Midda's Chronicles - le Cronache

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Tanti auguri, mamma!

Manco farlo apposta, la conclusione del racconto con RM 003 - Reimaging Midda: Il sapore familiare del veleno!, dopo ben settantuno episodi (il racconto più lungo di Midda, a oggi!), coincide con la festa della mamma.
Motivo per cui, festeggiando il traguardo di un altro racconto di Midda concluso (e di una Midda alternativa, come tutte quelle finora apparse in Reimaging Midda), non posso ovviare a fare gli auguri a una delle lettrici più affezionate di Midda, nonché alla co-autrice della stessa (quantomeno dal punto di vista grafico), con questo piccolo intervento.
Quindi: auguri mamma!
E grazie di tutto il sostegno in questi quasi dieci anni di pubblicazioni!

Da domani, inoltre, riprenderà la pubblicazione di RM 001 - Reimaging Midda: Un altro morde la polvere, iniziando con la riproposizione dei primi nove episodi precedentemente pubblicati a cavallo fra il dicembre 2015 e il gennaio 2016.
Nella speranza, in tutto ciò, di essere riuscito finalmente a rompere la maledizione che aveva afflitto questa serie fra il 2014 e lo scorso anno.

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 14 maggio 2017

martedì 28 febbraio 2017

RM 058


Semplicemente ignorando la sopraggiunta presenza della giovane guerriera, l’essere dalle fattezze di Midda Bontor ebbe a volgere tutta la propria attenzione, altresì, nei riguardi della porta blindata di fronte a sé, alla quale, allora, destinò un primo, violento colpo offerto con il proprio pugno destro, per effetto del quale, non solo ebbe a prodursi un assordante boato nell’intero edificio ma, ancor peggio, una prima, sgradevole, evidenza di cedimento ebbe a riguardare sia la superficie di legno della porta, che venne fondamentalmente ridotta in trucioli e segatura, sia la sottostante struttura metallica, che fu, altresì, spiacevolmente incrinata, per quanto, ancora, fortunatamente, non ebbe a cedere.

« Ehy! » protestò violentemente Maddie, sgranando gli occhi a quella scena « Tu sarai anche un dannato mostro senza cervello… ma con il padrone di casa, poi, devo essere io a parlare per queste cose. E non hai idea di quanto lui sia affezionato a quella porta! » argomentò, in termini che, allora, ebbero a risuonare non poi così ironici qual, probabilmente, nelle sue intenzioni avrebbero avuto a dover essere, nella preoccupazione, comunque sincera, di cosa avrebbe potuto dire loro il proprietario dell’appartamento.

Ancora una volta, la creatura parve impegnarsi a trascurare in maniera quantomeno assoluta la propria supposta avversaria, preparandosi a scagliare un nuovo colpo. Se nonché, quest’ultima, non accettò, allora, di essere tanto gratuitamente esclusa dalla sua lista di priorità, avventandosi, quindi, contro di essa con un balzo non meno deciso rispetto a quello che l’aveva condotta, poco prima, ad ancorarsi al cofano dell’auto. In tale occasione, tuttavia, ad attenderla non avrebbe avuto a dover essere considerata un’ampia superficie metallica, quanto, e piuttosto, il corpo della propria defunta maestra, nella schiena della quale, allora, affondarono con straordinario vigore entrambe le asce.
Un colpo mirabile, e potenzialmente letale, il suo, se solo non fosse stato rivolto a discapito di una vittima del morbo cnidariano, per fermare la quale, invero, sarebbe occorso molto di più. Sebbene, infatti, le lame delle due armi affondarono facilmente nelle carni e nelle ossa della creatura, questa non ebbe a dimostrare il benché minimo dolore per quanto accaduto, reagendo, al contrario, con un violento movimento utile ad allontanare da se stessa l’antagonista, quasi un insetto fastidiosamente posatosi sulla propria schiena, per, poi, voltarsi finalmente verso di lei, a concederle, nuovamente, la propria attenzione e il proprio volto. E del volto orrendamente ferito che, pochi minuti prima, l’aveva contraddistinta, in quel momento, non si palesò più alcuna evidenza, laddove non soltanto nessun taglio o graffio avrebbe potuto essere riconosciuto sulla sua pelle ma, addirittura, l’occhio precedentemente perduto aveva lì già fatto ritorno, pur, ancora, caratterizzato tristemente da quella più completa assenza di coscienza che, fin dalla morte della donna, aveva contraddistinto il suo sguardo: il morbo aveva già avuto successo nel riparare i danni subiti dal proprio ospite, restituendo al medesimo la propria parvenza originale.
Una parvenza, tuttavia, che allora non ebbe a perdurare più di molto, ove, nuovamente, una sottile linea perpendicolare attraverso per un istante il suo intero viso prima che, in maniera mai visivamente piacevole, l’intero capo della donna si ritrovasse diviso in due parti speculari, intento a porre in evidenza una lunga fila di sottili denti affilati.

« So di poter essere apparsa maleducata pocanzi, nel conficcarti due asce nella schiena… » riprese voce la giovane, reagendo ormai all’orrore di quella scena con sorprendente autocontrollo « … ma potresti, per cortesia, restituirmele?! Purtroppo, dovendo fare di corsa, non ho avuto occasione di portare con me altre armi! » osservò, in riferimento alla propria spiacevolmente palese situazione attuale, nella quale, malgrado l’ammirevole attacco, oltre a non aver avuto occasione di danneggiare la propria avversaria, si era ritrovata a essere persino disarmata.

Sviluppo positivo: Maddie era riuscita a ovviare, almeno estemporaneamente, alla possibile aggressione da parte della creatura a discapito della sua famiglia e del suo compagno, così come, sino a quel momento, non sembrava essere stata capace di compiere a dispetto tutti i propri precedenti sforzi.
Sviluppo negativo: Maddie non aveva la benché minima idea nel merito di come poter chiudere quanto prima quel confronto, benché, proprio malgrado, fosse sufficientemente confidente con il fatto che, più il combattimento si fosse protratto, più ella si sarebbe dimostrata eccessivamente stanca per riuscire a continuare a tener testa alla propria avversaria. Sempre ammesso che, particolare non banale e assolutamente non scontato, ella fosse riuscita a individuare un qualche modo di tener testa a quell’essere mostruoso senza, in questo, anticipare drammaticamente la propria fine così come già era stato, sciaguratamente, per colei che l’aveva fatta divenire guerriera.
Soddisfatta, pertanto, dallo sviluppo positivo ottenuto, dalla piccola vittoria che era pur stata appena in grado di ottenere, la giovane cercò allora di non soffermarsi più di troppo sullo sviluppo negativo, giacché, in tal frangente, agitarsi non sarebbe comunque servito a molto… al contrario. Conservando tutta la propria calma, impegnandosi, sopra a ogni cosa, a mantenere un certo equilibrio interiore, ella assunse, nel pur ristretto spazio offerto dal pianerottolo, di un paio di metri quadrati di spazio, una postura di guardia, per così come insegnatole dalla propria mentore, pronta ad accogliere qualunque genere di offensiva le si fosse potuta riversare contro. Così, quando il mostro si fiondò contro di lei, con fauci spalancate nell’unico scopo di poterle strappare la testa dal collo o, in alternativa, un'altra qualunque estremità a proprio piacere, ella reagì con straordinaria puntualità, scattando a sua volta lateralmente nel cercare, e nel trovare, sostegno nel corrimano lì a fianco al solo scopo di poter fare perno lì sopra e roteare, con un’incredibile agile acrobazia, lontano dalla propria posizione iniziale al fine di liberare la traiettoria resa propria dall’avversaria e, al contempo, ritornare a offrirsi esattamente alle sue spalle.
Trascinato dalla foga del proprio stesso attacco, quindi, l’orrore lì schieratosi in sua aggressione non ebbe occasione di maturare con sufficiente rapidità l’evidenza di quanto, là dove prima ella era, nulla fosse rimasto, in ciò, ineluttabilmente, andando a gettarsi, con straordinaria foga, contro il muro un attimo prima sito alle spalle del suo obiettivo, di quella sguisciante rossa dalla lingua fin troppo attiva…

« Inizia a piacermi questa giostra… » osservò, invero, in tutto ciò, limitandosi a temporeggiare nella speranza che, in tal maniera, la sua mente avrebbe avuto occasione di elaborare un qualche piano, una qualche strategia, volta ad assicurarle di ridurre quel corpo a un ammasso informe di carne, ossa e sangue, secondo l’esempio concessole dalla sua maestra d’arme, per quanto, dal suo personale punto di vista, meno facilmente attuabile « … se sei d’accordo, potremmo anche provare ad allestire un piccolo spettacolo, e tentare di proporlo in televisione: non so… un’alternativa moderna alla cara, vecchia tauromachia. » sorrise sorniona, a quell’idea « Chi non adora la tauromachia…?! »

L’ipotetico toro di quel supposto spettacolo, suo malgrado, non si dimostrò particolarmente favorevole alla proposta in oggetto, motivo per il quale, anzi, esso ebbe ad afferrare con fermezza il medesimo corrimano sul quale ella, un attimo prima, aveva individuato il proprio provvidenziale punto di appoggio, per scardinarlo e, con essa, scardinare ben più di un metro di solido metallo, con il quale, in tal maniera, improvvisare un’arma, un qualche strumento di confronto con la propria antagonista e, ipoteticamente, candidata distruttrice. E laddove, le due asce tattiche ancora conficcate nella sua schiena, avevano avuto immediata occasione di dimostrarsi fondamentalmente inutili, quella primitiva mazza metallica, ove fosse riuscita a raggiungere il proprio bramato obiettivo ultimo, difficilmente si sarebbe dimostrata egualmente vana nel proprio valore. Così, allorché attendere l’ineluttabile, Maddie tentò un’azione quantomeno disperata, decidendo di lanciarsi contro di lei e aggredirla ancor prima le fosse stata concessa l’occasione di ipotizzare la sua condanna a morte.

lunedì 27 febbraio 2017

RM 057


Sebbene, probabilmente, Maddie avrebbe allora preferito potersi concedere un istante di riposo, fosse anche soltanto per valutare, rapidamente, lo stato delle proprie ossa, a verificarne eventuali rotture o lussazioni, suo malgrado la battaglia non avrebbe potuto ancor considerarsi qual conclusa… anzi, obiettivamente, sino a quel momento, non avrebbe potuto ancor considerarsi realmente iniziata. Per tale ragione, sfidando ogni buon senso e ogni principio di autoconservazione, la giovane dai capelli color del fuoco, ancor stringendo le due asce tattiche, si costrinse, con un deciso colpo di reni, a rialzarsi repentinamente in piedi, per verificare, con un rapido sguardo, cosa potesse essersi persa in quegli ultimi istanti in cui il proprio massimo concetto di svago serale avrebbe avuto a dover essere riconosciuto fare a slalom fra le automobili, cercando di ovviare a un decisamente poco gradevole impatto.
Così ella ebbe a rendersi sgradevolmente conto di quanto, nel contempo di quel nuovo intrattenimento sportivo urbano, ciò che le era venuto meno avrebbe avuto a doversi riconoscere il contatto visivo con la propria auto e la sua oscena occupante, la quale aveva quindi approfittato della sua estemporanea perdita di contatto con il cofano, conseguenza della brusca inchiodata, per riprendere la propria strada verso casa e verso i propri, nuovi obiettivi…

« Maledizione! » ringhiò, non concedendosi neppure l’opportunità, in tutto ciò, di gemere il proprio disappunto, dal momento in cui, solo in conseguenza alla propria debolezza, alla propria esitazione, ella era allor arrivata a quel punto, a quella situazione, ponendo a rischio non tanto la propria incolumità, quanto, e peggio, quella della sua famiglia, di tutti coloro a cui ella volgeva il proprio amore.

Nella sventura di quella caduta, Madailéin ebbe lì a rendersi conto dell’evidenza di una pur minima benevolenza divina, nello scoprirsi, in realtà, a meno di due isolati da casa propria, motivo per il quale, ignorando ogni palese, e viva, segnalazione di dolore proveniente da quasi tutte le membra del suo corpo, ebbe a rimettersi a correre, per cercare di sanare il vantaggio pur così conquistato dall’altra, nella speranza di non giungere quand’ormai troppo tardi.
Molto, in verità, sarebbe allor dipeso da Eliud, nonché da suo padre e da sua sorella. Ove la creatura dalle sembianze di Midda, anzi di Carsa Anloch per quanto a loro noto, si fosse presentata alla soglia del loro appartamento e il proprio compagno, dimostrandole fiducia così come non avrebbe avuto ragione per ovviare a fare, le avesse aperto la porta, probabilmente ella sarebbe giunta in tempo soltanto per perdere il senno, nel ritrovare tutti i propri cari orrendamente fatti a pezzi o, peggio ancora, a loro volta infettati dal morbo cnidariano. Ove, tuttavia, Rín avesse già avuto occasione di ascoltare il messaggio vocale che lei le aveva lasciato, forse… forse avrebbe potuto sospettare qualcosa nel veder giungere Midda alla soglia di casa, e, quindi, tutto si sarebbe giocato, banalmente, su cosa ella avrebbe avuto occasione di sospettare: se, infatti, la sua gemella, nel vedere giungere Midda, avesse temuto che proprio a lei fosse capitato qualcosa, nella volontà di informarsi sul suo stato di salute avrebbe potuto chiedere a Eliud di lasciarla entrare, dando vita, in ciò, alle medesime, precedenti conclusioni; ove, invece, ella avesse sospettato che qualcosa di strano stesse accadendo, nell’assenza di un nuovo contatto telefonico da parte sua a seguito di quel pur, probabilmente assurdo, messaggio vocale, forse avrebbe potuto convincere gli altri a mantenere la porta chiusa. Poi, ovviamente, anche le recenti ferite inferte al corpo della creatura avrebbero potuto volgere a suo favore nella speranza di sopravvivenza dei suoi cari, giacché, forse, nel verificare l’oscena condizione del suo volto, e l’apparente mancanza di qualsiasi espressione di dolore sul medesimo, tutti loro avrebbero potuto avere modo di cogliere una profonda innaturalezza in quanto stava accadendo, ovviando ad accoglierla fra loro: d’altro canto, però, proprio alla luce di quelle ferite, il suo bel paramedico avrebbe potuto sentirsi coinvolto nella questione, desideroso di prestare aiuto e, in ciò, tragicamente, condannando se stesso, e tutti gli altri, a un osceno fato di morte.
Molto, quindi, sarebbe allor dipeso dal suo compagno, così come da Jules e Nóirín: molto, sì… ma non tutto. Perché, quel flusso di pensiero nel quale ella stava impegnando la propria mente nel contempo in cui il corpo stava cercando di ovviare al vantaggio guadagnato dal mostro, stava forse erroneamente trovando il proprio fondamento, la propria valenza, a partire dalla scena vissuta più di un anno prima nel suo vecchio appartamento, dove un'altra vittima del morbo cnidariano si era presentata alla sua soglia nel rispetto di ogni consuetudine, arrivando, persino, a suonare il campanello d’ingresso e ad attendere che qualcuno andasse ad aprire. Tuttavia, obiettivamente, quell’essere, quella creatura, avrebbe potuto trovare facilmente occasione di farsi strada verso le proprie vittime senza dover, necessariamente, sottostare alle regole della civiltà moderna, annunciando il proprio arrivo e attendendo, pazientemente, l’invito a entrare… al contrario: partendo dall’evidenza del ricordo di quanto occorso al termosifone nel suo vecchio appartamento, unito alla consapevolezza di quanto potenzialmente letale avesse a doversi comunque considerare il braccio destro della creatura, ereditato dalla trapassata di cui aveva occupato il corpo, addirittura banale sarebbe stato considerare l’eventualità in cui essa si fosse concessa occasione di violare i confini del suo nuovo appartamento semplicemente sfondandone la porta, con buona pace della blindatura della medesima.
Nel mentre in cui, con tali pensieri, ella tentava di analizzare la questione, in realtà individuando, ancor prima che soluzioni e speranze, soltanto ottimi motivi per potersi dire semplicemente terrorizzata alla prospettiva di quanto sarebbe potuto accadere ancor prima del suo arrivo a casa; Maddie riuscì comunque a coprire la distanza che ancora la separava dal proprio indirizzo, giungendo giusto in tempo per intuire la sagoma della propria antagonista superare il portone d’ingresso per dirigersi verso le scale o l’ascensore e, di lì, al quarto piano, dove si trovava l’appartamento che ella condivideva con Eliud. Correndo, pertanto, il rischio di farsi esplodere il cuore nell’impegno di quel folle inseguimento, la giovane, che pur già stava spingendo i propri muscoli al massimo, decise di forzare ulteriormente il passo, non volendo accettare che alcuna delle ipotesi sino ad allora formulate all’interno della sua testa potesse trovare possibilità di avverarsi. E giunta, a sua volta, al portone d’ingresso, suo malgrado, ebbe a verificare quanto, come temuto e previsto, il mostro non stesse riservandosi tattiche particolarmente eleganti, avendo preferito sostanzialmente scardinare la pesante porta di metallo dalla propria sede, ancor prima che perdere tempo con il citofono. Catapultatasi oltre l’ingresso, ella corse quindi verso le scale e, saltando letteralmente i gradini tre alla volta, iniziò a risalire nel solo desiderio di giungere alla propria porta di casa prima che potesse essere troppo tardi.
A spingerla in tal senso, ormai, non avrebbe avuto neppure a considerarsi semplice adrenalina, laddove, a simili livelli, persino l’adrenalina stessa avrebbe probabilmente fallito nel proprio intento: ad animarla, a concedere forza ed energia alle sue membra, a spronare i suoi movimenti anche oltre i propri umani limiti, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta, probabilmente, soltanto la sua forza di volontà e nulla di più. Una forza di volontà che, molto più della forza o resistenza fisica, o dell’utilizzo di innumerevoli genere di armi diverse, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual il primo, e principale obiettivo di tutto il percorso di addestramento nel quale, in quell’ultimo anno, la Figlia di Marr’Mahew l’aveva accompagnata giorno dopo giorno, mese dopo mese… a partire, addirittura, dal loro primo allenamento insieme, quella lontana mattina in mezzo al prato, là dove, a essere posta alla prova, non era stata tanto la sua capacità di resistere ai ripetuti attacchi a cui l’aveva sottoposta, o, men che meno, di difendersi dagli stessi, quanto, e piuttosto, proprio la sua forza di volontà e, con essa, la sua effettiva possibilità di trasformare l’impossibile in realtà, così come, da sempre, era stato per lei.
E quando, finalmente, ella conquistò il quarto piano, la distanza fra lei e il suo obiettivo si ritrovò a essere alfine azzerata, mostrando, miracolosamente, la creatura ancora al di fuori della porta d’ingresso, probabilmente lì a sua volta appena arrivata e, in questo, non ancora posta in condizione di nuocere agli occupanti dell’appartamento.

« … e ora… ti faccio a pezzi… » sussurrò, scoprendosi praticamente priva di aria nei propri polmoni, nell’aver percorso, forse, l’intera salita senza neppur concedersi reale occasione di respirare.

domenica 26 febbraio 2017

RM 056


Fu allora che, dopo oltre un anno, la giovane dai rossi capelli ebbe occasione di iniziare a comprendere, e di comprendere realmente, il discorso della propria compianta mentore nel merito dell’impiego del proprio istinto nel corso di una battaglia, come unico discriminante fra il successo e la sconfitta, fra la vita e la morte, là dove il pensiero cosciente avrebbe dovuto essere considerato, comunque, troppo lento per risultare efficace. Ed ella lo ebbe a comprendere nel ritrovarsi ad agire ancor prima di aver realmente pensato a farlo, anche perché, se solo si fosse soffermata a rifletterci per un solo, fugace istante, se solo avesse tentato di decidere consapevolmente di muoversi, probabilmente non avrebbe riconosciuto qual sensato il benché minimo passo in avanti: al contrario, invece, Maddie non compì solo un primo passo, ma anche un secondo, un terzo, e molti altri a seguire, nel correre, con mirabile scatto, con straordinaria accelerazione, a inseguire la propria auto e a farlo prima che essa potesse lasciare il parcheggio.
Suo malgrado, tuttavia, il suo precedente ingresso in quel parcheggio era stato così rapido da aver lasciato praticamente metà auto già in mezzo alla strada, in ciò, come se non bastasse, facilitando straordinariamente il compito della creatura. Nuovamente, quindi, dovette intervenire il suo istinto a ovviare al peggio, rivelandosi, nell’azione che ella ebbe a compiere, un istinto chiaramente folle, palesemente autolesionista, o, quantomeno, decisamente poco rispettoso nei confronti dell’idea di una sua quieta sopravvivenza, laddove, nell’agire, tale istinto la spinse a impegnarsi in uno straordinario salto in avanti e, nel mentre di quel salto, a ruotare le asce tattiche già saldamente impugnate allo scopo di volgere, sul fronte anteriore, non tanto la lama, quanto il fronte appuntito, per lasciarlo precipitare, con spiacevole violenza, sulla lamiera della carrozzeria del cofano della sua auto, lì andandosi a conficcare con vigore. Non un gesto completamente gratuito, il suo, dal momento che si dimostrò utile a concederle un saldo supporto nella follia di quell’atto, di quel movimento volto a negare al proprio antagonista la possibilità di distanziarla: sicuramente un gesto del tutto privo di quanto comunemente definito qual buon senso laddove, sebbene ella ebbe a ovviare all’allontanamento relativo del mostro, in termini assoluti la macchina ebbe comunque a continuare a muoversi, e a essere guidata, con dubbio riguardo nel confronto del codice della strada, trasportandola, in ciò, aggrappata al cofano, con tutte le difficoltà e i rischi del caso.

« Così, la prossima volta, imparo a parcheggiare meglio e a non lasciare le chiavi in auto… » sibilò a denti stretti, cercando di mantenere la presa sul cofano, e sulla asce infisse nel cofano, anche nel mentre in cui, una stretta curva presa a folle velocità, tentò di scaraventarla lontano, di catapultarla a qualche metro di distanza quasi un proiettile in una fionda.

Ovviamente la scena non ebbe occasione di passare inosservata: malgrado l’ora prossima alla cena, per le strade della città ancora molte erano le persone in movimento, tanto a piedi quanto in auto, e, ineluttabilmente, a nessuna di loro poté sfuggire l’immagine di una giovane donna sdraiata sopra il cofano in un auto, e lì aggrappata tramite una coppia di asce, così come da parte di pochi, in effetti, ebbero a essere ignorate le imprecazioni che, a ogni curva, a ogni frenata e successiva accelerata, si levavano ad accompagnamento di ciò, utili a evidenziare quanto poco piacevole avrebbe avuto a doversi considerare quell’alternativo modo di viaggiare. E se pur, a contorno di tutto ciò, molti furono i testimoni che misero mano ai propri telefoni cellulari, nessuno fra loro ebbe a riservarsi la premura di contattare le forze dell’ordine in merito a quanto stava accadendo, giacché tutti, al contrario, dimostrarono qual proprio, unico interesse quello volto all’eventualità, non facile, non banale in quel contesto, di riuscire a riprendere qualche fotogramma dell’accaduto, per poterlo poi condividere fra parenti, amici e conoscenti, nel riconoscerne sì la straordinarietà, e, ciò non di meno, nel reagire anche di fronte a tutto entro i consueti limiti dell’ordinarietà delle proprie esistenze.
Nulla di tutto questo, necessariamente, fu colto dalla protagonista della scena. Per quanto, probabilmente, Maddie avrebbe avuto di che ridire anche a discapito di tale moltitudine di sciocchi, suggerendo anche destinazioni poco appropriate ed estremamente volgari nelle quali volgere i propri telefoni cellulari, in quel particolare momento, in quel preciso contesto, ella era troppo impegnata nei riguardi del mantenimento della posizione conquistata per potersi preoccupare di simili futilità. Al contrario, dovendosi preoccupare di qualcosa, in effetti, un pensiero molto specifico non avrebbe potuto evitare di coglierla in quel frangente: un pensiero rivolto alla strada che la creatura alla guida dell’auto stava percorrendo. Non una strada qualunque, non una successione di vie scelte a caso, quanto, e piuttosto, la palese evidenza di come la destinazione ultima di quel viaggio altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta nel suo stesso punto di partenza di quella sera, il suo appartamento, là dove, ormai, probabilmente, già la stavano attendendo suo padre, sua sorella e il suo uomo.

« Ferma subito quest’auto, dannata figlia d’un cane… » imprecò, in direzione della figura alla guida dell’auto che, mantenendosi del tutto inespressiva così come, sino a quel momento, aveva offerto riprova di saper solo essere, parve ignorare completamente quelle parole, non offrendo loro attenzione o, forse, neppur realmente elaborandole, dal suo punto di vista mero rumore di fondo se paragonato al volere di colei che stava guidando i suoi passi « Non ti lascerò raggiungere il mio appartamento! »

Una dichiarazione d’intenti che avrebbe potuto restare semplicemente tale se solo, a supporto di tutto ciò, non fosse allor stato anche un impegno fisico: un impegno fisico, nella fattispecie, atto a estrarre la propria ascia destra dal cofano nella quale era conficcata e, non senza grande sforzo in tal senso, a lasciarla nuovamente precipitare, sempre dal fronte più acuminato, in contrasto al parabrezza anteriore, con l’evidente scopo di riuscire a infrangerlo. E se, al primo impatto, il vetro resistette, pericolosamente incrinandosi e, pur, ancor non cedendo; e al secondo tentativo, nuovamente, ebbe a dimostrare tutta la propria tenacia; fu al terzo colpo che, letteralmente, esso parve esplodere… ed esplodere, violentemente, in faccia a colei che, fino a pochi minuti prima, ancora era Midda Bontor.
Dozzine e dozzine di frammenti di vetro, di diversa forma e dimensione, ebbero pertanto a graffiare il volto della creatura, aprendo diversi tagli sulla sua superficie e, addirittura, una scheggia più grossa ebbe a penetrare dritta nel suo occhio sinistro, conficcandosi in profondità nell’orbita oculare: ma se, a fronte di tutto quello, chiunque avrebbe necessariamente dovuto offrire un’espressione di contrarietà, o, quantomeno, di dolore, il prodotto del morbo cnidariano parve resistere con sufficiente stoicismo, non scomponendosi e, anzi, sollevando per un istante la mancina dal volante con il solo scopo di recuperare il frammento che ne aveva trafitto l’occhio per estrarlo e gettarlo da parte, lasciando scoperta, in tal modo, l’orbita e, al suo interno, un miscuglio di sangue, umor vitreo e i resti del bulbo lì originariamente presente. E se Maddie, posta innanzi a tale spettacolo, sentì il proprio stomaco contrarsi violentemente, tale momento di distrazione ebbe a costarle caro, giacché, con mirabile prontezza la sua avversaria ne ebbe ad approfittare, per inchiodare nuovamente di colpo e, complice la presa sul cofano ristrettasi a un’unica ascia, dolorosamente catapultarla per diversi metri più avanti, a rotolare, non senza doverose escoriazioni, sul tiepido asfalto della sera.
Più della caduta, tuttavia, quanto rischiò di costarle la vita furono, allora, tre diverse auto che, in rapida successione, fu costretta a evitare, rotolando, ancora a terra, a destra e a sinistra, al fine di ovviare a divenire ella stessa un tutt’uno con la strada sotto di lei, in un’oscena danza per la propria sopravvivenza.

« Thyres… » invocò, o, probabilmente, bestemmiò il nome della divinità marina la supposta esistenza della quale aveva assimilato, più per imitazione che per una reale fede in tal senso, dalla propria defunta mentore, sulle labbra della quale sovente tale nome risuonava durante la giornata « … questo mi ha fatto male… » osservò, per nulla soddisfatta da quanto appena accaduto.

sabato 25 febbraio 2017

RM 055


Ma Midda non c’era. Midda Bontor era morta. E quello innanzi a lei era solo un mostro. Un orrido mostro dalle fattezze simili a quelle della sua perduta maestra. Un orrido mostro che, addirittura, avrebbe avuto a dover essere considerato qual il solo responsabile per la sua prematura fine, per la sua tragica uccisione. E quello stesso mostro, non ebbe esitazione alcuna a manifestarsi, e a manifestarsi non diversamente dal suo simile che, oltre un anno prima, si era presentato sulla soglia dell’appartamento in cui, allora, viveva la giovane dai capelli color del fuoco: lungo la linea mediana del volto sfregiato della donna dai capelli corvini ebbe ad aprirsi una lieve fessura, una lieve fessura che, a partire dall’alto della sua nuca, fino a scendere al collo, vide la sua testa separarsi in due metà speculari, due metà lungo le quali ebbe a sfoggiare una fila di lunghi denti sottili e affilati, a porre maggior enfasi sull’immagine di quella bocca che, già di per sé, avrebbe avuto a considerarsi semplicemente oscena.

“Midda è morta… ma tu ancora vivi.”
« Grazie per la precisazione… » replicò, alla voce udita dentro la propria testa, a quella probabile manifestazione di follia, da parte sua, e che, ciò non di meno, avrebbe allora rappresentato sicuramente il male minore « … avrei potuto arrivarci da sola, però. » commentò, storcendo le labbra verso il basso, con triste ironia.

Ironia, la sua, che forse aveva appreso dalla sua maestra, o che forse avrebbe avuto a doversi riconoscere qual innata nel suo carattere, nel suo modo di essere, laddove in fondo ella e la sua maestra non avrebbero avuto a dover essere dimenticate quali due versioni alternative della stessa persona. Ironia, la sua, che comunque, a prescindere dalla propria origine, in quel frangente, in quel momento, si presentò non dissimile da un segnale, da una inequivocabile dimostrazione di come, forse complice quella voce nella sua mente, forse complice l’orrida manifestazione presentatasi al suo sguardo, ella avrebbe avuto a doversi considerare psicologicamente predisposta alla lotta, alla battaglia che, lì, la stava richiamando. Giacché, in quell’ironia, ella, come Midda prima di lei, aveva imparato a sublimare la consapevolezza dei propri limiti, della propria evidente inferiorità rispetto alla sfida lì riservatale e, ciò non di meno, della volontà di porsi alla prova, di sfidarsi a superare tutto ciò, nel dimostrare la differenza fra l’uomo e il mito, fra ciò che chiunque avrebbe potuto compiere, senza in questo motivo di gloria, e ciò che nessuno avrebbe avuto il coraggio di immaginare, in ciò, comunque, non alla ricerca di effimera gloria, quanto, e piuttosto, alla conquista della propria libertà, della propria libertà di essere e di agire al di là di qualunque imposizione, mortale o divina.
Così, nel momento in cui la creatura che si era impossessata del corpo della Figlia di Marr’Mahew si catapultò verso di lei, ella non si propose più come l’indifesa vittima che, pochi istanti prima, ancora appariva essere, quanto e piuttosto qual la giovane guerriera che, in quell’ultimo anno, tanto si era impegnata, tanto sudore e sangue aveva versato, per poter divenire. E la carica del mostro, di quell’osceno abominio blasfemo, venne da lei nullificata, nei propri effetti, da una semplice, agile schivata, una facile capriola come migliaia e migliaia di volte proprio in quel seminterrato aveva imparato a compiere, nel corso di quattro lunghe stagioni di addestramento.

« D’accordo… per sbloccarmi, mi sono sbloccata. » ebbe a constatare, in relazione a quanto appena compiuto, un piccolo riconoscimento per il proprio successo benché, obiettivamente, avrebbe potuto giungere prima a quel risultato « Se ora riuscissi anche a prendere in considerazione di farti a pezzi, forse potrei salvare la situazione… oltre alla pelle, s’intende. » continuò, in direzione della creatura, non priva di una velata autocritica, giacché, ne era consapevole, ancora avrebbe potuto accusare delle remore all’idea di compiere quanto pur richiestole, ordinatole addirittura, dalla propria maestra prima di morire.

Quasi ruzzolato a terra in conseguenza all’enfasi di quel proprio movimento privato di un concreto obiettivo, il mostro ebbe necessità di un istante per riguadagnare l’equilibrio e arrestarsi, voltandosi di nuovo verso Maddie. Per un lunghissimo attimo scolpito nel tempo, la scena sembrò congelarsi, nel confronto silenzioso fra quella grottesca parodia di umanità e la sua antagonista, intervallo nel quale la giovane guerriera cercò di convincersi a imprimere nel proprio sguardo, e nella propria mente, quanto più possibile dell’orrore rappresentato da quell’essere, in maniera tale da poterlo finalmente considerare per quello che veramente era e non, piuttosto, per la propria perduta amica, per la propria versione alternativa giunta nel suo universo per salvarla e, purtroppo, lì deceduta nel tentativo.
E quando, finalmente, l’erede della figlia della dea della guerra riuscì a iniziare a prendere in considerazione l’idea di voltarsi in direzione della rastrelliera delle armi per afferrarne una e predisporsi in maniera più adeguata al confronto, qualcosa avvenne, sorprendendola e sconvolgendo completamente qualunque ipotesi d’azione essa potesse aver avuto successo a concepire: il mostro, infatti, richiuse lentamente la propria bocca, il capo della defunta Midda, e, dopo un ulteriore momento di esitazione, nell’essere rimasto ancora a fissarla con i propri occhi privi di vita, esso si ritrasse rapidamente da lei e, con maggiore velocità di quanto l’altra non avrebbe potuto attendersi, conquistò l’uscita da quel sotterraneo.

« Dannazione… » gemette, allora, Maddie, sgranando gli occhi nel confronto con quella ritirata, imprevista ma non imprevedibile… non nel considerare quale fosse la mente celata dietro alle azioni del mostro « … Anmel… »

Resistendo al primo istinto volto a inseguirla senza neppur concedersi l’occasione di battere ciglio, la giovane guerriera ebbe allora sufficiente lucidità mentale per costringersi, prima di ciò, a voltarsi verso la varietà di armi appese alle proprie spalle, nel riuscire a giudicare altresì inutile qualunque tentativo di opposizione a mani nude a quell’essere.
Per quanto, infatti, fosse stata addestrata da Midda e per quanto geneticamente fosse a lei sicuramente identica, una differenza insanabile, e che sperava sinceramente sarebbe rimasta tale, la divideva dalla propria trapassata maestra d’arme: l’assenza di una protesi robotica in sostituzione del proprio braccio destro, proveniente da una realtà quantomeno fantascientifica, per quello che aveva avuto occasione di raccontarle, e in grado di schiacciare, come un enorme insetto, anche la vittima del morbo cnidariano, come l’ammasso di carne e ossa riverso in un angolo della loro palestra avrebbe potuto tanto facilmente, quanto laconicamente, dimostrare. In assenza di ciò, quindi, ella ebbe a votare per un paio di asce tattiche, armi sufficientemente pratiche e duttili, adatte sia nel combattimento corpo a corpo che, eventualmente, a distanza, con l’impiego delle quali aveva avuto modo di maturare confidenza circa un paio di mesi prima, e con le quali, sperava, di potersi riservare una qualche possibilità nell’improba impresa rappresentata da quel suo ultimo avversario.
In tal maniera armata, e consapevole di non aver speso più di una trentina di secondi per maturare la propria scelta e porla in essere, Maddie si catapultò all’inseguimento della propria avversaria, certa di poterla raggiungere lungo il marciapiede là fuori. Suo malgrado, purtroppo, un importante aspetto delle capacità proprie delle vittime del morbo cnidariano le stava sfuggendo in tutto quello: benché in apparenza bestiali belve comandate soltanto da primordiali istinti, esse non avrebbero avuto a dover essere confuse con meri, stolidi zombie, nell’essere dotati, al contrario, di sufficiente intelligenza da permettere loro di scegliere i propri avversari, elaborare tattiche in loro avversione, servirsi di armi, anche improvvisate come era stato il termosifone impiegato nel suo vecchio appartamento, o, all’occorrenza, di guidare un’automobile.

« Cagna maledetta… » gridò, in maniera spontanea e incontrollata, vedendo la creatura con le fattezze di Midda salita a bordo della propria auto impegnata a porla in moto, complice la straordinaria stupidità da lei dimostrata nel non premurarsi non soltanto di non chiudere il veicolo ma, addirittura, di lasciarne le chiavi direttamente appese nel nottolino di accensione « Non puoi davvero rubarmi l’auto! »

venerdì 24 febbraio 2017

RM 054


Terrificanti, per Maddie, furono gli istanti che ebbero a seguire l’addio della Figlia di Marr’Mahew, della Campionessa di Kriarya, della sua protettrice, mentore, maestra d’arme.
Di fronte alla morte, la giovane dai rossi capelli color del fuoco non avrebbe potuto ovviare a desiderare, quantomeno, la possibilità di un rispettoso momento di silenzio, di cordoglio, per continuare a piangere la propria pena e, forse, trovare la forza di iniziare ad affrontare il proprio lutto. Tuttavia, con buona pace per Jacqueline e tutti i suoi pur apprezzabili consigli, in quel frangente, in quel contesto, non le venne concessa neppure l’opportunità di iniziare con la prima delle cinque fasi dell’elaborazione della perdita, la negazione, giacché, al silenzio atteso, che le avrebbe garantito l’occasione di restare sola con i propri pensieri, con il proprio dolore, fu piuttosto sostituito il suono prodotto da una litania di gemiti e di rantolii, a contorno di improvvisi spasmi e violente contrazioni atti a sconquassare il corpo della defunta e trasparenti di quanto, dopo una vita purtroppo non facile, alla donna guerriero, alla mercenaria, a quella straordinaria viaggiatrice interdimensionale, non stava venendo garantita una morte semplice, una fine quieta… al contrario.
Così come la stessa Midda aveva tentato di descrivere, nel ricordare alla propria allieva ciò che ella già avrebbe dovuto sapere, nell’averne già a lungo parlato nel corso di quegli ultimi mesi, il suo corpo stava mutando, stava venendo riscritto, nella propria stessa natura, nelle proprie fondamenta biologiche, dal profondo. Un cambiamento, quello in corso, che aveva ormai già cancellato la mente, la personalità, tutto ciò che la donna guerriero era stata nel corso della sua straordinaria vita, in una perdita che, per quanto distintiva di un momento straordinariamente drammatico, avrebbe forse avuto a essere riconosciuta qual l’unico aspetto positivo in tale tragedia, risparmiando alla stessa mercenaria, quantomeno, l’orrore derivante dall’assistere coscientemente alla propria trasformazione in qualcun altro, in qualcos’altro… e qualcosa, oltretutto, non così dissimile da tutti i mostri, da tutte le creature contro le quali, nel corso della propria esistenza, ella aveva combattuto e vinto. Quella parola rimasta a metà, quella frase incompiuta, e dedicata alla famiglia abbandonata in un universo lontano, che mai avrebbe probabilmente avuto occasione di essere informata del suo fato, di riavere indietro il suo corpo per piangere la sua tragica morte, avrebbe avuto pertanto a doversi considerare qual il suo ultimo atto cosciente, la sua ultima azione da viva, giacché, quando quell’oscena, macabra musica di dolore si fosse interrotta, quel corpo avrebbe continuato a vivere, in una nuova forma, in una nuova essenza, benché di lei, di Midda Bontor non sarebbe rimasto più nulla.
E Maddie, tutto ciò, lo comprendeva… lo comprendeva perfettamente, per quanto avrebbe preferito poter godere ancora di un po’ dell’ignoranza che, fino a un solo anno prima, l’aveva contraddistinta, l’aveva caratterizzata e, forse, l’avrebbe lì potuta proteggere dal peso della propria colpa: la colpa di non star riuscendo a reagire innanzi a tale dramma. La parte razionale della mente della giovane guerriera, infatti, continuava a ricordarle, con amor di dettaglio straordinario, ogni spiegazione ascoltata da parte della sua compianta maestra d’arme, ogni informazione che aveva avuto occasione di apprendere in merito al morbo cnidariano; la logica del suo pensiero insisteva impassibile a imporle un’asettica, obiettiva e incontrovertibile, serie di dati relativi a quella dannata piaga, ai suoi effetti, a tutto ciò in cui la sua amata mentore stava mutando; e, a contorno di tutto ciò, il suo addestramento, quell’intenso anno trascorso a maturare in quanto combattente, non stava mancando di suggerirle almeno una decina di diverse tattiche da attuare al fine di iniziare ad arginare il problema, nell’intento di tentare di contenere l’arrivo del mostro, ferendo, danneggiando la sua vittima, affinché il processo potesse rallentare, ostacolato dalla necessità di ripristinare l’integrità di quel corpo nel mentre in cui, ancora, la sua natura stava venendo riscritta. Purtroppo, benché la sua parte razionale fosse ben consapevole di tutto ciò, benché ella non avrebbe potuto obiettivamente dirsi ignara nel merito di quello a cui stava andando incontro, la sua parte più emotiva non le stava permettendo, né le avrebbe potuto permettere, alcun genere di azione a offendere, a violare le spoglie di colei che tanto le aveva donato e a cui, ella, in ciò, era pur consapevole non avrebbe riconosciuto alcun rispetto, nel star dimostrando di voler ignorare quelle ultime volontà nel condividere le quali, pur, l’altra l’aveva lì fatta accorrere con tanta urgenza.
Così, divisa nell’intimo della propria mente, del proprio cuore, del proprio spirito, Madailéin si ritrovò come pietrificata, impossibilitata a prendere parte agli eventi di cui, pur, non avrebbe quindi potuto ovviare a essere testimone, e, in ciò, probabilmente, vittima, nel ritrovarsi, suo malgrado, già condannata a essere aggredita dal mostro che, da tanto dolore, sarebbe stato generato.

“Reagisci.”

Una voce. Una voce nella sua mente.
Forse il suo istinto che, pur da lei un tempo rinnegato nella propria stessa possibile esistenza, stava allora sforzandosi di spingerla a lottare, e a lottare per vivere, per guadagnare una possibilità di futuro così come, nel proprio immobilismo, non avrebbe mai potuto avere? O, forse, il segno della pazzia nella quale, suo malgrado, stava lì precipitando, nell’essere posta, ancora una volta, innanzi alla perdita di una figura materna… dolore che, con troppo accanimento, si era già riversato addosso a lei per ben due volte in appena trent’anni di vita?
Innanzi a lei, nel mentre di quel consiglio, di quell’invito, di quell’ordine, pur assolutamente corretto nelle proprie ragioni e nella propria formulazione, l’orrore stava intanto giungendo a compimento. E colei che un tempo era stata Midda Bontor, colei che un tempo era stata l’indomabile Figlia di Marr’Mahew, alfine libera da spasmi e contrazioni, alfine quietamente immersa nel sperato silenzio che, pur, in quel particolare contesto, non avrebbe potuto essere allora associato alla morte, iniziò lentamente a rialzarsi, a risollevarsi da terra, là dove era caduta pocanzi, per riassumere una posizione eretta e volgere, in direzione dell’unica altra figura lì presente uno sguardo alfine vuoto, alieno, nel quale in alcun modo, in alcuna condizione, Maddie avrebbe potuto fraintendere neppur l’ombra della donna che ella era stata un tempo, di colei a cui tutto il proprio affetto, tutta la propria gratitudine, stavano ancor venendo rivolti.
Qualunque cosa fosse quella risorta davanti al suo immobile e attonito sguardo, non era più la sua protettrice, la sua maestra, la sua mentore. E, pur sapendolo, pur essendone perfettamente consapevole, pur addirittura potendolo lì persino constatare, Madailéin ancora non era in grado di associare quel viso, quel corpo, quella figura, a quella di un avversario, a quella di un nemico, di un mostro da dover combattere e abbattere, prima che il peggio potesse occorrere.

“Accogli il tuo retaggio.”

Ancora quella voce. Una voce a lei estranea. Una voce che mai, prima, aveva avuto occasione di udire in vita sua e che, obiettivamente, neppur in quel momento aveva realmente ascoltato, nell’essere risuonata solo all’interno della sua mente. E pur, ciò non di meno, una voce in grado di trasmetterle, sorprendentemente, una profonda sensazione di pace, di serenità, persino di gioia, in quel momento, in quel contesto, nel quale pur alcuna gioia, alcuna serenità, alcuna pace avrebbe potuto né emotivamente, né razionalmente provare.
Stava davvero perdendo il senno?
Innanzi a lei, ancora osservandola con sguardo vuoto, l’ultima vittima del morbo cnidariano appariva ancora immobile, forse a scrutarla, forse a decidere di quale morte dovesse morire, o… possibile che, in qualche modo, per qualche ragione, quell’immobilismo potesse rappresentare quanto, in quella creatura, ancora fosse rimasta una leggera ombra di colei che era stata un tempo, in misura pur sufficiente, lì, a impedirle di scagliarsi contro la sua allieva?

« … Midda…? » sussurrò, esitante.

giovedì 23 febbraio 2017

RM 053


« No… » sussurrò la giovane, sentendo gli occhi colmarsi di lacrime a quell’idea, e nel ritrovarsi, proprio malgrado, posta innanzi alla consapevolezza di quanto, purtroppo, ancora una volta… per l’ultima volta… la propria mentore avesse ragione, così come, in quegli ultimi dodici mesi, in quelle stagioni trascorse insieme, mai una volta aveva mancato di avere.
« Devi uccidermi, Madailéin. » le ordinò, o, forse, la supplicò, in una sottile linea d’ombra, fra tali interpretazioni, per la quale difficile sarebbe stato definire la correttezza di un’interpretazione piuttosto che di un’altra « Devi distruggermi prima che io possa distruggere tutto il tuo mondo… » insistette, in tal senso riferendosi, allora, non tanto all’intero pianeta a loro circostante, quanto, e piuttosto, al padre, alla gemella, al compagno della sua interlocutrice… a tutti coloro che, per lei, costituivano il proprio mondo e che, certamente, avendone l’occasione, Anmel non avrebbe allor risparmiato per infliggere ancor più sofferenza a quella versione alternativa della propria principale avversaria « Devi farlo tu, perché io, da sola, non posso… o, credimi, lo avrei già fatto! »

Maddie non poteva, non voleva, accettare tutto quello. Solo un’ora prima, la sua ansia maggiore avrebbe avuto a doversi considerare destinata al livello di cottura del ripieno del pollo, nell’incertezza di aver saltato a sufficienza le patate, i fegatini di pollo e le olive in padella prima di farcire il piatto principale della serata e di infilarlo in forno, per lasciar concludere a quest’ultimo il lavoro. E, così, in maniera terribilmente repentina, assolutamente imprevista e, obiettivamente, imprevedibile, per la seconda volta nella sua esistenza il destino, gli dei, o chi per loro, stavano pretendendo da lei che rinunciasse impotente a una figura materna qual, per quanto assurdo tutto ciò avrebbe avuto a dover essere considerato, Midda era comunque divenuta, in quell’ultimo anno, per lei.
L’incidente automobilistico l’aveva privata della madre; il morbo cnidariano l’avrebbe allor privata della propria protettrice, mentore e maestra d’arme… e, in tutto quello, ella avrebbe dovuto non soltanto accettare di restare immobile a osservare, quanto, e ancor più assurdo, avrebbe dovuto intervenire, e intervenire in prima persona, al solo, terrificante scopo di eseguire, ella stessa, tale condanna già sancita da altri? Quale folle sadismo, qualche insensata perversione avrebbe mai potuto accanirsi a tal punto a suo discapito in maniera tale da negarle, addirittura, il mero ruolo della vittima nel pretendere, da lei, quello del carnefice? Con quale forza, con quale assoluta mancanza di sentimenti, avrebbe potuto anche solo immaginare di accettare di terminare in maniera tanto arbitraria, sì razionale, assurdamente calcolata l’esistenza di colei a cui doveva tanto, forse addirittura doveva tutto, nel non averle donato forse la vita, così come era stato per la sua genitrice, e, ciò non di meno, nell’averle concesso di poter iniziare, realmente, ad apprezzare la propria vita, il dono straordinario e meraviglioso che, per tanto tempo, per troppo tempo, aveva così stolidamente sprecato, senza neppure rendersene realmente conto?
No. Non avrebbe mai potuto rivoltarsi in tal maniera contro di lei, neppure nel momento stesso in cui, a chiederlo, era proprio ella stessa. Avrebbero dovuto trovare una soluzione. Avrebbero dovuto trovare un’altra soluzione… qualcosa che non prevedesse né la morte di Midda né, tantomeno, l’eventualità in cui fosse lei stessa a doverla uccidere.

« Deve esserci una cura… dobbiamo cercarla… dobbiamo trovarla… e tutto andrà a posto. » sancì, in termini che, probabilmente, avrebbero avuto a doversi riconoscere non dissimili da quelli propri di un bambino posto per la prima volta nella sua vita di fronte all’evidenza che, non sempre, le cose possono essere aggiustate, e, in questo, incapace ad accettarlo, incapace a scendere a patti con la dura realtà propria di quanto, al di là di ogni desideri, di ogni capriccio, di ogni pianto, quanto perduto non avrebbe potuto essere recuperato « Tu sei la Figlia di Marr’Mahew! Tu hai combattuto contro ogni genere di mostro! Non puoi essere sconfitta per così poco… non puoi morire per un semplice graffio… »
« Maddie… non capisci… » gemette l’altra, cercando di muovere un passo in direzione della rastrelliera e, in ciò, semplicemente crollando al suolo, cadendo violentemente in ginocchio di fronte all’altra, straziata, nella profondità del proprio corpo, delle proprie viscere, da un dolore come alcuna vocabolo coniato da mortale avrebbe mai potuto adeguatamente descrivere « … è come se io fossi già morta… e fra pochi minuti lo sarò per davvero, lasciando il posto all’orrore che prenderà il controllo del mio corpo e agirà al solo scopo di trasformare, qualunque osceno piano alla base di tutto ciò, in realtà. »
« Sei tu che non capisci… » si sentì sul punto di scoppiare in lacrime l’altra, osservandola in un misto di terrore e disperazione « Dopo tutto ciò che tu mi hai insegnato… dopo la vita che tu mi hai donato la possibilità di iniziare a vivere, laddove prima neppure la immaginavo possibile… come puoi credere che io possa ubbidire a questa tua richiesta di morte? »
« Madailéin… se mai mi hai offerto la tua stima… il tuo affetto… il tuo rispetto… la tua fiducia… ti prego… ti prego… uccidimi ora. » la implorò, ormai apertamente, qual ultimo desiderio di una condannata a morte, l’ultima concessione a chi, già, destinato inoppugnabilmente al trapasso « Non permettermi di ucciderti… o, peggio, di uccidere Jules, Nóirín o Eliud… o chiunque altro a te vicino. Non permettermi di divenire una mera marionetta nelle mani di Anmel… non farmi morire da schiava… io che per tutta la mia vita ho cercato, sempre e comunque, di porre la libertà a fondamento di ogni mia azione, di ogni mia decisione… »

Razionalmente, Maddie sapeva cosa avrebbe dovuto compiere. Al più, in quel mentre, avrebbe potuto dirsi incerta su come compierlo, su come riuscire non tanto a uccidere Midda, quanto e piuttosto a impedire alla creatura che sarebbe nata in conseguenza al contagio subito di risollevarsi da terra, nell’aver dimostrato, già un anno prima, grande tenacia, incredibile resistenza agli attacchi inferti. Razionalmente la sua attenzione, quindi, avrebbe avuto tutt’al più a doversi concentrare non sul perché, sul se o sul quando, quanto e piuttosto sulle modalità in cui ciò avrebbe avuto a dover avvenire.
Tuttavia, al di là di quello straordinariamente intenso anno di allenamento, e al di là della propria natura, di quella propria innata predisposizione ad affrontare con mente analitica le situazioni a sé circostanti, Maddie non avrebbe potuto ignorare il contesto a contorno di quella certezza, di quel come, psicologicamente ancora arrestata sul perché. Giacché ella non desiderava agire in quella direzione, non desiderava accettare l’apparente ineluttabilità di quel fato e, al di là di tutta la straordinaria stima, di tutto l’incalcolabile affetto, del saldo rispetto e della ferma fiducia che ella aveva sempre provato nei riguardi di quella propria versione alternativa, mai, comunque, realmente vista soltanto come tale, ella non era in grado di accettare di dover porre in essere la sentenza da lei stessa emessa.

« … troveremo il modo… » pianse, apertamente, straziata nel proprio stesso io, nel profondo del proprio animo, in quella disperazione considerandosi pronta, ove necessario, a rischiare ella stessa la sua vita, il suo avvenire, per non essere costretta a uccidere la propria amica.

Purtroppo per la giovane dai rossi capelli color del fuoco e dagli occhi azzurri color del ghiaccio, in quell’occasione, in quel contesto, nessuna lacrima avrebbe potuto rimediare alla situazione, risolvere il problema, e, in ciò, esserle realmente di aiuto. Perché, per quanto ella avrebbe potuto gridare tutta la propria pena, il destino di Midda Namile Bontor era ormai segnato… così come, nelle proprie ultime parole, la sua mentore volle esprimere, insieme al suo, allor, più grande rimpianto.

« Se mai… ti sarà concesso il modo… di incontrare i miei figli… mio marito… » rantolò, piegata a terra, con sguardo ormai annebbiato, incapace a cogliere, realmente, il mondo circostante « … di’ loro che mi dispiace… e che… li ho sempre amati… per quanto non sia stata in grado… di dimostr… »

mercoledì 22 febbraio 2017

RM 052


« I dettagli, purtroppo, sono troppo lunghi da spiegare… e spero, a Thyres piacendo, di avere possibilità in futuro di raccontarti ogni cosa in maniera adeguata. » continuò, quando ormai poco la separava dalla propria meta « Purtroppo, però, temo che questa sera potrebbe succedere qualcosa… e se, sciaguratamente, non mi fosse data possibilità di sopravvivere alla prova che temo mi sarà richiesto di affrontare, non voglio che tu, papà o Eli possiate trascorrere il resto delle vostre vite tormentandovi nell’incertezza sul mio fato. Desidero, anzi, che possiate sapere quanto vi amo… e quanto, in merito alla mia vita, non ho rimpianto o rimorso alcuno: tutto ciò che ho vissuto, e quest’ultimo anno in particolare, è stato per me molto più di quanto non avrei mai creduto di meritare… e, di questo, non posso che ringraziare tutti voi per l’amore che mi avete sempre donato. » concluse, con voce che si sforzò di lasciar risuonare serena, benché, nel contesto di quella situazione, ebbe ineluttabilmente a lasciar trasparire una certa emozione « Addio, Rín… a presto. »

Forte, in quel mentre, fu per lei il desiderio di cestinare il messaggio vocale, prima che esso potesse essere inviato: sarebbe stato sufficiente un semplice movimento del pollice per lasciar scomparire per sempre quella registrazione, ovviando a tutti i problemi che, dalla stessa, avrebbero potuto conseguire se soltanto, di lì a pochi minuti, avesse scoperto che la sua mentore l’aveva convocata in maniera errata, o che, comunque, nessun genere di pericolo mortale la stava attendendo, tale da giustificare un simile commiato dalla propria sorella gemella. Ciò non di meno, superficiale, disattento, se non, propriamente, stupido, sarebbe stato da parte sua ignorare l’evidenza di quanto, il messaggio ricevuto pocanzi non aveva precedente alcuno e che, ben consapevole, Midda, del suo impegno di quella sera, mai le avrebbe destinato un simile appello se non avesse avuto ragioni più che concrete di farlo. Ragioni la concretezza delle quali, trattandosi della figlia della dea della guerra, non avrebbero potuto ovviare a trasformarsi, quasi certamente, in un’incommensurabile minaccia letale…
In questo, alfine, ella permise al messaggio vocale di uscire dal proprio telefono cellulare, proprio nel mentre in cui lasciava la macchina affrettatamente parcheggiata e, volontariamente dimenticato al suo interno, il medesimo apparecchio, nella consapevolezza di quanto, qualunque cosa l’avesse allor attesa, di quello non avrebbe avuto alcun bisogno.

« … Midda? » domandò, entrando nel locale che avevano adibito a palestra per i loro allenamenti.

Per un fugace istante, un terrificante dubbio ebbe ad attanagliarla: e se il messaggio ricevuto non le fosse stato inviato a opera della sua maestra d’arme quanto, e piuttosto, della loro avversaria? Possibile che Anmel avesse ordito qualche trappola e che, presentandosi tanto repentinamente laddove richiestole, ella non avesse fatto altro che permetterle di riunirle insieme là dove avrebbe avuto, in tal maniera, possibilità di colpirle a tradimento? Certo… il messaggio era arrivato dal numero della Figlia di Marr’Mahew e non da un qualche utente sconosciuto: tuttavia, per l’entità primordiale della distruzione, precedente alla stessa Creazione, quanto sarebbe potuto essere complesso ingannarla in tal maniera?
Tuttavia, paranoia a parte, in un angolo non lontano dalla rastrelliera delle armi, ebbe allora a individuare la figura della sua mentore che, nel sentirla, nel vederla sopraggiungere, ebbe a sollevare il proprio sguardo verso di lei, dimostrando così tanta serietà, da escludere, drasticamente, qualsiasi ipotesi atta a prevedere che ella non la stesse realmente attendendo. E se, per un istante, la drammaticità intrisa in quegli occhi color ghiaccio ebbe a distoglierla da ogni altro elemento lì attorno, focalizzandone l’attenzione in termini tali che ogni altro elemento a contorno parve sfumare in un miscuglio di tonalità omogenee e indistinguibili, ormai allenata, ormai addestrata a non lasciarsi sfuggire, tuttavia, qualunque altra informazione a margine, anche propria dell’ambiente circostante, laddove dalla corretta lettura di ciò avrebbe potuto dipendere, per lei, la differenza fra la vita e la morte; Maddie non poté ovviare a cogliere, in rapida successione, due altri dettagli, invero poi così non poco palesi, così non poco evidenti: la presenza di una lungo taglio in corrispondenza del braccio sinistro della donna, dal quale, lentamente, il sangue gocciolava verso terra, andando ad alimentare una piccola pozza di sangue; e la presenza di un corpo oscenamente ridotto in poltiglia poco lontano da lei, immerso, altresì, in un’enorme macchia di sangue e altri liquidi corporei. Un’immagine, quest’ultima, suo malgrado, ben lontana dal potersi considerare inedita, laddove, al contrario, avrebbe avuto a creare un inquietante collegamento fra quella scena, appena accennata e già contraddistinta da una tragica suggestione di fondo, e il loro primo incontro, più di un anno prima, quando, nel suo appartamento, la vittima di un’infezione da morbo cnidariano aveva, per la prima volta, attentato alla sua vita…

« Cosa è successo…? » chiese, in termini quasi retorici, giacché l’evidenza degli accadimenti risultava sufficientemente palese da rendere qualunque genere di risposta a quell’interrogativo quasi un insulto alla sua intelligenza.
« E’ successo che sono una stupida… » quasi sussurrò la donna guerriero, dimostrando una certa fatica nel parlare, quasi formulare anche una frase tanto semplice stesse da lei richiedendo uno sforzo sovrumano.

Istintivamente Maddie fece per avanzare nella direzione della propria maestra d’arme, per raggiungerla, per affiancarla e, all’occorrenza, prestarle i primi soccorsi.
In quell’anno trascorso insieme, la mercenaria era stata costretta, non piacevolmente, a offrire in più occasioni riprova della propria natura umana, dell’assenza di una reale onnipotenza al di là dell’aura di cui, pur, ella era palesemente avvolta e che sembrava rendere banale anche l’impresa più ardua, e che pareva escludere ogni possibilità, per lei, di poter essere ferita o, peggio, uccisa. In tutto questo, la sua allieva era perfettamente consapevole di quanto concretamente mortale ella fosse ma, ciò non di meno, la ferita da lei allora riportata, per quanto palesemente amplia e chiaramente non piacevole, non avrebbe dovuto tuttavia considerarsi tale da minacciarne, realmente, la sopravvivenza, da porne in dubbio il futuro, così come, altresì, nel tono da lei adoperato, e nella scelta di quelle parole di condanna a proprio stesso discapito, sembrava essere velatamente implicito.

« Non ti avvicinare… non così disarmata. » ebbe tuttavia a fermarla, verbalmente, con quello che, forse, avrebbe avuto a doversi ritenere un grido, un perentorio ordine d’arresto, e che, invece, apparve quasi simile a un rantolio.
E la giovane, abituatasi a prestare assoluta ubbidienza agli ordini da lei impartiti, ebbe a fermarsi, non potendo comunque ovviare a domandarle: « Midda… che cosa succede? »
« Il morbo… » commentò a denti stretti, offrendo l’evidenza di grande dolore da parte propria nello sforzarsi a parlare o, forse e più semplicemente, a mantenersi ancora lucida « … Thyres… che fine stupida, dopo tutto quello che ho passato… » soggiunse, non potendo ovviare a imprecare, in quel momento, al di là di quanta pena riuscire ad aggiungere quelle parole le stesse costando.
« Midda… » esitò l’altra, nel mentre in cui, sebbene la parte più razionale della sua mente avesse ormai elaborato l’intera situazione e avesse ben inteso le ragioni di quella convocazione, si poneva sospinta dalla sua parte più emotiva a rifiutare l’evidenza di quanto stesse accadendo e di ciò che, ancora, sarebbe dovuto avvenire.
« Te l’ho detto, un anno fa: quando si viene infettati dal morbo, si è già morti. » scandì la Figlia di Marr’Mahew, scuotendo appena il capo a escludere ogni altra possibilità « Sto cercando di resistere… sto sforzandomi a mantenere la lucidità… ma, lo sento, il mio corpo sta già cambiando, sto iniziando a mutare… e presto, di me, non resterà più nulla. » profetizzò, con tono quanto più possibile saldo, malgrado la situazione « E quando questo avverrà, Anmel mi utilizzerà per aggredire te e la tua famiglia. » soggiunse, piegandosi appena in avanti come a trattenere un forte dolore addominale « Maddie… devi farlo. Ora, finché, ancora, ho ancora un po’ di controllo… »

martedì 21 febbraio 2017

RM 051


Purtroppo per Maddie, e dando ragione a Midda, la loro temibile avversaria non avrebbe atteso ancora molto prima di tornare a manifestarsi… e, in quell’occasione, le conseguenze di tale battaglia sarebbero state a dir poco devastanti per entrambe, sconvolgendo, nuovamente e irrimediabilmente, ogni equilibrio faticosamente conquistato sino a quel momento.

L’inizio della fine ebbe a presentarsi, con sgradevole tempismo, proprio la sera del sabato in cui, dopo già qualche rinvio di troppo, Madailéin ed Eliud erano finalmente riusciti a invitare a cena, nei cinquantacinque metri quadrati di appartamento che condividevano, il signor Mont-d'Orb e Nóirín: un invito, quello da loro così formulato, senza un evento in particolare, senza una ragione precisa, ma, semplicemente, spinti dal desiderio di condividere con loro la serenità della propria quotidianità, nel loro ambiente domestico. L’idea iniziale, in effetti, sarebbe stata quella di coinvolgere, congiuntamente, anche la famiglia di lui ma, date le dimensioni contenute dello spazio a disposizione del loro soggiorno, e un numero di sedie non sufficiente per tutti, avevano deciso di ovviare all’eventualità di un eccessivo affollamento rimandando a un’altra occasione, e a un altro scenario, l’eventualità di qualcosa di più amplio. Così, i due giovani avevano alfine deciso di procedere per gradi, in primo luogo con la famiglia di lei, seguita a ruota da quella di lui, ipotizzata per la settimana seguente.
A Maddie, in verità, accanto a suo padre e alla sua gemella, sarebbe piaciuto estendere l’invito di quella sera anche alla propria maestra d’arme che, per ovvie ragioni, dal suo personale punto di vista, avrebbe avuto a potersi considerare al pari di un elemento della propria famiglia, ormai parte integrante, e irrinunciabile, della sua vita. Ciò nonostante, era stata la stessa Figlia di Marr’Mahew a insistere al fine di non essere coinvolta nella questione, non tanto perché desiderosa di mantenere le distanze dalla propria allieva, quanto, e piuttosto, per riuscire a conservare una certa credibilità nel proprio ruolo di semplice amica per la giovane. Trattandosi di una serata in famiglia, già costretta a numeri contenuti a causa dello spazio ridotto, non sarebbe stato facilmente giustificabile il suo contributo a quell’evento: per ragioni tanto obiettivamente condivisibili, pur sinceramente a malincuore nell’essere costretta a escludere, in tal modo, la propria versione più matura, la giovane dai rossi capelli color del fuoco aveva rinunciato a quell’idea, accettando di limitare la serata solo alla propria famiglia ufficiale.
Dopo aver trascorso praticamente l’intero pomeriggio a riordinare casa e a preparare la cena per la serata, a poco meno di un’ora dall’arrivo degli ospiti, Maddie si era resa conto che non avevano una bottiglia di vino rosso in casa e, per questo, Eli si era offerto volontario per fare un salto al supermercato poco lontano da casa, e fortunatamente ancora aperto a quell’ora, per rimediare a ciò. E se, a posteriori, l’assenza da casa del proprio compagno non avrebbe potuto che essere considerata una coincidenza decisamente fortuita dal punto di vista della giovane guerriera, dal momento in cui, in tal modo, ella ebbe a ritrovarsi da sola nel momento in cui il suo telefono cellulare ebbe a notificarle un messaggio da parte di Midda; tale avrebbe avuto a dover essere parimenti considerata l’ultima evidenza di buona sorte, di divina benevolenza, nel corso di quella serata, dal momento in cui, da lì in poi, tutto il resto sembrò destinato soltanto a volgere al peggio…

“Ho bisogno di te… vieni subito.”

Erano trascorsi circa sei mesi da quando la giovane aveva regato alla propria mentore un telefono cellulare, non perché ella ne abbisognasse, ma per concedere a se stessa la possibilità, laddove ne avesse avuto necessità, di contattarla. In quei sei mesi, Midda non aveva mai fatto una sola chiamata o, parimenti, inviato un solo messaggio, ragione per la quale, il ricevere una simile richiesta da parte sua, quella sera, non poté che generare un certo stato d’ansia nella giovane. Così, del tutto indifferente alla consapevolezza che da lì a breve, tornando a casa, Eli non l’avrebbe trovata e avrebbe avuto, sicuramente, ottime motivazioni per preoccuparsi; nonché del tutto indifferente all’idea di quanto, in poco meno di un’ora, anche suo padre e sua sorella sarebbero giunti ad aumentare la spiacevole entropia della situazione; Maddie non perse neppure un istante per concedersi possibilità di esitare attorno alla questione e, rapida, indossò le scarpe, raccolse il proprio giubbotto, prese le chiavi dell’auto, e si precipitò fuori di casa, diretta là dove, da mesi ormai, era solita ritrovarsi con la mercenaria per i loro allenamenti, per il suo addestramento.
Guidando spedita verso quel loro quieto rifugio, Maddie si ritrovò a prepararsi psicologicamente al peggio, non potendo ovviare a supporre che, alla base di quella richiesta, avesse a doverci essere qualcosa in chiara relazione alla regina Anmel, e qualcosa, allora, di decisamente grosso, laddove, altrimenti, di certo la sua maestra d’arme non avrebbe richiesto il suo aiuto, non avrebbe preteso la sua presenza, così come, invece, era avvenuto, in maniera del tutto inedita. L’idea dell’eventualità del tanto atteso confronto diretto fra loro, ineluttabilmente, non poté che dominarla, insieme a tutta una lunga serie di incognite che, necessariamente, non poterono evitare di attraversare la sua mente, a incominciare dal genere di battaglia che avrebbe potuto attenderla, per giungere, alfine, a legittimi dubbi su quanto dolore avrebbe potuto imporre non soltanto a suo padre e a sua sorella, ormai, ma anche al suo compagno, nel momento in cui, qualcosa, fosse andato storto e, sciaguratamente, ella non fosse riuscita a far ritorno a casa, scomparendo, in tal maniera, tragicamente nel nulla e lasciando, di conseguenza, tutti smarriti nell’inconsapevolezza su quanto, realmente, le potesse essere accaduto.
Per un istante, continuando a guidare, ella si ritrovò prossima a prendere in mano il proprio telefono cellulare per lasciare un messaggio vocale a suo padre, o a Eli… ma, subito, tale idea venne scartata, nell’evidente difficoltà a individuare, allora, le giuste parole con le quali potersi esprimere, attraverso le quali formulare un messaggio che, nell’eventualità in cui ella non fosse più tornata, potesse essere sufficiente per spiegare loro cosa accaduto mentre, nell’ipotesi più positiva di un suo quieto ritorno a casa, potesse essere adeguata per banalizzare l’intera questione, evitando di doversi impegnare in qualche sincera spiegazione che, nella migliore delle ipotesi, le sarebbe allor valsa un viaggio di sola andata per una qualche casa di cura. Tuttavia, ritrovandosi a ripensare a tutte le raccomandazioni di Midda nel merito dell’importanza di non escludere mai, dalla propria esistenza, le persone a lei più care, alla fine Maddie raccolse coraggio, o, forse, si concesse di perdere estemporaneamente il senno, e decise di contattare la propria gemella, affidando così a Rín il potenzialmente ingrato compito di ricostruire, a posteriori, quanto avrebbe potuto presto avvenire.

« Ehy… » esordì, con meno convinzione di quanta non avrebbe preferito imprimere a quel messaggio registrato « Ti chiedo scusa se apparirò un po’ confusa… ma, sinceramente, non so da dove iniziare e non ho neppure ben idea di dove andrò a andare a parare ora della fine. Ci tengo, tuttavia, a lasciare questo messaggio almeno per te, affinché, se mi dovesse succedere qualcosa, almeno tu possa sapere il perché… » premise, umettandosi appena le labbra per prendere tempo per riflettere sulle successive parole « Innanzitutto, e al di là dei dubbi che potranno sorgere, non sono pazza. E benché sappia che è lo stesso preambolo che utilizzerebbe un pazzo, ho bisogno che tu possa credere almeno a questo, perché, tutto ciò che seguirà, necessariamente, ti sembrerà folle come, più di un anno fa, era apparso anche a me, la prima volta che ho incontrato Midda Bontor. Questo è il vero nome di Carsa Anloch… e sì, la tua memoria non si sbaglia se ti pare di ricordare che con tale nome avevo identificato la persona responsabile della mia sparizione all’epoca. » spiegò, concedendosi poi un lungo sospiro « Rín… so che è difficile da capire. Ma sei la persona più intelligente che io conosca e, in questo, sono certo che, una parte di te, ignorando ogni raziocinio, ogni logica, lo abbia già capito da tempo… perché guardandola in volto, né tu, né io avremmo mai potuto ignorare l’evidenza di quanto ella sia simile a noi. E questo perché Midda Bontor e io siamo la stessa persona… »

lunedì 20 febbraio 2017

RM 050


Passarono stagioni. Le settimane si accumularono formando mesi. E i mesi si accumularono diventando, addirittura, un intero anno.
Un anno era trascorso da quando, per la prima volta, Midda Bontor era giunta in quel mondo. Un anno era trascorso da quando, per la prima volta, Madailéin Mont-d'Orb aveva letteralmente incontrato il proprio destino, la dimostrazione fisica, pratica, di quanto il senso di inadeguatezza, la sensazione di una completezza mancata, non fossero semplicemente conseguenza di un disagio psicologico, da sanare con il supporto di una terapista, quanto, e piuttosto, l’evidenza di un io frenato dalle proprie stesse paure, ingabbiato all’interno di quanto, erroneamente, aveva voluto convincersi essere ciò che la società si sarebbe attesa da lei e, peggio, ciò che ella non avrebbe potuto ovviare a compiere per non tradire simile aspettativa.
E, nel corso di quell’ultimo anno, tutto era cambiato. Maddie era cambiata. Alla giovane problematica che ella era un tempo, insicura di sé, continuamente bisognosa di ritrovare conferme, di sentirsi riconosciuta dal prossimo nel proprio valore, nel conseguimento dei propri risultati, aveva avuto occasione di sostituirsi una donna forte, perfettamente consapevole delle proprie capacità e dei propri limiti, non più quale confine inviolabile ma, piuttosto, qual obiettivo sfidante, traguardo da raggiungere e da superare, per migliorare se stessa continuamente, per riuscire là dove, al suo posto, altri neppure avrebbero ipotizzato possibile arrivare, avrebbero creduto sano sospingersi.
In azienda, addirittura, questo suo cambiamento, questa sua straordinaria crescita interiore, aveva avuto occasione di essere riconosciuta persino con l’offerta di un nuovo incarico, nel subentrare in un ruolo superiore persino a quello di Bernardo, per valorizzare al meglio quella nuova, palese, brama di conquista di cui ella aveva offerto riprova: un’offerta allettante, sicuramente, che fino all’anno precedente non avrebbe potuto ovviare a interessarla e a entusiasmarla, e al confronto della quale, al contrario, Maddie ebbe a presentare alle risorse umane la propria soluzione alternativa, nel vederle riconosciuto uno stipendio adeguato al proprio valore, nell’ovviarle il peso rappresentato da un responsabile totalmente inadeguato qual era divenuto il suo, ma nel garantirle di proseguire nel proprio impiego, senza invischiarla in questioni politico-amministrative nel merito delle quali non desiderava avere assolutamente nulla a che fare. “Tutti sono utili, nessuno è indispensabile”: sotto l’ombra di tale, pur legittima, frase, per anni ella aveva lavorato e aveva accettato ogni qual genere di sopruso, senza mai maturare la consapevolezza di quanto, al di là della presunta democraticità di simile affermazione, non tutti avrebbero avuto a doversi considerare utili nella stessa misura, con lo stesso peso, ragione per la quale, ella avrebbe dovuto pretendere che la sua utilità fosse adeguatamente riconosciuta o, in caso contrario, avrebbe dovuto reagire di conseguenza. Così, pur senza ritrovarsi costretta a cambiare lavoro, ella si era concessa l’occasione di dare un taglio con il passato, di interrompere con straordinaria presenza di spirito il circolo vizioso all’interno del quale, troppo sovente, le vite di molti finiscono per perdersi, non comprendendo di essere intrappolati non tanto dal mondo a sé circostante, quanto, e piuttosto, dal proprio stesso io, dalle proprie paure e, sopra a ognuna, dalla paura di quello che un cambiamento potrebbe mai rappresentare. E Bernardo, Giovanna e tutte quelle altre figure che, all’interno della sua testa, per troppo tempo si erano viste riconoscere, inconsapevolmente, maggiore valore di quanto mai avrebbero dovuto avere, vennero così ricondotte a una dimensione più equilibrata, più corretta, non più imbattibili stereotipi alimentati, unicamente, dalle sue paure e dalla sua rabbia, quanto, e semplicemente, povere, piccole vittime dei propri stessi errori, dei propri comportamenti ricorsivi, tali da intrappolare tutti loro in tanti, piccoli, variegati circoli viziosi non poi così dissimili rispetto a quello dal quale ella aveva avuto possibilità di evadere.
Al di fuori del contesto professionale, poi, la giovane dai capelli color del fuoco avrebbe potuto vantare, persino, risultati maggiori, in uno stile di vita nel quale, alfine, ella aveva avuto occasione di individuare la propria identità e nel quale ella era certa avrebbe avuto sempre occasione di trovare un sempre più completo senso di appagamento. Il rapporto con la sua famiglia era migliorato di giorno in giorno, rafforzandosi a livelli che, neppur negli anni più innocenti della propria infanzia, avrebbe potuto vantare di ricordare. Anche gli allenamenti con la sua maestra d’arme, dopo tanto tempo, erano iniziati a divenire per lei un momento addirittura piacevole, nel porsi ormai dimentica di quella pena, di quei dolori, che pur avevano contraddistinto il loro primo tentativo in tal senso, e ogni giorno sempre più prossima a potersi considerare, a propria volta, degna del titolo di donna guerriero. Al proprio appartamento, il contesto del primo incontro con Midda e del primo scontro con un emissario di Anmel, trascorso un anno intero, ella non aveva comunque più fatto ritorno: non perché non le fosse stata concessa la possibilità, nella chiusura delle indagini e nel via libera, da parte della procura, a fare ivi ritorno; quanto e piuttosto poiché, comunque, inizialmente del tutto disinteressata a riallontanarsi dal padre e dalla sorella, e, successivamente, in quanto altri eventi le avevano alfine dato occasione di reindirizzare la propria vita verso una strada ancor inesplorata. Soltanto tre mesi prima, infatti, nel corso dell’ennesima disfida con una nuova minaccia scagliata contro di lei e contro la sua mentore da Anmel, minaccia che, in tale occasione, aveva ritrovato qual protagonisti i tanto attesi zombie che, proprio malgrado, ella aveva scoperto essere decisamente diversi, e molto più ostinati, rispetto a quelli abitualmente rappresentati al cinema o in televisione; il destino di Maddie aveva avuto occasione di incrociarsi con quello di un giovane di nome Eliud Jeptoo, un paramedico di origine keniota dal fisico possente, scultoreo, e dalla pelle color dell’ebano, il quale era stato abbastanza discreto da non farle domande nel merito dell’origine di quelle ferite che, proprio malgrado, ella aveva riportato al termine della battaglia e il quale, ciò non di meno, era stato abbastanza ardito da invitarla a uscire insieme una sera per una birra insieme. E da quella birra la situazione era rapidamente evoluta in qualcosa di più, vedendola, qualche settimana dopo, ritrovarsi piacevolmente sorpresa nell’accettare l’invito di Eliud a tentare l’ipotesi della convivenza. Tanto la sua famiglia, quanto la sua versione alternativa, avevano avuto quindi occasione di conoscere il suo nuovo compagno e se, con i primi, non erano ovviamente mancate occasioni nelle quali Madailéin si era ritrovata prossima a pentirsi di averlo condotto a una sì difficile prova, nel timore che egli potesse rivalutare la situazione e preferire ritornare sui propri passi, nell’incontro con la seconda la giovane allieva aveva colto uno sguardo quasi divertito nella propria mentore, in misura tale da farle sospettare che ella potesse sapere molto più di quanto, allora, non si fosse dichiarata disposta a esprimere: tuttavia, nel confronto con l’idea che Midda avesse conosciuto o meno una qualche versione alternativa del suo nuovo uomo, la giovane scoprì non avere particolare interesse, particolare curiosità, giacché, a prescindere da tutto, quella era la sua vita, quello era il suo mondo, e giusto o sbagliato quel nuovo rapporto si fosse dimostrato, in un qualche futuro, essere, ella non avrebbe permesso ad alcun timore, ad alcuna paura, occasione di imporle freno.
Proprio dall’attacco degli zombie, di tre mesi prima, e, in conseguenza, proprio dall’inizio del suo rapporto con Eliud, la regina Anmel Mal Toise non aveva più offerto, in apparenza, manifestazioni della propria presenza nella vita della giovane. Laddove, sino a quel momento, la cadenza delle offensive dell’Oscura Mietitrice era stata contraddistinta da una regolarità quasi impressionante, quegli ultimi mesi di silenzio, di quiete, iniziarono a far emergere dei dubbi, nel merito dei quali Maddie non ovviò a un aperto confronto con la propria maestra d’arme…

« Possibile che sia finito qui…? » le aveva chiesto un giorno, al termine del loro quotidiano allenamento che, nelle sere di quell’ultima settimana, si stava concedendo l’occasione di protrarsi un po’ più a lungo del solito, complice la turnazione di servizio del suo compagno, al lavoro in quelle notti « Ricordo che mi avevi detto, tanto tempo fa, che in alcuni universi Anmel, rendendosi conto di aver a che fare con ben due Midda aveva preferito votare in favore di una diversa soluzione… possibile che, anche in questo caso, abbia lasciato la mia dimensione, per cercare altrove un’altra di noi? »
« Lo escludo… » aveva sancito con quieta sicurezza la donna dai neri capelli corvini, scuotendo appena il capo « Se così fosse, infatti, la fenice sarebbe ricomparsa per invitarmi a proseguire il mio cammino, cambiando, a mia volta, realtà: il fatto che io sia ancora qui, invece, credo abbia a doversi considerare riprova di quanto anche Anmel, ancora, sia presente nel tuo mondo. »

domenica 19 febbraio 2017

RM 049


« La guerra è qualcosa di così vasto, di così complesso, che difficilmente, chi ne parla, riesce a esprimerne l’effettiva natura… » proseguì ella, innanzi all’attenzione dei propri commensali, inclusa Maddie che, al di là della preoccupazione per quanto avrebbe potuto sfuggire involontariamente alla propria mentore, non avrebbe potuto ovviare a dimostrare un’avida sete per quel genere di informazioni, per i particolari che avrebbe potuto decidere di condividere con tutti loro « Generalmente la guerra è descritta come o bianca, o nera: qualcosa di giusto, di necessario, di sacro nella difesa di valori più elevati rispetto all’identità di coloro che in essa combattono e muoiono, in maniera tale da colmare, con le gesta degli stessi, epiche sonate che ne esaltino l’eroismo e ne alimentino il mito; o qualcosa di sbagliato, da evitare, un male incommensurabile che, da sempre, falcia vite innocenti nel sol nome dell’interesse di pochi, dell’avidità, dell’egoismo o dell’egocentrismo di coloro che la invocano come un falsamente ineluttabile bisogno. » spiegò, con tono serio e pur tranquillo, per propria scelta, per propria natura, così confidente con la guerra dal potersi permettere di parlarne come di una cara, vecchia amica e avversaria, così come, probabilmente, avrebbe compiuto se le avessero chiesto di raccontare loro della vera Carsa Anloch, colei che, forse, dopo sua sorella Nissa, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual la sua più fedele alleata e, contemporaneamente, la sua più temibile nemica.
« La realtà, però, come tutti sappiamo, difficilmente tollera una simile dicotomia… raramente prevede una divisione tanto netta fra posizioni così contrapposte. » proseguì, accompagnata da un silenzio assoluto, e dallo sguardo di tutti fisso sulle proprie labbra « Così come fra il giorno e la notte esistono non solo l’alba e il tramonto, ma anche l’aurora e il crepuscolo, e molte altre sfumature; anche nella guerra non è tutto o bianco o nero. Non è tutto o giusto o sbagliato. E, soprattutto, la guerra è qualcosa di estremamente concreto, di estremamente materiale, e non, semplicemente, un’idea, un concetto, una posizione politica. La guerra è un’esperienza sensoriale devastante. E’ la vista di membra mutilate e di corpi squartati, di compagni che cercano di rianimare corpi ormai privi di vita di chi non vogliono abbandonare e di infami che si fanno, al contrario, scudo con i corpi ancora vivi di chi, per loro, nulla è se non un sacco di carne. E’ il suono delle grida di chi viene ucciso e di chi uccide, riscoprendo la parte più selvaggia, più barbara della propria natura in nome di una sola esigenza… sopravvivere. E’ l’odore di sudore e sangue, feci e urina, che nella morte si mischiano e impregnano il suolo, sotto ai propri piedi, così come le vesti che indossi. »
« … cielo… » sussurrò il signor Mont-d'Orb, abbassando lo sguardo, nel non riuscire più a sostenere l’immagine così tratteggiata, da quelle parole, innanzi ai propri occhi… e, ciò non di meno, neppure avendo la possibilità di rifuggire da essa in tal maniera, essendo stato, tutto ciò, ormai proiettato all’interno della sua mente, in qualcosa che, temeva, lo avrebbe accompagnato quella notte in qualche terribile incubo.
« La guerra è svegliarsi ogni giorno ringraziando gli dei tutti di essere ancora vivi… nella consapevolezza più vera, più concreta e assoluta di quanto fragile, precaria, sia la nostra condizione mortale, di quanto effimera, fugace, sia la nostra esistenza, abitualmente considerata qualcosa di ovvio, qualcosa di banale, qualcosa di scontato, del quale godiamo senza alcun merito, che viviamo, sovente, senza alcun reale diritto… e che, proprio nella guerra, richiede invece il proprio inestimabile tributo. » continuò, ancora con tono sereno, non desiderando imporre a quelle parole un significato diverso da quello loro già proprio « Tributo nel ricordarci come, quella che per chi è lontano da tale realtà potrebbe essere sol considerata un’altra, normale, noiosa, giornata di lavoro, una semplice bega da affrontare, persino, senza troppo entusiasmo; abbia a doversi riconoscere qual un dono prezioso, più di ogni altro, perché, per chi vive la guerra, per coloro per i quali essa è l’unica realtà che concessa, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto potrebbe rappresentare tutto ciò che resta loro da poter vivere. Un dono che, in tutto ciò, non ha mai a dover essere sprecato, in maniera altresì imperdonabilmente blasfema. »
« Detto così, però, sembra quasi che la guerra sia qualcosa di necessario per ricordarci quanto possediamo… e quanto sprechiamo, lontano da essa. » obiettò Rín, offrendo in ciò dimostrazione di aver ascoltato con attenzione l’intero discorso, e di non voler rifuggire innanzi al medesimo, al contrario offrendo riprova di voler argomentare meglio la questione.
« La vita potrebbe essere definita tale in assenza della morte…? » domandò, per tutta risposta, la Figlia di Marr’Mahew, avendo incontrato, in passato, abbastanza creature straordinariamente longeve da risultar addirittura immortali, in misura tale da essere più che consapevole della sola conclusione possibile a tal quesito « Il giorno sarebbe ancora tale senza la notte…? »
La giovane restò per un lungo momento in silenzio di fronte a quella questione apparentemente retorica, e che pur intuì a non dover essere affrontata come tale, non, quantomeno, nel non voler mancare di rispetto a colei che tanta passione aveva posto nella propria esposizione: « Comprendo… » annuì poi, aprendosi in un lieve sorriso « E’ come quando, girando per strada, le persone mi osservano con imbarazzo. » asserì, a sua volta assolutamente quieta in quella constatazione.
« Poiché vederti impossibilitata a camminare ricorda loro quanto dovrebbero essere altresì grati di ciò che hanno… e nel merito del quale, al contrario, non hanno mai speso neppure un istante per rendere grazie. » confermò Midda, in parole che, chiunque altro avrebbe potuto considerare, allora, qual potenzialmente irrispettose nei riguardi dell’interlocutrice, soffermandosi a un livello di interpretazione straordinariamente ipocrita di quel confronto, e che, al contrario, non ebbe minimamente a rischiare di essere frainteso qual tale da parte del soggetto protagonista, riconoscendo, in ciò, anzi, un sincero tributo alla sua forza, alla carisma con il quale, ella, ogni giorno affrontava la propria infermità senza sconforto, senza scoramento alcuno.

A dimostrare quanto allora avesse inteso le ragioni di colei presentatale con il nome di Carsa, nonché, forse, a volerle ricambiare il tributo rivoltole con un gesto altrettanto sincero nel merito dell’esperienza di guerra da lei vissuta, e lì appena condivisa con loro su sua esplicita richiesta, Nóirín si allontanò dal tavolo e si mosse fino a posizionarsi accanto all’ospite, per poi poterle, allora, concedere uno stretto, forte abbraccio colmo di significati più di mille altre parole, più di mille altri discorsi.
E Midda, a quel gesto, non ebbe a sottrarsi, ricambiandolo, al contrario, con sincero affetto, non potendo ovviare a correre con il proprio pensiero, con la propria mente, all’immagine della gemella perduta, e, nel rispetto del monito appena espresso, sperando… pregando affinché Maddie, in quel presente o nell’avvenire, prossimo o remoto che sarebbe mai potuto essere, non potesse mai commettere l’errore di allontanarsi da sua sorella, di rovinare quella giovane così straordinaria, così come, sciaguratamente, e pur senza volontà alcuna in ciò, ella aveva fatto con Nissa.

« Grazie… » sussurrò Rín, liberandola da quell’abbraccio e retrocedendo appena da lei, nel timore, infondato, di averla potuta porre in qualche modo in imbarazzo in tutto ciò.
« Non ringraziarmi. » scosse il capo la mercenaria, sincera in quel cortese rifiuto « Non merito la tua gratitudine, giacché, credimi, sono tante le colpe che porto con me... la responsabilità delle quali non ho mai rinnegato e mai rinnegherò, ma che, ad alcuno, mai augurerei. » commentò, volgendo, in quelle ultime parole, il proprio sguardo e la propria attenzione verso la sua allieva, nella speranza che, in tutto ciò, ella potesse cogliere, e comprendere, il più importante insegnamento che mai avrebbe potuto avere la possibilità di trasmetterle.

L’unico insegnamento che, nel giorno in cui, alla fine, la resa dei conti con Anmel fosse giunta, sarebbe stato in grado di concederle la possibilità di non perdere tutto quanto, di non rinunciare a quanto di più prezioso in quel momento possedesse, per insistere, ostinatamente e ciecamente, nel seguire gli stessi errori, gli stessi sbagli, commessi da ogni altra Midda, in ogni altro mondo da lei, fino ad allora, visitato.

sabato 18 febbraio 2017

RM 048


Il proseguo di quella serata non riservò nuove, particolari sorprese se non quella, estremamente piacevole dal punto di vista della Figlia di Marr’Mahew, ma anche della sua allieva, derivante dal trascorrere qualche ora in assoluta serenità, all’interno di un contesto familiare nel quale, per ovvie ragioni, la mercenaria ebbe a trovarsi meravigliosamente a proprio agio, e nel quale, per altrettanto ovvie, se pur meno palesi, ragioni, ella ebbe a inserirsi con assoluta spontaneità, in misura tale da risultare, anch’ella, qual membro naturale di quella famigliola felice. A posteriori, addirittura, parlando con la propria gemella nel merito di quella cena e di quanto accaduto nel corso della stessa, Nóirín ebbe persino a esprimere un certo rammarico nel non poter considerare Carsa Anloch qual la propria futura cognata, laddove, in tal caso, sarebbe stata assolutamente contenta di poterla accogliere in famiglia.
Mancata parentela acquisita a parte, e per quanto, per così come presentatasi, semplicemente un’allenatrice, un’addestratrice per Madailéin, da lei ipoteticamente pagata, qual cliente, nel contesto proprio di una relazione professionale, Midda aveva avuto comunque inattesa e imprevista occasione di entrare piacevolmente nella quotidianità della famiglia Mont-d'Orb. In ciò, pertanto, ella ebbe a risultare sovente al centro delle loro conversazioni domestiche, nella curiosità di poter sapere sempre di più di lei da parte di Maddie, o, qualora non argomento unico, ciò non di meno si trovò perennemente coinvolta nei loro dialoghi, fosse anche, e semplicemente, con la richiesta di recapitarle i propri saluti o con la volontà di accertarsi nel merito del suo stato di salute. Un interessamento, quello dimostratole, che alla donna guerriero non poté che offrire gratificazione, laddove le fu riportato da parte della giovane, e che, pur contrariamente a quanto potesse essersi ripromessa, nel non voler sfidare troppo la sorte con una nuova occasione conviviale qual la precedente, la vide accettare, qualche settimana dopo la prima cena, l’invito per una seconda, con la promessa, oltretutto, che in tal frangente non vi sarebbero state nuove motivazioni di imbarazzo per alcuno.
La donna dai neri capelli corvini non avrebbe potuto, sinceramente, desiderare di meglio rispetto a quell’invito, a quella rinnovata occasione di relazionarsi con quella versione alternativa della propria famiglia, sospinta, suo malgrado, da umane emozioni a fronte delle quali il suo cuore non avrebbe potuto ovviare a crogiolarsi nel dolce tepore di quel focolare domestico, così distante, e pur così vicino a tutto ciò a cui ella aveva rinunciato nella propria vita, nel proprio mondo. Ciò non di meno, e per quanto ebbe ad accettare proprio alla luce di tal comprensibile brama emotiva, ella non avrebbe comunque potuto ovviare a ricordarsi, e in ciò a rimproverarsi, di quanto pericoloso potesse essere tutto quello, a diversi livelli: partendo dall’ipotesi, pur remota, che Jules o Nóirín potessero, a un nuovo incontro, iniziare a osservarla con sguardo più critico, non più distratti dall’idea che ella potesse essere l’amante di Maddie, e, in tal maniera, rendersi conto di quanta somiglianza fisica esistesse comunque fra lei e le due gemelle; sino ad arrivare all’eventualità, non così improbabile, in cui Anmel avrebbe potuto decidere di manifestare la propria presenza in quell’universo proprio durante quella cena, ponendo in tal maniera a rischio la vita di due innocenti.
Al di là di tali remore, di simili timori, anche la seconda cena andò assolutamente bene, persino meglio rispetto alla prima, nell’assenza di cause di palese imbarazzo fra i commensali. E le chiacchiere nelle quali tutti si persero assieme coinvolsero il gruppo ben oltre la mezzanotte, attraversando gli argomenti più svariati: dalla frustrazione di Rín per la difficoltà a trovare, a buon mercato, un’auto che potesse guidare anche lei, decisa comunque ad acquistarla esclusivamente con i propri soldi; alla curiosità collettiva nel merito dei particolari tatuaggi posti a ornamento delle braccia della loro ospite, con motivi tribali in tonalità di blu e azzurro; dagli ultimi pettegolezzi lavorativi riguardanti l’ufficio di Maddie, con nuovi tentativi dell’immancabile Giovanna per conquistare ancora un po’ di spazio in più fra coloro al comando ovviamente non per merito, parola a lei fondamentalmente sconosciuta; all’apparente mancanza di interesse per il signor Mont-d'Orb verso l’eventualità di un appuntamento romantico, argomento, quest’ultimo, maliziosamente sollevato proprio dall’allieva della figlia della dea della guerra con il non troppo implicito scopo di tentare di ricambiare l’indiscrezione dimostrata dal padre durante la cena precedente. A tal riguardo, tuttavia, Jules si dimostrò quietamente in grado di tenere testa alla situazione, senza neppur dover arrivare a ricordare, alle figlie, chi fosse il capofamiglia all’interno di quella casa, e, parimenti, senza neppur impegnarsi in qualche facile battuta verso Midda, volta a un eventuale, scherzoso tentativo di corteggiamento che, tanto da parte della mercenaria, quanto da parte della sua discepola, sarebbe stato accolto con probabilmente maggiore imbarazzo rispetto agli eventi della volta precedente.

« Orsù… Carsa. » l’apostrofò, a un certo punto della serata, la giovane Rín, osservandola con interesse e muovendo, appena, l’indice della propria destra innanzi a sé, verso di lei, come a cercare di prendere difficoltosamente la mira, in quello che, altro, non avrebbe avuto a doversi considerare se non un tentativo di riordinare le idee all’interno della propria testa, nel riepilogare quanto, ancor poco, ella fosse riuscita a scoprire nel merito di quell’ospite, anche da tutte le conversazioni sostenute, a suo riguardo, con la gemella « Non essere così avida di dettagli… parlaci un po’ di te e di come una donna come te possa essere finita a insegnare a combattere a una come mia sorella. » sorrise, sinceramente curiosa di saperne di più.
« Probabilmente Maddie vi ha già raccontato anche troppo di me… » esitò la Figlia di Marr’Mahew, ignorando quanto la giovane potesse aver raccontato a suo riguardo e, in questo, non desiderando rischiare involontariamente di smentirla « … e non è mio desiderio monopolizzare la serata. »
« In verità, ci ha detto ben poco… » osservò il padre, escludendo quell’eventualità « Se non ho capito male hai combattuto in guerra da qualche parte, o erro…? »
Maddie colse allora l’ineluttabile difficoltà della propria maestra d’arme a confrontarsi con la geografia locale e, parimenti, con la storia di quegli ultimi anni, motivo per il quale, allora, decise di intervenire, a offrirle il giusto spunto: « Fino a prova contraria, mi risulta che questa nazione ripudi la guerra come strumento di offesa verso altri popoli… » sorrise sorniona, in quella che, abilmente, volle camuffare qual osservazione di natura politica e sociale « Che poi cercare di stabilire se, in Iraq, sia stata o meno un’aggressione, sotto il piano politico internazionale, credo rischierebbe di divenire un’argomentazione un po’ troppo impegnativa per quest’ora della sera. »
« Iraq? » domandò Rín, sempre più incuriosita, nel cogliere il riferimento a un capitolo che, nei libri di storia, avrebbe avuto a dover essere considerato probabilmente chiuso e che pur, nelle menti di tutti, non avrebbe potuto essere considerato poi così distante come, altresì, già era nel tempo, avvenuto ormai più di dieci anni prima, quando lei e Maddie non avevano ancora raggiunto la maggiore età « Immagino che una tosta come te fosse impiegata nel controllo del territorio, per lo più... »
« Esattamente… » annuì la donna guerriero, suo malgrado nulla sapendo nel merito di quella guerra, e pur, al tempo stesso, non abbisognando di sapere molto di più, giacché, a prescindere dal mondo, a prescindere dal progresso tecnologico, la guerra avrebbe avuto a dover essere sempre considerata guerra e, in ciò, quasi prossima a un linguaggio universale che ella, con un certo moto d’orgoglio, non avrebbe assolutamente potuto negare di conoscere alla perfezione, meglio persino della propria stessa madrelingua « Però credimi: quello che puoi sentir dire nel merito di questo genere di cose è sempre ben distante dalla realtà… anche perché, per lo più, la realtà risulterebbe troppo spaventosa per poter essere accettata, anche in riferimento a eventi tanto distanti da poter, risultare, simili a una strana fiaba. »

In silenzio, a quelle parole, non soltanto Nóirín, ma anche Jules, attesero pazientemente che la loro commensale avesse voglia di aggiungere dell’altro: un’attesa quieta, la loro, lì caratterizzata non soltanto dal pur sincero interesse nei confronti di quell’argomento, ma, ancor più, da un non così ovvio, non così scontato o banale, rispetto per colei che, allora, si stava dimostrando tanto disponibile, nei loro confronti, a condividere un’esperienza che pur, dal loro punto di vista, non avrebbe mai avuto a dover essere considerata piacevole… al contrario.

venerdì 17 febbraio 2017

RM 047


« E, in questo modo, sono stato io a mettermi nei guai… » finì quasi per sussurrare l’unico rappresentante del genere maschile presente a quel tavolo, nel comprendere quanto pessima potesse essere stata la sua uscita precedente, il suo tentativo di dimostrarsi aperto e affettuoso verso la figlia e verso l’ipotesi di una sua relazione clandestina con quella donna, per lei desiderando niente di meno che tutto il bene del mondo, purtroppo altresì scemato in una magra figura.
« Beh… quel che è giusto è giusto: se si vuole parlare di colpe, papà non è il solo responsabile di questo agguato mal riuscito. » si concesse nuovamente di intervenire Rín, non desiderando sottrarsi meschinamente di fronte a tutto quello, lasciando in tal maniera solo il padre, così come pur avrebbe potuto compiere con, ancora, elegante discrezione « Nel vedere quanto tu stessi cambiando, sorellina, anche io ho pensato fosse subentrato qualche fattore affettivo. Poi, per carità, non avevo avuto la benché minima occasione di conoscere Carsa prima di stasera, e in questo mi sono affidata alle impressioni di papà... ma la sua tesi, obiettivamente, mi sembrava del tutto coerente e condivisibile. » ammise, levando le mani in segno di resa « Per quello che può valere… accetta le mie scuse. »
« E anche le mie… » esitò il padre, volgendo uno sguardo di gratitudine verso l’altra propria figlia, per la scelta da lei compiuta a suo favore, prima di osservare, con sincero rammarico, Maddie, nel timore di quanto, allora, avrebbe potuto dire.

Madailéin, però, tacque. E tacque perché non voleva perdere la pazienza con suo padre e sua sorella, giacché, al di là dell’imbarazzo, che forse sarebbe stato persino maggiore se le loro folli supposizioni fossero state corrette, al di là di un’indubbia reazione di contrarietà, di irritazione per la libertà che entrambi si erano riservati nel credere di poterla porre alle strette con un simile agguato, ella comprendeva perfettamente quanto, entrambi, si fossero mossi in tal senso semplicemente animati da concreto affetto nei suoi riguardi. Un affetto che, sicuramente, sarebbe stato pur tale anche nell’eventualità in cui avessero deciso di agire in maniera diversa, di rispettare la sua intimità e attendere, pazientemente, il momento in cui lei avesse deciso di esprimersi a tal riguardo… se solo fosse stato vero; ma che, al di là dei modi impacciati e, decisamente, invadenti, comunque affetto avrebbe avuto a dover essere interpretato.
Così, nel volersi impegnare a non rovinare quella serata, e nel constatare quanto, comunque, la sua famiglia avrebbe avuto a doversi confrontare, per molto tempo a venire, con l’imbarazzante ricordo di quanto avvenuto nel corso di quella cena; ella tacque. Mantenendosi il viso nascosto fra le mani, e impegnando il proprio respiro a divenire sempre più profondo e prolungato, a rasserenare la sua mente e il suo corpo, ella tacque e attese. Attese di ritornare padrona dei propri pensieri, delle proprie emozioni, prima di riprendere voce. E, in ciò, probabilmente, d’aiuto fu proprio e persino la presenza della sua mentore alla loro tavola, laddove, all’imbarazzo nei suoi confronti che, necessariamente, avrebbe avuto a dover provare per il comportamento della sua famiglia, non avrebbe voluto quindi aggiungerne altro, volto al proprio stesso recapito.
La Figlia di Marr’Mahew, dal canto proprio, al di là dell’ironia degli dei dietro a quel bizzarro equivoco, non avrebbe avuto ragioni, invero, né per mal giudicare la versione alternativa della propria famiglia, né, tantomeno, la propria versione più giovane. Al contrario, pur impedita a potersi esprimere apertamente nei loro riguardi per così come, allora, avrebbe potuto persino preferire, ella non avrebbe potuto ovviare a essere felice di essere lì quella sera, e, persino, di aver assistito a quella scenetta a metà fra il comico e il grottesco, poiché, cogliendo anch’ella in maniera palese le affettuose intenzioni da parte di tutti i presenti gli uni per gli altri, non avrebbe potuto che gioire di tutto ciò, rallegrandosi dell’evidenza di come, in un quella realtà, almeno a una Midda fosse stata concessa occasione di godere di un sereno rapporto con i suoi cari, con suo padre e sua sorella.

« Direi che possiamo considerare chiuso l’argomento… » riprese alfine voce Maddie, sforzandosi di dimostrarsi quanto più possibile calma e controllata, salvo, tuttavia, un attimo dopo cedere e non riuscire a evitare di porre una domanda collegata alla questione, e pur, volutamente, già reindirizzata in parte verso un bersaglio collaterale più che in direzione dell’obiettivo principale sul quale, pocanzi, suo padre e sua sorella si erano tanto incautamente intestarditi « … anzi no! Questa proprio me la dovete spiegare: ma davvero vi ho mai offerto ragione per credere che io sia omosessuale?! »
« Beh… non ci hai mai fatto conoscere nessuno dei tuoi compagni… » osservò Rín, roteando gli occhi verso l’alto, come a riflettere sull’argomento, e scegliendo, in quell’intervento, di esporsi in prima linea a tutela di eventuali, nuove rappresaglie a discapito del padre.
« Semplicemente perché nessuno ha mai meritato di esservi presentato! » precisò la prima, scuotendo il capo « Questo, tuttavia, non significa necessariamente che io abbia a preferire le donne agli uomini… o sbaglio?! »
« Guarda l’aspetto positivo: questa sera hai avuto modo di verificare che se anche avessi qualche saffico interesse, la cosa sarebbe assolutamente ben accettata da noi… » sorrise la seconda, tentando di inerpicarsi, metaforicamente, su una ripida superficie liscia come uno specchio e, per lo più, appena insaponata « … è una cosa buona, direi. »
« Assolutamente! » tentò di concedersi occasione di intervento anche il padre, non senza dimostrare un certo timore a far nuovamente sentire la propria voce all’intero di quella stanza.
« Se fossi lesbica, sarebbe sicuramente qualcosa di estremamente positivo. » convenne Maddie, stringendo per un momento le labbra a cercare di mantenere i termini di quella conversazione in toni costruttivi e cooperativi « Giacché, non lo sono, però… »
« … direi che potremmo considerare chiusa qui la questione. » la interruppe, e la prevenne la gemella, ancora sorridendo con fare sornione, in quel tentativo di prendere il controllo della discussione e, in questo, invertire le posizioni fra lei e la sorella, in maniera tale da cancellare, implicitamente, quanto occorso pocanzi, compresa lo spiacevole errore di valutazione compiuto da lei e da loro padre « A meno che tu non ci tenga a continuare a ribadire la tua eterosessualità… il che potrebbe risultare addirittura sospetto. Cioè… a me piacciono i maschietti, ma non per questo devo andare in giro a gridarlo ai quattro venti per farmi credere. »
« Ma io non sto gridando niente a nessuno! » esclamò la giovane protagonista di quella scena volutamente gettata nel grottesco, sorpresa da quell’evoluzione al punto tale da ritrovarsi a sgranare gli occhi di fronte a quell’ultima, implicita, accusa a suo discapito « Volevo solo… »
« … ribadire il fatto di non essere omossessuale. » intervenne, ancora una volta, ad anticiparla Rín, stravolgendo nuovamente il senso di quanto l’altra stava cercando di spiegare in maniera tale da far sembrare il suo intervento in direzione assolutamente opposta « E, per l’appunto, come ti stavo dicendo, non c’è alcun bisogno di insistere tanto, a meno che tu non abbia qualcosa da nascondere… »

E fra la faccia sconvolta di Madailéin, suo malgrado totalmente in balia di quel gioco di retorica, e l’espressione al contrario estremamente furba di Nóirín, la quale aveva riportato uno straordinario successo nel trasformare quel discorso in una vera e propria farsa, tale da obliare, ormai, qualunque imbarazzo precedente; Midda Bontor non riuscì a trattenersi dal concedersi un’esplosiva risata per quanto stava avvenendo innanzi al suo sguardo, troppo divertita da tutto quello per potersi trattenere un solo istante di più. Una risata, la sua, che si dimostrò assolutamente contagiosa e che, pertanto, vide coinvolti tutti e quattro di lì a pochi istanti, incominciando con le due gemelle e giungendo, persino, al povero Jules, per il quale sarebbe probabilmente comunque stato difficile digerire quella cena, dopo l’inopportuna uscita di cui si era reso protagonista.