Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

venerdì 24 febbraio 2017

RM 054


Terrificanti, per Maddie, furono gli istanti che ebbero a seguire l’addio della Figlia di Marr’Mahew, della Campionessa di Kriarya, della sua protettrice, mentore, maestra d’arme.
Di fronte alla morte, la giovane dai rossi capelli color del fuoco non avrebbe potuto ovviare a desiderare, quantomeno, la possibilità di un rispettoso momento di silenzio, di cordoglio, per continuare a piangere la propria pena e, forse, trovare la forza di iniziare ad affrontare il proprio lutto. Tuttavia, con buona pace per Jacqueline e tutti i suoi pur apprezzabili consigli, in quel frangente, in quel contesto, non le venne concessa neppure l’opportunità di iniziare con la prima delle cinque fasi dell’elaborazione della perdita, la negazione, giacché, al silenzio atteso, che le avrebbe garantito l’occasione di restare sola con i propri pensieri, con il proprio dolore, fu piuttosto sostituito il suono prodotto da una litania di gemiti e di rantolii, a contorno di improvvisi spasmi e violente contrazioni atti a sconquassare il corpo della defunta e trasparenti di quanto, dopo una vita purtroppo non facile, alla donna guerriero, alla mercenaria, a quella straordinaria viaggiatrice interdimensionale, non stava venendo garantita una morte semplice, una fine quieta… al contrario.
Così come la stessa Midda aveva tentato di descrivere, nel ricordare alla propria allieva ciò che ella già avrebbe dovuto sapere, nell’averne già a lungo parlato nel corso di quegli ultimi mesi, il suo corpo stava mutando, stava venendo riscritto, nella propria stessa natura, nelle proprie fondamenta biologiche, dal profondo. Un cambiamento, quello in corso, che aveva ormai già cancellato la mente, la personalità, tutto ciò che la donna guerriero era stata nel corso della sua straordinaria vita, in una perdita che, per quanto distintiva di un momento straordinariamente drammatico, avrebbe forse avuto a essere riconosciuta qual l’unico aspetto positivo in tale tragedia, risparmiando alla stessa mercenaria, quantomeno, l’orrore derivante dall’assistere coscientemente alla propria trasformazione in qualcun altro, in qualcos’altro… e qualcosa, oltretutto, non così dissimile da tutti i mostri, da tutte le creature contro le quali, nel corso della propria esistenza, ella aveva combattuto e vinto. Quella parola rimasta a metà, quella frase incompiuta, e dedicata alla famiglia abbandonata in un universo lontano, che mai avrebbe probabilmente avuto occasione di essere informata del suo fato, di riavere indietro il suo corpo per piangere la sua tragica morte, avrebbe avuto pertanto a doversi considerare qual il suo ultimo atto cosciente, la sua ultima azione da viva, giacché, quando quell’oscena, macabra musica di dolore si fosse interrotta, quel corpo avrebbe continuato a vivere, in una nuova forma, in una nuova essenza, benché di lei, di Midda Bontor non sarebbe rimasto più nulla.
E Maddie, tutto ciò, lo comprendeva… lo comprendeva perfettamente, per quanto avrebbe preferito poter godere ancora di un po’ dell’ignoranza che, fino a un solo anno prima, l’aveva contraddistinta, l’aveva caratterizzata e, forse, l’avrebbe lì potuta proteggere dal peso della propria colpa: la colpa di non star riuscendo a reagire innanzi a tale dramma. La parte razionale della mente della giovane guerriera, infatti, continuava a ricordarle, con amor di dettaglio straordinario, ogni spiegazione ascoltata da parte della sua compianta maestra d’arme, ogni informazione che aveva avuto occasione di apprendere in merito al morbo cnidariano; la logica del suo pensiero insisteva impassibile a imporle un’asettica, obiettiva e incontrovertibile, serie di dati relativi a quella dannata piaga, ai suoi effetti, a tutto ciò in cui la sua amata mentore stava mutando; e, a contorno di tutto ciò, il suo addestramento, quell’intenso anno trascorso a maturare in quanto combattente, non stava mancando di suggerirle almeno una decina di diverse tattiche da attuare al fine di iniziare ad arginare il problema, nell’intento di tentare di contenere l’arrivo del mostro, ferendo, danneggiando la sua vittima, affinché il processo potesse rallentare, ostacolato dalla necessità di ripristinare l’integrità di quel corpo nel mentre in cui, ancora, la sua natura stava venendo riscritta. Purtroppo, benché la sua parte razionale fosse ben consapevole di tutto ciò, benché ella non avrebbe potuto obiettivamente dirsi ignara nel merito di quello a cui stava andando incontro, la sua parte più emotiva non le stava permettendo, né le avrebbe potuto permettere, alcun genere di azione a offendere, a violare le spoglie di colei che tanto le aveva donato e a cui, ella, in ciò, era pur consapevole non avrebbe riconosciuto alcun rispetto, nel star dimostrando di voler ignorare quelle ultime volontà nel condividere le quali, pur, l’altra l’aveva lì fatta accorrere con tanta urgenza.
Così, divisa nell’intimo della propria mente, del proprio cuore, del proprio spirito, Madailéin si ritrovò come pietrificata, impossibilitata a prendere parte agli eventi di cui, pur, non avrebbe quindi potuto ovviare a essere testimone, e, in ciò, probabilmente, vittima, nel ritrovarsi, suo malgrado, già condannata a essere aggredita dal mostro che, da tanto dolore, sarebbe stato generato.

“Reagisci.”

Una voce. Una voce nella sua mente.
Forse il suo istinto che, pur da lei un tempo rinnegato nella propria stessa possibile esistenza, stava allora sforzandosi di spingerla a lottare, e a lottare per vivere, per guadagnare una possibilità di futuro così come, nel proprio immobilismo, non avrebbe mai potuto avere? O, forse, il segno della pazzia nella quale, suo malgrado, stava lì precipitando, nell’essere posta, ancora una volta, innanzi alla perdita di una figura materna… dolore che, con troppo accanimento, si era già riversato addosso a lei per ben due volte in appena trent’anni di vita?
Innanzi a lei, nel mentre di quel consiglio, di quell’invito, di quell’ordine, pur assolutamente corretto nelle proprie ragioni e nella propria formulazione, l’orrore stava intanto giungendo a compimento. E colei che un tempo era stata Midda Bontor, colei che un tempo era stata l’indomabile Figlia di Marr’Mahew, alfine libera da spasmi e contrazioni, alfine quietamente immersa nel sperato silenzio che, pur, in quel particolare contesto, non avrebbe potuto essere allora associato alla morte, iniziò lentamente a rialzarsi, a risollevarsi da terra, là dove era caduta pocanzi, per riassumere una posizione eretta e volgere, in direzione dell’unica altra figura lì presente uno sguardo alfine vuoto, alieno, nel quale in alcun modo, in alcuna condizione, Maddie avrebbe potuto fraintendere neppur l’ombra della donna che ella era stata un tempo, di colei a cui tutto il proprio affetto, tutta la propria gratitudine, stavano ancor venendo rivolti.
Qualunque cosa fosse quella risorta davanti al suo immobile e attonito sguardo, non era più la sua protettrice, la sua maestra, la sua mentore. E, pur sapendolo, pur essendone perfettamente consapevole, pur addirittura potendolo lì persino constatare, Madailéin ancora non era in grado di associare quel viso, quel corpo, quella figura, a quella di un avversario, a quella di un nemico, di un mostro da dover combattere e abbattere, prima che il peggio potesse occorrere.

“Accogli il tuo retaggio.”

Ancora quella voce. Una voce a lei estranea. Una voce che mai, prima, aveva avuto occasione di udire in vita sua e che, obiettivamente, neppur in quel momento aveva realmente ascoltato, nell’essere risuonata solo all’interno della sua mente. E pur, ciò non di meno, una voce in grado di trasmetterle, sorprendentemente, una profonda sensazione di pace, di serenità, persino di gioia, in quel momento, in quel contesto, nel quale pur alcuna gioia, alcuna serenità, alcuna pace avrebbe potuto né emotivamente, né razionalmente provare.
Stava davvero perdendo il senno?
Innanzi a lei, ancora osservandola con sguardo vuoto, l’ultima vittima del morbo cnidariano appariva ancora immobile, forse a scrutarla, forse a decidere di quale morte dovesse morire, o… possibile che, in qualche modo, per qualche ragione, quell’immobilismo potesse rappresentare quanto, in quella creatura, ancora fosse rimasta una leggera ombra di colei che era stata un tempo, in misura pur sufficiente, lì, a impedirle di scagliarsi contro la sua allieva?

« … Midda…? » sussurrò, esitante.

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