Midda's Chronicles - le Cronache

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Conclusa la lunga, lunghissima (tre anni...) pubblicazione de "Il viaggio continua", il racconto che, nella mia memoria sarà ricordato come l'episodio dell'ora più buia di questa pubblicazione; inizia oggi "Non abbassare lo sguardo", il 47° racconto della saga regolare di Midda's Chronicles (50° considerando anche i tre racconti pubblicati all'insegna del marchio Reimaging Midda)!
Racconto che, quindi, oltre ad avere potenzialmente un numero importante, ci accompagnerà verso il traguardo dell'11 gennaio 2018, ossia il decennale dall'inizio di questo viaggio insieme!

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 5 ottobre 2017

domenica 22 gennaio 2017

RM 021


« Quindi… vuoi farmi diventare come te…? » suggerì Maddie, cercando di comprendere il fine ultimo di tutto quello, in un interrogativo che, probabilmente, avrebbe dovuto proporsi qual animato da una qualsivoglia preoccupazione da parte sua, alla prospettiva di perdere parte della propria identità in favore di quella di una sua versione alternativa e, ciò non di meno, che risultò altresì contraddistinto da una difficilmente trascurabile speranza, laddove, a fronte di quanto appena ascoltato, le risultava ben evidente che mai, quella donna, si sarebbe rinchiusa in bagno a sfogare frustrazioni di natura lavorativa né, tantomeno, mai avrebbe permesso a dei colleghi, o a dei superiori, di portarla a tal punto.

Una brama, quella che, interiormente, stava in tal maniera animando la giovane, di fronte alla natura della quale avrebbe avuto a dover sicuramente rivedere le proprie priorità, giacché, malgrado il mostro comparso sulla soglia della sua abitazione solo la sera prima, ella stava ancora offrendo troppa importanza a futili elementi della propria passata vita invece di prendere in seria considerazione le minacce di cui, pur, la sua protettrice non aveva voluto far mistero fin dal primo momento della propria comparsa. Una brama, la sua, che tuttavia non avrebbe potuto ovviare a confermare, paradossalmente, le stesse parole di fronte alle quali stava riponendo tanta ammirazione, nel dimostrare come, nel suo mondo, nella sua realtà, certe ferite psicologiche avessero a doversi considerare non meno reali, non meno concrete, e non meno letali, di quelle che avrebbe potuto produrre un colpo di spada, pur risultando, sicuramente, meno evidenti, meno palesi e, in ciò, in quieto accordo alla comune morale della loro civiltà.
E se, come aveva immediatamente dichiarato, intento della Figlia di Marr’Mahew avrebbe avuto a doversi considerare quello di concederle opportunità di sopravvivenza rispetto alla minaccia rappresentata dalla regina Anmel; un importante, forse vitale, fronte di cambiamento sul quale avrebbe avuto a lavorare, sarebbe quindi stato quello utile a trovare un modo per permetterle di sanare la psiche ferita della propria versione più giovane, per offrirle l’opportunità di chiudere quel capitolo della storia della propria vita e, in ciò, proseguire con la massima attenzione, con la più totale dedizione, nella stesura del successivo… sperando non avesse a scoprirsi qual l’ultimo concessole.

« Non posso farti diventare come me. » negò la donna, escludendo tale possibilità « Ho trascorso gli ultimi trent’anni della mia vita in più sfide, più battaglie, più guerre di quante tu non potrei mai riuscire a immaginare. Ho ucciso più persone, bestie e mostri di quanti la morale del tuo mondo potrebbe mai essere in grado di giustificarne, in una stima totale che renderebbe i peggiori genocidi della vostra storia quasi dei dilettanti a mio confronto, non avendo, dopotutto, mai essi agito in prima persona, e da soli, nel compiere le stragi di cui si sono macchiati e per le quali la Storia li ha condannati. Ho dovuto seppellire troppe persone che ho amato… più di quante, chiunque, non dovrebbe seppellirne. E, credimi, neppure ti addestrassi per i prossimi trent’anni potrei mai farti diventare come me… senza considerare che, se a noi saranno concessi più di tre giorni, avrà comunque a doversi già considerare un risultato straordinario. »
« E… » esitò, confusa, in parte delusa da quell’asserzione innanzi alla quale la sua esistenza, purtroppo, sembrava destinata a non poter mutare, a non poter raggiungere la pienezza rappresentata dall’esempio concreto offertole innanzi allo sguardo « … allora non capisco. Perché mi hai condotta qui? Perché hai iniziato a colpirmi? Perché mi hai raccontato tutto questo?! »
« Non posso farti diventare come me. » ripeté Midda, ancora scuotendo il capo « Ma… » soggiunse, or aprendosi nuovamente in un sorriso quasi materno nei suoi confronti « … quello che posso fare, e che mi impegnerò con tutta me stessa a fare, è offrirti la chiave per diventare come tu potresti realmente essere. Se solo la tua vita, e tutta questa civiltà attorno a te, non ti avessero costretta a diventare qualcun altro… a diventare ciò che sei. »
« Ciò che odio essere! » esclamò Madailéin, sincera in quella condanna a proprio stesso discapito, sincera come, forse, mai lo era stata neppure con la propria terapista, o, peggio, con se stessa.

La mercenaria non offrì alcun commento in risposta a quella presa di posizione.
Ella avrebbe potuto intervenire dicendole che, per cambiare, il primo passo da compiere sarebbe stato accettarsi. Accettarsi con tutti i propri limiti, con tutti i propri difetti, con ciò che di sé apprezzava e con ciò che di sé odiava. E, soprattutto, superare quel proprio odio per se stessa, perché, in simile rancore, in tale disprezzo, ella avrebbe sempre e comunque rappresentato il proprio primo avversario, finendo con l’agire, inconsapevolmente, a proprio stesso danno, a proprio stesso torto, nella pericolosa, e intima, volontà di punirsi per ciò che non si sentiva in grado di modificare.
Ella avrebbe potuto spiegarle che non bisognava perdere tempo a pensare di poter cambiare, o di non poterlo fare. Per cambiare non avrebbe dovuto aspettare né domani, né un qualche imprecisato giorno futuro: avrebbe dovuto cambiare in quello stesso momento, decidendolo… perché cambiare non avrebbe mai dovuto essere giudicato qual il risultato di un tentativo, ma di un’azione.
Ma, come già aveva avuto modo di dirle poco prima, in quella stessa mattina, ella non si era mai considerata brava nella teoria come nella pratica. E, dovendole dimostrare come cambiare avrebbe avuto a doversi considerare un concetto estremamente pratico, l’unico modo ragionevole per farlo sarebbe stato, per l’appunto, attraverso la pratica.

Per tale ragione, ella, a titolo di avvertimento, lasciò roteare, attorno ai propri fianchi, il manganello ancora impugnato nella sinistra, così come avrebbe avuto piacere a fare con la propria spada se, sciaguratamente, non l’avesse perduta già da diversi universi prima di quello, e si preparò a tornare a colpirla, annunciandole semplicemente: « Coscia destra. »

Prima ancora che Maddie, tuttavia, potesse effettivamente elaborare quell’avvertimento e potesse anche solo ipotizzare di assumere una qualche postura di guardia, che non conosceva, e che, per lo più, avrebbe potuto semplicemente potuto provare a imitare prendendo spunto dal ricordo di qualche scena vista in televisione o al cinema, impietoso il manganello la raggiunse, dimostrandosi, questa volta, persino più aggressivo rispetto ai due colpi precedenti. Una violenza ancora estremamente moderata, straordinariamente contenuta rispetto a quella che avrebbe potuto essere, e, ciò non di meno, lievemente cresciuta, forse nel desiderio, in tal modo, di fornirle maggiori motivazioni utili a tentare di proteggersi o, quantomeno, di schivarla.
In questa occasione, comunque, la giovane strinse i denti, sentendo quasi dolerle gli zigomi nello sforzo di trattenere eventuali nuove imprecazioni e, tuttavia, riuscendo almeno in ciò. Perché ella desiderava davvero dimostrare di aver compreso il discorso rivoltole e, soprattutto, di non voler sprecare l’occasione che quella sua versione alternativa le stava concedendo per provare, a sua volta, a divenire un’altra se stessa: non un’altra Midda Bontor, lo aveva inteso, ma, quantomeno, un’altra Madailéin Mont-d'Orb.

« Riproviamo… » riuscì a richiedere dopo essersi ripresa dal dolore per il terzo colpo ricevuto, resistendo al desiderio di accartocciarsi al suolo, negandosi la possibilità di gemere o di piangere e, anzi, invocando una nuova occasione per porsi alla prova.
E la sua mentore non se lo fece ripetere, non volendole negare tale possibilità, nell’annunciare pertanto « Gluteo sinistro. » prima di proiettarsi nuovamente in avanti, muovendosi non al pieno delle proprie potenzialità e, pur, ancora una volta, sufficientemente veloce da essere soltanto, e a stento, intravista dalla sua allieva, la quale, su malgrado, nulla poté per ovviare a una nuova, spiacevole frustrata sul proprio fondoschiena che, puntuale, la raggiunse con precisa maestria.

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