Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

mercoledì 1 marzo 2017

RM 059


Un’offensiva a mani nude, in contrasto a un corpo morto rianimato, e posseduto, da un morbo mutagene di origine aliena e interdimensionale, armato con un braccio robotico e, ancora, con una lunga mazza metallica, difficilmente avrebbe potuto terminare in maniera realmente propizia per la giovane guerriera. In tal maniera avvenne, nel momento in cui la creatura si premurò di indirizzare la propria reazione verso la vita dell’altra, alla volta dei suoi fianchi, colpendola, in quel punto, con fermezza e, prima ancora che questa potesse avere occasione di comprendere quanto stesse accadendo, proiettandola per aria, non diversamente da una palla respinta con violenza dal gesto perfettamente calibrato di un battitore. Un colpo devastante, quello che Maddie in tal modo ebbe a subire, che solo in grazia all’implacabile addestramento subito non ebbe, letteralmente, a spaccarla in due, così come, potenzialmente, avrebbe anche potuto se solo ella non si fosse dimostrata in grado di incassarlo, e di incassarlo non in maniera indolore, per quanto, comunque, neppur letale. Tanti, infatti, erano stati i colpi che la sua maestra d’arme, la sua straordinaria mentore, le aveva insegnato a incassare, e tanti erano stati i colpo che ella aveva dovuto proprio malgrado subire nel corso di quell’ultimo anno, in misura tale da insegnarle, di conseguenza, a reagire d’istinto, ancor prima che in maniera consapevole, a un nuovo attacco, per quanto inatteso, così come, lì, era appena occorso.
In tutto ciò, per quanto non poté ovviare a emettere un alto gemito di dolore, e per quanto, per un fugace istante, la giovane perse completamente di vista l’intero Creato a sé circostante, annebbiata nella propria vista dal terrificante dolore provato, i suoi muscoli allenati, i suoi riflessi pronti, le permisero di minimizzare il danno, riportando, sicuramente, qualche sgradevole lesione interna, e pur, ancora, conservando la propria integrità e, particolare non di minore importanza, la propria coscienza, la consapevolezza di quanto stesse accadendo attorno a lei e di quanto, ancora, avrebbe avuto a dover compiere. Ovviamente, fra l’idea di un azione e l’azione stessa, il passo non avrebbe avuto a potersi considerare poi così immediato, automatico, scontato… soprattutto nel momento in cui, come allora, a stento si sarebbe potuta considerare in grado di respirare, ancora a terra là dove era ricaduta dopo essere stata slanciata per aria non diversamente da una bambola disarticolata, per mano di una bambina particolarmente annoiata.
Pur, quindi, cosciente di ciò che ancora avrebbe dovuto fare, e di come ciò avrebbe avuto a dover essere posto in essere, la giovane dai rossi capelli color del fuoco, così colpita in maniera tanto violenta quanto, forse, persino meritata, in risposta a un tentativo a dir poco suicida nel confronto con quanto richiestole dal particolare contesto attuale, ebbe a ritrovarsi spiacevolmente inerme di fronte all’immagine della propria antagonista nuovamente diretta verso la porta, lì davanti gettando la propria improvvisata arma per potersi liberare le mani e, con esse, e con il pugno destro in particolare, tornare a esprimersi in favore di una qualunque ipotesi di apertura della medesima, per riprendere esattamente da dove pocanzi iniziato, per non lasciar cadere nel nulla il discorso idealmente rimasto in sospeso con le sue tre, potenziali, vittime all’interno di quell’appartamento. E se, a un secondo colpo, per quanto ancora provata, la blindatura ebbe a reggere, a dimostrarsi in grado di sostenere il devastante impeto di quell’iniziativa; fu al terzo, temibile attacco che, suo malgrado, l’intera soglia venne sostanzialmente scardinata, nel veder cedere, alla fine, non tanto il metallo della stessa, quanto, e paradossalmente, il muto lì attorno, che si sgretolò sotto l’effetto di quella dirompente insistenza…

« … no… » sussurrò Maddie, ancora a terra, nell’osservare, attonita e spaventata, quell’ultimo baluardo per la salvezza dei suoi cari crollare.

Fu in quel momento, nella certezza di quanto, rimosso quell’ultimo ostacolo, nulla avrebbe impedito al mostro di far strage di Eliud, di suo padre o di Rín, che qualcosa ebbe a muoversi, ad agitarsi, a insorgere e a ribellarsi nel profondo dell’animo della giovane guerriera. Perché, per quanto avrebbe potuto convivere con il ricordo della morte della propria mentore, e per quanto avrebbe potuto tollerare l’idea della propria fine, anche in maniera straordinariamente violenta, ella non avrebbe mai potuto accettare passivamente la prematura conclusione dell’esistenza della propria gemella, del proprio genitore o, seppur ancora da così poco parte della sua vita, del suo compagno… non, soprattutto, laddove la responsabilità per tale tragica eventualità avrebbe poi avuto a ricadere esclusivamente su di lei, nella consapevolezza che, se solo avesse ubbidito per tempo alla propria versione alternativa, tutto quello avrebbe potuto forse essere evitato.
Nello stesso modo in cui nel ricorrere l’auto la sua mente razionale era venuta meno, era stata disconnessa di prepotenza dal suo corpo a opera del sistema limbico, in quello che Jacqueline sicuramente avrebbe definito con il termine di sequestro emotivo, e che, invece, in grazia di Midda Bontor aveva compreso essere il suo miglior alleato, sovente l’unico reale discriminante fra il successo e la sconfitta, fra la vita e la morte; ella tornò quindi, e nuovamente, ad agire, e ad agire prima ancora che qualunque possibile elaborazione di pensiero potesse condurla a valutare quanto, tutto quello, sarebbe stato quantomeno folle, se non, in maniera più propriamente detta, un concreto atto di suicidio. Poiché ella conosceva alla perfezione il proprio appartamento: ne conosceva ogni centimetro quadrato, ogni piastrella, ogni angolo e pertugio, per quanto relativamente da poco tempo si fosse lì trasferita. E nel conoscerlo, ella sapeva come, superata quella soglia, il mostro avrebbe potuto accedere a una modesta area di ingresso, alla destra della quale l’avrebbe atteso il soggiorno con l’angolo cottura e a sinistra del quale, altresì, la camera da letto e il bagno: più importante, tuttavia, rispetto a ciò, addirittura fondamentale per quello che il suo corpo aveva deciso prima ancora della sua mente, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta la presenza, esattamente di fronte alla porta d’ingresso, a tre metri e ventisette centimetri di distanza, di un ampio finestrone, utile a connettere tale area direttamente con un modesto terrazzino, e, ciò non di meno, uno dei dettagli che più le era piaciuto di quell’appartamento, nella piacevole sensazione di luminosità che, fin da quel punto, era quindi garantita all’intera struttura, esposta, oltre a quel fronte, ben su altri due lati… un particolare che, ancora una volta, non avrebbe potuto ovviare ad apprezzare, per quanto, probabilmente, avrebbe rappresentato la fine della propria storia.
Così, solo un passo venne concesso, alla creatura, all’interno di quell’appartamento. Solo un passo prima che, ponendo ogni frammento di energia all’interno ancora presente in lei, Madailéin agisse. E agisse caricando, con straordinaria foga, con devastante forza, la propria antagonista, la propria avversaria, senza neppur offrire attenzione alle asce ancora conficcate nella sua schiena, e sulle quali, ineluttabilmente, ebbe a dolorosamente a infrangersi, soltanto per abbracciarla saldamente e continuare ad avanzare, di corsa, senza esitazione e senza freno alcuno, a cercare di accumulare più energia cinetica possibile prima dell’ineluttabile impatto, e dell’impatto contro quel grande finestrone di fronte a loro, oltre il quale il cielo della sera si apriva al di sopra dei tetti delle case a loro circostanti: un cielo verso il quale sembrò allor voler tendere, in sfida agli uomini e agli dei tutti, a dimostrare quanto ella, sicuramente indegna del retaggio della Figlia di Marr’Mahew, sicuramente indegna del nome con lei condiviso, sarebbe comunque stata in grado di difendere la propria famiglia e il proprio compagno, sarebbe stata comunque in grado di vivere, e di morire, qual donna e guerriera.
E a quel cielo, l’allieva della figlia della dea della guerra ebbe davvero modo di tendere, nel momento in cui, spingendo senza paura e senza esitazione l’orrendo mostro stretto fra le proprie braccia attraverso il vetro innanzi a loro, non ebbe ad arrestarsi neppure nel confronto con la balaustra della terrazzina, sulla quale, oltre la quale, semplicemente, ella e la sua preda, la sua designata vittima, ebbero a rotolare, aprendosi alfine, e senza ulteriori ostacoli, la via verso il vuoto innanzi a loro…

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