Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

domenica 12 marzo 2017

RM 070


Duva Nebiria.

Di soltanto una manciata di mesi più giovane di Midda Bontor, e, in ciò, sostanzialmente sua coetanea, Duva Nebiria era sempre stata una donna incredibilmente carismatica, straordinariamente competitiva e meravigliosamente battagliera, al punto tale da poter essere considerata, a tutti gli effetti, un’altra incarnazione della medesima Guerra… quasi come se gli dei, dopo essersi resi conto di aver posto in circolazione una donna tanto pericolosa, avessero deciso di alzare la posta in gioco imponendo al Creato la coesistenza di due, tanto simili, figure, nella speranza che, nella complessa equazione chiamata vita, esse sarebbero finite con l’incontrarsi, lo scontrarsi e, in ciò, l’annichilirsi reciprocamente. Tuttavia, se realmente tale avesse avuto a doversi considerare l’intento dei creatori, il libero arbitrio comunque concesso alle due creature aveva visto il loro rapporto svilupparsi in termini ben diversi, e tali, nella fattispecie, dal non annullarsi a vicenda, quanto, e piuttosto, dall’alimentarsi reciprocamente, in un crescendo esponenziale nel confronto con il quale l’unico fattore a poter rischiare seriamente l’annichilimento avrebbe avuto a doversi considerare il medesimo Creato.
Al di là della vicinanza mentale e spirituale, dal punto di vista fisico, tuttavia, Duva e Midda avrebbero potuto essere comunque considerate facilmente distinguibili se non, a tratti, persino antitetiche.
Alla carnagione candida di Guerra, così chiara da risultare simile a latte; Duva rispondeva con un’epidermide squisitamente scura, di qualche tonalità ancor più intensa rispetto a quella color della terra propria di Carsa Anloch. Ai capelli rosso fuoco dell’una, accompagnati da occhi color ghiaccio; l’altra rispondeva con un’incredibile chioma di capelli castano scuri, ordinati in una miriade di sottili treccine che, malgrado tutto l’impegno, non sembravano in grado di contenerne il volume, accompagnati da occhi color castano chiaro, contraddistinti, tuttavia, da riflessi giallo-arancioni che lì avrebbero facilmente classificati qual dorati. Alle dimensioni contenute di Midda, la cui altezza avrebbe avuto a doversi riconoscere nella media; Duva di contrapponeva con almeno una spanna il più. E alle forme generose della prima, con seni fin troppo prorompenti, e che, nel corso degli anni, non avevano mancato di essere fra di loro anche oggetto di battute e scherzi, senza mai mancanza di autoironia da parte della loro stessa proprietaria; la seconda rispondeva con un corpo più atletico, non elegante e longilineo qual quello di Carsa, ma, ciò nonostante, indubbiamente meno appariscente rispetto a quello della loro indomita comandante.
Per il resto, entrambe guerriere, entrambe contraddistinte da una vita intera dedicata alla guerra, tanto l’una, quanto l’altra, non avrebbero potuto ovviare a sfoggiare muscoli guizzanti sotto le rispettive epidermidi, così come spalle ben definite. Inoltre, al pari di molti altri loro compagni e compagne, Carsa inclusa, diversi tatuaggi non mancavano, ovviamente, di contraddistinguerne la storia personale, scrivendo sulla loro pelle i dettagli di una vita straordinariamente avventurosa, in termini che soltanto loro, comunque, avrebbero saputo interpretare. Così, seppur, allora, per metà perduti da Midda Bontor insieme al proprio braccio destro, e per metà ridotti a un osceno intreccio di ancor fresche cicatrici pulsanti sul sinistro, i complessi tatuaggi tribali in tonalità di azzurro e blu della stessa avrebbero potuto trovare degli equivalenti sulle braccia della sua amica, compagnia, sorella d’arme, in tonalità altresì dorate, in un effetto a dir poco straordinario sulla sua meravigliosa pelle marrone scuro; mentre per Carsa Anloch, un diverso soggetto avrebbe avuto a dover essere ricercato, e ricercato, in particolare, dietro le sue spalle, in corrispondenza delle due scapole, là dove, nel giorno stesso in cui aveva abbandonato la propria vita come Ah’Reshia Ul-Geheran, aveva voluto imprimere due magnifiche ali, pronte ad aprirsi e a permetterle di spiccare il volo nell’infinito dell’universo.
Pur condividendo così tanto nella propria storia personale, anche dal punto di vista emotivo Duva e Midda avevano percorso cammini di vita estremamente diversi, a partire dalle proprie scelte relazionali.
Laddove Guerra, prima di Brote, aveva avuto comunque già altri estemporanei compagni, altri amanti occasionali, pur senza, in ciò, ricercare nulla di duraturo, anche nella consapevolezza di quanto il suo particolare stile di vita non glielo avrebbe mai consentito; Duva non aveva mai voluto permettere al fatto di essere una guerriera, un soldato di ventura, di negarle le tanto decantate gioie del matrimonio e, in questo, aveva finito per sposarsi ben più volte di quante non avrebbe avuto piacere a ricordare. Il primo amore della sua vita, che forse, più di tutti, aveva nel bene o nel male lasciato il proprio segno nella storia personale della donna, avrebbe avuto a dover essere identificato nel capitano Lange Rolamo, un ex-militare, suo pari, che aveva deciso di lasciare qualunque organizzazione regolare il giorno in cui aveva tragicamente perduto la propria prima moglie, Kasta Hamina, e il figlio di cui ella era in attesa, per mano di un gruppo di pirati chimere. Accecato dalla brama di vendetta, Lange aveva così votato la propria esistenza al riuscire a identificare, e uccidere, tutti coloro che si erano macchiati di tale colpa, in una storia che, a posteriori, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual spiacevolmente parallela a quella che Midda Bontor stava allor vivendo; e a nulla era valso né l’amore, né la collaborazione che un’ancor giovanissima Duva Nebiria gli aveva garantito: anche quando la vendetta fu compiuta, il cuore di Lange si ritrovò a essere troppo ferito per poter accettare di vivere quel proprio secondo matrimonio e, in questo, ella ebbe a conteggiare il proprio primo divorzio… il primo di molti altri, a seguire. E trascorsi dieci anni dall’ultima volta che Guerra aveva avuto modo di incontrare l’antica compagna, impossibile sarebbe stato allor stimare a quale matrimonio ella potesse essere ormai giunta.

Quando Duva Nebiria venne raggiunta da Midda Bontor e Carsa Anloch, nella periferia di una tranquilla colonia mineraria del quarto pianeta del sistema Porstark, ella fu trovata intenta nell’unico ruolo in cui mai, obiettivamente, le due sorelle d’arme avrebbero potuto immaginare di vederla assorta: quello di locandiera.

« Midda! Carsa! » esclamò, aprendo un amplio sorriso fra le proprie morbide labbra, poste sotto un naso appena schiacciato al centro del viso a forma di cuore « Diamine… era ora che vi faceste vive! Sono passati dieci anni! » sembrò persino rimproverarle, salvo subito abbracciarle affettuosamente entrambe.
« … tu lavori qui? » domandò, un po’ incerta, Carsa, dopo aver ricambiato l’abbraccio, non desiderando criticare le scelte della propria amica e, ciò non di meno, non riuscendo a credere che una come lei potesse veramente spendere le proprie giornate a servire birra a stanchi minatori.
« Ci vivo, più che altro. » puntualizzò la prima, per poi additare, con un gesto divertito, un uomo poco distante da loro, intento a raccogliere, a un tavolo, un’ordinazione « Quel bel pezzo di manzo è Be’Sihl Ahvn-Qa… mio marito, nonché proprietario del locale! » dichiarò, non senza dimostrare una nota di sincera passione nella propria voce a pronunciare quel nome « Ma… vi prego, non mi chiedete che numero egli sia… perché, sinceramente, ho smesso di contarli ormai. » minimizzò, in quella che Carsa, da bugiarda professionista, riconobbe chiaramente essere una menzogna, ma nel merito della quale, per rispetto verso di lei, accettò di non approfondire.
« Duva… » richiamò l’attenzione Midda, con serietà sufficiente nel proprio tono di voce da escludere ulteriori chiacchiere, purtroppo non potendosi permettere ulteriori perdite di tempo rispetto a quante, già, quel lungo peregrinare nell’universo alla ricerca della propria vecchia squadra non gliene stesse necessariamente richiedendo « … so di non essere educata a piombare così improvvisamente nella tua vita dopo tanto tempo. Ma Brote è stato barbaramente ucciso. E i nostri figli… i miei bambini, sono stati rapiti, probabilmente per essere venduti come schiavi. » dichiarò, soffocando ogni emozione, laddove, in caso contrario, non sarebbe riuscita a proseguire « Ho bisogno di rimettere insieme la nostra vecchia squadra, per salvarli e per estirpare tutti coloro che sono coinvolti in ciò. Ho bisogno di te. »

E la locandiera, dopo aver ascoltato con totale attenzione quelle parole, non fece altro che sciogliere il grembiule che teneva legato in vita, senza un solo istante di esitazione, senza un solo momento di incertezza, pronta a seguire le proprie amiche ovunque il destino le avrebbe condotte.

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