Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

giovedì 9 marzo 2017

RM 067


Giunta all’ospedale di Ae-Mlich’Loos, Midda Bontor versava ancora in condizioni inevitabilmente critiche, tali che alcuno dei medici lì presenti, obiettivamente, avrebbe accettato l’idea di scommettere un solo credito, fosse anche contro un miliardo, sull’ipotesi della sua sopravvivenza oltre al mattino successivo. Qualcuno, addirittura, arrivò a suggerire una forte sedazione tale da permetterle un quieto passaggio fino al regno dei morti, ritenendo tutto ciò qual un mero atto di compassione nei suoi riguardi. Ma, in contrasto a ogni voce a lei sfavorevole, ebbe a levarsi in maniera forte e predominante quella del dottor Gimia Cone; il quale, avendola assistita nelle ultime sei ore, e potendo testimoniare quanto già, per altre sei ore antecedenti, ella avesse combattuto, sola, quella battaglia contro la morte, escluse fermamente qualsiasi drastica decisione, seppur mossa da intenti misericordiosi, laddove tale da prevedere la sua dipartita.
Il primo intervento chirurgico a cui la donna venne sottoposta durò quasi otto ore, nel corso delle quali, oltre a una doverosa attenzione volta a tutti i numerosi tagli infertile, che dovettero essere ripuliti e cautamente ricuciti, quanto rimasto della sua gamba e del suo braccio destro, pochi frammenti carbonizzati, fu completamente rimosso per evitare ulteriore necrosi dei tessuti. Più i chirurgi lavorarono su di lei, e più ebbero a sorprendersi, sinceramente, di come ella potesse essere ancora in vita, in misura tale, già dopo soltanto le prime due ore di intervento, da aver maturato sufficiente stima nei riguardi di una figura tanto tenace da non poter più ipotizzare null’altro che la salvezza per lei, a costo di doversi impegnare tutti insieme a far ben oltre che il possibile per aiutarla. Ad attenderla, fuori dalla sala operatoria, non mancarono di essere presenti il sergente Koltre e il dottor Cone: e se il primo, più per dovere che per un vero e proprio interesse in tal senso, appena tornato in città aveva dovuto premurarsi di recarsi a presentare rapporto in merito a quanto trovato, fosse anche soltanto per assicurarsi che tutto potesse procedere come necessario, raggiungendo l’ospedale non prima di quattro ore dall’inizio dell’intervento; il secondo non aveva abbandonato, neppure per un istante, la propria paziente, accettando di affidarla alle mani dei propri colleghi solo nel momento in cui fu costretto a rendersi obiettivamente conto di non poter procedere oltre e, ciò non di meno, restando comunque in zona, quasi in maniera scaramantica.
Solo dopo otto, lunghe, lunghissime ore, finalmente il riserbo del caso poté essere sciolto e Midda Bontor ebbe a essere dichiarata non più in condizioni critiche. Trasferita in una camera, rimase comunque e necessariamente in osservazione per le ore e i giorni a seguire, in attesa che riprendesse coscienza di sé e del mondo a sé circostante. Prima, infatti, di poter anche solo ipotizzare di proseguire con ulteriori interventi, sia volti a sanare, da un punto di vista squisitamente estetico, le numerose cicatrici ineluttabilmente presenti sul suo corpo e finanche sul suo viso, e sia destinati a impiantarle due protesi robotiche in sostituzione degli arti perduti; sarebbe stato necessario accertarsi che le sue condizioni fossero realmente rientrate nella norma, ragione per la quale doveroso passaggio necessario avrebbe avuto a doversi considerare proprio il suo risveglio. Evento, nella fattispecie, che occorse solo dopo cinque giorni, nel corso dei quali, sicuramente a concedere al proprio corpo il tempo necessario per riuscire a riscoprirsi effettivamente vivo, ella rimase priva di sensi, intrappolata in un sonno privo di sogni.
E quando alfine ella si risvegliò, le sue prime parole non si dimostrarono in nulla confuse o disorientate, così come pur avrebbero potuto aver ragione di essere. Al contrario, sotto lo sguardo perplesso dell’infermiera di turno, e di Lares Gavin, uno dei membri della squadra che lì l’aveva accompagnata, e che, da allora, aveva visto almeno uno fra loro essere sempre presente al suo fianco, a vigilare su di lei, Midda Bontor, dopo aver dischiuso i proprio occhi color ghiaccio, rimase in silenzio per quasi due minuti, osservando accuratamente tanto i due individui di fronte a lei, quanto l’ambiente a sé circostante, prima di concedersi occasione di proferir verbo…

« Tu… » esordì, volgendo la propria attenzione all’indirizzo di Lares « … sei uno della squadra che mi ha salvata. » dichiarò, con voce necessariamente indebolita in conseguenza del prolungato silenzio, e, tuttavia, con tono che escluse perentoriamente qualunque interrogativo, dal momento in cui la sua avrebbe avuto a doversi considerare, piuttosto, una mera constatazione dei fatti.
« … ma... come…?! » esitò il giovane, sorpreso da quella corretta identificazione, segno evidente di come, a dispetto di quello che era apparsa, ella non avrebbe avuto a doversi considerare così completamente priva di coscienza al momento del loro arrivo a casa sua « Sì… » confermò poi, benché non ve ne sarebbe stato bisogno alcuno, rispondendo più per istinto che per una reale elaborazione consapevole di tale replica « Mi chiamo Lares… Lares Gavin. »
« Lares… siamo a Ae-Mlich’Loos. E’ corretto? » domandò, ora, la donna, benché, ancora una volta, quella questione avrebbe avuto a doversi considerare sostanzialmente retorica, ancor più che reale nelle proprie motivazioni.
« Sì. » annuì ancora egli « Sei all’ospedale. » soggiunse, inutile puntualizzazione, dal momento in cui, palese, avrebbe avuto a doversi considerare allora la sua collocazione spaziale, non fosse altro per l’ambiente a lei circostante e la presenza, accanto a loro, di un’infermiera.
« Brote… mio marito… è morto. » sancì ella, riuscendo a dimostrarsi straordinariamente controllata nello scandire quella terza affermazione, nel confronto della quale, allora, Lares non avrebbe avuto cuore di replicare con una superflua conferma.
« Signora Bontor… la prego. » cercò di intervenire l’infermiera, prendendo per la prima volta voce « Non dovrebbe affaticarsi. » raccomandò, invitandola, in tal maniera, a ovviare a ulteriori sforzi volti al parlare.
« I miei figli... Pares… Caian… sono stati rapiti da quelle chimere. » asserì, ignorando quell’ultimo intervento, quasi fosse stato mero rumore di fondo « Hai notizie di loro… o degli altri bambini? » tornò a chiedere, in direzione del suo giovane soccorritore.
« Io… » esitò egli, non sapendo cosa poter rispondere a quell’interrogativo, non tanto in assenza di una replica da offrirle, quanto, e piuttosto, intimorito da ciò che quella replica avrebbe potuto recare seco.
« Rispondimi, per cortesia… » insistette la donna.
« No. » scosse il capo Lares, così incalzato, cercando di palesare tutto il proprio sincero dispiacere in ciò « A posteriori abbiamo cercato di tracciare la rotta della nave dei razziatori… ma era passato già troppo tempo: non abbiamo idea di dove siano andati. E di dove abbiano portato i bambini. »

Se uno, fra i due lì presenti, si fosse atteso, allora, di assistere a una qualche reazione di disperazione, da parte della donna, sarebbe rimasto certamente privo di soddisfazione, dal momento in cui, tutto ciò che ella si limitò a compiere, fu sollevare appena il capo dal cuscino sul quale era appoggiato, sdraiata qual era in posizione supina, per contemplare le proprie condizioni e, in particolare, verificare l’assenza degli arti che, certamente, non avrebbe potuto allor ignorare qual perduti, non dopo la straordinaria capacità di controllo sull’ambiente che, sino ad allora, aveva comprovato in maniera incontrovertibile.
Trovata la conferma a ciò che, probabilmente, ella già si attendeva, tornò a parlare, questa volta in direzione dell’infermiera che, sino a quel momento, aveva volutamente trascurato…

« Ti chiedo perdono per la mia maleducazione… » premesse verso di lei, storcendo appena le labbra verso il basso « … purtroppo, ti prego di comprendermi, è quella che si potrebbe considerare una giornata “no”. » ebbe a sottolineare, quasi dimostrando, in tal senso, una certa ironia nel voler minimizzare in tal maniera quanto accaduto « Potresti, per cortesia, avvisare i dottori, o chi per loro, che desidererei quanto prima avere una gamba e un braccio nuovi, per potermi alzare e andarmene di qui…? »
« Veramente, lei dovrebbe… » esitò l’infermiera, cercando di trovare il modo di invitarla al riposo.
« Io devo potermi alzare e andarmene di qui… » la interruppe, con tono ora oltremodo serio, nel confronto con il quale Lares sentì quasi l’istinto di porsi sull’attenti « … e, in questo, i casi sono due: o mi rimpiazzate voi la gamba e il braccio, o sarò costretta a saltellare su una gamba sola fino allo spazioporto. » sancì, in quello che non avrebbe avuto a dover essere equivocato qual uno scherzo, quanto e piuttosto una ferma dichiarazione d’intenti da parte sua « Comprendi? »

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