Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

sabato 25 febbraio 2017

RM 055


Ma Midda non c’era. Midda Bontor era morta. E quello innanzi a lei era solo un mostro. Un orrido mostro dalle fattezze simili a quelle della sua perduta maestra. Un orrido mostro che, addirittura, avrebbe avuto a dover essere considerato qual il solo responsabile per la sua prematura fine, per la sua tragica uccisione. E quello stesso mostro, non ebbe esitazione alcuna a manifestarsi, e a manifestarsi non diversamente dal suo simile che, oltre un anno prima, si era presentato sulla soglia dell’appartamento in cui, allora, viveva la giovane dai capelli color del fuoco: lungo la linea mediana del volto sfregiato della donna dai capelli corvini ebbe ad aprirsi una lieve fessura, una lieve fessura che, a partire dall’alto della sua nuca, fino a scendere al collo, vide la sua testa separarsi in due metà speculari, due metà lungo le quali ebbe a sfoggiare una fila di lunghi denti sottili e affilati, a porre maggior enfasi sull’immagine di quella bocca che, già di per sé, avrebbe avuto a considerarsi semplicemente oscena.

“Midda è morta… ma tu ancora vivi.”
« Grazie per la precisazione… » replicò, alla voce udita dentro la propria testa, a quella probabile manifestazione di follia, da parte sua, e che, ciò non di meno, avrebbe allora rappresentato sicuramente il male minore « … avrei potuto arrivarci da sola, però. » commentò, storcendo le labbra verso il basso, con triste ironia.

Ironia, la sua, che forse aveva appreso dalla sua maestra, o che forse avrebbe avuto a doversi riconoscere qual innata nel suo carattere, nel suo modo di essere, laddove in fondo ella e la sua maestra non avrebbero avuto a dover essere dimenticate quali due versioni alternative della stessa persona. Ironia, la sua, che comunque, a prescindere dalla propria origine, in quel frangente, in quel momento, si presentò non dissimile da un segnale, da una inequivocabile dimostrazione di come, forse complice quella voce nella sua mente, forse complice l’orrida manifestazione presentatasi al suo sguardo, ella avrebbe avuto a doversi considerare psicologicamente predisposta alla lotta, alla battaglia che, lì, la stava richiamando. Giacché, in quell’ironia, ella, come Midda prima di lei, aveva imparato a sublimare la consapevolezza dei propri limiti, della propria evidente inferiorità rispetto alla sfida lì riservatale e, ciò non di meno, della volontà di porsi alla prova, di sfidarsi a superare tutto ciò, nel dimostrare la differenza fra l’uomo e il mito, fra ciò che chiunque avrebbe potuto compiere, senza in questo motivo di gloria, e ciò che nessuno avrebbe avuto il coraggio di immaginare, in ciò, comunque, non alla ricerca di effimera gloria, quanto, e piuttosto, alla conquista della propria libertà, della propria libertà di essere e di agire al di là di qualunque imposizione, mortale o divina.
Così, nel momento in cui la creatura che si era impossessata del corpo della Figlia di Marr’Mahew si catapultò verso di lei, ella non si propose più come l’indifesa vittima che, pochi istanti prima, ancora appariva essere, quanto e piuttosto qual la giovane guerriera che, in quell’ultimo anno, tanto si era impegnata, tanto sudore e sangue aveva versato, per poter divenire. E la carica del mostro, di quell’osceno abominio blasfemo, venne da lei nullificata, nei propri effetti, da una semplice, agile schivata, una facile capriola come migliaia e migliaia di volte proprio in quel seminterrato aveva imparato a compiere, nel corso di quattro lunghe stagioni di addestramento.

« D’accordo… per sbloccarmi, mi sono sbloccata. » ebbe a constatare, in relazione a quanto appena compiuto, un piccolo riconoscimento per il proprio successo benché, obiettivamente, avrebbe potuto giungere prima a quel risultato « Se ora riuscissi anche a prendere in considerazione di farti a pezzi, forse potrei salvare la situazione… oltre alla pelle, s’intende. » continuò, in direzione della creatura, non priva di una velata autocritica, giacché, ne era consapevole, ancora avrebbe potuto accusare delle remore all’idea di compiere quanto pur richiestole, ordinatole addirittura, dalla propria maestra prima di morire.

Quasi ruzzolato a terra in conseguenza all’enfasi di quel proprio movimento privato di un concreto obiettivo, il mostro ebbe necessità di un istante per riguadagnare l’equilibrio e arrestarsi, voltandosi di nuovo verso Maddie. Per un lunghissimo attimo scolpito nel tempo, la scena sembrò congelarsi, nel confronto silenzioso fra quella grottesca parodia di umanità e la sua antagonista, intervallo nel quale la giovane guerriera cercò di convincersi a imprimere nel proprio sguardo, e nella propria mente, quanto più possibile dell’orrore rappresentato da quell’essere, in maniera tale da poterlo finalmente considerare per quello che veramente era e non, piuttosto, per la propria perduta amica, per la propria versione alternativa giunta nel suo universo per salvarla e, purtroppo, lì deceduta nel tentativo.
E quando, finalmente, l’erede della figlia della dea della guerra riuscì a iniziare a prendere in considerazione l’idea di voltarsi in direzione della rastrelliera delle armi per afferrarne una e predisporsi in maniera più adeguata al confronto, qualcosa avvenne, sorprendendola e sconvolgendo completamente qualunque ipotesi d’azione essa potesse aver avuto successo a concepire: il mostro, infatti, richiuse lentamente la propria bocca, il capo della defunta Midda, e, dopo un ulteriore momento di esitazione, nell’essere rimasto ancora a fissarla con i propri occhi privi di vita, esso si ritrasse rapidamente da lei e, con maggiore velocità di quanto l’altra non avrebbe potuto attendersi, conquistò l’uscita da quel sotterraneo.

« Dannazione… » gemette, allora, Maddie, sgranando gli occhi nel confronto con quella ritirata, imprevista ma non imprevedibile… non nel considerare quale fosse la mente celata dietro alle azioni del mostro « … Anmel… »

Resistendo al primo istinto volto a inseguirla senza neppur concedersi l’occasione di battere ciglio, la giovane guerriera ebbe allora sufficiente lucidità mentale per costringersi, prima di ciò, a voltarsi verso la varietà di armi appese alle proprie spalle, nel riuscire a giudicare altresì inutile qualunque tentativo di opposizione a mani nude a quell’essere.
Per quanto, infatti, fosse stata addestrata da Midda e per quanto geneticamente fosse a lei sicuramente identica, una differenza insanabile, e che sperava sinceramente sarebbe rimasta tale, la divideva dalla propria trapassata maestra d’arme: l’assenza di una protesi robotica in sostituzione del proprio braccio destro, proveniente da una realtà quantomeno fantascientifica, per quello che aveva avuto occasione di raccontarle, e in grado di schiacciare, come un enorme insetto, anche la vittima del morbo cnidariano, come l’ammasso di carne e ossa riverso in un angolo della loro palestra avrebbe potuto tanto facilmente, quanto laconicamente, dimostrare. In assenza di ciò, quindi, ella ebbe a votare per un paio di asce tattiche, armi sufficientemente pratiche e duttili, adatte sia nel combattimento corpo a corpo che, eventualmente, a distanza, con l’impiego delle quali aveva avuto modo di maturare confidenza circa un paio di mesi prima, e con le quali, sperava, di potersi riservare una qualche possibilità nell’improba impresa rappresentata da quel suo ultimo avversario.
In tal maniera armata, e consapevole di non aver speso più di una trentina di secondi per maturare la propria scelta e porla in essere, Maddie si catapultò all’inseguimento della propria avversaria, certa di poterla raggiungere lungo il marciapiede là fuori. Suo malgrado, purtroppo, un importante aspetto delle capacità proprie delle vittime del morbo cnidariano le stava sfuggendo in tutto quello: benché in apparenza bestiali belve comandate soltanto da primordiali istinti, esse non avrebbero avuto a dover essere confuse con meri, stolidi zombie, nell’essere dotati, al contrario, di sufficiente intelligenza da permettere loro di scegliere i propri avversari, elaborare tattiche in loro avversione, servirsi di armi, anche improvvisate come era stato il termosifone impiegato nel suo vecchio appartamento, o, all’occorrenza, di guidare un’automobile.

« Cagna maledetta… » gridò, in maniera spontanea e incontrollata, vedendo la creatura con le fattezze di Midda salita a bordo della propria auto impegnata a porla in moto, complice la straordinaria stupidità da lei dimostrata nel non premurarsi non soltanto di non chiudere il veicolo ma, addirittura, di lasciarne le chiavi direttamente appese nel nottolino di accensione « Non puoi davvero rubarmi l’auto! »

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