Midda's Chronicles - le Cronache

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E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

mercoledì 11 gennaio 2017

RM 010


Due occhi color ghiaccio.

Tali erano quelli intenti, in quel momento, a fissare con serio rimprovero, e un accenno di disprezzo, Maddie, e a farlo direttamente dal proprio riflesso nello specchio innanzi a lei, immersa nel silenzio che permeava, in un insolito, fugace intervallo di quiete, l’ambiente circostante.
Quante volte si era ripromessa di reagire con maggiore fermezza di fronte a tutto quello? In quante occasioni, anche a costo di apparire prossima all’isteria, si era sfogata con la propria terapista nel merito della propria passività sul lavoro, e dell’esigenza di individuare un modo per far valere, in maniera più decisa, la propria stessa identità, nonché l’incontestabile pregio del suo operato?
Eppure eccola… ancora lì. Rifugiatasi in bagno, con una velocità che difficilmente avrebbe potuto non essere interpretata, da chiunque, qual concreta espressione di un’adolescenziale volontà di fuga. Nascosta da tutto e da tutti, come probabilmente non sarebbe stato perdonabile per una quindicenne, e certamente non avrebbe potuto esserlo per lei, ormai in prossimità del doppio di quell’età lontana. Impegnata, ancora una volta, a trattenere le lacrime, e lacrime di rabbia, per non offrire ad alcuno gratuita occasione di sminuirla, nel ridurla, nel classificarla all’interno del banale stereotipo della nevrotica, appellativo che, probabilmente, avrebbe potuto rappresentare per lei davvero il colpo di grazia, spingendola, nel migliore dei casi, a gettare al vento oltre sei anni di lavoro così come, malgrado tutto, non desiderava ancor fare.
Rabbia, la sua. Rabbia contro l’intera società moderna, permeata di un terrificante maschilismo, tale da doverle continuamente ricordare che lei sempre sarebbe stata riconosciuta prima di tutto in quanto donna, e soltanto in secondo piano in qualunque altra caratteristica avrebbe avuto maggior piacere, e ragione, a essere identificata. Rabbia contro la stessa azienda nella quale lavorava, contraddistinta, non di meno, da un devastante patriarcato, ostacolo insormontabile, per lei, non soltanto per le proprie opportunità di crescita ma, ancor più, per le proprie stesse speranze di sviluppo professionale, giacché, immancabilmente, qualunque suo collega dotato di attributi maschili, avrebbe avuto accesso a un intangibile percorso preferenziale. Rabbia, ancora, contro l’immagine che, quello stesso specchio, le offriva innanzi allo sguardo: quella di una giovane donna nel pieno del suo sviluppo fisico, con un corpo che non avrebbe avuto nulla da invidiare, e mai aveva avuto di che invidiare, a qualunque sua amica… e che, ciò non di meno, si imponeva su di lei più qual una maledizione divina, ancor prima che una benedizione, perché, in tal senso, volto, ancora una volta, a richiamare alle menti dei suoi interlocutori la sua indubbia identità femminile e, con essa, una interminabile sequenza di pregiudizi e luoghi comuni a ciò associati. Rabbia, infine, contro se stessa che, malgrado un altro anno di buoni propositi buttati al vento, nonché più di sei mesi di terapia, ancora si stava dimostrando del tutto incapace ad agire come avrebbe voluto.

« Madailéin Mont-d'Orb… » scandì il suo stesso nome, rivolgendosi alla donna del riflesso innanzi a sé, sforzandosi, poi, di restituire al proprio respiro un ritmo diverso, più quieto e, in ciò, utile a tentare di calmarla « … sei irrecuperabile. » sentenziò poi, scuotendo il capo e chiudendo gli occhi, nel rendersi conto di quanto, tutta la rabbia che stava, ancora una volta, provando, avrebbe avuto a doversi considerare già evidenza del proprio fallimento sotto ogni punto di vista.

Erano trascorse quasi due stagioni da quando Jacqueline, la sua terapista, le aveva spiegato in maniera adeguatamente approfondita il funzionamento del cervello umano, la reale natura delle emozioni, l’esistenza del sistema limbico, la sua “scimmia”, e tutti i rischi relativi al cosiddetto sequestro emotivo. Ne avevano parlato a lungo, e, anche al di fuori dei loro incontri, Maddie non si era fatta mancare delle letture utili ad approfondire, ampliare il discorso, in maniera tale da offrire l’evidenza concreta di quanto ormai apprezzava, e apprezzava sinceramente, quelle stesse nozioni che, fino poco prima, avrebbe banalizzato come sciocchezze prive di fondamento.
Eppure eccola… ancora lì. La sua “scimmia” stava ancora vincendo. E stava vincendo in maniera per lei a dir poco umiliante.

« Dannazione! » imprecò a denti stretti, prima di levare lo sguardo dallo specchio e dirigersi verso l’uscita dal bagno, decisa a tornare in ufficio, indossare le cuffie e stordirsi con della buona musica da quel momento fino a fine giornata, quando, finalmente, avrebbe potuto uscire di lì e, forse, dimenticarsi di quella nuova, orrida giornata, in un posto che ancora si illudeva di amare ma nel quale, probabilmente, aveva ormai compiuto il proprio tempo.

Così fece: declinando ogni invito a successive pause caffè, ovviando a qualunque eventuale contatto umano con i propri colleghi, e persino rifiutandosi di offrire attenzione a qualunque comunicazione telematica. Dopotutto ella era certa di quanto il mondo, in generale, e l’azienda, in particolare, avrebbe sicuramente trovato il modo di persistere nel proprio stato di esistenza anche in assenza di una sua pronta risposta.
Quanto Maddie non avrebbe potuto allora immaginare, tuttavia, sarebbe stato come, di lì a breve, quelle violente tempeste emotive e gli stati d’animo da esse derivanti, le sue frustrazioni personali e professionali, e, più in generale, tutto ciò a cui aveva fino a quel giorno offerto importanza, avrebbero perduto repentinamente valore; nel ritrovarla costretta a riconcepire la propria idea di realtà e, obbligatoriamente, con essa, a ridefinire persino la sua stessa identità, al tutt’altro che banale scopo di poter ancora avere un’identità da definire. E non in qualche metaforica interpretazione psicologica della questione, quanto e piuttosto in termini pericolosamente concreti, almeno quanto pericolosamente concreta avrebbe potuto essere giudicata la demarcazione fra la vita e la morte… più precisamente, la sua vita e la sua morte.

Quando, alfine, giunsero le sei di sera, e, con esse, l’occasione di concludere quella sgradevole giornata lavorativa, Madailéin riordinò la propria postazione di lavoro prima di indossare il cappotto, la sciarpa, il cappello e i guanti, e, così protetta, incamminarsi verso l’uscita dall’azienda, e il freddo artico dell’inverno che, là fuori, attendeva pazientemente di poterle donare una nuova influenza stagionale.
Mantenendo lo sguardo di fronte a sé, appena rivolto verso il basso, con l’intento di ovviare a incrociare involontariamente quello di chiunque altro, ella raggiunse la propria automobile e, una volta lì rifugiatasi, si affrettò a porsi in viaggio verso una nuova destinazione.
Sebbene, in quella particolare sera, il suo unico desiderio sarebbe stato quello di ritornare, quanto prima, al proprio appartamento, indossare un pigiama pesante, infilarsi sotto le coperte e lì obnubilare ogni propria percezione immergendosi nella visione di una qualche serie televisiva, possibilmente consumando in rapida successione, uno dopo l’altro, tutti gli episodi di un’intera stagione; alcune commissioni pretendevano la sua attenzione, prima fra tutte le quali quella volta a rimpinguare le proprie personali scorte alimentari. Così, allorché intraprendere direttamente la direzione della propria bramata, ultima meta, ella fu costretta a una necessaria deviazione che la vide, per l’ora successiva, intenta a districarsi fra le corsie del mai desertico centro commerciale, fino a quando, con un carrello fin troppo colmo di spesa, poté fare ritorno alla propria automobile.
Un comunicato della direzione del centro commerciale, affisso sulle porte scorrevoli dell’ingresso del medesimo, le aveva voluto offrir nuovo promemoria di come, nell’area del parcheggio, non fossero mancati, spiacevolmente, alcuni furti, motivo per il quale tutta la clientela avrebbe avuto a doversi considerare caldamente invitata a prestare attenzione non soltanto ai propri effetti personali, ma anche alle proprie stesse persone: un messaggio, quello, che Maddie aveva sempre voluto considerare più retorico che pratico, volto a permettere, ai proprietari, di poter ovviare a qualunque assunzione di responsabilità per quanto lì fuori avrebbe potuto avvenire, ancor più che, realmente, a voler tutelare chicchessia a qualsivoglia genere di pericolo. E proprio alla luce di tale personalissimo giudizio, anche quella sera ella non avrebbe avuto ragione di avere di che temere, pur considerando la scarsa illuminazione e, soprattutto, quel genuino disinteresse tipico della società moderna, tale per cui, anche laddove fosse stata lì aggredita, probabilmente nessun altro cliente, in ingresso o in uscita dal parcheggio, se ne sarebbe minimamente interessato.
Quasi a volerle offrire ragione, comunque, nulla accadde in quel particolare contesto e soltanto mezz’ora dalle ore otto, ella poté finalmente fare ritorno al proprio appartamento, là dove era certa che, ad attenderla, sarebbe stata soltanto Teti, la sua gatta, la quale, prevedibilmente, si sarebbe fatta trovare più che contrariata dal suo ritardo e, soprattutto, dal ritardo nel rifornimento, per se stessa, dei propri croccantini preferiti.

Quella sera, inaspettatamente, non fu soltanto Teti a dimostrarsi in sua attesa. E, nello spavento che ebbe a seguire quella scoperta, Maddie avrebbe voluto volentieri esprimere tutto il proprio dissenso levando un alto grido e sperando che, qualcuno fra i suoi vicini, in contrasto a ogni suo pregiudizio, si sarebbe interessato di quanto lì potesse star accadendo: purtroppo per lei, però, chi la stava attendendo a casa non avrebbe avuto a doversi considerare del tutto una sprovveduta e, in ciò, agì con dovuta prudenza, attendendo che lei fosse entrata in casa e avesse chiuso la porta prima ancora di afferrarla, saldamente, da dietro e, peggio ancora, tapparle fermante la bocca, silenziando qualsivoglia genere di protesta.
Compresasi in trappola, nel proprio stesso appartamento, la giovane donna si scoprì pertanto così sconvolta da superare, paradossalmente, l’emozione stessa della paura, non cedendo, con buona pace dei consigli di Jacqueline, alla sua “scimmia” interiore, ma al contrario, scoprendosi del tutto capace di intendere e volere… se nonché del tutto inabile, per l’appunto, a tradurre qualunque volontà in azione. Dopotutto, per quanto appassionata potesse essere anche di serie televisive d’azione, il divario esistente da lì a potersi considerare ella stessa una donna d’azione avrebbe avuto a doversi obiettivamente giudicare incolmabile. Ed ella, così immobilizzata, si scoprì del tutto incapace a compiere un qualsivoglia gesto di ribellione verso il proprio ancora sconosciuto aggressore. O, per meglio dire, la propria sconosciuta aggreditrice, dal momento che una coppia di voluminosi seni, abbondanti quasi quanto i suoi, erano chiaramente distinguibili qual allora premuti contro la sua schiena.

« Non sono qui per farti del male… » esordì, dopo un istante, una voce che la fece rabbrividire, non tanto perché a lei estranea, ma, al contrario, perché straordinariamente familiare, quanto familiare avrebbe avuto a potersi dire la propria stessa, per così come avrebbe potuto esser udita tramite una registrazione.

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