Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

mercoledì 1 febbraio 2017

RM 031


« Non posso credere di essere tornata qui… » sospirò, con le mani ancora appoggiate sulla parte superiore del volante dell’auto di suo padre, osservando il profilo del fabbricato ove avrebbe dovuto andare presto a timbrare il cartellino, parcheggiata, qual allora era, in attesa di un qualche miracolo che potesse condurla lontana da lì: l’attacco di un ciclope, uno stormo di arpie, un drago... qualunque cosa sarebbe andata bene, in quel momento.

La giovane donna non aveva mai odiato il proprio lavoro. Al contrario, programmare avrebbe avuto a doversi considerare un’attività dalla quale, comunque, era sempre stata in grado di trarre soddisfazione, giacché, a differenza di quanto creduto dai più, ella aveva sempre concepito quella qual un’arte ancor prima che una mera tecnica. Certamente alla base di un programma avrebbe avuto a dover essere considerato un approccio estremamente sistematico, un’attenzione maniacale a tutte quelle distrazioni che avrebbero potuto costare l’inserimento di un baco all’interno del codice: ciò non di meno, nel momento in cui, davanti a lei, si offriva una nuova pagina vuota, una nuova classe da strutturare, con i suoi metodi e le sue proprietà, Maddie non avrebbe mai potuto ovviare a percepire, nel proprio cuore, un’indubbia libertà artistica tale da consentirle di plasmare ordine dal caos, di creare qualcosa dal nulla, quasi uno scultore innanzi a un nuovo blocco di marmo pronto a essere intaccato dal primo colpo di scalpello.
La giovane donna non aveva mai odiato il proprio lavoro. Aveva iniziato a odiare, tuttavia, le condizioni nelle quali si era ritrovata costretta a lavorare. E, spiacevole a dirsi, una buona parte dei propri colleghi e delle proprie colleghe: i primi interessati solo alla prospettiva di poterla portare a cena, dove quella parola avrebbe avuto a dover essere intesa qual sinonimo di letto; le seconde animate da quello che, nelle loro vene, difficilmente avrebbe potuto essere considerato sangue, nell’apparir più prossimo a vero e proprio veleno. Ove, a margine di tutto ciò, avrebbe avuto a dover aggiungere l’evidenza propria di un sistema neppur lontanamente meritocratico alla base dell’attribuzione di premi, aumenti e promozioni all’interno dell’azienda, spiacevolmente vittima di effimere mode, fugaci infatuazioni per l’uno o per l’altro salvatore della patria, in ubbidienza ai capricci del quale si sarebbe potuto cambiare tutto senza, alfine, mutare nulla; da più di un anno Maddie aveva iniziato a mal tollerare la propria vita professionale. E a poco, o probabilmente a nulla, erano servite le lunghe sessioni di confronto con la propria terapista: tutti i suoi problemi, puntuali e instancabili, erano sempre lì ad attenderla.
In un simile contesto, l’idea di essere stata assente ingiustificata per quasi una settimana, e, ancor peggio, la certezza che, nei giorni successivi alla notizia del suo periodo di mutua, neppure il personale di servizio nella mensa avrebbe potuto ovviare a spettegolare nel merito di quanto occorso nel suo appartamento, del morto lì ritrovato in condizioni persino peggiori del polpettone che, solitamente, l’attendeva il lunedì, a non lasciar sprecati gli avanzi della settimana precedente, non avrebbe potuto suggerirle l’eventualità di piacevoli sviluppi… al contrario. Tutti, ma proprio tutti, attorno a lei, si sarebbero impegnati a far finta di nulla, a dissimulare il proprio interesse non tanto per le sue condizioni di salute, quanto per i dettagli più scandalosi degli eventi che l’avevano vista protagonista, e solo la sua più falsa miglior amica, Giovanna, da un paio di scrivanie di distanza rispetto alla posizione da lei occupata all’interno dell’area comune dedicata agli sviluppatori, non avrebbe tardato a contattarla attraverso il programma di messaggistica interno allo scopo di estorcerle qualche particolare utile da rendere, entro l’ora di pranzo, di pubblico dominio. Dopotutto era sempre stato così e, fin da quando aveva avuto dolorosa occasione di comprendere il reale animo di quella cagnetta malefica, poco più di un anno prima, ella non aveva mai ovviato a collezionare ulteriori conferme a tal riguardo.
Maddie non voleva uscire da quell’auto. Non voleva passare il proprio cartellino identificativo sulla bollatrice. Non voleva raggiungere la propria scrivania e sperare di soffocare ogni suono attorno a lei frastornandosi con musica al massimo volume, nei propri auricolari. Non voleva affrontare una nuova giornata di lavoro.
Non dopo aver assaporato l’inebriante gusto dell’adrenalina, averla sentita scorrere con violenza nelle proprie arterie, irrorando le membra del suo corpo e offrendo loro un’energia mai avvertita prima, una sensazione di vitalità che non avrebbe mai potuto immaginare qual realmente esistente. Per quanto le cicatrici sulle sue spalle fossero ancora estremamente fresche, avendo tolto i punti solo un paio di giorni prima, e la nuova pelle lì rigeneratasi avesse una strana sensibilità, ella avrebbe probabilmente esultato all’idea di essere costretta a confrontarsi, nuovamente, con una gargolla ansiosa di ghermirla e trascinarla nell’alto dei cieli: perché, in tutto quello, ella avrebbe avuto la possibilità di suggere l’essenza stessa della vita dalla sua più pura sorgente, dal suo midollo, così come in alcun altro momento, in quegli ultimi trent’anni, le era stata offerta possibilità di compiere.
Ma le gargolle, al pari della donna che le aveva condotte nella sua vita, sembravano ormai il ricordo sbiadito di uno strano sogno. E, nella sua realtà, non vi sarebbe stata alcuna Midda Namile Bontor pronta a massacrarle i glutei e le cosce a colpi di manganello, per costringerla a reagire, a trovare dentro di sé il guerriero sopito. Al contrario. Chiunque, lì attorno, avrebbe sempre e solo lavorato in direzione contraria, al fine di distruggere ogni barlume di reazione nel suo animo, di estirpare ogni ipotesi di ribellione dalla sua mente e dal suo cuore, per mantenerla facilmente controllabile, così come, in fondo, la Società moderna avrebbe sempre voluto per tutti i propri membri.
“…avete iniziato a cercare di distruggere la psiche dei vostri rivali, dei vostri antagonisti, in maniera così sottile, così raffinata, da risultare sempre e squisitamente legale, lecita, persino morale…” rievocò nella propria mente le parole pronunciate dalla propria mentore, non potendo evitare, allora, di riconoscerle qual terribilmente reali, e, suo malgrado, applicabili all’intero tessuto sociale del suo mondo.

« Perché mi hai lasciata…? » sussurrò, chinando lo sguardo verso il pulsante di accensione dell’automobile, immaginando, per un fugace istante, di premerlo e di ripartire… di ripartire alla ricerca di colei che aveva perduto e, con lei, di una vita diversa, una vita più pura.

Ma la mercenaria era svanita nel nulla al punto tale che neppure la polizia era stata in grado di trovare una qualche pista su di lei, pur avendo emesso diversi mandati di cattura per quella sospettata di omicidio. E laddove neppure le forze dell’ordine sembravano essere in grado di rintracciarla, retorico sarebbe stato evidenziare l’oscurità nella quale la giovane avrebbe brancolato se solo avesse cercato di impegnarsi autonomamente in quella ricerca. Tutto ciò che avrebbe potuto quindi ottenere, in una scelta simile, sarebbe stato quello di aggravare ulteriormente la propria posizione, la propria perizia psichiatrica, risultando, ineluttabilmente, ancor vittima palese di un devastante esaurimento, al punto tale che, per il suo stesso bene, probabilmente le sarebbero stati imposte ulteriori limitazioni alla propria libertà personale: una libertà che già, in quanto la vita sembrava essere in grado di offrirle, non riusciva ad avvertire realmente tale e che, pur, non avrebbe voluto stolidamente sprecare, pur in quella forma particolarmente labile.
Decisa a non concedersi gratuitamente nuovi colpi di testa, Maddie accettò l’inevitabile corso del proprio fato e, con esso, il pensiero di dover uscire da quell’auto e dirigersi all’ingresso del fabbricato e, da lì, alla propria scrivania, dove riprendere il lavoro lasciato interrotto, e ormai praticamente dimenticato, quasi venti giorni prima. Pertanto, con quanto giudicò essere maggiore coraggio di quello che avrebbe potuto richiederle affrontare un’orda di vittime del morbo cnidariano, ella raccolse tutte le proprie cose, aprì la portiera, scese dall’auto e si incamminò, come molti altri colleghi e colleghe attorno a lei, verso la bollatrice, accettandosi proprio malgrado, almeno per quella mattina, qual vinta.

« Bentornata alla tua vecchia vita, Maddie. » si complimentò con se stessa, ancora ignara di come, in verità, lo sviluppo e la conclusione di quella giornata avrebbero preso una piega completamente estranea a qualunque aspettativa avrebbe potuto allor dimostrare di avere, garantendole l’occasione da lei lì invocata per qualcosa di diverso, per qualcosa di più rispetto alla propria quotidianità.

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