Midda's Chronicles - le Cronache

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Dopo la conclusione, con un finale particolarmente aperto, di "Non abbassare lo sguardo", è iniziata ieri sera la pubblicazione di "Non smettere di lottare", 48° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles, riprendendo - ovviamente - il discorso rimasto in sospeso!
Buona lettura con il proseguo delle avventure della nostra ormai ex-mercenaria preferita in nuovi e inesplorati mondi, in un viaggio lungi dal potersi considerare concluso e che, certamente, proseguirà anche quando alfine superato il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di quest'opera!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 25 novembre 2017

giovedì 2 febbraio 2017

RM 032


Se già solo nel parcheggio, nel mero confronto con la semplice idea di una nuova giornata di lavoro, incommensurabile avrebbe avuto a potersi definire lo sconforto del quale il suo cuore risultava ricolmo; trascorse solo poche ore all’inizio di quella mattinata, Maddie si ritrovò quasi a sperare che, improvvisamente, la testa di qualcuno fra i suoi colleghi si aprisse in due, mostrando una terrificante sequenza di affilati denti bramosi di strappare le sue carni dalle ossa. Poiché, laddove ciò fosse accaduto, per quanto la sua vita sarebbe stata palesemente in pericolo, quantomeno avrebbe apparentemente avuto ancora un significato… senza contare che, se fosse anche stata sufficientemente fortunata, tutto ciò che avrebbe persino permesso di liberarsi di qualcuno fra i numerosi soggetti a cui sarebbe piaciuto poter indirizzare un po’ di sana, e primordiale violenza.
Pensieri cattivi, i suoi, per i quali, non senza un certo sforzo, ella si costrinse a sentirsi in colpa, giacché, per quanta poca stima potesse provare verso una buona parte delle persone a lei circostanti, ad augurare loro il male, e la morte per mano degli effetti mutageni del morbo cnidariano sarebbe comunque stata inopportuna.
Iperbole a parte, la giovane donna spese la propria mattinata fra risposte alla corrispondenza elettronica accumulatasi in sua assenza, un rapido colloquio con le risorse umane al fine di chiarire come aver a considerare i giorni di assenza ingiustificata antecedenti al successivo periodo di malattia, e un continuo tentativo di disimpegno di fronte a qualunque assalto da parte di chiunque, attorno a lei, fosse allor interessato a esprimersi nel merito dei fatti di cui era stata protagonista: fatti, ovviamente, ignorati dai più, ma a riguardo dei quali, in grazia a una non meglio definita saggezza infusa, in molti più di quanti non avesse preventivato si sentivano chiaramente non soltanto autorizzati a esprimere commenti ma, ancor più, persino a pontificare, con una lunga sequela di frasi fatte come « L’importante è che tu stia bene! », o anche « Avrei voluto chiamarti, ma ho preferito non disturbarti in un momento simile… », fino ad arrivare alla migliore fra tutte « Si continua ad accogliere “questa gente” e poi ecco cosa succede! » partendo, chiaramente, dalla convinzione che ella fosse stata aggredita in casa sua da un qualche profugo immigrato. Immancabilmente puntuale, poi, esattamente come preventivato, la foto del viso di Giovanna fece capolino dall’angolo in basso a destra dello schermo del proprio computer, a segnalare la presenza di una nuova serie di brevi messaggi di testo volti a simulare straordinario interesse per lei, e per le sue condizioni, con il medesimo impegno precedentemente speso dalla stessa cagnetta in senso inoppugnabilmente opposto, nel cercare, almeno pubblicamente, di fingere che ella non esistesse nemmeno, a non rischiare di associare, socialmente parlando, la propria immagine alla sua.
Squisita, a tal riguardo, fu l’ipotesi che la sua proclamatasi miglior amica ebbe a formulare nel merito delle reali ragioni della sua sparizione, tali, persino, da non prendere neppure in considerazione la notizia, pur di pubblico dominio, di un morto ammazzato nel suo appartamento. “Senti…” iniziò a scriverle a un certo punto, corredando il tutto con faccine volte a enfatizzare un qualche sentimento di complicità a contorno della domanda in formulazione “… non che voglia farmi gli affari tuoi…” quando mai “… ma non è, dietro a tutto, c’è stata la piccola crisi di qualche settimana fa, per la promozione che hanno dato a Bernardo?“ riferendosi, in tal senso, alla scelta riorganizzativa interna tale per cui, malgrado ella si fosse sempre data da fare in termini ampliamente superiori a quelli richiestile, alla fine era stato scelto un suo collega più giovane, e, comprovato da diversi obiettivi mancati anche nel corso dell’anno precedente, più incapace, per assumere il ruolo di suo diretto responsabile a seguito della riassegnazione del precedente ad altri incarichi: evento che, psicologicamente, aveva alfine colmato la proverbiale misura, portandola a quell’esplosione di rabbia all’interno del bagno nel corso del proprio precedente, ultimo giorno di lavoro. Meravigliosa Giovanna! Così intenta, suo malgrado, a concepire il mondo come una costante arrivistica sfida a conquistare una poltrona superiore da riuscire, nonostante tutto, a ridurre i potenzialmente tragici eventi di quegli ultimi giorni, almeno per così come potevano essere trapelati nei pettegolezzi d’ufficio, comunque entro i limiti della sua consueta concezione di quotidianità. E Maddie, che, invero, si era persino dimenticata, nel frattempo, di quanto fosse accaduto, avendo avuto ben altre, e più concrete ragioni alle quali rivolgere le proprie attenzioni, ivi comprese ansie e frustrazioni, ebbe paradossalmente a dover ringraziare, nel profondo del suo cuore, la sua ben poco cara collega, il cui vuoto contributo in quella mattina aveva avuto pur un’utilità: renderla palesemente consapevole di quanto, ormai, non le interessasse più nulla di quella cagnetta, di Bernardo o di chiunque altro entro quelle mura… non, quantomeno, al punto tale da doversi ritrovare chiusa in bagno a trattenere le lacrime e a rimproverarsi in tal senso. Altre, nel frattempo, aveva compreso essere, per lei, le desiderate priorità della propria esistenza.
Nuove priorità, le sue, in tale disaccordo con quanto allora la stava circondando, nella consapevolezza delle quali ebbe addirittura a rimpiangere le dodici ore trascorse a lasciarsi massacrare di bastonate dalla propria maestra d’arme...

Superata in maniera sufficientemente indenne la pausa pranzo, la giovane dai capelli color del fuoco iniziò ad affrontare il pomeriggio con il peggior atteggiamento mentale possibile, purtroppo l’unico che, in quella giornata di rientro avrebbe potuto concedersi: conteggiò le ore che, ancora, le sarebbero rimaste da scontare all’interno dell’azienda.
L’aspetto peggiore, suo malgrado, di essere scomparsa per tutto quel tempo, in maniera non preventivata o pianificata, avrebbe avuto a doversi riconoscere nell’evidenza di come, quasi tutto ciò di cui ella si stava occupando, i progetti che ella stava seguendo prima della propria fuga da casa, erano stati ovviamente riassegnati. In ciò, non soltanto una mezza dozzina fra colleghi e colleghe fremevano dalla voglia di ringraziarla, sarcasticamente, per aver riversato su di loro il proprio lavoro, ma, peggio ancora, in quella prima giornata, e ancora, probabilmente, per qualche tempo a seguire, almeno fino a quando la situazione non avrebbe avuto occasione di stabilizzarsi, ella sarebbe rimasta fondamentalmente priva di attività, negandole, in ciò, anche la semplice possibilità di sperare di distrarsi nel scrivere codice a capo chino. Così, quando l’imprevista e imprevedibile svolta di quella giornata sopraggiunse, non ebbe a trovarla perduta nella propria programmazione, quanto nel rimbalzare in internet fra immagini spiritose di cani, gatti e altri animali domestici fotografati in scenette ridicole, innanzi alle quali difficile sarebbe stato non sorridere.
Un tonfo.
Tale fu la prima avvisaglia. Un forte suono sordo, che costrinse l’intero ufficio a sobbalzare, nella sorpresa conseguente a quell’imprevisto turbamento della quiete prima imperante. Il suono prodotto dall’impatto di qualcosa di abbastanza duro, ma al contempo relativamente elastico, contro una delle vetrate presenti qual trasparente parete affacciata sul mondo esterno.

« … ma cosa…? » domandarono varie voci, intervallate da alcuni gridolini di spavento per quel rumore inatteso.

Anche Maddie era stata colta in contropiede da quello schianto che, come alla maggior parte dei suoi colleghi, aveva contribuito a una spontanea produzione di adrenalina nel proprio corpo: una reazione chimica naturale, di fronte alla quale, l’innata ricerca di autoconservazione avrebbe preteso da lei un’emozione di paura, e che tale sarebbe stata fino a poche settimane prima. Tuttavia, rispetto a poche settimane prima, in lei era cambiata l’intera concezione non soltanto del mondo ma, addirittura, dell’universo e del multiverso intero, in quella che Jacqueline, la sua terapista, sarebbe stata probabilmente interessata a descrivere come una riscrittura della sua stessa identità e dei valori a essa collegati in conseguenza al violento sconvolgimento del quale era rimasta vittima.
Così, innanzi a quella scarica di adrenalina, ella non ebbe a provare emozione di paura, quanto, e piuttosto, di gioia: gioia alla prospettiva che, qualcosa, da lì a poco, avrebbe potuto cambiare. Gioia alla prospettiva che, qualcuno, da lì a poco, avrebbe potuto aggredirla, costringendola nuovamente a lottare per garantirsi il proprio diritto all’esistenza. In una prospettiva probabilmente “selvaggia, barbara, incivile e primitiva”, nel ricordare le parole con le quali Midda Bontor aveva descritto se stessa… ma, ciò non di meno, una prospettiva entro la quale, nel profondo del proprio animo, stava riuscendo a sentirsi realmente viva.

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