Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

lunedì 6 febbraio 2017

RM 036


In tal maniera, con simile costanza e impegno, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, la giovane non ebbe neppure a maturare reale consapevolezza nel merito di quanto, gradualmente e, pur, inarrestabilmente, ogni aspetto della sua vita stesse progressivamente mutando, quasi ogni sfumatura del proprio stesso io, e della sua capacità di interagire con il mondo, o, forse, di percepire il medesimo, stesse venendo quietamente influenzata da quella piccola rivoluzione sotterranea che, nella sua quotidianità, aveva ormai preso sostanza.
Il primo, inatteso risultato ebbe a scoprirsi nel merito del suo rapporto con i propri colleghi e colleghe, il quale iniziò, incredibilmente, a migliorare. Pur non avendo, Maddie, mutato il proprio giudizio in nulla, né volendo, obiettivamente, ipotizzare di cambiare idea nel merito del proprio rapporto con chi, già troppe volte, l’aveva delusa, l’aveva approfittato della sua buona fede, dei suoi tentativi di instaurare qualcosa di più di una mera relazione professionale, salvo comprendere come, entro quelle mura, troppi egoistici interessi avrebbero sempre impedito di perseguire risultati in tal senso; inaspettatamente la qualità della propria vita entro quegli stessi confini ebbe a scoprirsi ogni giorno migliore. E ciò, paradossalmente, ebbe a coincidere con quel proprio, riscoperto egoismo, in grazia al quale ella, inconsapevolmente, iniziò a premurarsi solo della concretezza delle proprie attività, della realizzazione dei propri obiettivi, e di null’altro, collaborando sì, attivamente e proattivamente con chiunque fosse necessario, o, anche e semplicemente, lo richiedesse, ma, in ciò, mai attendendosi, né ricercando, qualcosa di più. Cosicché, non soltanto ogni evento, ma, ancor più, ogni relazione, ebbe improvvisa occasione di rientrare entro una più circoscritta dimensione, tale da poter essere considerato per quello che era e per quello che avrebbe potuto valere, e tale da non poter più essere giudicato meritevole di eccessiva passionalità da parte sua. Quello, per lei, si scoprì finalmente a essere, e a dover essere, semplicemente un mestiere, e un mestiere che, al di là di ogni eventuale piacere personale nel svolgere il quale, mai avrebbe avuto a dover essere confuso con qualcosa di più: un lavoro per cui ella era pagata, per cui non sarebbe valsa la pena di agire al di fuori dei limiti stessi del proprio contratto, in termini di straordinari non pagati, di incarichi esterni al mansionario e altro ancora, e, soprattutto, per il quale non avrebbe più versato una sola lacrima o si sarebbe permessa ulteriori intimi disagi, né per rabbia, né per frustrazione, né, semplicemente, per disappunto. Otto ore al giorno non erano poche, e sbagliato sarebbe stato partire dal presupposto che, nel merito quanto da lei compiuto in quell’arco temporale, alcun interesse avrebbe mai dovuto dimostrare… ma, al di là di ciò, e anche ove fossero state molte più ore, ella non avrebbe ulteriormente permesso a se stessa di considerare il proprio lavoro come una definizione d’identità.
Accanto a questo primo, imprevedibile, risultato sul fronte professionale, in quel nuovo capitolo della propria esistenza, Maddie ebbe a ritrovarsi colta di sorpresa nel verificare come anche il rapporto con suo padre e con sua sorella, pur mai contraddistinto da tensioni, da incomprensioni o da problemi, sembrò iniziare a vivere un luminoso rinascimento. E per quanto, sicuramente facile sarebbe stato riconoscere alla base di ciò una pur indubbia complicità nella sua ritrovata presenza in casa, effetto obbligato dell’ancor vigente interdizione dal proprio appartamento; una diversa interpretazione avrebbe potuto essere ricercata in una direzione specularmente opposta rispetto a quella alla base del mutamento della sua vita professionale, giacché, così come sul lavoro ella iniziò a offrire meno importanza, meno peso, a eventi e persone, parimenti nell’ambiente domestico si ritrovò a non concedersi alcuna possibilità di banalizzazione, ovviando a ridurre qualunque cosa a un mero dato di fatto, a un’informazione scontata. Una scelta inconsapevole, una decisione maturata al di fuori di qualunque concreto raziocinio, la sua, che ebbe a ritrovarsi condivisa, altrettanto inconsapevolmente, o forse no, anche da parte della sua stessa famiglia, di suo padre e di sua sorella, i quali, ancor vittime per l’ansia degli eventi che avevano portato all’estemporanea scomparsa della giovane, purtroppo rievocativa di tragedie lontane nel tempo, avevano riscoperto, sulla propria pelle, l’importanza di non doversi mai permettere di considerare nulla per ovvio, neppure, e soprattutto, la presenza di chi, pur, nelle loro vite era sempre stata un punto fermo. Così, ogni mattina, a colazione, ogni sera, a cena, l’intera famiglia Mont-d'Orb si ritrovava riunita attorno al tavolo del soggiorno non soltanto per consumare i pasti o ascoltare le ultime dai notiziari, ma, ancor più, per confrontarsi sulle reciproche giornate, su come stessero andando i reciproci lavori e, in generale, su qualunque argomento potesse passare loro per la mente, ascoltandosi reciprocamente con concreto interesse, e interagendo come, forse, mai avevano avuto passata ragione di fare.
Oltre ai rapporti professionali e ai legami familiari, comunque, il mutamento proprio della vita della giovane donna ebbe a coinvolgere un ulteriore genere di relazione e, probabilmente, la più importante fra tutte… quella con se stessa. Per quanto, indubbio, avrebbe avuto infatti a doversi escludere qualunque genere di senso di inadeguatezza, fisica o psicologica, da parte sua nei confronti del resto del mondo, avendo, al contrario, a poter essere fonte d’invidia per chiunque altro attorno a lei, per la sua intelligenza, il suo acume, per la sua forza, e, non così privo di valore in una società basata quasi esclusivamente sull’apparenza, per la sua bellezza; Maddie non era mai stata in grado di valutare in maniera obiettiva se stessa, finendo per considerarsi, proprio malgrado, con maggiore severità, con più intima discriminazione, di quanto, altresì, mai alcuno avrebbe osato compiere o, anche solo, ipotizzare di compiere. Forse la sua avrebbe avuto a dover essere considerata una semplice mancanza di autostima; forse, e peggio, tale freno psicologico autoimpostosi avrebbe avuto a dover essere ricondotto al trauma infantile, a quel violento incidente che l’aveva privata di una madre, aveva segnato per sempre la quotidianità della propria gemella, quasi senso di colpa per non essere stata anche lei lì presente, per non aver potuto condividere quella triste sorte: difficile a discernersi, anche con l’aiuto professionale di Jacqueline, che pur, fra i vari argomenti, in tutti i loro incontri non aveva mai ovviato ad affrontare quello dell’autostima. Tuttavia, nel ritrovarsi posta di fronte a Midda Bontor, e alla consapevolezza di come ella altro non fosse che l’incarnazione stessa di un suo possibile futuro, di una possibile se stessa da lì a dieci anni, neppure la più profonda mancanza di autostima, o il più terrificante senso di colpa, avrebbero potuto impedire alla giovane di popolare i termini di quell’equazione e di comprendere come, tutta l’ammirazione che indubbiamente aveva fin da subito provato nei riguardi di quella donna, di quella figura prossima a poter essere considerata leggendaria, avrebbe potuto provarla anche per se stessa, se solo fosse riuscita a eguagliarla, se solo fosse riuscita a realizzare la promessa, la profezia che l’altra, innanzi al suo sguardo, sembrava voler esemplificare. Per questo, non senza una certa insoddisfazione professionale, nel non coglierne le celate motivazioni, ma con assoluta approvazione personale, nel gioire per tale palese cambiamento, da parte della sua terapista; Madailéin riuscì a scoprirsi una donna migliore di quanto mai avesse creduto, e a iniziare a mutare la propria stessa immagine mentale, in corrispondenza al quale, necessariamente, anche il piano fisico non poté ovviare a essere influenzato.
Alla figura timida e introversa che ella era sempre stata, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, ebbe a sostituirsi una giovane dotata di salda consapevolezza su di sé, sulle proprie capacità, sui propri limiti anche, e sulle occasioni nelle quali potersi spingere a osare di superarli. E laddove pur chiunque, attorno a lei, ebbe ad accorgersene; ella scoprì, con sommo piacere, di non essere minimamente interessata al giudizio di alcuno, all’opinione di nessuno, indifferente parimenti tanto al sempre maggiore interesse delle controparti maschili, che mai quanto allora iniziarono a desiderarne le attenzioni, quanto alla sempre maggiore invidia delle controparti femminili, che mai quanto allora iniziarono a mal sopportarne la presenza. Il mondo attorno a lei avrebbe potuto amarla o odiarla, desiderarla o temerla, cercarla o ripudiarla… e, per lei, tutto ciò non avrebbe avuto il benché minimo valore, non avrebbe avuto alcuna importanza.
Il mondo attorno a lei avrebbe potuto illudersi di conoscerla, salvo scoprirla qual una perfetta estranea; avrebbe potuto credere di poterla comprendere, salvo scoprirla qual un enigma irrisolvibile: giacché ella era colei che era, e sarebbe diventata colei che avrebbe voluto diventare, a dispetto di tutto e di tutti. Allora, e per sempre, Madailéin Mont-d'Orb… o Midda Namile Bontor che dir si volesse, poco sarebbe importato l’ordine delle lettere del suo nome: donna e guerriero.

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