga prigionia della quale era rimasta vittima, scoprendo una nuova se stessa che, ancora, ella avrebbe potuto amare e, ancora, avrebbe potuto trovare di che amare qualcun altro. Così, quando Midda si ritirò insieme a Brote a vita privata, e il loro gruppo, la loro famiglia, ebbe a sciogliersi, Heska si sentì finalmente pronta a ritornare a casa, per riabbracciare proprio padre, fortunatamente sopravvissuto alla guerra, e riappropriarsi della propria vita.

Quando Midda Bontor, con al seguito Carsa Anloch, Duva Nebiria e Salge Tresand, ebbe a presentarsi all’ingresso del negozio d’armi bianche di proprietà della famiglia Narzoi, la trentenne Heska con la quale ebbe a confrontarsi fu quasi difficile a riconoscersi.
La ragazza di un tempo, l’adolescente dalle fattezze di un’eterea ninfa, aveva ceduto il passo a una giovane donna, lì nel pieno della propria maturità fisica: i lunghi, lunghissimi biondi capelli di un tempo, che ben si accompagnavano a quelli di Carsa, erano stati ridotti in un taglio più pratico, più comodo, a malapena scendendo a sfiorarne le spalle; la pelle candida, quasi pallida di un tempo, che sembrava voler competere con quella di Midda, aveva acquistato un colore decisamente più intenso, piacevolmente abbronzata; il corpo sottile, a tratti persino spigoloso, quasi androgino, di un tempo, aveva acquisito, assieme a una muscolatura più definita, in grazia al lavoro da fabbro che aveva voluto ereditare da suo padre, anche forme più morbide, complice, sicuramente, l’effetto della maternità che, cinque anni prima, l’aveva veduta porre alla luce una splendida bambina, a cui aveva dato il nome di Gaeli.

« Diamine… la nostra bambina è cresciuta ed è divenuta persino più bella di me! » ebbe a protestare, sottovoce, Carsa, in un misto di giuoco e invidia, pur priva di qualunque malizia, di qualunque malvagità, sinceramente contenta per lei, sebbene, obiettivamente, difficile sarebbe stato per chiunque definire quale, fra le due donne, avesse a doversi considerare qual la più bella.

Della fanciulla di un tempo, ancora inalterati, restavano sicuramente i suoi occhi, i suoi grandi occhi di un intenso blu, simile a quello delle profondità marine, che tanto orrore avevano vissuto, che tanto sangue e tanta morte avevano contemplato, e dai quali, pur, tanto amore era ancora in grado di essere donato alla sua famiglia e a tutti i suoi cari. Quegli stessi immensi occhi blu, in quel mentre immersi in un fine lavoro di cesellatura della guardia di una meravigliosa sciabola da lei forgiata e non ancor completata nei propri minori dettagli, ebbero a sollevarsi quasi casualmente in direzione della vetrina della propria bottega giusto un istante dopo il commento a lei dedicato, permettendole, solo allora, di cogliere l’immagine del gruppetto lì davanti radunatosi… un gruppetto che non ebbe difficoltà alcuna a riconoscere, vedendo aprirsi un amplio sorriso fra le sue rosse e sottili labbra.

« Per Vehnea… » esclamò il nome della propria dea prediletta, interrompendo di scatto il proprio operato per alzarsi e raggiungere gli amici lì inaspettatamente apparsi « … Midda, Duva, Carsa… Salge… che piacere vedervi! » commentò, sinceramente incredula di fronte a tanto.
« Avrei preferito poter essere qui in un’occasione migliore, Heska. » esordì Midda, scuotendo tuttavia il capo a escludere che quella avesse a dover essere fraintesa qual tale « Purtroppo… ragioni personali mi stanno spingendo a rimettere insieme la vecchia squadra. E, in questo, ho bisogno anche di te. »
Nel cogliere la serietà dei toni usati dalla propria amica, la giovane lasciò scomparire rapidamente il sorriso dal proprio viso e si affrettò a domandare: « Che cosa succede, Midda...? »
« Mio marito è stato ucciso. I miei due figli sono stati rapiti e, a quest’ora, forse sono già stati venduti come schiavi da qualche parte nell’universo. » riassunse Guerra, cercando di mantenere tutto il proprio autocontrollo benché, indifferentemente da quante volte e da quanto tempo ella stesse ripetendo quella storia, il dolore derivante fosse equivalente, se non peggiore, rispetto alla prima.
Cercando di contenere l’orrore provato di fronte a quell’annuncio, per rispetto nei confronti dell’amica, Heska di concentrò sulla questione in oggetto e commentò dicendo: « Se qualcuno uccidesse Mab’Luk e rapisse Gaeli, non so cosa non farei per vendicarmi. Ma so chi sarebbe lì accanto a me… » suggerendo, con assoluta certezza, quanto proprio la sua interlocutrice, a ruoli inversi, non si sarebbe mai sottratta a un simile invito « Andiamo a riprendere i tuoi bambini! »

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