Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

domenica 26 febbraio 2017

RM 056


Fu allora che, dopo oltre un anno, la giovane dai rossi capelli ebbe occasione di iniziare a comprendere, e di comprendere realmente, il discorso della propria compianta mentore nel merito dell’impiego del proprio istinto nel corso di una battaglia, come unico discriminante fra il successo e la sconfitta, fra la vita e la morte, là dove il pensiero cosciente avrebbe dovuto essere considerato, comunque, troppo lento per risultare efficace. Ed ella lo ebbe a comprendere nel ritrovarsi ad agire ancor prima di aver realmente pensato a farlo, anche perché, se solo si fosse soffermata a rifletterci per un solo, fugace istante, se solo avesse tentato di decidere consapevolmente di muoversi, probabilmente non avrebbe riconosciuto qual sensato il benché minimo passo in avanti: al contrario, invece, Maddie non compì solo un primo passo, ma anche un secondo, un terzo, e molti altri a seguire, nel correre, con mirabile scatto, con straordinaria accelerazione, a inseguire la propria auto e a farlo prima che essa potesse lasciare il parcheggio.
Suo malgrado, tuttavia, il suo precedente ingresso in quel parcheggio era stato così rapido da aver lasciato praticamente metà auto già in mezzo alla strada, in ciò, come se non bastasse, facilitando straordinariamente il compito della creatura. Nuovamente, quindi, dovette intervenire il suo istinto a ovviare al peggio, rivelandosi, nell’azione che ella ebbe a compiere, un istinto chiaramente folle, palesemente autolesionista, o, quantomeno, decisamente poco rispettoso nei confronti dell’idea di una sua quieta sopravvivenza, laddove, nell’agire, tale istinto la spinse a impegnarsi in uno straordinario salto in avanti e, nel mentre di quel salto, a ruotare le asce tattiche già saldamente impugnate allo scopo di volgere, sul fronte anteriore, non tanto la lama, quanto il fronte appuntito, per lasciarlo precipitare, con spiacevole violenza, sulla lamiera della carrozzeria del cofano della sua auto, lì andandosi a conficcare con vigore. Non un gesto completamente gratuito, il suo, dal momento che si dimostrò utile a concederle un saldo supporto nella follia di quell’atto, di quel movimento volto a negare al proprio antagonista la possibilità di distanziarla: sicuramente un gesto del tutto privo di quanto comunemente definito qual buon senso laddove, sebbene ella ebbe a ovviare all’allontanamento relativo del mostro, in termini assoluti la macchina ebbe comunque a continuare a muoversi, e a essere guidata, con dubbio riguardo nel confronto del codice della strada, trasportandola, in ciò, aggrappata al cofano, con tutte le difficoltà e i rischi del caso.

« Così, la prossima volta, imparo a parcheggiare meglio e a non lasciare le chiavi in auto… » sibilò a denti stretti, cercando di mantenere la presa sul cofano, e sulla asce infisse nel cofano, anche nel mentre in cui, una stretta curva presa a folle velocità, tentò di scaraventarla lontano, di catapultarla a qualche metro di distanza quasi un proiettile in una fionda.

Ovviamente la scena non ebbe occasione di passare inosservata: malgrado l’ora prossima alla cena, per le strade della città ancora molte erano le persone in movimento, tanto a piedi quanto in auto, e, ineluttabilmente, a nessuna di loro poté sfuggire l’immagine di una giovane donna sdraiata sopra il cofano in un auto, e lì aggrappata tramite una coppia di asce, così come da parte di pochi, in effetti, ebbero a essere ignorate le imprecazioni che, a ogni curva, a ogni frenata e successiva accelerata, si levavano ad accompagnamento di ciò, utili a evidenziare quanto poco piacevole avrebbe avuto a doversi considerare quell’alternativo modo di viaggiare. E se pur, a contorno di tutto ciò, molti furono i testimoni che misero mano ai propri telefoni cellulari, nessuno fra loro ebbe a riservarsi la premura di contattare le forze dell’ordine in merito a quanto stava accadendo, giacché tutti, al contrario, dimostrarono qual proprio, unico interesse quello volto all’eventualità, non facile, non banale in quel contesto, di riuscire a riprendere qualche fotogramma dell’accaduto, per poterlo poi condividere fra parenti, amici e conoscenti, nel riconoscerne sì la straordinarietà, e, ciò non di meno, nel reagire anche di fronte a tutto entro i consueti limiti dell’ordinarietà delle proprie esistenze.
Nulla di tutto questo, necessariamente, fu colto dalla protagonista della scena. Per quanto, probabilmente, Maddie avrebbe avuto di che ridire anche a discapito di tale moltitudine di sciocchi, suggerendo anche destinazioni poco appropriate ed estremamente volgari nelle quali volgere i propri telefoni cellulari, in quel particolare momento, in quel preciso contesto, ella era troppo impegnata nei riguardi del mantenimento della posizione conquistata per potersi preoccupare di simili futilità. Al contrario, dovendosi preoccupare di qualcosa, in effetti, un pensiero molto specifico non avrebbe potuto evitare di coglierla in quel frangente: un pensiero rivolto alla strada che la creatura alla guida dell’auto stava percorrendo. Non una strada qualunque, non una successione di vie scelte a caso, quanto, e piuttosto, la palese evidenza di come la destinazione ultima di quel viaggio altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta nel suo stesso punto di partenza di quella sera, il suo appartamento, là dove, ormai, probabilmente, già la stavano attendendo suo padre, sua sorella e il suo uomo.

« Ferma subito quest’auto, dannata figlia d’un cane… » imprecò, in direzione della figura alla guida dell’auto che, mantenendosi del tutto inespressiva così come, sino a quel momento, aveva offerto riprova di saper solo essere, parve ignorare completamente quelle parole, non offrendo loro attenzione o, forse, neppur realmente elaborandole, dal suo punto di vista mero rumore di fondo se paragonato al volere di colei che stava guidando i suoi passi « Non ti lascerò raggiungere il mio appartamento! »

Una dichiarazione d’intenti che avrebbe potuto restare semplicemente tale se solo, a supporto di tutto ciò, non fosse allor stato anche un impegno fisico: un impegno fisico, nella fattispecie, atto a estrarre la propria ascia destra dal cofano nella quale era conficcata e, non senza grande sforzo in tal senso, a lasciarla nuovamente precipitare, sempre dal fronte più acuminato, in contrasto al parabrezza anteriore, con l’evidente scopo di riuscire a infrangerlo. E se, al primo impatto, il vetro resistette, pericolosamente incrinandosi e, pur, ancor non cedendo; e al secondo tentativo, nuovamente, ebbe a dimostrare tutta la propria tenacia; fu al terzo colpo che, letteralmente, esso parve esplodere… ed esplodere, violentemente, in faccia a colei che, fino a pochi minuti prima, ancora era Midda Bontor.
Dozzine e dozzine di frammenti di vetro, di diversa forma e dimensione, ebbero pertanto a graffiare il volto della creatura, aprendo diversi tagli sulla sua superficie e, addirittura, una scheggia più grossa ebbe a penetrare dritta nel suo occhio sinistro, conficcandosi in profondità nell’orbita oculare: ma se, a fronte di tutto quello, chiunque avrebbe necessariamente dovuto offrire un’espressione di contrarietà, o, quantomeno, di dolore, il prodotto del morbo cnidariano parve resistere con sufficiente stoicismo, non scomponendosi e, anzi, sollevando per un istante la mancina dal volante con il solo scopo di recuperare il frammento che ne aveva trafitto l’occhio per estrarlo e gettarlo da parte, lasciando scoperta, in tal modo, l’orbita e, al suo interno, un miscuglio di sangue, umor vitreo e i resti del bulbo lì originariamente presente. E se Maddie, posta innanzi a tale spettacolo, sentì il proprio stomaco contrarsi violentemente, tale momento di distrazione ebbe a costarle caro, giacché, con mirabile prontezza la sua avversaria ne ebbe ad approfittare, per inchiodare nuovamente di colpo e, complice la presa sul cofano ristrettasi a un’unica ascia, dolorosamente catapultarla per diversi metri più avanti, a rotolare, non senza doverose escoriazioni, sul tiepido asfalto della sera.
Più della caduta, tuttavia, quanto rischiò di costarle la vita furono, allora, tre diverse auto che, in rapida successione, fu costretta a evitare, rotolando, ancora a terra, a destra e a sinistra, al fine di ovviare a divenire ella stessa un tutt’uno con la strada sotto di lei, in un’oscena danza per la propria sopravvivenza.

« Thyres… » invocò, o, probabilmente, bestemmiò il nome della divinità marina la supposta esistenza della quale aveva assimilato, più per imitazione che per una reale fede in tal senso, dalla propria defunta mentore, sulle labbra della quale sovente tale nome risuonava durante la giornata « … questo mi ha fatto male… » osservò, per nulla soddisfatta da quanto appena accaduto.

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