Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

E dopo tante peripezie... riprendiamo oggi la pubblicazione regolare delle Cronache di Midda!
Dal momento che sono trascorsi due anni dall'inizio della pubblicazione della 46° avventura di Midda, analogamente a quanto già fatto per Un altro morde la polvere, per qualche giorno saranno ripubblicati tutti gli episodi già irregolarmente pubblicati fra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, per poi procedere con il proseguo delle vicende della nostra mercenaria preferita... e questa volta della sua versione "Terra Prime"!

Grazie a tutti per l'affetto e la fiducia dimostratami...

Sean, 7 agosto 2017

mercoledì 23 agosto 2017

2286


« Ai tuoi ordini, capitano. » rispose ella, neppur sforzandosi di ricorrere all’impiego della terza persona, in quella particolare declinazione di ipotetico rispetto per lei del tutto estranea e alla quale, benché avesse lasciato ormai da tempo il proprio pianeta natale, ancora non avrebbe potuto considerarsi né abituata, né tantomeno assuefatta, considerandola, ostinatamente, qual priva di qualunque ragion d’essere.

Nella sua lingua natia, dopotutto, non era prevista alcuna forma di colloquiale deferenza, anche e soprattutto nella consapevolezza di quanto troppo semplice, addirittura banale, sarebbe stato supporre di poter ingannare un proprio interlocutore, ove la stima nei riguardi del medesimo fosse rimasto relegata entro una sfera di mera, retorica argomentazione verbale. Nel suo mondo, e, soprattutto, nella lingua parlata, in varie accezioni, con diversi accenti e minimali variazione, nel preciso angolo di mondo in cui ella era nata, cresciuta, e aveva speso la quasi totalità della propria vita, quindi, risultava essere di gran lunga preferibile riservare ai fatti, ancor prima che alle parole, il compito di palesare il rispetto, o l’assenza di rispetto, nei confronti di qualcuno, diffidando, anzi, da tutti coloro che, a una riprova pratica, a una dimostrazione concreta e inconfutabile, potevano dimostrarsi prediligere vani orpelli oratori e superflui chiasmi sintattici. E quella lingua, la sua lingua, non avrebbe avuto a dover essere, neppure allora, incautamente considerata, da parte sua, qual non più parlata né, tantomeno, rammentata, non laddove, quantomeno, sin dal proprio primo giorno oltre i confini dell’unico mondo che per quarant’anni aveva avuto occasione di conoscere e di considerare qual esistente, al suo fianco, in suo supporto, si era offerto l’irrinunciabile e prezioso ausilio di un, per lei straordinario, traduttore automatico, in grado di apprendere la sua lingua riadattarla a quella impiegata da coloro a lei circostante, nell’esatto contempo in cui, parimenti, trasformava le parole pronunciate nei più disparati idiomi in vocaboli da lei riconoscibili, per lei apprezzabili.
Uno strumento, il traduttore automatico, nel confronto con il quale, comprensibilmente, ella non desiderava riservarsi una prospettiva di indefinito impiego, nella riconoscere gli importanti vantaggi derivanti, comunque, dal poter essere autosufficiente sotto tale profilo, fosse anche e soltanto nel confronto verbale con i propri compagni a bordo della Kasta Hamina, il principale idioma da loro impiegato già stava sforzandosi di apprendere, seppur con non poca fatica. Uno strumento, il traduttore automatico, nel confronto con il quale, razionalmente, ella era comunque consapevole di non poter presumere una qualche possibilità di futura, completa emancipazione… non laddove obiettivamente troppe avrebbero avuto a dover essere censite le lingue parlate nelle decine, centinaia di mondi nei quali ella avrebbe avuto potenziale occasione di avventurarsi, in una misura tale da escludere, necessariamente, qualunque ipotesi di assoluta e completa autosufficienza, per lei così come per chiunque altro. Non a caso, invero, tutti a bordo della nave, così come, più in generale, tutti coloro con i quali ella aveva avuto a che fare sino a quel momento, avevano sempre dimostrato di possedere un simile congegno, obbligati a riconoscerne l’irrinunciabile essenzialità.

Conclusi, pertanto, sia i preparativi tattici, sia la rapida conversazione con il capitano, alla Figlia di Marr’Mahew non restò altro da fare se non avviarsi, e avviarsi di gran carriera, ad attraversare l’intera estensione orizzontale della nave, per passare dalla sezione di testa, ove era collocata l’armeria di sua competenza, al corpo, e dal corpo alla sezione di coda, entrando, in tal modo all’interno del primo container.
Già accordatasi con Lange, ella non si riservò la benché minima occasione utile a riflettere sulla necessità di chiudere, personalmente, il passaggio fra la coda e il corpo, giacché qualcun altro, di lì a breve, sarebbe sicuramente accorso per agire in tal senso. Sua unica priorità, allora, avrebbe avuto a dover essere considerata soltanto, ed esclusivamente, il raggiungimento delle proprie compagne entro i limiti temporali concordati… e laddove un intervallo di tempo, spiacevolmente eccessivo, era stato da lei già speso nella propria pur fugace visita all’armeria, tappa preventiva e obiettivamente irrinunciabile, tutto ciò che avrebbe potuto riservarsi possibilità di compiere, sarebbe allor stato impegnarsi al fine di compensare, con un’andatura più rapida, quanto perduto.
Psicologicamente rilassata e paradossalmente concentrata, in quel contesto, in quella particolare situazione, avrebbe avuto a dover essere analizzata la mente della donna guerriero, già proiettata in direzione dell’eventuale battaglia che l’avrebbe potuta attendere, in tal senso negandosi, come di consueto, qualunque genere di emozione, fatta eccezione per una lieve, lievissima, e comunque inappropriata, eccitazione di base. Veterana sopravvissuta a un numero incomprensibilmente alto di guerre, di battaglie e di scontri, Midda Bontor aveva appreso da tempo quanto un qualunque genere di coinvolgimento passionale in un contesto bellico avrebbe rischiato, soltanto, di concedere fianco scoperto ai propri avversari e, in verità, benché inoppugnabilmente chiaro avrebbe avuto a dover essere riconosciuto tal concetto, ancor con eccessiva facilità ella si era concessa, nel proprio recente passato, occasione di cedere alle proprie emozioni, in particolar luogo quando, qual avversaria, si era trovata a risolvere una questione da lungo in sospeso con la propria gemella Nissa. Ma ove quello, comunque, avrebbe avuto a dover essere palesemente riconosciuto qual un contesto necessariamente delicato, soprattutto nel confronto con una storia di trascorsi lunga al pari delle loro intere esistenze; in altri scenari, in altre situazioni, l’Ucciditrice di Dei non avrebbe potuto essere accusata in maniera banale o superficiale di cedere alle proprie emozioni, ai propri sentimenti, avendo, anzi, da lungo tempo appreso come rendere il proprio animo non meno glaciale rispetto al proprio sguardo: in caso contrario, se così non fosse stato, del resto, difficilmente ella avrebbe potuto sopravvivere allo stile di vita reso proprio.
Nella specificità propria di quanto lì stava avvenendo, ancora e oltretutto, la donna guerriero avrebbe potuto vantare una così superficiale consapevolezza nel merito dei fatti, a riguardo di quanto avrebbe potuto attenderla, da rendere assolutamente vana qualunque preventiva eccitazione o preoccupazione per essa, a eccezion fatta, forse sintomatico, al di là di tutto, della sua natura umana, di quell’immancabile, lieve, bramosia di lotta, di sfida, in lei trasparente di un’ormai patologica dipendenza dall’adrenalina, per poter godere dei piacevoli effetti della quale non avrebbe esitato a catapultarsi in sempre nuove imprese, per quanto, tutto ciò, avrebbe potuto essere, non del tutto impropriamente, giudicato un comportamento potenzialmente autolesionista. Tale, tuttavia, ella era… e presumere di poter intervenire a cambiarla, a spingerla in direzione di un diverso approccio, sarebbe equivalso a tentare di sovvertire l’ordine naturale delle cose. Motivo per il quale mai, neppure il suo amato e adorante Be’Sihl, si era riservato di prendere in esame una simile eventualità, di lei innamorato, dopotutto, anche per quel pericoloso aspetto della sua vita, sebbene mai lo avrebbe ammesso apertamente, preferendo, anzi, non negarsi l’opportunità, di tanto in tanto, di lamentarsi, ormai giocosamente ancor prima che concretamente, innanzi alla prospettiva che tutto quello, quella sua continua ricerca di nuove avventure, non avesse a terminare in tempi accettabili.
Correndo attraverso il corridoio centrale del primo container, e poi del secondo, e ancora del terzo, Midda Bontor avanzò, quindi, con moto costante, con passo perfettamente cadenzato e incredibilmente costante, mai accelerando più del dovuto, mai rallentando senza giustificazione, con movimenti tanto controllati, e addirittura ipnotici nell’ipotesi di essere osservati nella loro continuità, da lasciar apparire le sue gambe, e il suo corpo tutto, non più naturale di quanto non avrebbe avuto a dover essere giudicato il suo cromato arto destro, quasi, al di sotto della sua candida pelle, non sarebbero potuti essere individuati muscoli e ossa, quanto altri servomotori non diversi da quelli presenti all’interno di quella protesi tecnologica. Tuttavia, e al di là di qualunque possibilità di fraintendimento, soltanto carne era quella che la contraddistingueva, soltanto carne era quella che la animava, carne che, non per questo, avrebbe avuto a dover essere fraintesa qual meno che straordinaria nella propria perfezione e nella perfezione di quell’incedere, affascinante e coinvolgente qual solo avrebbe potuto essere considerata la corsa di un maestoso, e potente, grande predatore felino.

(episodio precedentemente pubblicato il 28 gennaio 2015 alle ore 7:20)

martedì 22 agosto 2017

2285


Se Duva Nebiria, in tutto ciò, avrebbe potuto essere considerata quasi deliziata dalla situazione; su un altro fronte, in una diversa collocazione spaziale all’interno della nave, un’altra figura non avrebbe avuto a potersi riconoscere dispiaciuta da quanto stava accadendo, condividendo, al contrario, in tutto e per tutto il medesimo entusiasmo di colei che aveva scoperto, nelle immensità siderali, essere prossima a una propria gemella spirituale, un’anima affine con la quale, difficilmente, si sarebbe potuta ritrovare in disaccordo, soprattutto su quel particolare genere di questioni.
Sebbene obiettivamente incuriosita dalla tecnologia propria di quella nuova concezione di realtà che da poco più di un anno aveva scoperto, e che aveva immediatamente avuto occasione di apprezzare non appena, per suo merito, le era stato restituito l’arto destro, e le era stato offerto, addirittura, un braccio così potente da trasformarla, di diritto, in un essere sovrumano; dovendo scegliere, quali alternative, fra restare al seguito di Mars e assisterlo nei propri tentativi volti a riavviare le gondole motore o, piuttosto, accorrere al fianco delle proprie amiche per affrontare qualche minaccia di ignota natura, qualche pericolo ancor da comprendere nella propria entità, Midda Bontor non avrebbe avuto esitazione alcuna. Così come, allora, non ne ebbe, a prescindere da quanto pur il proprio ruolo all’interno dell’equipaggio della Kasta Hamina le avrebbe comunque richiesto di fare, nell’abbandonare repentinamente il buon meccanico per precipitarsi in direzione del proprio piccolo reame a bordo di quella nave: l’armeria… l’unica zona entro i limiti della quale avrebbe potuto riconoscersi non meno responsabile, e sovrana, rispetto a quanto non sarebbe potuto essere il medesimo Mars nella sala macchine, il dottor Ce’Shenn all’interno della sua infermeria o, così come Be’Sihl aveva avuto appassionata conferma, Thaare entro i confini della mensa e della cambusa. E benché, in relazione alle ragioni che, in quel frangente, la stavano allor animando, qualcuno avrebbe potuto giudicare probabilmente inopportuno l’incommensurabile entusiasmo con il quale ella ebbe a riabbracciare la propria lama, quell’antica compagna, quella fedele complice, quell’instancabile amante nei confronti della quale, senza imbarazzo, era solita provare un sentimento non meno sincero e vibrante rispetto a quello che destinava al proprio amato shar’tiagho; semplicemente e spudoratamente menzognero sarebbe stato per lei negare il senso di completezza, e quindi di gioia, che solo avrebbe potuto considerare qual conseguenza del ritrovato contatto fisico con la sua arma, con quella spada in compagnia della quale, fosse dipeso da lei, avrebbe persino dormito, così come, del resto, faceva un tempo, e dalla quale, ciò nonostante, si era sforzata di trovare distacco a bordo della Kasta Hamina, a dimostrazione di una solida volontà di rispetto per le regole vigenti a bordo di quella nave così come, del resto, di ogni passato veliero su cui avesse avuto possibilità di porre piede.
Quella spada bastarda, con una lama di ben quattro piedi di estensione, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta non soltanto, obiettivamente, qual l’arma bianca più imponente presente all’interno dell’armeria della nave ma anche, e senza eccessivo azzardo, una fra le spade più imponenti rispetto a qualunque altra lama in uso entro i confini di qualunque mondo solito a giudicare se stesso qual tecnologicamente progredito. Anche ove, infatti, le armi bianche non avrebbero avuto a dover essere considerate qual vestigia di un passato ormai dimenticato in favore dell’esplorazione spaziale e, soprattutto, di alternative più distruttive, quali armi da fuoco laser o al plasma, nell’essere, al contrario, ancora più che quotidianamente impiegate a ovviare ai rischi derivanti dall’impiego di tali alternative in contesti quali quelli propri dell’interno di una nave spaziale, nonché nell’essere, comunque, riconosciute indubbiamente più efficaci ed efficienti negli scontri a distanza ravvicinata; armi come spade bastarde a una mano e mezza o, peggio, spadoni a due mani, avrebbero avuto a dover essere riconosciute effettivamente scomparse, dimenticate, fosse anche, e semplicemente, per questioni di ingombro e maneggevolezza, tali da rendere preferibile spade dalle dimensioni più contenute, daghe o, addirittura, pugnali. Ragioni, quelle in potenziale opposizione alla propria lama, che mai avrebbero potuto tuttavia trovare il pur minimo interesse all’interno della mente della mercenaria, della sua abitualmente fredda razionalità, che pur, in tal contesto, non avrebbe mai potuto, per alcuna ragione, supporre di prendere in considerazione l’idea di tradire quella propria vecchia amica, compagna di troppe avventure, di troppe battaglie, e a lei legata da un valore affettivo troppo elevato, in favore di una qualsivoglia alternativa, per quanto di più agevole trasporto. Non che, per lei, la propria spada avesse mai rappresentato, invero, una qualche ragione d’ingombro, fosse mai stata associata, neppur fugacemente, all’idea di un peso superfluo.

« Rientriamo in azione… mia cara. » si premurò di avvisarla, nel mentre in cui, con gesti rapidi, agganciava al proprio busto e ai propri fianchi un’imbracatura di sostegno, utile non soltanto per offrire supporto al fodero della propria spada, ma anche ad altri eventuali, possibili accessori, non avendo ragione di disdegnare, accanto alla sua prediletta, l’impiego di qualche novità tecnologica… o, quantomeno, di ciò che per lei non avrebbe potuto mancare di apparire qual una novità tecnologica, fosse anche, per tutti gli altri, qualcosa di noto da decenni se non da secoli.

In quella particolare occasione, al proprio equipaggiamento, ella non si scordò di abbinare alcuni presenti per le proprie compagne, per meglio trasportare i quali valutò opportuno ricorrere a un borsone, all’interno del quale si sbrigò ad accatastare, in maniera sufficientemente ordinata, quanto ritenne idoneo alla sfida che si sarebbero ritrovate ad affrontare, anche partendo dal presupposto, non banale, di non conoscere effettivamente dettagli nel merito di quanto avrebbe loro atteso. E nel mentre in cui il borsone si ritrovò a essere, via via, sempre più completo nelle armi da lei scelte, il capo della sicurezza della Kasta Hamina ebbe anche sufficiente rispetto per il proprio ruolo, per il proprio incarico, per le proprie responsabilità, da rammentarsi, particolare per lei ancor non necessariamente retorico, di prendere contatto con il capitano, ancora una volta ricorrendo all’ausilio dell’interfono.

« Capitan Rolamo. Qui Midda, dall’armeria… » prese parola dopo aver premuto il tasto per aprire la conversazione, subito ritornando al proprio primario impegno nel non voler rischiare di sprecare un istante in più rispetto al necessario, laddove il tempo riservatole per arrivare al luogo dell’incontro non avrebbe avuto a dover essere giudicato illimitato.
« Qui Lange. Parla pure… » esordì la voce dell’uomo, invitandola a proseguire.
« Sono appena stata contattata da Duva e Lys’sh, dal container sei. » spiegò la mercenaria, non dovendosi sforzare, invero, neppure di dover riassumere la questione, dal momento che, quanto a lei noto sino a quel momento, avrebbe avuto già a dover essere considerato un riassunto della faccenda « C’è un qualche problema, ancor non meglio definito, per il quale hanno richiesto il mio supporto. Mi sto accingendo a dirigermi ai container, trasportando con me adeguato equipaggiamento: consiglio, dopo il mio passaggio, di sigillare l’intera sezione di coda per precauzione… »
« Ritieni possa servire supporto…? » domandò il capitano, benché, qualcosa, nel suo tono, trasmise un certo senso di retorica, nell’evidente precognizione di quanto, ella, sicuramente non avrebbe tardato a replicare, da lui già più che perfettamente inquadrata, complice, sicuramente, un carattere sostanzialmente similare a quello della propria ex-moglie.
« Io sono il supporto. » replicò la Figlia di Marr’Mahew, chiudendo il borsone e sollevandolo, senza percezione di affaticamento alcuno, con l’ausilio del proprio destro, in grazia al quale avrebbe potuto trasportare un peso di almeno dieci volte superiore a quello « Una volta raggiunte Duva e Lys’sh, cercherò di comprendere la situazione e farò rapporto. Fino ad allora, limitatevi a sigillare la sezione di coda e a presidiarne il passaggio. »
« D’accordo. » sospirò l’uomo, accettando, evidentemente non senza una certa disapprovazione, quel piano, in assenza di alternative migliori da proporre « Mi tenga informato, Bontor! » concluse poi, passando a un tono più formale, nel quale, forse, suggerire un qualche rimprovero preventivo o, forse, celare una certa preoccupazione al confronto con quanto stava accadendo a bordo della propria nave, purtroppo al di fuori di ogni propria possibilità di controllo.

(episodio precedentemente pubblicato il 27 gennaio 2015 alle ore 7:20)

lunedì 21 agosto 2017

2284


Benché i container non appartenessero, in senso stretto, all’architettura propria della nave, alla sua struttura base, risultando, invero e concretamente, un’espansione della medesima, un’estensione estemporanea annessa alle sezioni della testa e del corpo e intercambiabile, in ogni proprio segmento, all’inizio e alla fine di qualunque viaggio, ad agevolare, in tal maniera, le operazioni di carico e scarico delle merci; nell’esatta misura in cui essi condividevano, con le altre due sezioni della Kasta Hamina, un comune controllo ambientale, godendo delle medesime risorse di ossigeno, oltre che, particolare non secondario, di gravità artificiale, nonché, ovviamente, di una comune copertura di scudi energetici e, ancora, dello sfasamento quantistico utile a garantire all’intera nave possibilità di compiere i propri altrimenti soltanto ipotetici viaggi, essi risultavano, necessariamente, interconnessi a ogni altro sistema proprio della classe libellula, primo fra tutti il sistema di comunicazione interno, costituito, nella fattispecie, da una serie di interfono regolarmente sparsi sia in ogni ambiente della nave vera e propria, sia in ognuno di quei container, seppur in quantitativo proporzionalmente inferiore. In tutto ciò, quindi, anche laddove fisicamente distanti dai propri compagni, dal resto dell’equipaggio, Duva e Lys’sh non avrebbero avuto a potersi considerare del tutto isolate dagli stessi e, al di là dell’allor già accordata necessità volta a ripiegare, fosse anche e soltanto al fine di procurarsi armi adeguate ad affrontare qualunque genere di pericolo le stesse allor attendendo, né l’ofidiana, né, tantomeno, il primo ufficiale, avrebbero potuto trascurare l’imperante necessità di garantire ai propri compagni informazione nel merito di quanto stesse accadendo, affinché, qualunque piega avrebbe potuto prendere quella situazione, i loro compagni non avrebbero mancato di restare adeguatamente aggiornati sui fatti, trascendendo, in tal modo, dalla loro effettiva capacità di riportarli in maniera diretta e, quindi, dalla loro non necessariamente ovvia sopravvivenza.
Nell’esatto istante in cui Lys’sh si ritrovò impegnata ad agire sui portelli stagni di connessione fra il sesto e il settimo vagone di stiva, ad assicurarsi la chiusura dei medesimi e, almeno per il momento, l’ipotetico isolamento del pericolo da lei ravvisato; Duva non perse pertanto occasione di raggiungere il più vicino interfono, per richiedere comunicazione con chi, prima fra tutti, avrebbe avuto a dover essere informata dei fatti, nel suo ruolo di capo della sicurezza: Midda Bontor.

« Qui Duva dal container sei. Midda, mi senti? » richiamò, confidando nel fatto che l’amica non si sarebbe fatta attendere prima di risponderle « Midda… abbiamo un problema. » insistette, non per un qualche personale cedimento a un pur naturale sentimento d’ansia qual avrebbe potuto contraddistinguere il momento, quanto, e piuttosto, per lasciar risultare ancor più evidente l’urgenza di quella chiamata, alla base della quale non avrebbe avuto a dover essere frainteso un semplice desiderio di chiacchiera.
« Qui Midda, dalla sala motori. » confermò la voce della Figlia di Marr’Mahew, in quel frangente risuonando spontaneamente confortante nel provenire dall’altoparlante dell’interfono, anticipando, seppur di poco, l’ulteriore sensazione di piacevole controllo sulla situazione che fu in grado di concedere, con la propria successiva frase « Passo dall’armeria e vi raggiungo. Attendo conferma sul luogo… » dichiarò, lasciando trasparire quanto, dal suo personale punto di vista, interrogativi come “chi”, “che cosa” o “perché” avessero a dover essere riconosciuti del tutto superflui, dal momento in cui, la sua peculiare soluzione, avrebbe avuto a dover essere puntualmente ricondotta al straordinario filo della sua tutt’altro che comune spada bastarda, la quale, benché forgiata in un mondo da tutti loro considerabile qual primitivo, era stata plasmata con tecniche tali da renderla sostanzialmente superiore alla quasi totalità delle lame presenti in quell’angolo di universo e prodotte per merito di tecnologie indubbiamente più avanzate.
« Lys’sh e io stiamo retrocedendo. » la informò il primo ufficiale, per nulla sorpresa dall’efficienza della propria interlocutrice laddove, in caso contrario, non avrebbe avuto alcuna ragione a selezionarla per il ruolo che le era stato riservato « Incontriamoci nella congiunzione fra i container tre e quattro, entro un quarto d’ora. Ricevuto? »
« Ricevuto. » concluse la mercenaria, null’altro aggiungendo alla comunicazione e, anzi, concludendola con quell’ultima, semplice, asserzione, a dimostrazione di quanto, entro i limiti delle sue competenze, non sarebbe stato necessario aggiungere altro per sapere come agire.

E se l’Ucciditrice di Dei non avrebbe avuto necessità di altre informazioni, dal canto loro Duva e Lys’sh non avrebbero avuto necessità di spendere un solo istante di più in quel punto, non laddove la giovane ofidiana aveva, nel contempo, concluso la propria operazione volta a sigillare il settimo vagone, almeno in direzione del sesto e, su quel fronte, del resto della nave, e il secondo in comando della Kasta Hamina aveva già utilizzato, a sufficienza, l’interfono, nella certezza di quanto, informata la propria sorella d’arme, non vi sarebbe stata la benché minima esigenza di aggiungere nulla di più in direzione di qualunque altro membro dell’equipaggio, incluso persino il suo stesso ex-marito nonché capitano: sarebbe stata, infatti, premura della stessa donna guerriero aggiornare Lange nel merito della breve comunicazione intercorsa fra loro e, sebbene nessun concreto dettaglio utile fosse stato sino ad allora condiviso, quella breve comunicazione sarebbe stata utile per permettere, a chiunque a bordo della nave, di essere informato in merito ai termini entro i quali avrebbero avuto a dover agire. Dopotutto, invero, neppure la stessa Duva avrebbe potuto, in quel mentre, vantare una maggiore consapevolezza nel merito delle ragioni alla base di quell’allarme… e, ciò nonostante, nulla di più le era risultato necessario per decidere come agire.
A prescindere da qualunque genere di minaccia potesse aver messo in guardia gli incredibilmente affinati sensi di Lys’sh, quanto essi avrebbero avuto a dover compiere sarebbe comunque stato esattamente ciò che, tutti, si stavano già predisponendo a compiere. E, al di là di ogni pur umana e giustificabile curiosità volta, allora, a domandare lumi alla propria giovane compagna nel merito di cosa avesse avverto; Duva era razionalmente cosciente di quanto, in quel frangente, prioritario sarebbe stato giungere, quanto prima, al luogo dell’incontro fissato con la loro terza sodale, per lì potersi armare e, solo a quel punto, potersi riservare l’opportunità di un unico, collettivo, aggiornamento su quanto avrebbe potuto attenderle, almeno entro i limiti di quello che sarebbe stato loro consentito di conoscere in conseguenza dell’assenza di un effettivo contatto diretto con la minaccia che, speranzosamente, sarebbe rimasta all’interno del container sette, in quieta attesa del loro ritorno.
Solo un ulteriore cenno d’intesa, pertanto, fu quanto intercorse fra le due donne, prima che entrambe riprendessero il cammino, allora mutato in corsa, a ripercorrere i propri passi e a riconquistare, nel minor tempo possibile, il maggior numero di vagoni di stiva. Una corsa non sfrenata, la loro, una corsa non precipitosa né disordinata, quella in cui si impegnarono, nella consapevolezza di non potersi permettere di bruciare scioccamente le proprie energie in una scombinata fuga… non, per lo meno, laddove, presto, lì sarebbero dovute tornare per riprendere il cammino da dove, soltanto estemporaneamente, sospeso, in una ronda di ricognizione momentaneamente interrotta e pur, certamente, non annullata, ma soltanto posticipata e, nel dettaglio, posticipata al momento in cui sarebbero state adeguatamente equipaggiate per affrontare qualunque sfida avrebbe potuto essere loro lì riservato.

« E io che temevo di potermi annoiare, in questo viaggio… » non si negò di sussurrare, quasi un pensiero fra sé e sé, la conturbante Duva, increspando appena le estremità delle proprie carnose labbra in quello che, difficilmente, non avrebbe potuto essere inteso qual un sorriso e, prestando sufficiente attenzione, un sorriso né caratterizzato da ironia, né da sarcasmo, quanto e piuttosto da una sincera soddisfazione, da un forse allor improprio senso di appagamento, laddove, malgrado il pericolo che, in tal maniera, si stava spiacevolmente sommando alla situazione di crisi già in corso a bordo della Kasta Hamina, ella non avrebbe potuto ovviare a considerarsi intimamente soddisfatta innanzi alla prospettiva di una nuova battaglia, di un nuovo combattimento, alla ricerca dell’inebriante, e per lei ormai assuefacente, sapore dell’adrenalina nelle proprie vene.

(episodio precedentemente pubblicato il 26 gennaio 2015 alle ore 7:20)

domenica 20 agosto 2017

2283


Fu, tuttavia, questione di un istante, per il primo ufficiale della Kasta Hamina, rendersi conto di come, in quella particolare occasione, in quel preciso momento, la propria compagna avesse terminato ogni genere di giuoco, in favore del ritorno a un più serio approccio a quanto a loro circostante. In tal senso, per garantire simile consapevolezza, fu semplicemente sufficiente volgere lo sguardo alla propria sinistra, in direzione di lei, a coglierne l’improvvisa, subitanea tensione del viso e, con essa, pupille insolitamente contratte, nel desiderio, nella volontà di escludere, in tal modo, ogni distrazione derivante la propria vista e, di conseguenza, riuscire a carpire ogni possibile segreto celato in quell’ambiente apparentemente tranquillo, ipoteticamente consueto, non più pericoloso di quanto non avrebbero avuto a dover essere giudicati i container già affrontati e ormai dimenticati alle proprie spalle… e che pur, per una ragione ancor da chiarire, la giovane ofidiana aveva allor riconosciuto palesemente qual ostile, qual avverso, qual, per loro, sinonimo di minaccia.
E anche laddove pur, altri, nelle vesti di Duva, avrebbero probabilmente banalizzato simile reazione, giudicandola frutto di qualche abbaglio, forse della stanchezza, o di un’immaginazione troppo vivace, atta a suggerire l’esistenza di antagonisti anche innanzi a uno spazio che, seppur ampio e colmo di casse, avrebbe avuto a dover essere considerato necessariamente vuoto; la donna non esitò neppur per il tempo di un battito di ciglia, a seguito di quel tacito messaggio, ad accogliere quel richiamo alle armi qual necessariamente onesto, indiscutibilmente sincero, non laddove, nel corso dell’ultimo anno, Lys’sh le aveva offerto innumerevoli riprove delle proprie effettivamente straordinarie capacità, a partire da alcuni sensi incredibilmente sviluppati, utili a concederle di spingere la propria coscienza ben oltre i consueti limiti propri di un essere umano. Sebbene non di sangue ofidiano puro, infatti, e, in ciò, priva di una qualsivoglia sensibilità agli infrarossi a differenza di altri esponenti della medesima razza, al contrario, addirittura contraddistinta da una vista, di conseguenza, obiettivamente limitata rispetto anche e soltanto a quella propria delle proprie due sorelle d’arme; la giovane avrebbe potuto altresì vantare, innanzitutto, udito e tatto ben più affinati e, soprattutto, olfatto e gusto geneticamente superiori a quelli di qualunque essere umano. Una combinazione, quindi, di capacità sensoriali assolutamente notevoli e atti a garantirle, all’attenzione di Duva, Midda o chiunque altro a bordo della Kasta Hamina, un sesto senso forse e persino superiore a quello che, dal canto proprio, avrebbe potuto vantare possedere, in contesti squisitamente bellici, la stessa Ucciditrice di Dei.
Proprio il capo della sicurezza del loro equipaggio, così come, parimenti, tanto Duva, quanto Lys’sh avevano già avuto occasione di riprova, a seguito di probabilmente troppi combattimenti, di apprezzabilmente troppe battaglie e di indubbiamente troppe guerre, aveva maturato l’apparentemente sovrumana capacità di muoversi all’interno di un conflitto quasi per inerzia, non abbisognando realmente di elaborare la presenza di una minaccia per ovviare a essa, né, parimenti, necessitando di individuare coscientemente un bersaglio per colpirlo. Non a caso, uno degli appellativi a cui ella era più affezionata, forse l’unico del quale, talvolta, si era spinta a cercar vanto, le era stato attribuito a seguito di una leggendaria vittoria da lei conseguita in opposizione a oltre ottanta sanguinari e crudeli predoni dei mari, allora sistematicamente massacrati per sua mano benché, in tal occasione, sostanzialmente nuda e armata di quella che a seguito sarebbe divenuta la sua consueta spada e di un martello da fabbro, e benché, ancora, lì concretamente priva di qualunque cognizione di sé, nello scoprirsi coinvolta, in tale battaglia, in tanto sanguinario conflitto, appena reduce da un potenzialmente letale naufragio a seguito del quale, svenuta ed estemporaneamente priva di memoria, era stata deposta, dalle onde del mare, sul bianco litorale di quella stessa piccola isola, gli abitanti della quale, da lei salvati, le avevano tributato quel particolare nome: Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra.
A prescindere dall’identità della propria compagna di ventura, quindi, fosse questa la mercenaria oppure la giovane ofidiana, il primo ufficiale della Kasta Hamina avrebbe avuto quindi solide, e già ampiamente comprovate, motivazioni per non porre in dubbio un qualunque segnale di allarme. Ragion per cui, neppure in quel frangente, Duva volle rischiare di avere motivo, a posteriori, di rimprovero o, peggio, di rimorso per eccessiva e pericolosa leggerezza… non, soprattutto, laddove già sufficientemente precarie avrebbero avuto a dover essere giustamente ricordate le loro condizioni correnti.
E per quanto, in tutto ciò, ella avrebbe ben desiderato poter prendere voce e questionare alla ricerca di un maggiore dettaglio in merito a quanto lì stava accadendo, e, ancor più, a quanto, proprio malgrado, ella non stava avendo consapevolezza che stesse occorrendo; la donna mantenne sufficiente autocontrollo da restare in silenzio e attendere, eventualmente, che fosse l’altra a interloquire per prima, nella volontà di non ostacolare l’impegno sensoriale che, in tutto ciò, stava evidentemente investendo alla ricerca di risposte concrete, di una verità inconfutabile. Verità che, certamente, sarebbe stata spontaneamente condivisa non appena fosse stata rivelata… in tutto o, anche e soltanto, in parte.

« Torniamo indietro… e sigilliamo il passaggio fra i due container. » sussurrò, alfine, Lys’sh, suggerendo, fra tutte le ipotesi possibili, forse la sola che Duva avrebbe avuto motivo di temere, laddove atta a definire un pericolo, e un pericolo imminente, di fronte al quale pur non avrebbero potuto garantirsi possibilità di intervento… non in quel preciso momento, quantomeno, nel non essere neppure armate.

Come anche Midda aveva presto scoperto, infatti, le regole abitualmente vigenti a bordo di una nave stellare non avrebbero avuto a dover essere considerate così distanti da quelle altresì proprie di un qualunque vascello marittimo, prima fra tutte la necessità di minimizzare possibilità di spiacevoli incidenti, involontari o meno, nel mantenere un equipaggio armato nei momenti in cui alcuna necessità di dimostrarsi tali avrebbe trovato una qualche giustificazione. In effetti, così come, a bordo di un qualunque veliero del mondo natio della mercenaria, recare seco una spada, un pugnale, o una qualunque altra lama, avrebbe rappresentato, obiettivamente, soltanto un ingombro, soprattutto nel considerare gli spazi sempre e comunque necessariamente contenuti e l’agilità richiesta a qualunque membro di un equipaggio per il compimento del proprio lavoro; anche a bordo di una nave spaziale, girare armati, con lame o, peggio, armi soniche, laser o al plasma, avrebbe avuto a dover essere giudicato soltanto un impiccio, in quelli che, al di là dell’aspetto maestoso di molte navi, avrebbero avuto a dover essere comunque riconosciuti quali interni minimali, nella ricerca di un’estrema ottimizzazione dell’impiego dello spazio a disposizione anche a discapito della comodità. In corridoi stretti, attraverso porte per passare oltre le quali sovente sarebbe risultato necessario anche abbassare il capo, e volte a garantire la massima possibilità di compartimentazione dell’intera struttura in presenza di una qualche, necessariamente letale, falla; improbabile sarebbe stato poter indicare qual agevole il passaggio recando al proprio fianco una qualunque arma bianca, mentre soltanto e semplicemente suicida sarebbe stato ricorrere all’impego di armi da fuoco, laddove, ancora una volta, l’eventualità di una falla nello scafo non sarebbe stata in alcuna misura accettabile, neppure nelle navi di classi più moderne e meglio equipaggiate di quanto, proprio malgrado, non avrebbe potuto vantar di essere la piccola Kasta Hamina, di classe libellula.
Solo un cenno di assenso fu quanto volle riservarsi di proporre, in tutto ciò, il primo ufficiale della nave, subito retrocedendo e cercando, in tal senso, di mantenere il proprio passo quanto più leggero e felpato si sarebbe potuta concedere, nell’offrire evidenza di aver saputo anche interpretare il tacito invito al silenzio che, fra le righe, Lys’sh le aveva rivolto, nel mantenere a propria volta la propria stessa voce prossima a un sibilo appena udibile. Perché qualunque pericolo si stesse lì celando, qualunque avversario avrebbero avuto a dover temere a bordo della loro stessa nave, avrebbe potuto sentirle, avrebbe potuto rendersi conto dell’estemporanea ritirata nella quale entrambe avevano concordato di impegnarsi, e, di fronte a simile scenario, avrebbe potuto ritrovarsi spiacevolmente contrariato, non potendo condividere l’ipotesi di ritrovarsi scomodamente separato dalle proprie potenziali prede.

(episodio precedentemente pubblicato il 21 gennaio 2015 alle ore 23:56)

sabato 19 agosto 2017

2282


« Mia cara… » sorrise il primo ufficiale, in un gesto allor più contraddistinto da dolce premura che da un qualche intento ironico, o peggio sarcastico, nei riguardi della propria interlocutrice, non avendo, del resto, la benché minima ragione per potersi altrimenti rivolgere a lei « … fidati se ti dico che tu puoi essere riconosciuta straordinariamente speciale a prescindere da questioni di ordine meramente estetico. » asserì, appoggiandole delicatamente la mancina sull’avambraccio destro, a dimostrare, in tal senso, complicità con lei « E mi fosse concessa la possibilità di scegliere, sarei ben lieta di poter vantare un retaggio simile al tuo, a discapito di tutti gli sciocchi pregiudizi che ti discriminano all’interno di termini quali chimera o mezzosangue. »

E del tutto onesta, in simile presa di posizione, Lys’sh riconobbe lì essere la propria amica, in tal senso ritrovandosi, oltretutto, priva di qualunque possibilità volta ad accusare sorpresa o stupore per quanto dichiaratole, laddove, mai ella, così come Midda Bontor d’altro canto, aveva fatto segreto, in precedenza, di tanta approvazione nei suoi riguardi, tributandole un giudizio sì positivo, a tratti persino entusiastico, come, in verità, poche volte le era stata offerta opportunità di ascoltare per voce di uomini o donne umane… completamente umane, quantomeno.
Al pari della maggior parte delle razze non umane dell’universo, anche nella storia degli ofidiani, proprio malgrado, non erano mancati episodi di assoluto pregiudizio e accesa avversione, complice, sicuramente, il loro aspetto prossimo a quello di un rettile, di un serpente, innanzi al quale, evidentemente, atavici terrori erano soliti insorgere nelle menti meno aperte e disponibili a un pacifico confronto. Addirittura la stessa Figlia di Marr’Mahew, non senza sincero imbarazzo e rammarico, aveva offerto riferimento a incontri e scontri, occorsi sul proprio pianeta d’origine, con creature non umane che, in maniera ingiustamente arbitraria e, pur, non così difficilmente giustificabile, erano state semplicemente considerate dei mostri e, in quanto tali, esseri malvagi da perseguitare e abbattere alla prima occasione utile. E benché, in tutto quello, la mercenaria non avrebbe potuto produrre prove utili a offrire certezza di quanto, le “bestie” da lei violentemente abbattute nel corso delle proprie imprese, altro non fossero dei rappresentanti di diverse razze, di altre civiltà; un’ammissione di colpa, e una contrita richiesta di scuse, non era mancata, a tempo debito, nei confronti della sua nuova amica, identificata, a titolo generico, qual rappresentante di tutte le razze non umane dell’universo e, anche, del suo mondo di origine.
Innanzi a simile ammenda, poi, Lys’sh non si era negata occasione di minimizzare le possibili colpe della propria interlocutrice, nel ben riconoscere quanto, esattamente come fra gli umani, non tutte le chimere avrebbero avuto a poter essere globalmente riconosciute qual creature pacifiche, desiderose semplicemente di vivere la propria esistenza senza alcun genere di conflitto… un errore comune, quello che avrebbe potuto derivare dall’assunzione di troppo sbilanciate posizioni anti-razziste, con il quale, suo malgrado, anche il buon Be’Sihl aveva avuto immediata occasione di riprova. Nell’essersi trovato, poco dopo il proprio arrivo su Loicare e la propria conseguente separazione forzata dall’amata, ben accolto da un gruppo di canissiani, infatti, l’ex-locandiere aveva maturato un’immediata e assoluta simpatia nei loro confronti, escludendo la possibilità di ricevere il benché minimo danno da qualunque esponente di simile razza: purtroppo, o, forse, per propria fortuna, nell’aver, in ciò, potuto correggere immediatamente il proprio sbagliato assetto psicologico, egli aveva scoperto a proprie spese quanto non tutti i canissiani avrebbero avuto a doversi considerare inoppugnabilmente buoni e altruisti, nel ritrovarsi a essere tradito e letteralmente venduto da una giovane cagnetta che, pur, non aveva poi mancato di pagare pegno per il proprio errore, ovviamente per l’impietoso intervento della mano dell’Ucciditrice di Dei.
Pur non dovendo, quindi, incedere in posizioni inaccettabilmente razziste e, parimenti, neppure in estremismi antitetici, Lys’sh avrebbe avuto a dover essere riconosciuta, dalle proprie amiche e sorelle d’arme, qual effettivamente una figura straordinaria, così psicologicamente come, necessariamente, fisicamente. E in nulla e per nulla, né l’opinione allora proclamata da Duva, né eguali eventualmente prodotte da Midda, avrebbero avuto a potersi considerare facile lusinga allorché sincera espressione di stima e, persino, di un pizzico d’invidia.

« Sei troppo buona con me… » chinò lo sguardo, necessariamente in difficoltà a quell’affermazione, non sapendo neppure immaginare in quali termini poter replicare a tutto ciò « Grazie. » si limitò a dichiarare, offrendo un lieve sorriso.
« Mai stata troppo buona con nessuna! » protestò l’altra, ora reagendo quasi infastidita da quell’ultima asserzione, così come se, in essa, le fosse stato rivolto un qualche genere di insulto « Per favore, non ripeterlo in presenza di altri… o la mia immagine di dura “tutta d’un pezzo” potrebbe risultarne spiacevolmente lesa. »
E Lys’sh, a quel rimprovero, non si negò un’aperta e divertita risata, scuotendo poi il capo, nel cercare di rassicurare la propria sodale a tal riguardo: « Non sia mai! » escluse, con irrefrenabile ilarità « Soprattutto agli occhi del tuo ex-marito che, magari, potrebbe fraintendere tutto ciò come un segno di debolezza da parte tua… »
« … e approfittarne! » puntualizzò Duva, avallando e completando lo scenario ipotetico così propostole, estemporaneamente sforzandosi di non cedere ancora a un’aperta espressione di gioco e di dimostrarsi, in tal senso, seria nelle proprie parole « Che quello è un gran furbone, in misura tale che tu non puoi neppure immaginare. »
« Del resto, almeno una volta è riuscito a fartela. » osservò l’ofidiana, strizzando l’occhio destro in segno di complicità.
« Non credo proprio… » obiettò la prima, corrucciando la fronte a esprimere tutto il proprio diniego innanzi all’eventualità così suggerita dalla compagna « ... deve ancora nascere l’uomo in grado di avere la meglio su di me! » esclamò, con fierezza nelle proprie parole e nella propria postura, mantenendo il capo alto a offrire pratica riprova, in tal maniera, di tutta la propria superiorità fisica e morale.
« Dici?! » suggerì l’altra, socchiudendo maliziosamente gli occhi « Eppure Lange è riuscito a farti diventare sua moglie… almeno per un certo periodo! »
« Eh no! » sollevò la propria destra e, con essa, l’indice della medesima, a richiedere possibilità di intervento immediato in quanto stava venendo argomentato a suo supposto discapito « Non è stato Lange a farmi diventare sua moglie… sono stata io a farlo diventare mio marito! Sia chiaro! »

E, a simile, paradossale ribaltamento della tesi, neppure Duva riuscì a mantenere ulteriormente la serietà nella quale si era ammantata sino a quel momento, scoppiando a ridere e ritrovandosi, presto, accompagnata da Lys’sh, non meno divertita rispetto a lei per la conclusione alla quale, tutto quel loro dialogo, aveva finito per condurre.

Proseguendo, con quel medesimo tenore, in chiacchiere più o meno veniali e facenti proprie l’esplicita volontà di distrarsi contemporaneamente dall’attività che stavano compiendo e, ancor più, dalle ragioni alla base di simile compito, nell’idea di quanto, quello, avrebbe potuto rivelarsi essere il loro ultimo viaggio insieme, l’ultimo volo della Kasta Hamina prima di una prematura e tragica conclusione delle loro vite; le due donne completarono la verifica di un’altra coppia di container prima di giungere, all’inizio del settimo, a potersi ormai considerare indiscutibilmente più prossime alla coda che alla testa della nave.
Fu proprio, però, all’ingresso nella testa del settimo vagone di stiva connesso alla classe libellula, che qualcosa sorprese gli affinati sensi dell’ofidiana, costringendola a un meditabondo arresto.

« Che succede?! » le domandò Duva, bloccandosi accanto a lei e, pur, almeno nell’immediato, non cogliendo la perplessità dell’altra, motivo per il quale non ebbe ragione per ovviare all’ennesima scherzosa provocazione « Sei già stanca all’idea di esplorare le infinite meraviglie che stiamo trasportando? »

(episodio precedentemente pubblicato il 20 gennaio 2015 alle ore 7:20)

venerdì 18 agosto 2017

2281


Per quanto Midda, indubbiamente, rappresentasse per lei una straordinaria occasione di confronto e di complicità con un animo affine, con una gemella mai conosciuta; Duva non avrebbe potuto negare quanto, obiettivamente, avrebbe potuto considerarsi persino più felice per la presenza di Lys’sh a bordo di quella nave, e, di conseguenza, nella sua vita, rispetto a quanto non avrebbe potuto sentirsi di essere nei riguardi della partecipazione della prima a quella loro comune quotidianità. La giovane ofidiana, come aveva imparato ormai ad apprezzare, era infatti in grado di contribuire, a ogni contesto, con uno sguardo ancora squisitamente giovane, non ingenuo o infanti, e pur giovane, fresco, indubbiamente allegro e straordinariamente positivo, caratteristiche trasparenti di un’indole tutt’altro che comune, soprattutto nel considerare quanto, purtroppo, al di là della propria giovane età, ella avesse già vissuto più esperienze negative di quanto molti altri avrebbero potuto accusare di aver affrontato in una vita intera. In conseguenza a tutto ciò, invero, in Lys’sh avrebbe potuto essere individuata una presenza incredibilmente preziosa a contributo della pur già riccamente eterogenea varietà rappresentata dai membri dell’equipaggio della nave, al contempo capace di agire, e agire con incontrovertibile efficacia in qualunque genere di contesto bellico, e, d’altra parte, di offrirsi qual un’amabilmente piacevole compagnia in qualunque altro momento, come in quello stesso frangente, nel quale, senza facili pudori, si stava offrendo genuina e spontanea in ogni proprio gesto, in ogni propria parole, in ogni proprio pensiero.
Volendo ricercare un’adeguata misura di paragone, là dove la Figlia di Marr’Mahew rappresentava per Duva una perfetta gemella, con la quale essere certa di condividere, a priori, ogni genere di emozione, desiderio, pulsione e pensiero, e nella quale essere certa di poter trovare, in qualunque momento, una complice perfetta per ogni propria avventura; la giovane ofidiana si poneva più prossima a una sorella minore… non nell’intendimento volto a richiederle di proteggerla o educarla, quanto e piuttosto in un’interpretazione utile a concederle più facili possibilità di svago per quanto, alla base, offrendole ancora una volta una figura comunque affine, nella quale potersi riservare una totale occasione di fiducia e, all’occorrenza, una non meno valida compagna di ventura.

« E’ un peccato che la nostra permanenza su Loicare non sia stata propriamente… tranquilla. » osservò il primo ufficiare, offrendo riferimento ai fatti propri del loro ultimo, significativo, scalo su un pianeta « Laggiù conoscevo un paio di luoghi che ti avrebbero costretta a rivedere drasticamente il tuo concetto di centro commerciale… in positivo, intendo. Molto in positivo. » commentò, volendo contribuire, a modo suo, a quell’estemporanea frivolezza e, in effetti, non potendosi negare un certo dispiacere di fondo nel non aver potuto approfittare di alcuna stagione di saldi in quell’ultimo ciclo, visto e considerato quanto era accaduto.
« Visto e considerato quanto è accaduto… » rispose Lys’sh, offrendo riprovare di essere in grado di cogliere in maniera incredibilmente precisa lo stato d’animo della propria interlocutrice e, con esso, anche il flusso dei suoi pensieri per così come non apertamente condivisi « … e visto quanto nessuna fra noi sia propriamente al culmine delle simpatie dell’omni-governo o dell’accusatore Pitra Zafral… » soggiunse e precisò, in riferimento ai precedenti giudiziari, invero irrisolti, che avevano visto lei, Duva e Midda riunite in un carcere lunare con imputazioni di diversa entità « … sono certa che qualunque eventuale offerta ci sarebbe potuta essere riservata in quei luoghi non sarebbe stata comunque sufficientemente vantaggiosa, per noi. » sorrise e minimizzò, stringendosi fra le spalle.
« Inconfutabile. » annuì l’altra, accennando appena a una risatina, lasciando correre la propria immaginazione a delineare il quadro potenzialmente rappresentato dal loro ingresso in un centro commerciale e dalla successiva caccia all’uomo che, entro quelle mura, sarebbe immancabilmente iniziata, offrendo loro una ben diversa occasione ricreativa rispetto a quella che avrebbero potuto sperare di riservarsi all’interno di una simile struttura « Sebbene, anche così, ci saremmo probabilmente divertite… » ammiccò, conscia di quanto quel suo particolare concetto di divertimento non sarebbe stato sgradito alla compagna così come, sicuramente, sarebbe poi risultato all’attenzione del loro capitano, il quale non avrebbe ovviato a rimproverarle… e a rimproverarla, per l’accaduto, partendo dal non poi così assurdo presupposto di quanto, da parte loro, tale tafferuglio, sarebbe stato volontariamente ricercato all’unico scopo, per l’appunto, di soddisfare la propria brama di svago.
« Innegabile. » concordò l’ofidiana, annuendo a quella prospettiva « Ciò nonostante, almeno una volta, dovremo impegnaci seriamente in un giro per negozi: non tanto per noi, quanto e piuttosto per la nostra cara Midda. » propose, subito dopo, a non escludere del tutto l’eventualità rappresentata da un giro in un centro commerciale animate da un esplicito intento rivolto allo spendere crediti in abbigliamento, accessori e quant’altro « Potrei sbagliarmi… ma non credo che sul suo mondo quello del grande magazzino sia un concetto comunemente diffuso. »
« No… in effetti anch’io non credo. » commentò Duva, dopo una rapida riflessione a tal riguardo, provando a proiettare l’immagine propria di quanto per loro quantomeno comune in un contesto qual quello suggerito dalle descrizioni della mercenaria nel merito del proprio mondo e delle dinamiche lì vigenti, non riuscendo, obiettivamente, a lasciar collimare i due concetti in alcun modo « E probabilmente è anche per questa ragione che Midda è, probabilmente, la donna meno vanitosa con la quale abbia mai avuto a che fare in tutta la mia esistenza… » argomentò in coda, spostando quel momento di chiacchiere attorno alla loro comune amica, alla loro nuova sorella « Diamine: avessi io la metà del suo davanzale, indosserei sempre delle scollature così profonde da mostrare l’ombelico… e non che, abitualmente, io mi risparmi in tal senso. »
« Invidi il suo seno…?! » trattenne, a stento, evidente ilarità, a quel commento così indirizzato nei riguardi del loro capo della sicurezza.
« Quel seno per una donna della sua età, poco più della mia, oltretutto, che proviene da un mondo totalmente privo di qualunque genere di consapevolezza medica… figurarsi, quindi, della più banale idea di chirurgia estetica?! » esplicitò l’altra, sgranando appena gli occhi e alzando le mani innanzi al proprio seno a mettere in evidenza la palese differenza di proporzioni esistente fra loro « Certo che invidio il suo seno. E anche i suoi glutei, le sue labbra e tutto il resto! » ammise, senza tentare di dissimulare tale emozione « Che poi sarei disposta a morire piuttosto che ripeterlo innanzi a lei, è un altro paio di maniche. Ma, credimi, solo una sciocca non invidierebbe Midda per quello che è… »
« Devo ammettere che la mia natura ofidiana mi rende in parte difficile esprimere giudizi nel merito della vostra bellezza, partendo da parametri di giudizio diversi dai vostri… ciò non di meno, e non per riservarti lusinga, non credo che neppure tu sia tanto male sotto un profilo di natura estetica. » obiettò Lys’sh, in tal senso, sinceramente, ben distante dal potersi considerare animata da un qualche intento consolatorio nei riguardi dell’interlocutrice, così come, anche, esplicitamente annunciato.
« Ti ringrazio… » annuì appena Duva, non rifiutando quel complimento, soprattutto ove rivoltole con tanta palese genuinità « Però… per quanto io non sia una che, abitualmente, indulge eccessivamente nell’uso e nell’abuso di trucchi estetici e simili, non posso evitare di pensare a quanto sicuramente più accattivante sarebbe in grado di apparire la nostra amica, se solo si concedesse qualche piccolo accorgimento. » continuò poi, con una nota di apparente dispiacere nella propria voce, come se, quella questione, avesse a riguardarla personalmente « Anche se, probabilmente, è anche questo aspetto di lei che la rende così speciale: essere in grado, sempre e comunque, di accettarsi per quello che è, senza in alcun modo volersi sforzare per appagare eventuali pretese estetiche da parte di coloro che la circondano. »
« Ehy… anche io non uso alcun genere di trucchi per essere la splendida donna che sono! » protestò l’ofidiana, fingendosi, giocosamente, offesa per la più totale mancanza di considerazione che le era, in ciò, stata riservata a opera della controparte « A questo punto, il fatto di essere speciale vale anche per me… vero?! »

(episodio precedentemente pubblicato il 19 gennaio 2015 alle ore 7:20)

giovedì 17 agosto 2017

2280


A differenza di Midda, che, pur non avendo avuto pregresse esperienze a bordo di astronavi, aveva vissuto per anni qual marinaio e marinaio nel senso più classico, più puro, più originale del termine, in riferimento alle vaste e incontaminate distese di mari e oceani, all’interno del per lo più inesplorato territorio dei quali non avrebbero avuto a dover essere considerati meno pericoli rispetto alle allor raggiunte infinità siderali; e persino a differenza di Be’Sihl, che, non potendo vantare una storica confidenza né con lo spazio né con gli oceani, non si era pur negato, in quegli ultimi anni, anche e soprattutto in conseguenza al rapporto con la propria amata, occasione per maturare una neppur minimale dimestichezza con la vita all’interno di un equipaggio, in tutte le proprie regole non scritte, in tutte le proprie probabilmente universali convenzioni, nell’essersi ritrovato, anche privo di concreto entusiasmo, a doversi confrontare a propria volta con il mare e le sue peculiari leggi; per Har-Lys’sha, quella offertale sulla Kasta Hamina avrebbe avuto a dover essere pur riconosciuta quale la prima, inedita ed effettiva opportunità di vita su una nave. Una scommessa, una sfida, un balzo nel vuoto, il suo, che, in conseguenza a tutto ciò, avrebbe potuto rivelarsi potenzialmente disastroso e che pur, almeno fino a quel momento, per lei avrebbe avuto a doversi considerare qual una partita, o, più precisamente, una partita d’esordio, straordinariamente vinta.
Se l’incontro fra Lys’sh, Midda e Duva era stato, obiettivamente, conseguenza di una sequenza di fortunate circostante che avevano permesso a quelle tre, tutt’altro che comuni, figure femminili di entrare a contatto, di stabilire un rapporto e, su piani paralleli, un’alleanza e un’amicizia; la sorellanza che, da tutto ciò, era derivata, non avrebbe potuto che essere attribuita, nei propri meriti, all’impegno di tutte e tre in tal senso, incominciando, invero, anche e soprattutto dalla giovane ofidiana: questa, infatti, non priva di un’evidente lungimiranza, aveva voluto fin da subito investire tempo e risorse in quelle ipotetiche compagne, potenziali complici, fino ad accettare di porre in giuoco il proprio futuro accanto a loro… così come, del resto, le altre due donne non avevano dimostrato esitazione a compiere nel momento in cui si erano inizialmente precipitate in suo soccorso in occasione di un possibile pestaggio, se non, direttamente, omicidio, in un cunicolo sperduto delle miniere-prigione entro le quali tutte e tre erano state deportate e incarcerate. A quella prima, estemporanea, battaglia, a quella sfida che, per il Fato, era stato evidente pretesto allo scopo di assemblare una tanto efficace squadra, erano, subito dopo, seguite rapidamente molte altre, nel corso di ognuna delle quali era stata possibilità, una volta per Duva, un’altra per Midda e, ancora, per Lys’sh, di dimostrare il proprio valore e di agire a indomito soccorso e sostegno delle proprie sorelle.
Nel confronto con tutto ciò, benché palesemente il capitano della Kasta Hamina avrebbe preferito ovviare ad accogliere nuovi membri nel proprio equipaggio e, in particolare, due figure tanto particolari quali quelle di una guerriera mercenaria qual la Figlia di Marr’Mahew, oppure qual la giovane ofidiana, colpevole, proprio malgrado, di rammentargli il brutale assassinio della propria prima sposa semplicemente in quanto non umana; né egli, né altri, avrebbe potuto separare quanto era stato unito. Così come, d’altro canto, per alcuna ragione, la stessa Lys’sh avrebbe potuto rinunciare all’occasione lì offertale per ritrovare, in quello stesso equipaggio, una nuova famiglia, nuovi fratelli e sorelle volti a colmare il vuoto lasciato nel suo cuore dall’ancor più brutale massacro della propria famiglia per mano di un folle genocida di nome Kirthar Voor Lonnegerth o, più semplicemente, Nero, come egli preferiva farsi chiamare.
Con buona pace per il buon capitan Rolamo, in quegli ultimi mesi Lys’sh si era integrata alla perfezione all’interno dell’equipaggio, riuscendo, pur priva di un incarico specifico qual quello che era stato assegnato all’Ucciditrice di Dei, a adempiere alla perfezione a qualunque compito le fosse stato destinato, con perizia, con impegno e, dettaglio non banale, con umiltà utili a permetterle di entrare immediatamente nel cuore di tutti coloro a lei circostanti giocando un ruolo persino più importante, in tal senso, di tutto l’indubbio carisma e l’incontenibile fascino proprio, accanto a lei, del nuovo capo della sicurezza della nave. E in merito al fatto che ella fosse un’ofidiana, così come non avrebbe potuto celare neppure volendo, in conseguenza alle proprie fattezze sì femminili, e pur incontrovertibilmente rettili, per nessuno si era dimostrato essere motivo di imbarazzo. Al contrario: comprovando la propria più totale assenza di qualunque forma di pregiudizio razziale, Mars Rani non aveva rinunciato a offrire sfoggio di tutto il proprio repertorio per cercare di conquistarsi i favori di Lys’sh in misura persino più esplicita di quanto non avesse tentato di fare nei confronti di Midda, verso quest’ultima limitandosi a banali ammiccamenti, a qualche battuta ardita e pur nulla più, mentre, nei confronti della prima, giungendo a suggerire l’ipotesi di un vero e proprio appuntamento. Possibilità che la giovane non aveva precipitosamente escluso, senza pur, almeno fino ad allora, esplicitamente impegnarsi in alcun modo.
Anche in quell’ultima occasione, a fronte di quell’ultima richiesta rivoltale, coerentemente con quanto aveva sempre compiuto sino ad allora, Lys’sh volle dimostrarsi oltremodo dedita alla prospettiva di esplorare l’estesa sezione di coda della nave, affrontando con entusiasmo quanto, parimenti, accanto a lei, non si stava impegnando a dimostrare il primo ufficiale. In verità, comunque, più che l’approccio quasi annoiato di Duva, ben giustificabile sarebbe stata la curiosità propria dell’ofidiana, soprattutto in considerazione a quanto, almeno lì, stava venendo loro concessa una concreta opportunità di distrazione…

« Lo ammetto: pur ormai vivendo quotidianamente a bordo della Kasta Hamina, tendo a dimenticare quanto, effettivamente, sia vasta… » si confidò con l’amica, osservandosi attorno con massima attenzione, quasi, attorno a loro, avessero a considerarsi incantevoli paesaggi, allorché una serie sconfinata di casse di ogni forma e dimensione, pur ordinatamente stoccate lungo diverse corsie e su diversi ripiani, all’interno del vasto container nel quale entrambe avevano sospinto i propri passi, a proseguire nella loro azione di controllo.
« Beh… tecnicamente parlando la nave non è poi così grande. » puntualizzò Duva, non tanto nel desiderio di subentrare in contrasto all’opinione così riportata, quanto e piuttosto di stimolare quel dialogo, per lei, allora, possibile occasione di distrazione da quanto, al di là di ogni altra considerazione, difficilmente avrebbe potuto ritenere un lavoro esaltante « Ad ampliarne, almeno in apparenza, le dimensioni, tuttavia, collabora sicuramente la coda, attualmente costituita da ben undici container come questo. »
« Dettagli… » minimizzò l’altra, scuotendo appena la testa e stringendosi, nel contempo di ciò, fra le spalle, a meglio esplicitare quanto, personalmente, quell’ultima opinione avrebbe avuto a doversi considerare espressione di un formalismo per lei del tutto irrilevante, nel ritrovarsi naturalmente più rivolta alla sfera emotiva dell’intera questione ancor prima che a qualche pignoleria di natura tecnica « Cioè… diamine! Anche ammesso di ritrovarci effettivamente bloccati all’interno di questo campo di radiazioni per qualche settimana, e di decidere di impegnarci ad aprire qualcuna di queste casse, potremmo spendere un mese intero soltanto per… boh?!... questa singola corsia, probabilmente. »
« Personalmente non penso che ci impiegheremmo così tanto tempo. » obiettò la prima, arricciando e contraendo appena le labbra sul fronte destro, a dimostrare un intento riflessivo nel merito di tale stima, pur senza poi sbilanciarsi in una propria valutazione, nel preferire rigirare la questione sotto un diverso punto di vista indubbiamente più condivisibile « Ma… ti dirò: spero proprio di non ritrovarci a scoprire chi fra noi possa avere effettivamente ragione! »
« Ovviamente. » annuì Lys’sh, pur, un istante dopo, soffermandosi per un istante nuovamente su tale ipotesi, e lasciando trasparire, quasi, una certa delusione all’idea di non potersi impegnare, realmente, in tal senso « Capisco come, per te, questo sia solo un altro viaggio come molti, e capisco anche che, probabilmente, fra qualche anno, anche per me questo genere di quotidianità potrebbe risultare meno accattivante di quanto, ora, non appaia… ma... ora come ora, non riesco a non provare folle curiosità nei confronti di tutte queste casse, di tutta questa merce che stiamo trasportando da un lato all’altro della galassia. » ammise, non frenata, in tale asserzione, da alcun genere di imbarazzo, né di timore per l’eventualità di un imbarazzo, in una predisposizione psicologica di assoluta apertura nei riguardi della propria interlocutrice « Cioè… diamine! » si ripeté « Dipendesse da me, probabilmente, starei già frugando a destra e a manca, come in un centro commerciale in stagione di saldi! »

(episodio precedentemente pubblicato il 14 gennaio 2015 alle ore 23:22)

mercoledì 16 agosto 2017

2279


La tensione che seguì a quel confronto, a quella non particolarmente velata minaccia da parte della donna nei confronti del proprio ex-marito, fu tale che, chiunque altro avesse trovato occasione di presenziare a tale dialogo avrebbe chiaramente avvertito un improvviso calo a picco della temperatura che, dal clima quietamente temperato abitualmente proprio di quegli ambienti, si ritrovò pericolosamente prossimo a una soglia di congelamento. Se, infatti, il capitano Rolamo si era espresso in termini più che decisi e del tutto inappellabili; il suo primo ufficiale non era stato da meno… in direzione radicalmente contraria, totalmente opposta, indiscutibilmente antitetica. E a fronte di due posizioni poste, in tal maniera, una agli antipodi dell’altra, persino l’aria, attorno a loro, parve arrestarsi, nel timore di potersi sbilanciare su un fronte o su quello opposto e, in tal maniera, involontariamente offrire l’erronea evidenza di star esprimendo un voto a favore dell’uno o dell’altro, eventualità in sola conseguenza alla quale, ineluttabilmente, non avrebbe potuto che conseguire un quantitativo sgradevolmente elevato di problemi, quali avrebbero avuto a essere descritti in termini eufemisticamente moderati nel non definirli, più esplicitamente, quali vere e proprie rogne.
In merito all’identificazione di Duva Nebiria qual donna e guerriera, non diversamente dalla sua mancata gemella, dalla Figlia di Marr’Mahew, ben pochi dubbi avrebbero potuto essere sollevati. Se, infatti, la sublime femminilità caratteristica della seconda in comando della Kasta Hamina avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual palese, con un corpo alto e slanciato, con un piacevole viso a forma di cuore, con morbide labbra carnose, con una coppia di seni sodi e maturi, tondi, non eccessivi nelle proprie dimensioni ma neppur trascurabili, con fianchi perfettamente delineati e glutei degni d’ogni ammirazione, anche in considerazione dei suoi ormai compiuti quarant’anni; la pericolosa combattività della stessa avrebbe avuto a dover essere egualmente distinta in una muscolatura energicamente guizzante al di sotto della sua bruna epidermide, al di sotto della coppia di tatuaggi tribali, apparentemente impressi attraverso oro puro, lungo entrambe le sue braccia, al di sotto di un ventre piatto e di gambe straordinariamente scolpite, così come nei suoi capelli castani, composti, similmente a Be’Sihl, in una cascata di fitte, e lunghe, treccine, mantenute saldamente legate dietro al capo, per non ostacolarne in alcuna misura la libertà di movimento, ma, ancor più, nei suoi occhi, in una coppia di gemme castano chiare, quasi gialle, in termini tali da richiamare, quasi, l’elemento dorato dei suoi tatuaggi, contraddistinti da fierezza e fermezza difficilmente equivocabili e, ancor più difficilmente, banalizzabili nei propri valori, nella propria importanza. Nel confronto con quegli occhi, non diversamente che innanzi a quelli color ghiaccio dell’Ucciditrice di Dei, chiunque non avrebbe potuto ovviare ad avvertire un certo disagio, benché, paradossalmente, non sarebbe neppur mancata un’innegabile attrazione, probabilmente non sì diversa da quella che una falena avrebbe potuto provare nei riguardi della luce emessa dalla fiamma di una candela, per essa minaccia di morte e, ciò non di meno, traguardo d’incontrollabile brama.
Tuttavia e ciò non di meno, quegli occhi dorati non avrebbero avuto, lì, a doversi considerare privi di una degna controparte laddove, in sua formidabile contrapposizione così come, un tempo, in suo ancor più straordinario complemento, anche Lange Rolamo avrebbe avuto a dover essere palesemente riconosciuto qual uomo e guerriero, con imperscrutabili gemme nere, al centro del proprio volto, all’interno delle quali troppo facile sarebbe stato smarrirsi per sempre, tanto in termini appassionatamente romantici così come in un’interpretazione decisamente meno accattivante se non, più precisamente, addirittura letale. In riferimento a un discorso di mera mascolinità, benché oltre mezzo secolo di vita vissuta avrebbe avuto a dover essere considerato per lui gravante sulle proprie spalle, tutt’altro che di improponibile apprezzamento sarebbe stata la ragione per la quale ben tre matrimoni avessero costellato la vita del capitano della Kasta Hamina, tutti e tre, in particolare, coinvolgenti, quali controparti, donne di inappellabile beltà: con una folta chioma di capelli che alcuna ipotesi di calvizie sembrava poter prendere in considerazione, e un’egualmente folta barba a completamento di quella cornice brizzolata; egli faceva sfoggio di un viso appena intaccato dai segni dell’età sulla propria chiara pelle, e caratterizzato, altresì, nelle proprie forme, nelle proprie proporzioni, nei propri zigomi, da una virilità disarmante e da un energico fascino, che mai avrebbero potuto restare inosservati allo sguardo di una donna, fosse anche di trent’anni più giovane rispetto a lui, al pari della sua attuale sposa, che alcuna ragione avrebbe avuto per disdegnarlo nei confronti, altresì, di un più giovane candidato. E se tale era il suo volto, il suo corpo nulla avrebbe mai cercato di nascondere di una palese indole guerriera benché, a differenza di Duva, nel suo passato non avrebbe avuto a poter essere identificata una qualche esperienza esplicitamente militare: membra forti, muscoli visibilmente vigorosi, spalle ampie e un largo petto era quanto immediatamente risultava evidente in lui, una prestanza fisica da lui curata quotidianamente, attraverso costante allenamento, e che in alcuna misura avrebbe potuto essere giudicata riprova di un’indole pigra, di uno stile di vita domestico… giacché, anche laddove, in apparenza, egli era solito rivolgere rimprovero alle imprudenze avventurose della propria ex-sposa, in alcuna occasione, concretamente, si era ritratto di fronte all’esigenza di intervenire egli stesso, schierandosi puntualmente in prima linea, davanti a qualunque membro del suo equipaggio, nell’essere pronto, ove necessario, persino a dare la vita per tutelare e proteggere ognuno fra loro.
Contrari, opposti, antitetici, pertanto, Duva e Lange avrebbero avuto a dover essere ipoteticamente considerati, soprattutto nelle proprie posizioni, nelle proprie idee, nei propri principi e nelle proprie aspettative, e pur, immancabilmente prossimi, straordinariamente vicini, ideale complemento l’uno dell’altra: una irrisolvibile maledizione, la loro, che aveva preteso la conclusione del loro matrimonio e che pur, mai, li aveva riconosciuti realmente in grado di separarsi, di chiudere in maniera definitiva il loro rapporto, nel ritrovarli essere, ancora paradossalmente, l’uno accanto all’altra, contraddistinti dai medesimi contrasti e dalle eguali complicità che pur avevano contraddistinto ogni singolo giorno della loro vita quali marito e moglie.
In relazione a tutto ciò, per quanto straordinariamente facile sarebbe stato lì, per il capitano della Kasta Hamina, lasciar precipitare la tensione propria di quella parentesi di reciproco antagonismo in un aperto conflitto, fu quello il suo turno, la sua occasione, per impegnarsi in un gesto di riconciliazione, non riuscendo a trovare, malgrado tutto il proprio orgoglio, una concreta, reale motivazione utile per dichiarare guerra alla propria irriverente, irrispettosa e indisciplinata ex-moglie, alla quale, per quanto non lo avrebbe mai ammesso, sapeva di essere ancora profondamente, e indissolubilmente legato in maniera così salda, così forte, che forse, a doversi concedere vittima di un qualche sentimento di gelosia avrebbe avuto a essere la giovane Rula ancor prima rispetto alla propria predecessora. Una scelta di distensione, la sua, che, invero, se allor non fosse da lui derivata, a breve sarebbe immancabilmente stata proposta, sul fronte opposto, dalla stessa Duva, per ragioni a lui del tutto identiche e in nome di un sentimento che, ancora una volta, mai avrebbe accettato di riconoscere apertamente e che, ciò non di meno, ancora e incontrovertibilmente la legava al proprio insopportabile ex-marito.
Fu così, quindi, che Lange Rolamo esplose, in maniera del tutto inaspettata, in una vigorosa risata, per permettere una migliore eruzione della quale, persino, spinse il capo all’indietro, allungando il collo e la gola, entrambi, in ciò, quietamente e fiduciosamente offerti alla controparte, nella certezza di quanto mai, da lei, sarebbe potuta per lui derivare, comunque, occasione di danno…

« Oh… sì. » annuì subito dopo, non placando la risata ma, intervallata alla medesima, riservandosi occasione di argomentazione a riguardo di tale ilarità « Sono certo che ne saresti capace, ponendoci tutto l’impegno e il tempo necessari fosse anche l’ultima cosa che ti fosse concessa possibilità di compiere. » spiegò, in riferimento alla minaccia appena rivoltagli « E dal momento in cui, obiettivamente, sono affezionato alla mia barba e non ho desiderio di ritrovarmi a essere depilato per effetto delle tue affettuose premure… direi che per questa volta ci siamo più che chiariti. » concluse, offrendole un particolare genere di sorriso a cui, raramente, concedeva occasione utile per comparire sul proprio volto « Uno a uno. E palla al centro, mia cara. »

(episodio precedentemente pubblicato il 13 gennaio 2015 alle ore 7:20)

martedì 15 agosto 2017

2278


Riconoscendo qual proprio obiettivo quello di irritare il proprio ex-marito, Duva avrebbe potuto riconoscersi più che pienamente soddisfatta da quanto, in tal maniera, ottenuto: un risultato a dir poco esemplare, per ottenere il quale si era dovuta limitare a sfiorare l’argomento Rula Taliqua.
Ciò non di meno, quel gioco, in una certa misura, le si era anche ritorto contro e, di questo, ella non avrebbe potuto in alcun modo considerarsi né soddisfatta, né appagata, né, tantomeno, felice. E, simile contraccolpo, non avrebbe avuto a doversi riconoscere, banalmente, nella placida sfuriata appena occorsa da parte di Lange, evento con il quale ella non avrebbe avuto il benché minimo problema a scendere a patti, nell’aver, del resto, affrontato discussioni decisamente più animate con lui; quanto e piuttosto, a suo discapito, avrebbe avuto a doversi considerare, molto più semplicemente, la passionale animosità proposta da parte dello stesso capitano a tutela della propria attuale sposa, a sua difesa da un semplice, e a suo avviso persino innocente, scherno. Benché, infatti, fosse stata ella stessa la prima ad aprire, obiettivamente, le ostilità, nel riferirsi a Rula quale a una ragazzina di ben misero conto, Duva non si sarebbe attesa, da parte del proprio ex-sposo, tanta fermezza nel proteggerla, quasi, ella stessa, potesse rappresentare per la sua giovane nuova moglie una minaccia. Una reazione forse giusta, o forse eccessiva, quella dell’uomo, che non avrebbe potuto ovviare, suo malgrado, a colpirla e, forse, persino a ferirla, nel verificare quanto, ormai, ritrovandosi eventualmente costretto a scegliere fra l’una e l’altra, questi non avrebbe avuto alcuna esitazione ad abbracciare la causa della propria attuale compagna.
Non che, invero, Duva si sarebbe potuta attendere nulla di diverso, né, ovviamente, avrebbe potuto pretendere nulla di diverso… ma, ciò nonostante, comunque evidenza di una realtà di non indolore accettazione da parte sua, al di là di ogni possibile considerazione sulla reciproca consensualità del loro divorzio.

« Nessuna novità degna di nota, purtroppo. » riferì alfine, dopo essersi schiarita la voce, nell’essersi ritrovata, suo malgrado, per un istante con la gola secca « Mars è ancora al lavoro per riuscire a individuare una soluzione al problema e Midda si è offerta in suo supporto nel caso potesse essergli utile della bassa manovalanza giacché, ovviamente, non può vantare alcuna pregressa esperienza tecnica. » iniziò a elencare, nell’aggiornare il suo capitano nel merito della situazione corrente « Thaare e Ragazzo stavano completando l’inventario delle scorte alimentari e, a quanto ho inteso, Be’Sihl desiderava cercare di rendersi a sua volta utile in tal senso. »
Senza intervenire, Lange accolse in attento silenzio quel rapporto, riabbassando la mano prima sollevata fra loro, a dimostrazione, forse, di un desiderio di distensione.
« Il dottore, dal canto suo, sta completando un similare controllo nella propria infermeria. » continuò ella, con voce quanto più possibile fredda e distaccata « Lys’sh mi sta aspettando per riprendere la verifica dello stato dei container: abbiamo completato il controllo dal primo al quarto e ce ne aspettano altri sette verso poppa. » concluse, avendo in tal censimento, in effetti, già compreso l’intero equipaggio, con la sola eccezione del capitano e, ineluttabilmente, della sua sposa, quest’ultima, allora come abitualmente, non impiegata in alcuna mansione all’interno della Kasta Hamina.
« Bene… » annuì Lange, al termine di quel conciso elenco « Lascia Be’Sihl insieme a Thaare e prendi anche Ragazzo, oltre a Lys’sh, per terminare quanto prima la verifica di tutto il carico. » suggerì o, in effetti, comandò, nel rivolgersi al proprio primo ufficiale nel merito dell’organizzazione dei ruoli « Nell’ipotesi che Mars riesca a trovare una soluzione per tirarci fuori da qui, non possiamo permetterci di giungere a destinazione con della merce rovinata… o questo viaggio sarà stato del tutto vano e ci ritroveremo indebitati oltremisura. » evidenziò, non dimentico di quanto, alla base della loro quotidianità, avesse a doversi riconoscere un’attività di tipo commerciale, così come la loro stessa nave, un cargo di classe Libellula, non avrebbe mancato di rendere più che palese « In caso contrario, quella merce potrebbe comunque rappresentare, per noi, la differenza fra la sopravvivenza o la morte… ragione per la quale, assicurarci che sia tutto in regola nei container, ha da considerarsi un’attività di primaria importanza. »

Duva tacque. E si impegnò con tutta se stessa per mantenere tale laconicità, laddove, proprio malgrado, nulla di quanto Lange aveva asserito in quell’ultima, retorica digressione, avrebbe avuto a doversi considerare per lei qual qualcosa di nuovo, sconosciuto o impensato. Al contrario, la combinazione fra la più totale assenza di contenuti degni di nota, nelle parole da lui pronunciate, e il tono con il quale egli si stava allor impegnando a relazionarsi con lei, avrebbe avuto a doversi riconoscere quantomeno lesivo della sua dignità e della sua persona.
Che Lange stesse agendo in tal maniera senza effettiva cognizione di quanto e di come stesse allor parlando o, difficile stabilire se meglio o peggio ancora, che egli stesse, in tutto ciò, agendo a titolo di rivalsa per quanto da lei prima pronunciato; non avrebbe avuto, obiettivamente, particolare valore né, nell’uno o nell’altro caso, avrebbe potuto deporre a suo favore. Ciò non di meno, purtroppo, alla donna non sarebbero potute essere offerte molte opportunità d’azione, escludendo l’ipotesi volta a scegliere di prenderlo, allora e direttamente, a schiaffi, in termini utili a rammentargli quanto sicuramente il loro matrimonio avrebbe avuto a doversi riconoscere concluso da anni, ma quanto, parimenti, egli non avrebbe potuto permettersi di rivolgersi a lei in simili toni, non avendo, lì, a che fare con un semplice secondo in comando come tanti altri, ma con lei… ella che mai e poi mai avrebbe perdonato chi avesse scelto di rivolgersi al proprio indirizzo con tale arroganza e supposta superiorità.
E, in fondo, Lange non avrebbe potuto far rivalere, sul capo della propria ex-moglie, neppure il proprio grado di capitano, laddove tale avrebbe avuto a doversi riconoscere soltanto in conseguenza a un accordo fra loro, entrambi comproprietari in parti eguali della nave, atto a concedere al primo la responsabilità che, pur, meglio di chiunque altro sarebbe stato in grado di gestire e alla seconda, d’altra parte, la libertà d’azione che ella più avrebbe desiderato possedere, e che, nelle vesti di capitano anziché in quelle di primo ufficiale, non si sarebbe potuta sempre permettere.

« C’è altro…?! » questionò l’uomo, dimostrando la volontà di poter concludere, quanto prima, quel loro breve incontro.

Per un ulteriore istante Duva tacque. E, ancora una volta, si sforzò con tutte le proprie energie per mantenere quel silenzio e per evitare di ringhiargli addosso così come, sicuramente, avrebbe di gran lunga preferito potersi riservare occasione di compiere. Purtroppo per lei, tuttavia, quello non avrebbe potuto considerarsi il momento migliore per sostenere un acceso scontro con l’ex-marito, ragione per la quale mantenersi quieta sarebbe stata, indubbiamente, la soluzione più opportuna per entrambi.
Tuttavia colei che pur avrebbe potuto vantare un elevato livello di pazienza e di autocontrollo in contesti di natura bellica, in situazioni di combattimento e di battaglia, tale da potersi concedere vanto di essere, al pari della sua gemella mancata, un’abile guerriera e una straordinariamente pericolosa duellante, non avrebbe potuto riservarsi egual ragione di merito in questioni più banali… e banali, in particolare, quanto avrebbero potuto essere considerarti i rapporti interpersonali, fossero questi in contesti formali, nei quali un certo livello di diplomazia l’avrebbe sicuramente aiutata a conquistare maggiori risultati, fossero in contesti indubbiamente più informali, qual quello allora in corso.
Così, dopo un fugace momento di mantenuta pace, ella smise di tacere. E si riservò il diritto di esprimersi in maniera quantomeno diretta nei confronti del proprio, un tempo, sposo…

« Sì. C’è altro. » sbottò, sollevandosi di scatto soltanto per potersi concedere di spingere il proprio busto al di sopra della scrivania, a ridurre ai minimi termini la già inesistente distanza fra lei e Lange « Probabilmente ho sbagliato a fare quella battuta gratuita sulla tua mogliettina adorata. Ma tu prova, ancora una volta, a utilizzare certi toni da gran capo con me e, ti giuro su quanto ho di più caro al mondo, che ti strapperò la tua bella barba brizzolata un pelo alla volta… e lo farò nella maniera più lenta e dolorosa possibile. »

(episodio precedentemente pubblicato il 12 gennaio 2015 alle ore 7:20)

lunedì 14 agosto 2017

2277


Sempre al secondo ponte, in un’area indubbiamente meno amplia rispetto a quella propria della sala mensa e, anzi, considerabile più prossima a uno stanzino, a uno sgabuzzino, forse al ripostiglio utile per mantenere ordinate le scope, avrebbe allora avuto a doversi riconoscere qual in atto un altro ristretto incontro… tale, allora, sia per il proprio numero di partecipanti, sia, non di meno, per lo spazio in cui esso stava avendo a svolgersi, reso, se possibile, maggiormente ridotto nella propria disponibilità, dalla presenza al centro dello stesso di una compatta, ma pur completa, scrivania. In quello che il capitano della Kasta Hamina soleva considerare il proprio ufficio personale, infatti, si stavano ritrovando a, non esattamente appropriato, intimo confronto lo stesso Lange Rolamo, titolare di quello spazio, e il suo secondo in comando, nonché comproprietaria della medesima nave ed ex-moglie, Duva Nebiria.
Sette anni di matrimonio avevano, infatti, unito i due intestatari della Kasta Hamina, coloro che, insieme, avevano acquistato quella nave, ridotta pressoché a un relitto, e l’avevano completamente riarmata, concedendole una nuova occasione, una nuova vita. Sette anni, i loro, che non avevano mancato di vivere al pieno delle proprie possibilità, emotive e fisiche, e che, tuttavia, alfine li avevano visti prendere di comune accordo la decisione di separarsi, di intraprendere strade diverse, riconoscendo fra loro eccessive incompatibilità caratteriali per poter permettere alla loro unione di restare solida così come, pur, entrambi avevano voluto sperare potesse essere. Sette anni, ancora, che tuttavia e purtroppo, Lange Rolamo, ormai cinquantenne, in preda a quella che Duva non si negava mai occasione di considerare una crisi di mezza età, aveva alfine deciso di rinnegare, dopo meno di un lustro, convolando a nozze con una nuova moglie, una terza moglie, di nome Rula Taliqua, contraddistinta da un’età sostanzialmente dimezzata rispetto a quella della propria ultima sposa, la quale, aggiungendo al danno la beffa, si era ritrovata costretta a tollerarne la presenza a bordo della propria nave… di quella che, allora e comunque, aveva continuato a essere, almeno per metà, anche una sua proprietà.
E se Lange, per ragioni che non avrebbe avuto il dovere di spiegare ad alcuno, aveva deciso di accasarsi nuovamente, e di tenere, al proprio fianco, la nuova e indubbiamente giovane moglie, indifferente all’eventuale torto psicologico che pur il proprio primo ufficiale avrebbe potuto riconoscere di star subendo; Duva aveva fatto tutto il possibile, e anche qualcosa di più, per rendere la vita del proprio ex-marito quantomeno complicata, e quanto mai distante dalla quiete serenità che, forse, egli avrebbe potuto preferire, ricercando sempre nuove occasioni di guai, per sé e per l’intero equipaggio. Proprio in conseguenza a una delle ultime, originali, uscite di Duva, circa un ciclo prima, vi era stata occasione, per la medesima, di godere di un periodo di soggiorno presso un campo di prigionia, e di lavoro, in una miniera di idrargirio; occasione in concomitanza alla quale ella aveva avuto la fortunata possibilità di fare la conoscenza di ben due nuove amiche, due sorelle di ventura con la complicità delle quali aveva riconosciuto immediatamente la possibilità di rendere la vita del suo “capitano” una concreta dannazione: Midda Bontor e Har-Lys’sha.
In Midda, nella fattispecie, Duva aveva incontrato una vera e propria anima gemella, una donna a lei in tutto e per tutto similare, contraddistinta da medesimi gusti, da identiche brame e da un’eguale predisposizione al ricercare nuove sfide, che, nella maggior parte dei casi, si traducevano in disavventure ancor prima che avventure: l’idea, quindi, di poter raddoppiare i guai a discapito del fedifrago ex-marito, non soltanto non avrebbe potuto evitare di sollazzarla ma, ancor più, non avrebbe potuto mancare di entusiasmarla, individuando in quella donna una perfetta risorsa per l’equipaggio della propria nave, squisitamente ottimale, fra l’altro, per coprire un ruolo tattico per il quale, fino ad allora, era stata lei principale riferimento. In Lys’sh, d’altro canto, Duva aveva visto la non meno gustosa occasione di introdurre a bordo un fattore non umano, come quello necessariamente allora rappresentato dalla giovane ofidiana, in una scelta che, da parte sua, avrebbe potuto essere considerata persino crudele: da quando, infatti, Lange aveva perduto la propria prima moglie, la mai dimenticata Kasta Hamina in memoria della quale aveva battezzato la stessa nave, durante uno scontro con una ciurma di chimere pirata; un certo, inconscio grado di razzismo non aveva mancato di impossessarsi del suo cuore, portandolo a pregiudicare negativamente qualsiasi chimera, così come, in maniera dispregiativa, erano abitualmente, e in maniera impropriamente generalista, apostrofati tutti i rappresentanti di qualunque razza non umana nell’universo. Presentarsi nuovamente a bordo della Kasta Hamina, quindi, non soltanto con una propria gemella mancata, ma, ancor più, con un’ofidiana, era stato per il primo ufficiale un vero e proprio colpo da maestro, una mossa audace innanzi alla quale Lange era stato costretto, dagli eventi, a reagire con contegno e autocontrollo, ma per la quale, presto o tardi, ella era certa non avrebbe mancato di presentarle giusto conto…
E se presto o tardi Lange, certamente, avrebbe trovato modo per rifarsi della libertà che Duva si era riservata nell’obbligarlo ad accettare quelle due nuove acquisizioni all’interno del proprio equipaggio; tale occasione non avrebbe avuto a doversi considerare oggetto di quel loro incontro, dal momento in cui, comunque, ben altri problemi non avrebbero potuto che dominare i loro pensieri e le loro attuali preoccupazioni, nel considerare la situazione entro la quale, loro malgrado, si erano tutti venuti a trovare in quell’inatteso campo di radiazioni cosmiche.

« Ti prego, Duva… dimmi che hai qualche buona notizia da offrirmi. » la invitò egli, in attesa del rapporto alla base della condivisione del quale avrebbe avuto a doversi riconoscere l’esigenza stessa di quella rapida riunione di aggiornamento, che pur egli, in cuor suo, temeva non avrebbe portato ad alcun risultato diverso rispetto a quello ottenuto in conseguenza alle precedenti sette riunioni, intercorse fra loro con regolarità ogni due ore, a partire dal momento in cui la Kasta Hamina, sciaguratamente, si era fondamentalmente arenata nel bel mezzo del nulla siderale, a centinaia di anni luce da qualunque sistema abitato conosciuto.
« Rula non è gravida. » rispose prontamente la donna, sorridendo sorniona nel fornire quell’annuncio.
« … come?! » esitò Lange, non comprendendo, nell’immediato di quell’asserzione, in quali termini avere a doverla accogliere, benché non eccessivo avrebbe avuto a dover essere riconosciuto, da parte sua, lo sforzo da compiere per giungere alla giusta interpretazione.
« Attende forse un figlio da te…?! » domandò, per contraltare, Duva, aggrottando appena la fronte nell’osservarlo con fare vagamente inquisitorio, ricercando una conferma nel merito di quanto da lei stessa pocanzi proclamato.
« No. Non che io sappia, quantomeno. » replicò il primo, scuotendo appena il capo e offrendo, con incauta ingenuità, il fianco scoperto all’inevitabile conclusione a cui ella aveva desiderato sin da subito poter giungere, in un intervento che, spontaneo, non avrebbe potuto riuscirle meglio neppure laddove accuratamente pianificato e attentamente ricercato.
« Ecco: questa mi pare essere un’ottima notizia da offrirti! » concluse la seconda, non risparmiando, neppure in quel momento, una frecciatina verbale a discapito di colei che non avrebbe potuto evitare di considerare una propria rivale, benché, obiettivamente, a lei subentrata dopo quasi cinque anni dalla conclusione del loro matrimonio, per così come entrambi l’avevano quietamente sancita « In questo momento, del resto, sarebbe quantomeno sconveniente che la ragazzina, che hai scelto per occupare il mio vecchio posto nel tuo letto, fosse incinta. »
« Primo: non sono affari tuoi. » chiarì, con tono serio, mal tollerando l’irriverenza della propria ex-moglie a discapito della propria attuale sposa, lì neppure presente per potersi difendere in prima persona « Secondo: Rula non è una ragazzina. » soggiunse, evidenziando i punti in elenco nel conteggiarli con le dita della propria destra, sollevata per l’occasione fra loro « Terzo: è mia moglie. Quarto: tu e io abbiamo divorziato ormai da quasi sette anni. » proseguì, non mutando tono in alcuna misura, né, tantomeno, ipotizzando di alleggerirlo, anche a costo di preludere, in tal maniera, a un nuovo e inoppugnabilmente vano litigio con la propria interlocutrice « Quinto e ultimo: non sono, né mai potrebbero divenire, fatti tuoi. » concluse, con tutte le dita della propria mano alfine aperte fra loro, a creare un metaforico muro divisorio per allontanarli più di quanto, fisicamente, non avrebbero potuto permettersi di compiere all’interno di uno spazio tanto ristretto qual quello lì loro concesso « Spero di essere stato chiaro. »

(episodio precedentemente pubblicato il 9 gennaio 2015 alle ore 22:15)

domenica 13 agosto 2017

2276


Nell’avere occasione di incontrarla e di conoscerla, anche soltanto superficialmente, ben pochi, probabilmente nessuno, avrebbe mai avuto possibilità di ritenere Thaare Kir Flann una donna capace di essere intimorita, sia in termini generali che in un contesto più specifico e, in particolare, in diretto riferimento al proprio ambito professionale. Motivo per il quale, quella sua ultima asserzione, non avrebbe potuto essere che riconosciuta quanto di meno retorico ella avrebbe mai potuto avere occasione di definire.
Potendo vantare, alle proprie spalle, ormai mezzo secolo, e più, di vita, la cuoca di bordo non avrebbe potuto essere certamente considerata al pari di una ragazzina indifesa benché, probabilmente, tale impressione ella non era mai stata solita offrirla, neppure negli anni della propria effettiva fanciullezza. Contraddistinta da un’altezza media e da una corporatura robusta, con un leggero sovrappeso che avrebbe avuto, probabilmente, a doversi riconoscere più diretta conseguenza della propria specifica passione nell’arte culinaria ancor prima che di una qualche sua personale propensione all’indolenza, ella non avrebbe avuto a dover essere giudicata qual una donna priva di attrattive o di fascino, benché, e in questo forse similmente a Midda Bontor, neppur caratterizzata da linee e forme che avrebbero potuto rientrare, di diritto, all’interno di una definizione più classica di bellezza. Vantando una tonalità appena più chiara rispetto a quella di Be’Sihl per una pelle straordinariamente liscia e quasi del tutto priva di qualunque segno distintivo della propria età; con lunghi capelli castano scuri, quasi neri, sol sporadicamente segnati da qualche bianca presenza altresì lì trasparente del tempo vissuto; con una volto non così pieno come ci si sarebbe potuti attendere nel confronto con la morbidezza propria delle forme del suo corpo; con grandi occhi definiti da una colorazione in parte castana, in parte grigia e in parte verde, al di sopra di un naso lievemente schiacciato e di carnose labbra non dissimili da quelle dello shar’tiagho allora suo interlocutore; con denti così bianchi dall’apparire splendenti, e appena turbati, nella propria altresì perfetta continuità, da una leggera fessura a divisione degli incisivi superiori centrali; con seni persino più generosi di quelli già straordinariamente abbondanti propri della Figlia di Marr’Mahew al di sopra di un ventre necessariamente marcato, seppur non in misura utile a permettere al suo girovita di superare, in estensione, la misura propria della sua circonferenza toracica; Thaare avrebbe sicuramente potuto rappresentare oggetto di brama di diversi uomini e, probabilmente, avrebbe potuto sedurre la maggior parte di tutti gli altri, se solo tale fosse stato suo desiderio. In verità, avendo già avuto, in primo luogo, un marito poi trapassato, dal quale le erano stati lasciati in memoria una coppia di gemelli già venticinquenni e, allora, impegnati già da tempo a cercare la propria vita altrove, lontano da lei; nonché, successivamente, una lunga serie di amanti, probabilmente in quantitativo tale da rendere eventuali supposti primati di Mars Rani privi di qualunque significato; ella aveva ampliamente superato quella fase della propria esistenza nella quale avrebbe potuto riconoscersi vittima di facili concupiscenze, non ancora negandosi completamente qualche esperienza, di tanto in tanto, e pur sufficientemente padrona dei propri ormoni da sapersi negare possibili occasioni di svago.
In tutto ciò, quindi, benché, in un diverso contesto, in un’altra situazione, la cuoca di bordo avrebbe potuto anche ipotizzare l’idea di tentare di aggiungere anche il nome di Be’Sihl al proprio elenco di conquiste, non disapprovando, invero, il sorriso che pocanzi gli aveva pur rimproverato; nello specifico contesto proprio di quella silenziosa invasione, di quel tentativo di occupazione del proprio territorio, ella non avrebbe corso il benché minimo rischio di lasciarsi distrarre dalle potenzialità del proprio interlocutore, riconoscendolo, in tutto e per tutto, semplicemente qual un antagonista, qual un avversario, da affrontare e, nel minor tempo possibile, da distruggere, prima di potersi ritrovare a propria volta distrutta.

« Ne sono certo, lady Thaare. » replicò l’uomo, per un istante dimentico del nuovo contesto culturale nel quale si stava ritrovando a essere e, in ciò, apostrofandola così come si sarebbe riservato occasione di compiere nel proprio mondo di origine, qual segno di rispetto nei confronti di una figura autoritaria qual ella, necessariamente, si stava prodigando per apparire e per essere riconosciuta essere « Ma… »
« … come mi hai chiamata?! » arricciò appena il naso ella, non comprendendo allora in quali termini avere a dover interpretare quel riferimento, se più prossimo a un insulto o, altresì, se qual un tentativo di resa innanzi a lei e al proprio ruolo all’interno della sala mensa.
« Scusami… faccio ancora confusione qualche volta. » si giustificò egli, per poi cercare di riprendere il discorso interrotto « Ma ti assicuro che, proprio in quanto ha ancora a dover nascere colui o colei che potranno risultare per te minaccia, non vi è la benché minima ragione di interpretare il mio qual un tentativo di sopraffazione a tuo discapito. » argomentò, cercando ancora di sostenere la propria tesi.
« Te ne prego… solo per Midda, la mia amata, concedimi di cucinare così come ho sempre compiuto: rimproverami, se vuoi; insultami, se preferisci; ma garantiscimi questa possibilità. » le chiese, proseguendo senza freni e ammantandosi, in tale supplica, di straordinaria umiltà, in una misura nella quale, comunque, non avrebbe avuto ragione di rendere propria, e che pur non esitò ad abbracciare per amore della sua donna, per la quale desiderava realmente poter tornare a cucinare così come aveva sempre fatto, quando ne aveva avuto la possibilità, sin dal giorno del loro primo incontro « In tal modo, fra l’altro, potrai avere conferma di quanto io non potrei mai, neppure per una folle ipotesi, concorrere a usurpare il tuo ruolo all’interno di questa straordinaria nave… o del suo mirabile equipaggio. »

Persino Ragazzo, innanzi a tutto ciò, ebbe a sentirsi per un istante in imbarazzo, non potendo che disapprovare l’umiliazione che, proprio malgrado, l’ultimo membro del loro equipaggio si stava lì infliggendo nella speranza di poter ottenere il consenso a procedere da parte della cuoca: e se imbarazzo fu quello del giovane, tale sentimento non ebbe a dover essere associato all’immagine offerta dallo shar’tiagho, quanto a quella della stessa Thaare, che, in tutto ciò, si stava dimostrando essere eccessivamente e impropriamente intransigente, in termini sì estremi anche per una donna con un carattere come il suo. Del resto, così come Be’Sihl aveva ripetutamente sottolineato e puntualizzato, il suo solo desiderio avrebbe avuto a doversi riconoscere nell’essere libero di cucinare per una singola persona… e non, come probabilmente altresì la donna temeva avrebbe voluto andare a parare, per l’intero equipaggio.
Prima che, tuttavia, Ragazzo potesse maturare sufficiente convinzione per intervenire, interrompendo il proprio silenzio per prendere parola in favore dell’uomo e della sua umile richiesta; fu nuovamente la cuoca a far risuonare la propria voce, seppur, fortunatamente, alfine con toni meno intransigenti rispetto ai precedenti…

« Uhm… » esitò ella, stringendo appena le labbra a esprimere un certo turbamento, forse alfine a sua volta posta in imbarazzo dall’immagine che di sé stava in tal modo rischiando di offrire « Potresti essere uno straordinario bugiardo e, con tutta questa manfrina, potresti soltanto star cercando di impietosirmi. » premesse, incrociando le braccia sotto ai prominenti seni, nell’osservarlo con attenzione, nello studiarlo come un nuovo taglio di carne da decidere in quale maniera poter meglio cucinare « Ciò non di meno, sembri sufficientemente onesto e, credo, non ti giocheresti la carta del gesto d’amore nei confronti di quella brava ragazza per motivi tanto banali… non dopo tutto quello che ha fatto per venire a salvarti la pelle. » argomentò, in quella che, probabilmente, avrebbe avuto a dover essere considerata più una riflessione ad alta voce che un nuovo monologo a critica dell’interlocutore « Quindi… e sia. »
« … come?! » esclamarono, per la sorpresa, sia Be’Sihl, sia Ragazzo, quasi all’unisono.
« Ho detto di sì. » si ripeté ed esplicitò Thaare, sbuffando appena « Ma sia chiaro: quello che sporchi devi anche pulire. E, soprattutto, non voglio avere dettagli nel merito di cosa tu stia cucinando e di come lo stai cucinando… » chiarì i termini dell’accordo, almeno dal proprio punto di vista « … la mia fragile psiche sta ancora cercando di scendere a patti con l’idea di poter impastare del pane senza sale per poter reggere a nuovi, terribili attacchi di simile, o peggiore, entità. »

(episodio precedentemente pubblicato il 8 gennaio 2015 alle ore 21:49)