Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

lunedì 27 febbraio 2017

RM 057


Sebbene, probabilmente, Maddie avrebbe allora preferito potersi concedere un istante di riposo, fosse anche soltanto per valutare, rapidamente, lo stato delle proprie ossa, a verificarne eventuali rotture o lussazioni, suo malgrado la battaglia non avrebbe potuto ancor considerarsi qual conclusa… anzi, obiettivamente, sino a quel momento, non avrebbe potuto ancor considerarsi realmente iniziata. Per tale ragione, sfidando ogni buon senso e ogni principio di autoconservazione, la giovane dai capelli color del fuoco, ancor stringendo le due asce tattiche, si costrinse, con un deciso colpo di reni, a rialzarsi repentinamente in piedi, per verificare, con un rapido sguardo, cosa potesse essersi persa in quegli ultimi istanti in cui il proprio massimo concetto di svago serale avrebbe avuto a dover essere riconosciuto fare a slalom fra le automobili, cercando di ovviare a un decisamente poco gradevole impatto.
Così ella ebbe a rendersi sgradevolmente conto di quanto, nel contempo di quel nuovo intrattenimento sportivo urbano, ciò che le era venuto meno avrebbe avuto a doversi riconoscere il contatto visivo con la propria auto e la sua oscena occupante, la quale aveva quindi approfittato della sua estemporanea perdita di contatto con il cofano, conseguenza della brusca inchiodata, per riprendere la propria strada verso casa e verso i propri, nuovi obiettivi…

« Maledizione! » ringhiò, non concedendosi neppure l’opportunità, in tutto ciò, di gemere il proprio disappunto, dal momento in cui, solo in conseguenza alla propria debolezza, alla propria esitazione, ella era allor arrivata a quel punto, a quella situazione, ponendo a rischio non tanto la propria incolumità, quanto, e peggio, quella della sua famiglia, di tutti coloro a cui ella volgeva il proprio amore.

Nella sventura di quella caduta, Madailéin ebbe lì a rendersi conto dell’evidenza di una pur minima benevolenza divina, nello scoprirsi, in realtà, a meno di due isolati da casa propria, motivo per il quale, ignorando ogni palese, e viva, segnalazione di dolore proveniente da quasi tutte le membra del suo corpo, ebbe a rimettersi a correre, per cercare di sanare il vantaggio pur così conquistato dall’altra, nella speranza di non giungere quand’ormai troppo tardi.
Molto, in verità, sarebbe allor dipeso da Eliud, nonché da suo padre e da sua sorella. Ove la creatura dalle sembianze di Midda, anzi di Carsa Anloch per quanto a loro noto, si fosse presentata alla soglia del loro appartamento e il proprio compagno, dimostrandole fiducia così come non avrebbe avuto ragione per ovviare a fare, le avesse aperto la porta, probabilmente ella sarebbe giunta in tempo soltanto per perdere il senno, nel ritrovare tutti i propri cari orrendamente fatti a pezzi o, peggio ancora, a loro volta infettati dal morbo cnidariano. Ove, tuttavia, Rín avesse già avuto occasione di ascoltare il messaggio vocale che lei le aveva lasciato, forse… forse avrebbe potuto sospettare qualcosa nel veder giungere Midda alla soglia di casa, e, quindi, tutto si sarebbe giocato, banalmente, su cosa ella avrebbe avuto occasione di sospettare: se, infatti, la sua gemella, nel vedere giungere Midda, avesse temuto che proprio a lei fosse capitato qualcosa, nella volontà di informarsi sul suo stato di salute avrebbe potuto chiedere a Eliud di lasciarla entrare, dando vita, in ciò, alle medesime, precedenti conclusioni; ove, invece, ella avesse sospettato che qualcosa di strano stesse accadendo, nell’assenza di un nuovo contatto telefonico da parte sua a seguito di quel pur, probabilmente assurdo, messaggio vocale, forse avrebbe potuto convincere gli altri a mantenere la porta chiusa. Poi, ovviamente, anche le recenti ferite inferte al corpo della creatura avrebbero potuto volgere a suo favore nella speranza di sopravvivenza dei suoi cari, giacché, forse, nel verificare l’oscena condizione del suo volto, e l’apparente mancanza di qualsiasi espressione di dolore sul medesimo, tutti loro avrebbero potuto avere modo di cogliere una profonda innaturalezza in quanto stava accadendo, ovviando ad accoglierla fra loro: d’altro canto, però, proprio alla luce di quelle ferite, il suo bel paramedico avrebbe potuto sentirsi coinvolto nella questione, desideroso di prestare aiuto e, in ciò, tragicamente, condannando se stesso, e tutti gli altri, a un osceno fato di morte.
Molto, quindi, sarebbe allor dipeso dal suo compagno, così come da Jules e Nóirín: molto, sì… ma non tutto. Perché, quel flusso di pensiero nel quale ella stava impegnando la propria mente nel contempo in cui il corpo stava cercando di ovviare al vantaggio guadagnato dal mostro, stava forse erroneamente trovando il proprio fondamento, la propria valenza, a partire dalla scena vissuta più di un anno prima nel suo vecchio appartamento, dove un'altra vittima del morbo cnidariano si era presentata alla sua soglia nel rispetto di ogni consuetudine, arrivando, persino, a suonare il campanello d’ingresso e ad attendere che qualcuno andasse ad aprire. Tuttavia, obiettivamente, quell’essere, quella creatura, avrebbe potuto trovare facilmente occasione di farsi strada verso le proprie vittime senza dover, necessariamente, sottostare alle regole della civiltà moderna, annunciando il proprio arrivo e attendendo, pazientemente, l’invito a entrare… al contrario: partendo dall’evidenza del ricordo di quanto occorso al termosifone nel suo vecchio appartamento, unito alla consapevolezza di quanto potenzialmente letale avesse a doversi comunque considerare il braccio destro della creatura, ereditato dalla trapassata di cui aveva occupato il corpo, addirittura banale sarebbe stato considerare l’eventualità in cui essa si fosse concessa occasione di violare i confini del suo nuovo appartamento semplicemente sfondandone la porta, con buona pace della blindatura della medesima.
Nel mentre in cui, con tali pensieri, ella tentava di analizzare la questione, in realtà individuando, ancor prima che soluzioni e speranze, soltanto ottimi motivi per potersi dire semplicemente terrorizzata alla prospettiva di quanto sarebbe potuto accadere ancor prima del suo arrivo a casa; Maddie riuscì comunque a coprire la distanza che ancora la separava dal proprio indirizzo, giungendo giusto in tempo per intuire la sagoma della propria antagonista superare il portone d’ingresso per dirigersi verso le scale o l’ascensore e, di lì, al quarto piano, dove si trovava l’appartamento che ella condivideva con Eliud. Correndo, pertanto, il rischio di farsi esplodere il cuore nell’impegno di quel folle inseguimento, la giovane, che pur già stava spingendo i propri muscoli al massimo, decise di forzare ulteriormente il passo, non volendo accettare che alcuna delle ipotesi sino ad allora formulate all’interno della sua testa potesse trovare possibilità di avverarsi. E giunta, a sua volta, al portone d’ingresso, suo malgrado, ebbe a verificare quanto, come temuto e previsto, il mostro non stesse riservandosi tattiche particolarmente eleganti, avendo preferito sostanzialmente scardinare la pesante porta di metallo dalla propria sede, ancor prima che perdere tempo con il citofono. Catapultatasi oltre l’ingresso, ella corse quindi verso le scale e, saltando letteralmente i gradini tre alla volta, iniziò a risalire nel solo desiderio di giungere alla propria porta di casa prima che potesse essere troppo tardi.
A spingerla in tal senso, ormai, non avrebbe avuto neppure a considerarsi semplice adrenalina, laddove, a simili livelli, persino l’adrenalina stessa avrebbe probabilmente fallito nel proprio intento: ad animarla, a concedere forza ed energia alle sue membra, a spronare i suoi movimenti anche oltre i propri umani limiti, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta, probabilmente, soltanto la sua forza di volontà e nulla di più. Una forza di volontà che, molto più della forza o resistenza fisica, o dell’utilizzo di innumerevoli genere di armi diverse, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual il primo, e principale obiettivo di tutto il percorso di addestramento nel quale, in quell’ultimo anno, la Figlia di Marr’Mahew l’aveva accompagnata giorno dopo giorno, mese dopo mese… a partire, addirittura, dal loro primo allenamento insieme, quella lontana mattina in mezzo al prato, là dove, a essere posta alla prova, non era stata tanto la sua capacità di resistere ai ripetuti attacchi a cui l’aveva sottoposta, o, men che meno, di difendersi dagli stessi, quanto, e piuttosto, proprio la sua forza di volontà e, con essa, la sua effettiva possibilità di trasformare l’impossibile in realtà, così come, da sempre, era stato per lei.
E quando, finalmente, ella conquistò il quarto piano, la distanza fra lei e il suo obiettivo si ritrovò a essere alfine azzerata, mostrando, miracolosamente, la creatura ancora al di fuori della porta d’ingresso, probabilmente lì a sua volta appena arrivata e, in questo, non ancora posta in condizione di nuocere agli occupanti dell’appartamento.

« … e ora… ti faccio a pezzi… » sussurrò, scoprendosi praticamente priva di aria nei propri polmoni, nell’aver percorso, forse, l’intera salita senza neppur concedersi reale occasione di respirare.

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