Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

mercoledì 8 marzo 2017

RM 066


« Questa donna… sarebbe Guerra?! » esclamò Lares, con occhi fuori dalle orbite, nel riconoscere, e non solo all’interno del gruppo, quel nome, quel sostantivo divenuto nome proprio di persona, e di una persona in particolare, una persona entrata nella leggenda e che, leggenda, sembrava ormai essere stata, non esistendo prova alcuna di una sua reale esistenza « Io… credevo fosse un mito! »
« Ma… sergente… » esitò Reen Pohla, seduto proprio a fianco del unico piede rimasto alla donna, osservandola con attenzione nel cercare di riuscire ad accettare l’idea che quella moribonda, presentatagli con il nome di Midda Bontor, altro non fosse che la leggendaria Guerra « … senza offesa… ma non è possibile! » escluse, scuotendo appena il capo « Cioè… se Guerra fosse venuta ad abitare in questo sistema, in questo pianeta, lo avremmo saputo. Non si parlerebbe d’altro a Ae-Mlich’Loos. Mentre, sinceramente, prima di oggi a stento sapevamo esistesse quell’insediamento rurale. »
« E poi… non avrebbe senso che Guerra viva su questo pianeta… » incalzò Kolli, in favore dell’obiezione espressa dal compagno di squadra « Cioè… siamo ai margini della galassia… »

Levando la propria destra, in un gesto semplice e pur inequivocabile, Iano Koltre richiamò il silenzio perduto, la quiete che, all’interno del ristretto spazio fra loro condiviso, sembrava essere andata perduta in quel momento.
Non altro gli fu necessario per riottenere l’attenzione e la quiete da parte dei propri ascoltatori, garantendogli, in ciò, l’occasione di riprendere a parlare senza doversi accavallare con la propria voce sul piccolo marasma che, in quegli ultimi istanti, si era venuto a creare a seguito dell’ultima rivelazione condivisa.

« Il defunto Brote conobbe Midda durante gli anni della guerra dei due soli di Jorah. » riprese a parlare, ignorando, estemporaneamente, i commenti critici che gli erano stati pocanzi mossi « Anche lui era un soldato di ventura… e uno dei migliori in circolazione. Ma, all’inizio, ebbe la sfortuna di ritrovarsi sul fronte opposto rispetto a quello di lei. » puntualizzò, sorridendo divertito « Tuttavia, non appena egli si ritrovò di fronte alla leggendaria Guerra, non ebbe dubbio alcuno: avrebbero potuto offrirgli qualunque cifra, ma egli non avrebbe mai potuto combattere contro di lei… al contrario. L’unica cosa che, improvvisamente, sembrava valer la pena, nella sua vita, sarebbe stata amare quella donna, per quanto pericoloso ciò potesse essere. »
« Sarò un vecchio romantico, ma non posso evitare di apprezzare il risvolto romantico della faccenda… » commentò il buon medico, dopo lungo silenzio, nel quale, ovviamente, aveva comunque continuato a seguire con attenzione la narrazione offerta loro.
« Evidentemente la apprezzò anche lei... » annuì il sergente « Perché il sentimento che Brote ebbe a dimostrarle, dopo una certa reticenza iniziale, iniziò a essere ricambiato. E, dopo alcuni anni, dopo molte altre battaglie e guerre, i due decisero, di comune accordo, di lasciare quella vita… perché il destino aveva riservato loro qualcos’altro, qualcosa che all’epoca fu percepito come un dolce sogno e che, tuttavia, ora, potrebbe tramutarsi in un terrificante incubo… » sancì, nuovamente serio in maniera incontrovertibile « Midda Bontor era rimasta incinta. E dopo nove mesi, proprio qui, sul sesto pianeta del sistema di Ae-Mlich’Cras, nell’anonimato in cui aveva deciso di vivere per il bene dei loro figli, per la loro incolumità, ella diede alla luce due splendidi gemelli: Caian e Pares. »

Un lungo momento di silenzio ebbe a seguire la conclusione di quel riassunto, di quella fin troppo concisa, e pur adeguata, sinossi, utile a permettere a tutti di poter maturare un’idea chiara nel merito di chi fosse la donna in fin di vita che stavano allora trasportando verso Ae-Mlich’Loos, laddove, se anche il nome Midda Bontor, per i più, avrebbe potuto significare poco, quello di Guerra, in alcun angolo della galassia, avrebbe avuto a poter essere ignorato.
In quella quiete, molti, troppi pensieri ebbero ad affollare le menti di tutti i presenti, gli sguardi dei quali, ineluttabilmente, ebbero a concentrarsi verso quella donna orrendamente martoriata, e che, solo un miracolo, stava trattenendo ancora in vita. Un miracolo… o, forse e piuttosto, un’incredibile forza di volontà.
Possibile che davvero ella fosse…?

« Sergente… » sussurrò, quasi in un alito di voce, Reen, quasi avendo timore a farsi sentire dopo la propria evidente mancanza di fiducia appena dimostrata, nei confronto della spiegazione con tutti loro condivisa « Davvero questa donna è Guerra…? »
« Sì, Pohla… è davvero lei. » confermò l’uomo, benché ebbe a rendersi facilmente conto della retorica propria di quell’ultimo interrogativo, a differenza delle obiezioni precedenti.
« E l’hanno fatta a pezzi… hanno ucciso suo marito… e hanno rapito i suoi figli… » continuò il primo, non potendo ovviare a una leggera increspatura della propria pelle, conseguenza di un brivido che ne attraversò, repentino, il corpo, dalla punta dei piedi a quella dei capelli.
« Sì… purtroppo, sì. » annuì di nuovo Iano, avvertendo una morsa nel profondo del proprio cuore al pensiero di Brote, un uomo verso il quale, in quegli ultimi dieci anni, aveva imparato a provare un sentimento di profonda stima e amicizia, e con il quale, purtroppo, non avrebbe più avuto alcuna occasione di scambiare quattro chiacchiere, davanti a un bicchiere di buon vino, discutendo con serenità del raccolto, della transumanza e di tutti quegli argomenti propri dei quali, egli, aveva reso la sua vita.

Reen Pohla contemplò, ancora una volta, l’immagine terribilmente martirizzata della donna distesa di fronte a lui. E, al di là del braccio e della gamba carbonizzati e, ormai, perduti, e delle numerose ferite che ne dilaniavano le carni, egli cercò di sforzarsi per poter vedere colei che, fino a prima, ella avrebbe avuto a dover essere riconosciuta.
Una donna di altezza modesta, dal corpo energico, dalle spalle larghe e, al contempo, dal profilo morbido nelle proprie forme, forse enfatizzato maggiormente in ciò qual effetto della maternità e, ciò non di meno, probabilmente anche prima già tale, in fianchi formosi e seni abbondanti che non avrebbero potuto essere semplicemente accreditati al proprio essere madre. Una donna non oltremodo bella, e pur, sicuramente, sensuale nel proprio aspetto, nel proprio volto, che, probabilmente complice indubbio fascino e carisma, difficilmente avrebbe potuto ovviare a non suscitare interesse in coloro che avrebbero avuto la fortuna di esserle accanto in un momento migliore rispetto a quello. Una donna che, sicuramente, non avrebbe rispecchiato l’immagine interiore che chiunque fra loro poteva essersi fatto nel pensare a Guerra… e che pur, nel proprio essere lì, ancora ostinatamente in vita, null’altro avrebbe potuto essere al di fuori di quella leggenda di cui tutti, almeno una volta, avevano sentito parlare nel corso della propria vita.
Una leggenda ferita. Una leggenda quasi uccisa.
Una leggenda ancora in vita. Una leggenda che, era pronto a scommettere, molto presto, sarebbe ritornata a potersi muovere… a potersi alzare da lì per tornare a combattere.
Una leggenda che, ineluttabilmente, in quel giorno, sarebbe tornata a far tremare l’intera galassia, nella ricerca di vendetta, per suo marito, e di riscatto, per i suoi figli, ovunque essi fossero stati portati.
Una leggenda che nessuno sarebbe mai stato in grado di fermare…

« Ora capisco… » commentò Reen, a conclusione di quella propria intima riflessione « Capisco, sergente, le parole che lei ha pronunciato in merito alla pietà da provare per coloro responsabili di quanto accaduto. » rievocò, dando riprova di aver ascoltato quell’asserzione da parte sua « Perché, chiunque essi fossero, non hanno la benché minima idea di ciò a cui hanno dato inizio oggi. O, piuttosto che compiere quanto hanno fatto, avrebbero preferito farsi saltare da soli le cervella, direttamente lì, in quel dannato cortile… »

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