Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Tanti auguri, mamma!

Manco farlo apposta, la conclusione del racconto con RM 003 - Reimaging Midda: Il sapore familiare del veleno!, dopo ben settantuno episodi (il racconto più lungo di Midda, a oggi!), coincide con la festa della mamma.
Motivo per cui, festeggiando il traguardo di un altro racconto di Midda concluso (e di una Midda alternativa, come tutte quelle finora apparse in Reimaging Midda), non posso ovviare a fare gli auguri a una delle lettrici più affezionate di Midda, nonché alla co-autrice della stessa (quantomeno dal punto di vista grafico), con questo piccolo intervento.
Quindi: auguri mamma!
E grazie di tutto il sostegno in questi quasi dieci anni di pubblicazioni!

Da domani, inoltre, riprenderà la pubblicazione di RM 001 - Reimaging Midda: Un altro morde la polvere, iniziando con la riproposizione dei primi nove episodi precedentemente pubblicati a cavallo fra il dicembre 2015 e il gennaio 2016.
Nella speranza, in tutto ciò, di essere riuscito finalmente a rompere la maledizione che aveva afflitto questa serie fra il 2014 e lo scorso anno.

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 14 maggio 2017

lunedì 26 giugno 2017

RM 176


Nel limitarsi a prendere in esame solo gli ultimi tre anni della propria vita, spesi come investigatrice privata, “cagna” avrebbe avuto a doversi considerare uno degli epiteti più gentili che le fossero stati rivolti, in particolare nel momento in cui, qualcuno che non immaginava ella potesse essere, per l’appunto, un’investigatrice privata, arrivava a scoprirlo, generalmente nello stesso momento in cui un avvocato divorzista arrivava a proporre le prove da lei raccolte nel merito di qualche ripetutamente occorso tradimento. Ovviamente, tale non avrebbe avuto a doversi considerare la conclusione di ogni proprio incarico, giacché, generalmente, nel proprio ruolo, Midda avrebbe avuto a dover prestare attenzione a restare nell’ombra, a ovviare all’eventualità di essere vista, riconosciuta, o, ancor peggio, smascherata: ciò non di meno, in qualche occasione, non era mancata la necessità di entrare a contatto con i propri obiettivi, con supposti fedifraghi e, ancor più, fedifraghe, per riuscire a ottenere materiale utile al proprio scopo. E, proprio in riferimento a quelle ultime, più rare, occasioni, ella non avrebbe potuto ovviare a pagarne lo scotto, e a pagarlo, ovviamente, in sempre variegate sequele di improperi a discapito suo, della sua famiglia e, finanche, dei suoi avi, con un certo, particolare livello di attenzione a tutte le sue progenitrici.
In ciò, quindi, ella aveva sviluppato un certo livello di indifferenza alle offese da parte di terzi, nel ben comprendere quanto, in fondo, non avrebbe potuto attendersi nulla di diverso da parte di chi, pur in maniera effimera, le aveva precedentemente concesso un pur minimo attestato di fiducia, salvo poi, alfine, arrivare a scoprire la verità dei fatti. Motivo per il quale, anche l’esplosione isterica di Faccia D’Anatra non ebbe a ferirla in misura particolare, non, laddove, per lo meno, nulla di diverso si sarebbe potuta attendere dalla stessa, comprensibilmente tradita nelle proprie emozioni, nei propri sentimenti, in un momento estremamente particolare della sua vita, qual quello dell’accettazione della propria sessualità. Malgrado ciò, tuttavia, qualcosa, in un angolo remoto della mente della donna, non sembrava in grado di ovviare a ripensare, ostinatamente, a quanto accaduto, in quello che ella non avrebbe potuto tradurre in altro modo se non in senso di colpa, benché, in fondo, nulla di particolare avrebbe avuto a doverla farla sentire coinvolta nella faccenda. Per quanta comprensione, per quanta empatia, ella avesse infatti dimostrato nei riguardi di Keira, nel mentre in cui ella si era impegnata ad aprirsi, a confidarsi con lei, Midda non aveva mai avuto dubbio alcuno nel merito della propria sessualità, avendo da sempre apprezzato quanto la compagnia di un uomo avrebbe saputo offrirle sotto ogni aspetto, ragione per la quale in alcun modo ella avrebbe dovuto provare un rimorso più o meno marcato, per quanto accaduto, in paragone con altri eventi assimilabili appartenenti a casi passati. Qualcosa, però, obiettivamente la tormentava e, che ella potesse apprezzarlo o no, non poté ovviare a giungere a una sgradevole conclusione… ossia che, ancora una volta, alla base dei malesseri più intimi della propria esistenza, altro non avrebbe avuto a doversi riconoscere se non Desmair.
Sebbene, infatti, ella non fosse una strizzacervelli, né avesse mai sognato divenirlo, non ci sarebbe stato bisogno di qualche particolare corso universitario per comprendere quanto l’essersi ritrovata al centro di una tale sfuriata, accusata, più o meno indebitamente, di aver tradito la fiducia della propria sostanzialmente sconosciuta interlocutrice attraverso delle pur giustificabili frottole, avrebbe potuto facilmente essere posto in connessione con il suo passato, con il suo passato riguardante, in particolare, il suo ex-marito e, soprattutto, con il suo passato e il suo ex-marito che, sottobraccio, poche ore prima erano tornati a far capolino nella sua vita, nel suo presente, attraverso l’ancor non digerita, e probabilmente non digeribile, informazione offertale dal capitano Lange Rolamo. Che la sua mente, quindi, stesse somatizzando il trauma derivante da tutto ciò anche nel farla sentire emotivamente più coinvolta nella questione sentimentale fra Keira e Carsa di quanto ella non avrebbe avuto ragione di considerarsi, probabilmente, non avrebbe avuto a doversi considerare nulla di sorprendente… ma soltanto fastidioso. Incredibilmente fastidioso, giacché, per l’appunto, non sembrava volerle offrire tregua.
Qual modo migliore, tuttavia, per dimenticare un problema se non quello di cercarne dei nuovi?
Così, non dimentica del fatto che, oltre al caso Anloch, anche un altro, ancor misterioso caso, avrebbe potuto meritare la sua attenzione, ella ebbe a cercare di accantonare la questione in quello stesso angolo della propria mente al quale, ostinatamente, essa sembrava volersi aggrappare, per rigettarsi in metropolitana e, forse in termini tutt’altro che originali, dirigersi nuovamente verso Brooklyn e, in particolare, verso Bushwick… ma non, banalmente, per cercare un nuovo contatto con il signor Kipons, il quale, alla luce delle informazioni ottenute quella stessa mattina dal suo avvocato avrebbe potuto essere momentaneamente posto da parte, sicuramente soggetto informato dei fatti, sicuramente testimone di interesse tanto per il dipartimento di polizia, quanto per il Bureau, e, ciò non di meno, per lei allor forse non più così indispensabile. Non quanto, piuttosto, avrebbe potuto esserlo un’altra possibile fonte di informazioni, un’altra possibile, e inconsapevole, testimone, dalla quale, se fosse stata abbastanza brava, avrebbe potuto ottenere qualche dettaglio in più rispetto a quanto, la pur deliziosamente disponibile Ja’Nihr non fosse stata in grado di riferirle.
Tornata a Bushwick, e atteso il tramonto in un tranquillo localino di periferia, ove approfittò anche per consumare una cena quanto più frugale possibile, Midda ebbe a controllare di avere abbastanza soldi nel portafoglio, prima di dirigersi nuovamente in direzione dell’isolato ove sorgeva il negozio della famiglia Kipons, in questa occasione, tuttavia, non dirigendosi alla ricerca di una qualche via di accesso al medesimo, quanto e piuttosto al lampione lì di fronte, dall’altra parte della strada, dove, con il favore delle tenebre, aveva già preso servizio un volto per lei non nuovo e, in verità, quella sera addirittura ricercato…

« Salve di nuovo! » ebbe a salutare, in direzione della stessa prostituta con la quale aveva scambiato quattro chiacchiere solo il giorno precedente.
Questa, voltandosi verso di lei, non ebbe a manifestare particolare sorpresa per la sua ricomparsa, quanto e piuttosto un certo fastidio, nell’aggrottare la fronte e nel chiederle, senza troppi preamboli: « Sei ancora in cerca di rogne, rossa? Sarai anche amica di qualche ragazza, ma se credi che noi si trascorra le nostri notti a chiacchierare con i passanti, non hai ben compreso il concetto di base… » commentò, scuotendo appena il capo « E’ meglio se torni a casa… o, a farmi perdere tempo, potresti attirare qualche attenzione indesiderata. E, credimi, non sarebbe bene per te… »
“Come volevasi dimostrare…” ebbe a congratularsi, con se stessa, l’investigatrice privata, essendosi sospinta sino a lì con l’idea, o forse con la speranza, che, quella donna, non fosse un’indipendente e che, in questo, avrebbe potuto essere effettivamente una fonte di informazioni utili nel merito di quanto stava allor accadendo.

Così, con buona pace per la sua conclamata eterosessualità, per la seconda volta in due giorni ella ebbe a doversi fingere interessata a un ben altro genere di mercanzia rispetto a quella con la quale avrebbe potuto avere altresì piacere a destreggiarsi, nell’estrarre il portafoglio e nel tirare fuori, dallo stesso, due banconote da cento dollari, sottratte all’anticipo concessole dai federali, per mostrarle alla propria interlocutrice assieme a un ampio sorriso, nel quale si impegnò, il più possibile, a dimostrarsi animata da qualche lussurioso interesse, immaginando, per aiutarsi in tal senso, di essere posta di fronte, in ciò, al proprio amato Ma’Vret e non a una prostituta di Brooklyn…

« La scorsa notte mi è parso di comprendere che, per il giusto prezzo, saresti stata disponibile a trascorrere del tempo in mia compagnia… » dichiarò, facendo sventolare i due piccoli ritratti di Benjamin Franklin, a dimostrare la sincerità del proprio approccio « … e ti do la mia parola che non intendo parlare del signor Kipons, questa sera. » soggiunse, a escludere immediatamente un suo qualche interesse a insistere in tal senso, laddove il messaggio comunicatole in occasione del loro precedente incontro avrebbe avuto a doversi considerare più che chiaro a tal riguardo.

domenica 25 giugno 2017

RM 175


« … sì… » annuì la giovane, chinando lo sguardo « … ma, per quanto Carsa desiderasse poter vivere la nostra storia senza sotterfugi, non trovando ragione per la quale doversi vergognare di noi… io non me la sono sentita. E le ho chiesto di darmi tempo… tempo per riflettere, tempo per comprendere se tutto ciò fosse reale oppure no. » confessò, palesemente colma di rimorso, di rimpianto per la pavidità che l’aveva spinta a sottrarsi al sentimento destinatole dalla compagna.
« E lei come ha reagito…? » tentò di indirizzare il discorso l’investigatrice, non desiderando forzare eccessivamente la mano e, ciò non di meno, neppur volendo disperdere eccessivamente il discorso, smarrendosi nel travaglio emotivo della propria interlocutrice, soprattutto laddove, forse, tutto quello avrebbe potuto condurre alla conclusione del non meno spiacevole travaglio emotivo del signor Anloch o, forse e peggio, tutto quello avrebbe finito per non portare a nulla… e, in tal senso, a dimostrarsi soltanto una lunga perdita di tempo per lei e per la scomparsa, la quale, difficilmente, in quel momento non avrebbe potuto ottenere qualcosa a proprio favore dalla tardivamente maturata consapevolezza della propria amante nel merito dei propri sentimenti.
« Come avrebbe potuto reagire? » sorrise amaramente Keira, per un istante concedendo alla sua interlocutrice apparente conferma dell’esistenza di una qualche connessione fra la sua scomparsa e il loro rapporto, nell’ipotesi, dalla sera precedente più volte formulata, di una qualche crisi sentimentale sino ad allora esclusa da chiunque, dal padre della stessa così come dai detective assegnati al caso, tutti inconsapevoli nel merito dell’esistenza di un qualche genere di rapporto affettivo nella vita della giovane.
Prima, però, che Midda potesse avere occasione di complimentarsi con se stessa per essere giunta alla svolta decisiva nel caso, l’altra continuò nella propria esposizione, smontandone completamente qualunque aspettativa, qualunque speranza nel porla a confronto, piuttosto, con una realtà ben diversa: « Carsa è una donna straordinaria… e, in ciò, ha reagito in maniera assolutamente consona alla propria figura, accettando, semplicemente, di concedermi tutto il tempo di cui io avrei mai potuto avere necessità, e di mantenere la nostra relazione segreta sino al giorno in cui, anche io, non sarei stata pronta a rivelarla al mondo. »

Midda, in tutta onestà, avrebbe voluto allor scoppiare in una risata isterica: dopo tutto quello che, quel confronto, era sembrato prometterle, era sembrato garantirle, ecco lì, di fronte a sé, un meraviglioso muro di gomma, contro il quale andare, alfine, a rimbalzare, ritornando con incredibile energia, e altrettanta frustrazione, esattamente al punto iniziale.
Da figlia degli anni Ottanta, ella era cresciuta leggendo e giocando con librogame, antesignani delle avventure testuali e, poco dopo, dei meravigliosi videogiochi della LucasArts, nello sviluppo dei quali una semplice mossa sbagliata avrebbe potuto costringerti a ritornare da capo, mandando all’aria lunghe ore di appassionanti combattimenti e ancor più coinvolgenti scelte attraverso dozzine e dozzine di bivi diversi. Ma, sempre da figlia degli anni Ottanta, ella aveva anche presto imparato a trovare soluzioni forse poco ortodosse, ma non per questo meno efficaci, al rischio di perdersi nella labirintica follia di un librogame, tenendo traccia dei percorsi precedenti allo scopo, nel momento nella sventurata scelta errata, di ovviare a dover ricominciare tutto da capo, con tutte le imprecazioni che, da ciò, sarebbero derivate. Purtroppo, ella aveva presto avuto modo di scoprire che nella vita di tutti i giorni, simili trucchi non sarebbero serviti a molto e che, sovente, una scelta sbagliata, una svolta errata a un bivio, avrebbero potuto condurre, drasticamente, alla propria fine o, meno tragicamente, ma non per questo più piacevolmente, a veder bruciato l’impegno, il lavoro, di decine e decine di giorni.
Nulla di cui sorprendersi, quindi, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto in quanto lì occorso… se nonché, quell’indizio, quella pista, per quanto scoperta solo la sera precedente, solo poche ore prima, era improvvisamente divenuta, per lei, una delle tracce più importanti su cui confidare, al quale rivolgere le proprie speranze, in misura tale, addirittura, da arrivare a disturbare il proprio ex-capo per domandargli un aiuto a tal riguardo. Speranze che, tuttavia, erano così state appena, violentemente, spazzate via dalla rivelazione di quanto, come già sospettato, come già più volte confermato da altre testimonianze, da altre fonti, Carsa fosse in fondo una brava… una bravissima ragazza, tale da non riservarsi neppure la possibilità di una qualche scenata nel confronto con l’indecisione dimostrata dalla propria amante nell’ammettere il proprio orientamento sessuale e, ancor più, l’esistenza di un rapporto fra di loro.
E così, come nel primo librogame della sua vita, quand’ancora non aveva maturato sufficiente malizia da ricorrere a qualche trucco per evitare il peggio, ella si era vista catapultata nuovamente all’inizio della storia, al principio di quel caso, senza ancora nulla in tasca, senza ancora la benché minima idea su quale destino potesse aver strappato Carsa Anloch alla propria quotidianità, alla propria famiglia e, persino, alla propria amante e amata…

« Quindi… andava tutto bene, fra voi, prima della sua scomparsa…? » domandò alfine, trattenendosi dall’urlare tutto il proprio disappunto e, ciò non di meno, non potendo neppure celare, del tutto, il medesimo, finendo, in ciò, proprio malgrado, con l’apparire ormai quasi completamente disinteressata alle questioni personali della propria interlocutrice.
« … c-certo… » annuì, non senza lieve sorpresa, l’altra, non aspettandosi, evidentemente, una simile domanda, nel non aver mai preso in esame l’idea dell’esistenza di qualche problema fra loro o, ancor peggio, di un qualche proprio personale coinvolgimento nella sua sparizione « Perché me lo chiedi…? » le chiese, in risposta, riguadagnando, in tal senso, maggiore controllo su se stessa e sulla propria emotività, in misura tale da riscoprire qual ancora irrisolte tutte le proprie questioni nel merito di quell’interlocutrice, alla quale aveva alfine rivelato anche fin troppo di sé, senza, ciò non di meno, sapere nulla di lei « Chi sei realmente…? E in che modo sei coinvolta con Carsa…?! »

E Midda, non avendo più ragioni per mistificare la propria identità, estrasse da sotto la propria giacca la propria licenza da investigatrice privata, mostrandola a Keira, quasi come, un tempo, avrebbe fatto con il proprio distintivo, in un gesto, invero, quasi automatico e non volto a cercare di riservarsi una qualche maggior importanza rispetto a quella fondamentalmente inesistente per lei propria.

« Mi chiamo Midda Bontor… e sono stata assunta dal signor Anloch, il padre di Carsa, per ritrovare la tua amata e per darti la possibilità di chiarire, con lei, tutto questo discorso. » sancì, nel ricercare, in tal maniera, di recuperare psicologicamente in minima parte il rapporto di complicità, di confidenzialità, stolidamente perduto nella propria ultima uscita, in quell’espressione, tanto spontanea, quanto probabilmente inappropriata, di disappunto, a margine di un discorso nel quale, pur, non avrebbe dovuto rientrare.
« … un’investigatrice privata…? » domandò, dimostrando un certo smarrimento a confronto con quella rivelazione, evidentemente tutt’altro che attesa.
« Ti chiedo scusa per non avertelo detto sin da subito… ma spero che tu possa comprendere quanto abbia a dover essere considerato mio interesse il ritorno a casa di Carsa. E non sapendo, non immaginando neppure, l’esistenza di una relazione fra voi, per me non vi sarebbe stata ragione alcuna per offrirti spiegazioni… » dichiarò, con un certo livello di sincerità in tale presa di posizione, sperando, così facendo, di dimostrare la correttezza delle proprie azioni, anche nella menzogna riservatale, motivata, in ciò, da uno scopo più elevato.
« E così hai pensato che avrei potuto essere io la causa della sua sparizione…?! » protestò Keira, strabuzzando gli occhi « E’ per questo che mi stai seguendo…? E’ per questo che mi stai perseguitando…? Da quanti giorni mi stai pedinando…? Da quanti giorni ti aggiri attorno a me…?! » esplose, quasi isterica, or osservandola rabbiosa e spintonandola all’indietro, lontano da sé, quasi facendola cadere dallo sgabello sul quale era seduta « Lurida cagna schifosa… vattene! Vattene e non farti più rivedere, o te la vedrai con la polizia, dannata stalker…! »

sabato 24 giugno 2017

RM 174


Nel considerare i propri trascorsi e, in particolare, nel prendere in esame la tutt’altro che piacevole storia del suo matrimonio con Desmair, difficilmente Midda avrebbe potuto considerarsi la persona più adatta per esprimere giudizi sui rapporti di chicchessia, anche nell’eventualità, tutt’altro che tale nel confronto con una vita da sempre vissuta in maniera estremamente liberale, che ella avesse a trovare opportuno esprimere giudizi sui rapporti di chicchessia. E obiettivamente, e in realtà, ella, in quel frangente, non avrebbe avuto a doversi considerare a proprio agio nello spendersi in maniera così impietosa sulla propria interlocutrice, arrivando, addirittura, a tentare di porla con le spalle al muro, costretta, in tal senso, a uno sgradevole interrogatorio, e un interrogatorio volto, addirittura, non soltanto a farle confessare l’esistenza di un rapporto con la scomparsa Carsa Anloch ma, anche e ancor più, il proprio personale orientamento sessuale, argomento che, nel confronto con i più intimi principi dell’investigatrice privata, avrebbe avuto a dover essere rispettato qual indiscutibilmente privato e, in ciò, estraneo a qualunque genere di possibilità di pubblica discussione, di plateale dibattito qual, purtroppo, quello era chiaramente divenuto.
Ciò non di meno, e con buona pace per i propri principi personali in ascolto ai quali non si sarebbe mai osata spingersi tanto in là con la propria interlocutrice, il vero nocciolo della questione, la reale ragione dietro a tutto quello, non avrebbe avuto a doversi considerare il suo orientamento omosessuale o bisessuale che potesse essere, quanto e piuttosto, senza opportunità alcuna di distrazione, la sparizione della sua amante segreta, la scomparsa di Carsa Anloch: una sparizione, una scomparsa, che forse, addirittura speranzosamente sotto certi aspetti, avrebbe avuto a doversi considerare del tutto estranea a quel particolare; ma che forse, tuttavia, avrebbe avuto a doversi riconoscere altresì connessa in qualche modo, anche soltanto, nell’eventualità che dietro a tutto ciò avesse a doversi riconoscere semplicemente una fuga, nella motivazione alla base della stessa, potenzialmente riconducibile, a livello di pura elucubrazione, a una qualche spiacevole lite fra loro.
Così, il fatto che quell’impegno a porre sotto torchio la giovane, e forse confusa, donna di fronte a lei, non avesse a doversi riconoscere qual piacevole, non avrebbe impedito all’investigatrice privata di insistere in tal direzione, e di insistere fino a quando, alla fine, ella non avrebbe ceduto… o non l’avesse, eventualmente, denunciata per molestie.

« … sì… » ammise alfine Keira, annuendo appena « … è così… » dichiarò, tornando a sedersi e, in quel gesto, dando corpo alla propria resa, in un’azione estremamente più significativa finanche delle parole appena pronunciate.

Ancora un laconico intervallo fu quello che ella volle riservarsi, prima di proseguire, prima di riprendere con la propria ammissione, in un’obbligata presa di coscienza di se stessa, mai cercata sino a quel momento, forse neppure voluta, e nel confronto con la quale, lì, si stava ponendo suo malgrado costretta, suo malgrado obbligata, nel seguire la perentoria guida di quella sconosciuta interlocutrice, nel confronto con la quale era stata sì la prima ad arrogarsi la volontà di una comunicazione più esplicita, più diretta, in una richiesta che pur, mai, ella avrebbe potuto attendersi arrivasse alfine a concludersi in quella maniera, rigirata, completamente, a suo discapito.
In quel silenzio, quindi, ella forse ebbe meglio valutare la propria affermazione, a soppesare quanto dichiarato e quanto, da tale dichiarazione, sarebbe necessariamente derivato per sé, per il proprio presente e per il proprio avvenire, laddove, a prescindere dalle ragioni per le quali fosse giunta a tale affermazione, indubbia avrebbe avuto a dover essere considerata l’importanza della medesima soprattutto per se stessa, un passo avanti compiuto nella propria esistenza innanzi al quale ella non avrebbe più potuto tornare indietro, non avrebbe più potuto far finta di niente… non, quantomeno, nel confronto con la propria coscienza. Perché, allora, fingere che nulla fosse accaduto, che certi sentimenti, certe emozioni, non le appartenessero, avrebbe sol significato mentire non tanto al mondo, quanto a colei la cui immagine avrebbe potuto ritrovare, in qualunque momento, osservandosi allo specchio: e se, innanzi al mondo, ancor facile, ancor possibile, sarebbe stato nascondersi, meno lo avrebbe potuto essere da se stessa.
Nel rispetto di ciò, di tale, comprensibile, necessità, Midda Bontor ovviò a prendere nuovamente parola, concedendo alla propria interlocutrice spazio sufficiente per elaborare l’accaduto e, soprattutto, per scendere a patti con la propria coscienza, con il proprio cuore e il proprio animo, nel riconoscere quanto, allora, qualunque ulteriore insistenza avrebbe rappresentato, semplicemente, un abuso ingiustificato da parte sua, là dove, già, forse sin troppo in là si era spinta sino a quel momento.

« E’ tutto come tu hai detto… » riprese voce, alfine, riprendendo la questione da dove lasciata in sospeso, dalla propria ammissione « Con Carsa… è iniziato tutto quasi per gioco. » dichiarò, iniziando a offrire maggiore sostanza alla propria argomentazione, nel silenzio e nell’attenzione più assoluta da parte dell’investigatrice privata « Era arrivata da poco in ufficio e, ovviamente, avevano iniziato a girare dei pettegolezzi del tutto privi di fondamento su di lei, come sempre accade fra persone che, con tante ore da passare insieme, alla fine non sanno più di cosa parlare. E, non ricordo neppure chi, iniziò a suggerire l’eventualità che potesse essere omosessuale. »
In silenzio, Midda si limitò ad annuire, a offrire evidenza di star seguendo il discorso, senza, tuttavia, esprimere alcun commento, non desiderando interrompere l’esposizione dell’altra.
« Come talvolta accade, una battuta scandita a voce un po’ più alta ebbe a giungere alla sua attenzione e, benché tutti ci attendessimo, allora, qualche reazione stizzita da parte sua, ella, con serenità assoluta, con candore straordinario, ebbe ad ammettere la verità della cosa… » continuò Keira, sorridendo dolcemente e, contemporaneamente, scuotendo il capo amaramente a quel ricordo « Rammento quanto tutto ciò mi colpì: per carità… non era la prima omosessuale che incontravo ma, per come ella reagì, per come ella ebbe a commentare la cosa, ebbe a conquistarmi. Forse e anche perché, in fondo, ella stava incarnando, innanzi al mio sguardo, quanto anch’io avrei voluto essere, senza pur riuscirlo ad ammettere neppure con me stessa. »
« Se ella, comunque, ebbe allora a intuire qualcosa, forse nel mio sguardo, forse nell’espressione sul mio volto, non lo diede comunque a vedere… non è che iniziò a infastidirmi, o a provarci insistentemente con me… anzi, in effetti, fui io che la avvicinai per la prima volta. » precisò, continuando a raccontare, a rievocare l’inizio del loro rapporto « La invitai a unirsi a noi per bere qualcosa dopo il lavoro… e fu così che iniziammo a uscire insieme anche agli altri che hai già conosciuto ieri sera: un appuntamento privo di particolare significato, semplicemente un’occasione per socializzare fra colleghi… » puntualizzò, quasi a giustificare l’accaduto « Se nonché, una sera, Anne-Marie non si sentì molto bene e Jacob si offrì di accompagnarla a casa, nel timore che potesse peggiorare strada facendo. Così Carsa e io restammo sole e, un po’ come nella canzone di Katy Perry, le chiesi se sarebbe stato tanto sbagliato, per me, provare a baciarla… così, solo per provare a capire che sensazioni avrebbe potuto offrire. »
« Mossa coraggiosa… » commentò l’investigatrice privata, sincera a tal riguardo, dal momento in cui, in un tale contesto, l’altra avrebbe potuto legittimamente reagire in malo modo.
« … o semplicemente sconsiderata. » minimizzò Keira, non desiderando vedersi attribuire una baldanza che, chiaramente, non le apparteneva « Comunque ella scoppiò a ridere, non animata da qualche malizia, quanto, e semplicemente, da puro divertimento per quella domanda, che ebbe a commentare essere stata la maniera più assurda con la quale, chiunque, in tutta la sua vita, avesse mai provato a ottenere un bacio da lei… ragione per la quale, forse, quel bacio me lo sarei potuto meritare davvero. »
« E così avete iniziato a frequentarvi… » volle soprassedere sui dettagli Midda, per semplice pudore nei confronti di qualcosa di così intimo, di così privato, che preferì potesse restare tale fra le due amanti e che, del resto, nulla avrebbe aggiunto alla sua indagine.

venerdì 23 giugno 2017

RM 173


Venir sbugiardata, nella propria ipotetica copertura, da un avvocato in gamba qual Ja’Nihr si era dimostrata essere, per Midda, avrebbe potuto essere tollerato: oltretutto, quella mattina, ella si era presentata al colloquio in termini fondamentalmente sprovveduti, tali per cui essere allor punita per il troppo ardire avrebbe avuto a dover essere riconosciuta qual una severa, e pur giusta, lezione di vita, utile a insegnarle il sempre troppo sottovalutato valore della prudenza, e prudenza intesa non qual mancanza d’ogni azione nel timore delle inattese conseguenze che da ciò avrebbero potuto derivare, quanto, e piuttosto, l’agire nella giusta misura, in una più corretta valutazione dei rischi e di quanto, da essi, avrebbe potuto derivare a suo possibile discapito.
Venir sbugiardata, parimenti e a distanza di poche ore, anche da una semplice impiegata di un’agenzia di marketing, il cui massimo interesse appariva essere quello di promuovere la propria stessa immagine per l’intero world wide web, francamente, sarebbe dovuto essere considerato un duro colpo per l’amor proprio dell’investigatrice privata: non perché, in una qualche scala di paragone, l’intelligenza di Ja’Nihr avrebbe avuto a dover essere considerata maggiore rispetto a quella della sua attuale interlocutrice, fattore nel quale, comunque, fosse anche e soltanto per una questione di simpatia, ella sarebbe stata disposta a scommettere; piuttosto perché, comunque, privo di senso alcuno avrebbe avuto tutto ciò, nel confronto con quanto noto alla stessa Faccia D’Anatra, la quale, pur lavorando per una controllata delle “Rogautt Enterprises”, non avrebbe avuto particolare ragione per avere così chiara, in mente, l’immagine della sua gemella, non, quantomeno, in misura maggiore rispetto a chiunque altro in città. E se pur, indubbio, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il valore del profilo pubblico di una donna dello stampo di Nissa Bontor, eccessivamente generoso, se non, addirittura, egocentrico, sarebbe stato ritenere impossibile che qualcuno, nella città di New York o dintorni, non la conoscesse. Del resto, per l’investigatrice privata quello non avrebbe avuto a dover essere considerato il primo caso della propria vita, e neppure la prima volta, in vita sua, in cui ricorreva a un qualche genere di copertura a mistificare la propria reale identità: e così come, in passato, mai ella era stata scoperta, assurdo sarebbe stato ritenere che, tutto d’un tratto, chiunque potesse essere in grado di individuarla in maniera così banale quanto, quella mattina, era comunque già accaduto.
Escludendo, però, un qualche livello di notorietà tale da rendere irrealistico un qualunque genere di alter ego, o, parimenti, un alias, qual quello di Maddie, privo di sufficiente credito da poter essere, in tal maniera, eluso nel proprio merito, nel proprio valore; qualcos’altro avrebbe avuto a dover essere allora riconosciuto alla base di quell’ultimo intervento di Keira, qualcosa di diverso e, se pur non utile a definire la sua identità qual una menzogna, comunque sufficiente a riconoscere l’esistenza di una menzogna nel merito della sua supposta relazione con Carsa Anloch… una relazione, del resto, sostanzialmente improvvisata nel corso della sera precedente quando, colta di sorpresa dalla rivelazione occorsa, era stata praticamente spinta a dichiararsi pubblicamente qual l’amante segreta della scomparsa.
Ma se, quella donna, avrebbe avuto a doversi considerare così confidente con l’evidenza di una fola da parte sua, forse, tanta fermezza, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual derivante da una diversa conoscenza dei fatti, da una differente confidenza nel merito della realtà delle cose. Una confidenza, allora, riferita nel dettaglio proprio alla misteriosa relazione della giovane Anloch e tale da permettere all’investigatrice privata, in tutto ciò, di poter prendere in esame due nuove possibilità, due nuovi scenari prima inimmaginati: che Faccia D’Anatra conoscesse la reale identità dell’amante di Carsa o, addirittura,… che ella fosse la reale amante di Carsa!
E se, in quel momento, avrebbe avuto a doversi considerare un pericoloso azzardo andarsi a sbilanciare sulla seconda opportunità piuttosto che sulla prima, non avendo, in verità, alcun indizio tanto in un senso, quanto nell’altro; laddove tale ipotesi, più di ogni altra, avrebbe permesso alle sue indagini di virare verso la soluzione del caso, o, anche, di arenarsi nuovamente nel verificare quanto, altresì, anche l’ipotesi della fuga d’amore avesse a doversi ritenere purtroppo fine a se stessa, Midda scelse di rischiare, non avendo, dopotutto, nulla da perdere di più di quanto, già, non stesse perdendo. Ragione per la quale, allorché incassare il colpo, ella decise di reagire… e di reagire in toni commisurati all’offensiva addottale.

« Hai ragione. » definì, con tono fermo in risposta al perentorio invito alla resa così ricevuto « E’ giunto il tempo di parlarci chiaro. » sottolineò, riproponendo le medesime parole dall’altra utilizzate a sua ipotetica offensiva « E, in questo, se mi posso permettere, è meglio che tu abbia a lasciar perdere questa pantomima da concorrente fallita del “Grande Fratello”, a base di autoscatti e social media: perché, credimi, non c’è nulla di peggio che sforzarsi a vivere una vita che non è la propria nel rifiuto di accettare la verità dei fatti. »
« Non so di cosa tu stia parlando… » tentò di opporsi l’altra, accennando ad alzarsi dal proprio posto, nell’evidente volontà di allontanarsi da lei e, soprattutto, dalle parole che stava allor pronunciando, in una ritirata tale da confermare, e confermare al di là di qualunque ombra di dubbio, quella che un attimo prima avrebbe potuto essere solo un’ipotesi e che, istante dopo istante, stava assumendo sempre più il profilo di un’interessante scoperta, una scoperta non soltanto per l’investigatrice, ma, forse, anche per la sua stessa interlocutrice, evidentemente incapace ad accettarsi nella sua stessa natura.
« Trascorri ogni istante della tua vita a fotografarti e a mostrare a tutti quanti quanto tu sia una giovane, bella ragazza alla conquista del mondo nella speranza che, così facendo, nessuno si renda conto di quanto si celi dietro a un sorriso tanto appariscente quanto fondamentalmente vuoto… » insistette Midda, non concedendole opportunità di allontanarsi da lei senza, prima, concludere il discorso « … perché la sola serenità che tu hai mai conosciuto è stata quella che Carsa ti ha permesso di scoprire, nel comprendere meglio te stessa e le tue emozioni. E non era lei ad avere timore a esporre al mondo la propria omosessualità, non era lei a essere bloccata nel timore del giudizio di tutti gli altri nello scoprire il suo orientamento sessuale: eri tu. » spiegò, parlando a ruota libera, un flusso di coscienza quasi incontrollato al quale ella si stava limitando a offrire voce, in qualcosa che sarebbe stato estremamente difficile discriminare fra una reale deduzione, basata su qualche indizio concreto, e una semplice improvvisazione, fondata sull’emotività del momento, e che pur, più andava avanti, più sembrava acquisire concretezza, ragionevolezza, solidità « Per questo hai compreso che io non avrei mai potuto essere quello che andavo dicendo di essere: perché quel ruolo, per quanto timorosamente, per quanto segretamente, era già occupato proprio da te… non è così?! »

E se pur, allora, facile sarebbe stato per Keira Agostino scappare via da lei, allontanarsi da quel discorso e da quelle accuse, nel porsi già in piedi, e ben libera di muoversi, tutt’altro che trattenuta dalla sua controparte, la quale si era ben guardata dall’allungare anche solo un dito verso di lei, per non offrirle opportunità di interpretare, la sua, qual un’aggressione fisica; ella non ebbe a muoversi, non ebbe a insistere nell’intento pur così dimostrato e volto a cercare spazio, a cercare distacco da tutto ciò. Al contrario, ella si immobilizzò e, quasi fosse stata tramutata in una statua di cera con le sue identiche fattezze, restò per oltre un intero minuto lì ferma, pietrificata, senza neppur respirare, evidentemente così persa all’interno del turbinio dei suoi pensieri da non riuscire neppure a rammentarsi una pur tanto primaria esigenza.

« Tu e Carsa siete amanti… non è così, Keira…? » esplicitò Midda, al di là di ogni possibile fraintendimento, a cercare, a pretendere una risposta da lei, forse neppure per se stessa, quanto, e piuttosto, per quella medesima giovane donna e, soprattutto, per la sua scomparsa compagna, che mai, come in quel frangente, avrebbe allor meritato onestà intellettuale da parte sua « Lei ti ama… e, forse, tu non hai neppure avuto mai il coraggio di ricambiare apertamente tale sentimento, temendo che, anche solo in una semplice frase, e una frase come “io ti amo”, la tua esistenza, così artificiosamente costruita, avrebbe finito per essere irrimediabilmente compromessa. Non è così…?! »

giovedì 22 giugno 2017

RM 172


« Semplice necessità di uscire a prendere un po’ d’aria… » ammise l’altra, stringendosi fra le spalle nell’intento di minimizzare la questione, giudicata sostanzialmente di secondaria importanza, priva di ogni possibile interesse nella prospettiva di poter divenire argomento di discussione « Non ti capita mai di avere bisogno di staccare un attimo da tutto e da tutti…? » rigirò la questione, alla volta della propria interlocutrice, a ricercare, in lei, una qualche conferma o un qualche diniego a tal riguardo.
« Oh… sì! » annuì l’investigatrice, senza necessità di impegnarsi in qualche nuova simulazione, in qualche nuova menzogna, qual pur allora sarebbe potuta essere utile per stabilire un rapporto empatico con l’altra, dal momento che, semplicemente attingendo dal proprio passato, avrebbe potuto ritrovare un esempio più che valido a tal proposito « Figurati che a me, l’ultima volta che mi è successo, non è stato sufficiente uscire a prendere un caffè: ho dovuto divorziare, cambiare lavoro e, più in generale, vita intera… » dichiarò, in un riferimento allor quasi obbligato dal momento in cui, suo malgrado, l’incontro con Lange e, soprattutto, la notizia del ritorno in città di Desmair, le aveva rimescolato così ferocemente le budella da non concederle possibilità, cosciente, di ignorare la cosa, tornando, ineluttabilmente, a pensarci.
« Ah… però! » commentò Keira, piegando il capo di lato, nell’osservare la propria interlocutrice con fare interessato, addirittura dimentica, estemporaneamente, del proprio cellulare, appoggiato, insolitamente con lo schermo spento, sul bancone davanti a lei « Una scelta un po’ drastica, oserei dire… »
« … e pur necessaria. » confermò Midda, ferma nel proprio giudizio, nella propria posizione « In certi casi, quando ti rendi conto che tutta la vita che credevi di star vivendo altro non avrebbe avuto a dover essere considerata che una truffa, un’oscena menzogna, non ci sono molte alternative: o rassegnarsi, e rinunciare, in ciò, a ogni barlume di amor proprio, continuando a vivere nella falsità soltanto allo scopo di non creare disappunto nel mondo a te circostante, pur sapendo che, così facendo, presto o tardi non si avranno più le forze di reggere il gioco, giungendo obbligatoriamente alla tragedia; o rifiutarsi, e ribellarsi a tutto, coscienti di quanto, così facendo, sicuramente si perderà ogni cosa, ma, quantomeno, si conserverà la propria dignità, la propria indipendenza e, comunque, un qualche futuro… forse non roseo, forse non perfetto, e pur un futuro da vivere, e da vivere al pieno delle proprie possibilità. »

Colpita da quel breve monologo, impressionata dalla percepibile passione presente alla base di quelle parole, di quella testimonianza di vita vissuta che alcuno avrebbe potuto mai ipotizzare di confutare, Keira restò per un lungo momento, anche al termine dell’intervento dell’altra, in silenzio, osservandola e riflettendo, con attenzione, su tutto ciò che aveva appena udito. E l’investigatrice privata, trascinata nel mentre di quella breve deposizione concernente uno sgradevole passato tornato metaforicamente a bussare alla sua porta, ebbe a temere, per un istante, di aver detto qualcosa di troppo, ragione per la quale di impegnò a ripercorrere, nella propria mente, quanto appena dichiarato, per comprendere se, in qualche modo, si fosse tradita nel merito dell’interpretazione di Maddie, qual, allora, avrebbe avuto a doversi ricordare di essere.
Fortunatamente, tutto ciò che aveva detto, pur pensando, nel mentre di ciò, al proprio caso, alla propria vita, avrebbe potuto adattarsi alla perfezione anche a una qualche fantomatica vicenda del passato del personaggio da lei in tutto ciò improvvisato, e, in particolare, manco farlo apposta, al momento della maturata consapevolezza della propria dichiarata omosessualità e, con essa, al ritrovarsi posta di fronte a ben poche scelte: l’accettazione della propria natura, per quanto, ciò, avrebbe potuto sconvolgere la sua intera esistenza per così come, sino a quel momento vissuta; o il cieco e sordo rifiuto di tutto ciò, e la condanna a una lunga esistenza vissuta nella menzogna e, innanzitutto, nella menzogna verso se stessa, qual, ineluttabilmente, la sua avrebbe avuto a dover essere considerata.
Salvatasi, più per fortuna che per abilità, da un’altresì spiacevole contraddizione nel trovarsi posta innanzi alla quale difficilmente avrebbe potuto reggere il giuoco sino a quel momento portato avanti, sino a quel frangente condotto; ella non avrebbe potuto fare altro, allora, che attendere una qualche parola, un qualche commento, da parte della propria ascoltatrice, ancor perduta, nell’intimo dei propri pensieri, a confronto con quanto ella aveva così dichiarato.

« Difficile darti torto… » ammise, alfine, la collega di Carsa Anloch, scuotendo appena il capo a dimostrare, a enfatizzare la propria impossibilità a tal riguardo « E, obiettivamente, anche se volessi in qualche modo negarti ragione, tutto ciò che hai detto, per come lo hai detto, si pone in maniera indubbiamente forte, incisiva, tale da rendere improbabile riuscire a sollevare una qualunque obiezione… »
« Perdonami. » cercò di moderarsi Midda, abbassando i toni entro i quali, forse, si era ritrovata a calcare eccessivamente la mano « Non era mia intenzione imporre il mio pensiero su di te… o su alcun altro. » puntualizzò, in parte sincera a tal riguardo, giacché, in effetti, non avrebbe avuto a doversi considerare neppure sua intenzione spendersi in un tale, improvvisato comizio, così come, pur, era avvenuto « Lungi da me credere, o pretendere, di poter avere una qualche ragione in senso assoluto: la mia, altro non deve essere considerata che una semplice testimonianza… e una semplice testimonianza di vita vissuta. »
« Già… » annuì Keira, ancora pensierosa « Di vita vissuta… » soggiunse, ripetendo le sue ultime parole, salvo, poi, chiudersi ancor estemporaneamente in un muro di silenzio, e di silenzio, allora, non motivato da una qualche fonte di distrazione, da un reindirizzato interesse rivolto altrove, magari verso il proprio telefono cellulare e il mondo multimediale all’interno del quale, sino a poco prima, l’altra l’aveva impropriamente giudicata immersa al punto tale da non avere neppur possibilità di contatto con la realtà altresì a lei circostante; quanto e piuttosto di un’intensa laconicità giustificata soltanto dalla volontà, per lei, di riflettere su quanto detto… e, magari, su molto altro ancor taciuto, soprattutto da parte sua.

Dopotutto, quella digressione all’interno della quale, involontariamente, Midda si era riservata un ruolo da protagonista, avrebbe avuto a dover essere ricordata qual nata, in maniera indubbia, da un commento inizialmente sollevato da parte della stessa Faccia D’Anatra, la quale, lì, in quel bar, in pieno orario d’ufficio, stava forse ricercando un’occasione di fuga da qualcosa o da qualcuno, se non, addirittura, da se stessa.
Ma una giovane donna di bell’aspetto, e indubbiamente conscia di ciò così come non troppo modestamente dimostrato dall’abbondanza di foto da lei pubblicate quotidianamente in internet, e aventi qual costante proprio se stessa, e se stessa in qualunque momento della propria vita, da chi o da cosa avrebbe mai potuto desiderar sfuggire? Davvero avrebbe potuto avere motivo di cercare una via di evasione da se stessa, dalla propria vita, così come prima domandato? O, forse e semplicemente, l’investigatrice stava proiettando il proprio stesso io su quell’interlocutrice, su di lei trasferendo, nella propria mente, tutti i propri problemi, tutte le proprie frustrazioni, rendendola impropriamente protagonista di un qualche dramma altresì inesistente?
A dirimere, allora, qualunque dubbio in tal senso, quell’esitazione legittima da parte dell’investigatrice privata giacché soltanto una stupida, al suo posto, avrebbe potuto lì negare una certa agitazione interiore e, di conseguenza, una possibile carente lucidità di pensiero, qual pur, a posteriori, il fato ebbe a dimostrarle di non desiderare rimproverarla; fu la stessa Keira, nel momento in cui ebbe a riprendere voce e a riprendere voce in termini indubbiamente sorprendenti dal punto di vista della sua controparte e, ciò non di meno, atti a comprovare, ad ammettere quantomeno, l’esistenza del turbamento così colto…

« Senti… parliamoci chiaro. » sancì, riportando a lei lo sguardo « Premesso che il tuo discorso mi è veramente piaciuto, e mi è parso abbastanza sincero, io so perfettamente che, forse, questa è la prima cosa reale che hai avuto modo di dirmi a partire da ieri sera… » dichiarò, in termini che difficilmente avrebbero potuto dar corpo all’idea di un qualche azzardo in quell’accusa a lei rivolta « Alla luce di ciò, il fatto che tu possa star qui a raccontarmi dei tuoi problemi passati nella speranza che io, ora, possa decidere di aprirmi con te e raccontarti i torbidi segreti della mia esistenza, francamente è intollerabile. E, quindi, o ti decidi a dirmi la verità nel merito dei tuoi presunti rapporti con Carsa… o, per quanto mi riguarda, credo che la polizia sarà ben lieta di raccogliere qualche informazione a tuo riguardo, come persona informata dei fatti, qual, dopotutto, tu ti proclami essere. »

mercoledì 21 giugno 2017

RM 171


Sebbene, concluso il confronto con il capitano, Midda avrebbe potuto riservarsi il pomeriggio di libertà, nel limitarsi ad attendere qualunque genere di riscontro da parte del medesimo, tale indolenza non avrebbe avuto a dover essere considerata, per lei, naturale, spontanea, o in qualunque modo in accordo con il proprio spirito, con il proprio cuore, con la propria mente. Da sempre, l’accidia non le era mai stata propria, nel preferire ella, piuttosto, mantenersi impegnata, ed eventualmente impegnata anche in maniera superiore alle proprie possibilità, rispetto ad abbandonarsi pigramente alla sorte, lasciandosi condurre là dove ella avrebbe potuto guidarla. E così come, quando ancora poliziotta, prima, e detective, poi, ella era arrivata a superare qualunque traguardo per monte ore di straordinari non pagati, con buona pace dei sindacati, spinta in tal senso, in simile direzione, non tanto da un qualunque intento arrivista, così come, chi non la conosceva, ineluttabilmente aveva mormorato avesse a dover essere riconosciuto il suo, quanto e solo per la necessità, fisica e psicologica, di porsi all’opera; a maggior ragione nel ruolo di investigatrice privata, senza superiori, senza stipendio, senza cartellini da dover timbrare, ella non avrebbe potuto spendere il proprio tempo, il resto delle ore di quel pomeriggio, in quieta, indifferente attesa del futuro, e di qualunque futuro avrebbe potuto sopraggiungere a lei, per mezzo della risposta di Lange.
In ciò, dopo aver mobilitato il proprio ex-superiore alla ricerca di qualche ulteriore pista, qualche inatteso sviluppo nel merito del caso Anloch, ancora sullo stesso, ancora nella ricerca del destino di quella giovane, ella non poté ovviare a spendere il proprio pomeriggio, iniziando a compiere ciò per cui i poliziotti avevano da tempo immemore acquisito il soprannome di piedipiatti: iniziò a camminare, e a camminare, in lungo e in largo, per l’intero quartiere sede dello studio della “Y.S.H. Ltd.”, nella volontà di tentare di raccogliere nuove informazioni anche ripercorrendo vecchi tragitti, percorsi da lei già attraversati, nei giorni passati, all’inizio della propria indagine, per cercare di raccogliere qualche ulteriore informazione nel merito della scomparsa, con la speranza di poter scoprire qualcosa di più, soprattutto ora che, ad aiutarla, avrebbe potuto essere quel nuovo punto di vista nel merito del quale spendere le proprie energie.
Non che ella si aspettasse di trovare una qualche straordinaria rivelazione sulla sorte della giovane Anloch, laddove, che ella fosse eterosessuale, bisessuale od omosessuale, francamente non avrebbe certamente mutato le non-testimonianze raccolte nel merito del giorno della sua scomparsa da parte di tutti i commercianti della zona: ciò non di meno, ella sperava che, magari, qualcuno avrebbe potuto concederle aiuto a meglio comprenderne non tanto il presente o il futuro, quanto il suo passato, attraverso il ricordo di un qualche incontro, di una qualche frequentazione, per quanto discreta, per lei sufficientemente abituale tale da poter essere eventualmente associata all’idea di un’amante segreta. Poi, probabilmente, da tanto impegno ciò che avrebbe ottenuto sarebbe stato, semplicemente, un ulteriore appiattimento della propria pianta dei piedi… ma, almeno, ella non avrebbe potuto rimproverarsi di non averci tentato.

Fu entrando in un bar, l’ennesimo di quel pomeriggio, che ebbe a incrociare nuovamente, in maniera non così sorprendente data la sua vicinanza, allora, con la sua sede lavorativa, Keira Agostino, da lei meglio nota come Faccia D’Anatra, una dei tre colleghi di Carsa Anloch ai quali si era presentata la sera prima.
In termini tutt’altro che inediti, dato il soggetto in questione, l’investigatrice ebbe a trovare la giovane impegnata a scorrere foto profilo sul proprio cellulare, tuttavia dimostrandosi lì impegnata in tale attività non con l’entusiasmo che le avrebbe attribuito in maniera pregiudiziosa, quanto e piuttosto con aria decisamente annoiata, distribuendo diversi “Mi piace” senza neppure reale impegno in tal senso, e quasi il suo avesse a doversi considerare pari a un lavoro ancor prima che a una qualche forma di pur discutibile passione. In ciò, quindi, il giudizio precedentemente rivoltole, ebbe a doversi riservare un’opportunità di rivalutazione, laddove, al di là di quanto ella potesse palesemente impegnarsi al solo, evidente scopo di apparire pressoché pari a una sciacquetta di poco conto, anche altro avrebbe avuto a dover essere inteso alla base del suo essere, in termini tali che, forse, probabilmente, quella da lei tanto insistentemente mostrata avrebbe avuto a dover essere giudicata, né più, né meno, qual una maschera. Un sospetto che, invero, la sera prima l’investigatrice aveva avuto su tutti e tre i colleghi di Carsa, e che pur, nel confronto con quanto lì ebbe a osservare, parve trovare quieta conferma.
Conferma ulteriormente rinvigorita, nel proprio valore, dal cambio repentino di atteggiamento che l’altra ebbe a proporre non appena si accorse del suo ingresso nel locale, tornando ad assumere espressioni più forzatamente gioiose e, persino, subito sollevando il proprio cellulare per impegnarsi nell’ennesimo autoscatto.

« Maddie! » ebbe, subito dopo, a salutarla, scuotendo quasi infantilmente la mano, per poi farle cenno di avvicinarsi « Che coincidenza… anche tu qui?! »
« Ciao… Keira, giusto? » domandò, simulando un leggero sforzo a ricordare il nome, onde evitare di apparire eccessivamente confidente con lei, laddove, in fondo, l’aveva conosciuta soltanto la sera precedente, e non da sola « Non me ne parlare: dopo quanto mi avete raccontato ieri sera, sono entrata in crisi ed è ormai tutto il giorno che vago alla ricerca di qualche possibile indizio su che fine possa aver fatto Carsa… » argomentò a giustificazione della propria presenza in quel luogo, in quella che, invero, non avrebbe avuto neppure a doversi considerare completamente una menzogna, giacché, in effetti, ella si era sospinta sino a lì solo alla ricerca di qualche informazione, di qualche pista, e non, di certo, nella volontà di rincontrarla, in quanto, realmente, avrebbe avuto allora a dover essere giudicata qual una mera coincidenza.
« Posso solo immaginare… » annuì l’altra, invitando ad accomodarsi accanto a sé con un cenno della mano « Purtroppo, mi spiace smontare le tue speranze, non credo che qui troverai molto… la polizia ha già interrogato chiunque nei dintorni, spinta dalla medesima aspettativa, purtroppo rimasta insoddisfatta. » le spiegò, ricorrendo, nuovamente, a un tono così volutamente infantile, tanto palesemente artefatto, da non riuscire ad apparire neppur vagamente realistico così come, forse, ella avrebbe voluto risultasse.

L’investigatrice privata, accettando l’invito così rivoltole, ebbe ad accomodarsi accanto all’altra e a ordinare un caffè, giusto per dimostrarsi amichevole nei confronti di quella donna e, in tal senso, riservarsi occasione di dare un senso alla sua permanenza lì dentro, benché, francamente, in quel frangente non avrebbe avuto desiderio alcuno di caffè: una permanenza, quella così ricercata, che avrebbe avuto anche e addirittura a dover cercare riferimento proprio nella medesima Faccia D’Anatra, dal momento in cui, in conseguenza a un tanto marcato impegno nei confronti del mantenimento di quella sceneggiata, ella non avrebbe potuto ovviare a stuzzicare la sua curiosità, nel dubbio nel merito delle ragioni per le quali tutto quel giuoco avrebbe potuto avere un qualunque genere di significato di sorta.
Non che Midda potesse avere motivo alcuno per ritenere tutto ciò, in qualche modo, ricollegato, o ricollegabile, con il proprio caso, benché, parimenti, neppure avrebbe potuto superficialmente banalizzarlo. Semplicemente, spinta dalla propria curiosità nel confronto di un tal comportamento, ella non avrebbe desiderato altro che ottener chiarezza in merito a una così potenzialmente controversa figura, anche e indubbiamente a scagionarla dagli ingiusti pregiudizi che a lei aveva forse frettolosamente associato.

« Tu che mi dici…? » domandò pertanto, dopo aver sorseggiato un po’ di caffè, mantenendosi sul generico e, allor, sospinta soltanto dalla volontà di costringerla a parlare, e di parlare di qualunque cosa, giacché, comunque, più ella avrebbe parlato, più la precedente opinione a suo riguardo avrebbe potuto essere corretta in favore di un giudizio più appropriato « E’ una pausa pranzo ritardata, la tua, o una pausa caffè anticipata…? » sorrise, non volendo apparir animata da un qualche intento di condanna a tal riguardo, qualunque fosse stata la sua replica.

martedì 20 giugno 2017

RM 170


L’investigatrice privata sapeva di star chiedendo tanto al suo ex-capo ma, ciò non di meno, ella non ebbe ad arrestarsi nella formulazione della propria richiesta: nel peggiore dei casi, egli avrebbe potuto semplicemente rifiutarsi e nulla sarebbe cambiato rispetto a prima; in caso contrario, forse, ella avrebbe potuto ottenere qualche proiettile in più nel proprio caricatore… metaforicamente parlando.
Così, ella ebbe alfine a spiegargli i dettagli del caso Anloch, sul quale stava lavorando, condividendo con lui l’informazione ottenuta la sera precedente nel merito dell’orientamento sessuale della giovane, sottolineando quanto, probabilmente, tale informazione fosse stata precedentemente taciuta a coloro che stavano indagando a tal riguardo. E sebbene ella fosse conscia di quanto il distretto che stava allor portando avanti il caso non fosse quello dello stesso Lange Rolamo, la donna non si negò, allora, occasione di chiedere al proprio capitano d’un tempo l’occasione di porre qualche domanda, ai propri parigrado, riscuotendo magari qualche favore al solo scopo di riuscire ad accedere alle informazioni correnti relative all’indagine in corso, informazioni che, forse, riviste allora nella consapevolezza di quell’ulteriore particolare, avrebbero potuto aiutare a cogliere qualche altro dettaglio, qualche sfumatura prima persa fra le righe e che, altresì, avrebbe potuto assumere decisamente un nuovo significato nel confronto con tutto ciò, magari e persino arrivando a individuare qualche indicazione utile nel merito di chi avrebbe potuto aversi a dover considerare la sua misteriosa amante.
Un’alternativa a domandare quel favore, a cercare una qualche via d’accesso, diretto o anche solo indiretto, alle informazioni raccolte dai detective incaricati del caso, dopotutto, sarebbe stata quella di tornare a domandare direttamente al genitore di lei ragguagli a tal riguardo, benché, in tal caso, molto probabilmente non soltanto non sarebbe riuscita a ottenere particolare successo ma, ancor peggio, avrebbe potuto rischiare anche e ancor peggio di incontrare una qualche strenua resistenza da parte sua, un muro di gomma la cui efficacia avrebbe avuto a doversi riconoscere inversamente proporzionale rispetto alla sua apertura mentale nel confronto con l’idea dell’omosessualità di sua figlia. E se, nel migliore dei casi, egli avrebbe sì potuto esserle d’aiuto, dimostrandosi assolutamente in pace con l’idea che la propria bambina non rispettasse l’eterosessualità imperante nell’epoca moderna; nella peggiore delle eventualità, non soltanto egli si sarebbe potuto dimostrare del tutto incapace ad accettare la cosa ma, ancor più, avrebbe potuto reagire con tale rifiuto, all’idea, al punto tale da colpevolizzare la medesima investigatrice per quanto, in tal modo, suggerito, ritenendola una menzogna per confondere maggiormente le acque e per giustificare i propri insuccessi, arrivando alfine anche a licenziarla.
In ciò, per quanto ella non avrebbe potuto apprezzare l’idea di domandare un simile favore al buon capitano, fra le due soluzioni, quella avrebbe avuto a doversi probabilmente considerare qual la più opportuna da perseguire. E da perseguire non soltanto per il proprio personale tornaconto, ma anche, obiettivamente, per il bene della giovane Anloch, il fato della quale, comunque, avrebbe meritato di poter essere chiarito in un modo o nell’altro…

« Quanto è importante, per te, questa informazione…? » le domandò alfine Lange, osservandola con sguardo serio ma quieto, privo di qualunque volontà di giudizio a suo riguardo e animato, probabilmente, solo da quanto così apertamente espresso, dalla necessità di comprendere se, effettivamente, tutto quello avesse a doversi considerare qualcosa su cui sarebbe valsa la pena impegnarsi o no, benché, nel ben conoscere la propria interlocutrice, fosse comunque già certo che ella non si sarebbe presa il disturbo di scalare la questione fino a lui se non fosse stata realmente tale.
« E’ importante nella misura in cui lo è scoprire la sorte di una ragazza scomparsa… e offrire pace ai suoi cari. » replicò l’investigatrice, sincera nella propria presa di posizione, giacché, quell’incarico, quel caso, sin da subito non era stato per lei una questione di soldi, un mero lavoro, quanto e piuttosto una vera e propria volontà di riscatto, e di riscatto dalla strada che, nel bene o nel male, aveva preso la propria vita, vedendola spendere le proprie giornate, le proprie capacità, nella frustrante ricerca di mariti o mogli fedifraghi.
« D’accordo. » annuì l’altro, dopo essersi riservato qualche istante di silenzio, quasi a volerla in tal maniera valutare, a volerne soppesare le motivazioni più intime, nel confronto con le quali, pur, non avrebbe potuto dirsi in alcun modo estraneo, laddove, in fondo, ella avrebbe avuto a dover essere riconosciuta comunque qual la stessa giovane donna che, qualche anno prima, aveva accolto sotto la propria protezione, per fare di lei una detective, nel riconoscerne le qualità, nel distinguerne chiaramente le potenzialità « Mi informerò. E, non appena saprò qualcosa, ti aggiornerò. Il tuo numero è sempre lo stesso, no…? »
« Certamente. » confermò ella, sorridendogli colma di gratitudine per il favore concessole.

Tirando le somme, quindi, il bilancio di quell’incontro non avrebbe avuto a poter essere giudicato, a posteriori, qual negativo.
Nel voler prendere in esame le ragioni per le quali ella si era sino a lì inizialmente sospinta, il suo avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual un potenziale successo, dal momento in cui, anche ove non le fosse stata concessa alfine informazione utile a riuscire, da sola, a portare a compimento quel caso, ella non si era negata occasione di condividere con le autorità le proprie scoperte, in maniera tale che, in un modo o nell’altro, speranzosamente, qualcuno sarebbe stato in grado, alfine, di giungere al bandolo di quella matassa, scoprendo la fine della giovane scomparsa.
Nel concentrarsi, poi, su tutto il resto, su quanto emerso a margine di quell’incontro, anche la notizia del ritorno di Desmair non avrebbe avuto a dover essere giudicata qual negativa. Il ritorno del suo ex-marito in città, di per sé e invero, non avrebbe potuto essere frainteso qual null’altro che negativo, e negativo nell’accezione più assoluta di tale termine, in maniera tale da non poter ovviare, ancora, a sconvolgere la mente della donna; ma la notizia stessa del suo ritorno, altresì, non avrebbe potuto essere tuttavia considerata in termini contrariati, negativi a tutto ciò, giacché, ove pur ella non avrebbe potuto fare molto, a posteriori, per prevenirlo, sicuramente ella sarebbe stata in grado di sfruttare quella notizia a proprio vantaggio, fosse anche e solamente allo scopo di prestare ancor più attenzione nei propri spostamenti, anche in metropolitana, onde minimizzare la sgradevole eventualità di un loro possibile incontro. Insomma… si fosse ritrovata, estemporaneamente, di fronte a lui, difficile sarebbe stato prevederne le reazioni, tanto nel bene, quanto, e forse maggiormente, nel male.
Così, pur essendo andata solo per ottenere un’informazione, ella era allor riuscita, e senza particolare impegno, a raccoglierne addirittura due, rendendo, di conseguenza, l’esito di quella rapida spedizione qual ancor più importante, ancor più significativa, almeno nel confronto con il quadro d’insieme, con quell’immagine più amplia, più completa, nel perdere di vista la quale, ineluttabilmente, presto o tardi, qualche errore sarebbe stato commesso, forse non dandole, neppure, la possibilità di maturarne coscienza prima dell’irreparabile.

« Bene… » concluse l’uomo, tornando a volgere la propria attenzione al proprio pranzo « Se non c’è altro, allora, potresti lasciarmi finire di mangiare in santa pace, e tornare a fare qualunque cosa tu stessi facendo prima di venire qui. » la congedò, con fare volutamente brusco, a non permettersi di palesare eccessivamente il proprio affetto per lei, ove, in alternativa, avrebbe potuto concederle troppa presa su di sé, se solo ella se ne fosse accorta.
« Agli ordini, capitano! » replicò Midda, per nulla inconsapevole dell’affetto verso di lei provato e, ciò non di meno, tutt’altro che desiderosa di approfittarne, non più di quanto, dopotutto, non avesse allora già fatto « E… grazie. » soggiunse, alzandosi per lasciarlo in serena solitudine al proprio tavolo.
« … pivella. » commentò semplicemente Lange Rolamo, scuotendo il capo, quasi, in quelle poche sillabe, fosse inclusa qualche arcana verità benché, semplicemente, altro non avrebbero potuto rappresentare che un benevolo epiteto.

lunedì 19 giugno 2017

RM 169


No. Midda non lo aveva saputo. E scoprirlo, obiettivamente, fu per lei l’equivalente di una doccia fredda… e fredda come il Mar Glaciale Artico.
Quando era tornato? Come era tornato? Perché era tornato? E, domanda più importante di tutte, quanti anni di prigione le avrebbero potuto dare nel caso in cui ella lo avesse ucciso…?
Desmair Von Kah: l’errore più grande della sua intera esistenza. Colui che tanto aveva amato prima, quanto e ancor più aveva odiato poi, in una misura così piena, così sconvolgente che, francamente, addirittura odiava odiare, dal momento in cui, molto più semplicemente, avrebbe preferito potergli dedicare soltanto gelida indifferenza qual, pur, non riusciva a destinargli.
Sin dai tempi dell’antichità, in molti avevano provato a proporre un semplice concetto. Nel quinto secolo avanti Cristo, Aristofane citava: “Non c’è bestia selvaggia più feroce di una donna nella sua ira: è più selvaggia di un leopardo, più ardente del fuoco.”. Qualche tempo dopo, alla fine del diciassettesimo secolo, Colley Cibber aveva riproposto: “Non si può trovare demone nell’Inferno che possa competere con la furia di una donna delusa.”; ribadito dieci anni più tardi da sir John Vanbruch: “Una donna offesa non conosce limiti.”. Tre citazioni fra molte, persino troppe, per un concetto semplice, banale, quasi ovvio: non fate arrabbiare una donna.
E se Desmair, questo concetto, non lo aveva probabilmente compreso; Midda, suo malgrado, lo aveva sperimentato in prima persona, arrivando veramente vicina a divenire qualcosa di diverso, qualcosa di estraneo a quello che era e che avrebbe voluto essere. Ma laddove solo il fatto che egli, tardivamente, avesse deciso di uscire dalla sua vita, e di lasciare la città e lo Stato, le avevano concesso, tre anni prima, di salvarsi dall’abisso; la notizia del suo ritorno, soprattutto in un momento in cui, ella, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta con già molti, troppi altri pensieri per la testa, non avrebbe potuto rappresentare nulla di buono. Per nessuno.

« … immagino male. » ebbe a correggersi il capitano, nel cogliere, senza fatica alcuna, la sorpresa dipinta sul volto di lei, su quel volto che, abitualmente, si poneva in grado di celare le sue emozioni, i suoi pensieri, e che pur, a confronto con quel demone del proprio passato, non avrebbe potuto avere possibilità alcuna di giuoco, di successo, nel renderla più trasparente di un calice di cristallo.

Fu necessario, allora e ancora, qualche istante per permettere all’investigatrice privata di ritrovare il controllo su di sé, sulla propria mente, sul proprio intelletto, là dove, proprio malgrado, investita dalle proprie emozioni così come da un fiume in piena, tanto impetuoso, tanto dirompente, da infrangere qualunque argine, qualunque diga, argini e dighe emotive, nel suo caso, che tanto si era impegnata a cercare di edificare e che a nulla, infine, si erano dimostrati valere nel confronto con il disastro.
… Desmair era tornato.

« No. Non lo sapevo. » riprese voce, alfine, confermando la seconda ipotesi del proprio ex-capo nel merito della propria quieta ignoranza sull’argomento, un’ignoranza che, forse, avrebbe preferito di gran lunga conservare laddove, con una popolazione di quasi otto milioni e mezzo di abitati, ella avrebbe potuto probabilmente vivere ancora per mesi nella stessa città del suo ex-marito senza, in questo, rendersene conto, maturarne consapevolezza alcuna.
Ma se pur, quel pensiero codardo, per un istante ebbe a dominarla; nel suo animo, nel profondo del proprio cuore, ella ebbe a ricordarsi di essere un ben diverso genere di donna, tale da non poter effettivamente tollerare l’idea di convivere inconsapevolmente con il male incarnato rappresentato da quell’uomo. Ragione per la quale, al di là di tutto, ebbe comunque a proseguire, e a proseguire nei confronti del proprio interlocutore, dicendo: « Comunque… hai fatto bene a dirmelo. Almeno, forse, riuscirò a evitare di spaccargli il cranio contro lo spigolo del marciapiede nello sciagurato caso in cui dovessi incrociarlo… »
« “American History X”… » riconobbe egli la citazione da lei proposta, ignorando volutamente la minaccia in tal modo pur appena udita.
« Esattamente. » confermò la donna, sforzandosi di tornare a sorridere e, in tal maniera, a cancellare, quasi con un colpo di spugna, l’orrendo carico emotivo riversatosi in lei a confronto con l’idea del proprio ex-sposo.

Tuttavia, per quanto ella avrebbe potuto allor impegnarsi nel far finta di non aver sentito nulla, di non aver udito nulla, e, in ciò, che tutto potesse ancor ritenersi quieto e sereno come era stata la sua mattina sino a quel momento; difficilmente il vaso di Pandora così dischiuso nel profondo del suo spirito avrebbe potuto essere richiuso, ed essere richiuso senza conseguenze di sorta. Ragione per la quale, al di là di ogni buona volontà, le motivazioni per le quali ella si era allor sospinta alla ricerca di contatto con il proprio ex-superiore rimasero, ancora, dimenticate, facendo scemare nuovamente quel breve scambio verbale in un ineluttabilmente teso silenzio, nel mentre del quale, ineluttabilmente, i pensieri non avrebbero potuto ovviare a correre in una sola, spiacevole, direzione.
Così come, però, era stato un intervento del capitano Rolamo a dare origine a tanto smarrimento, fu una nuova presa di parola del medesimo a richiamare l’attenzione della donna proprio nella direzione originariamente da lei intrapresa, nel domandarle, in maniera abbastanza diretta, il perché della sua presenza al suo tavolo…

« Quindi…? » incalzò egli, con tono contraddistinto da volutamente marcato disappunto, in termini utili a tentare, in ciò, di forzare la mano alla propria interlocutrice, pretendendo da lei un ritorno in sé, il recupero di quell’equilibrio disgraziatamente perduto « Se non sei venuta per chiedermi di rientrare nella polizia, o per parlarmi del tuo discutibile gusto in fatto di ex, posso sapere a cosa debbo l’onore di questa visita? In altre parole… di cosa hai bisogno?! »

Creare un corto circuito fra quell’incontro e la necessità di qualcosa da parte della donna avrebbe avuto a doversi considerare forse ingiusto nei suoi confronti, giacché, comunque, a dispetto di quanto avrebbe pur potuto compiere, ella si era dimostrata, in quegli ultimi tre anni, sempre estremamente corretta nel mantenere separati i vari aspetti della propria vita e nel non frammischiare eventuali fabbisogni personali, più o meno collegati al proprio nuovo impiego, con le occasioni di incontro con lui o con altri ex-colleghi. Ciò non di meno, in quel particolare contesto, egli si riservò volutamente l’occasione di imporle simile torto verbale, così come dell’ingiusto tono adottato, al solo scopo di costringerla, in maniera speranzosamente efficace, a riconquistare la lucidità perduta, con la speranza che il suo spirito ribelle compisse il resto del miracolo a partire da quella prima provocazione.
E se, pur, da parte di chiunque altro, quello avrebbe avuto a doversi considerare uno sgradevole azzardo, da parte sua, del capitano Lange Rolamo, tutto ciò non avrebbe mai potuto essere frainteso, nelle proprie ragioni, nelle proprie motivazioni, da parte della donna; la quale, malgrado il proprio intimo smarrimento, ebbe, a confronto con ciò, ragione per riprendersi d’animo e, soprattutto, ritornare, con la propria mente, all’attualità per lei di maggiore interesse, di maggiore importanza… l’attualità atta a prendere in esame il caso Anloch, ossia il reale motivo per il quale, ella, si era allor riservata occasione di disturbarlo durante la propria frugale pausa pranzo.

« Di un piccolo aiuto. » a domanda, rispose ella, ovviando a qualunque ulteriore giro di parole, a qualunque approcciò più indiretto e moderato, laddove, con quanto era appena accaduto, la sua mente non avrebbe saputo considerarsi in grado di elaborare sentenze più complesse rispetto a quella così proposta.

domenica 18 giugno 2017

RM 168


« Ciao pivella. » l’accolse il capitano, neppure voltandosi a osservarla, seduto là dove stava mangiando, e, ciò non di meno, assolutamente consapevole di quanto ella gli fosse sopraggiunta alle spalle, in grazia non tanto di un paio di occhi nascosti nel retro della nuca, quanto, e piuttosto, di una costante attenzione ai particolari, particolari che, nella fattispecie, in quel mentre si stavano andando a palesare sulla superficie riflettente di un classico portatovaglioli da bar, formando, in tutto e per tutto, l’immagine della sua ex-protetta, la quale, conoscendolo, non ebbe ragione di sorprendersi di quanto in tal maniera occorso.
« Ciao capitano. » replicò ella, ruotandogli attorno per portarsi davanti a lui e, in ciò, avere occasione di proseguire nell’osservarlo dritto in viso e non attraverso un improvvisato, e pur utile, specchio « Come stai? Come stanno Kasta e il piccolo? E’ da un po’ che non li vedo… »
« Kasta sta molto bene. E Junior non è più così piccolo, considerando che, a quindici anni, il suo principale pensiero inizia ora a essere quello di poter violare il coprifuoco in quelle che considera le occasioni giuste, attraverso una scala di misurazione direttamente proporzionale al numero di alcolici presenti… » rispose, offrendo riferimento alla propria dolce sposa, Kasta Hamina, e al loro figlio unigenito, Lange Rolamo Jr., la sua famiglia e, obiettivamente, tutto il suo mondo, tanto nel bene, così come nel male.
« Quindici anni…?! » ripeté, sorpresa, l’investigatrice privata, per poi fermarsi per un istante e compiere un rapido controllo mentale a tal riguardo, verificando la veridicità di quell’affermazione « Diamine… è vero! » confermò, pertanto, sinceramente colta in contropiede da quell’informazione, nella sua mente ancor concependo Junior qual il bimbetto un po’ timido che aveva conosciuto in occasione del primo invito a cena a casa Rolamo « Mi spiace per te, capitano… non si può dire che quella sia un’età facile. »
« Che non fosse un’età facile, lo sapevo, essendoci passato anche io… » argomentò l’uomo, invitandola, con un cenno della mano, ad accomodarsi di fronte a lui, in una seggiola rimasta lì libera « Quello che non avrei mai potuto immaginare è quanto non sarebbe stato semplice neppure per i genitori del quindicenne… soprattutto dal momento in cui, l’unica parola che sembra capace di pronunciare, ormai, sia “no”. » spiegò, assolutamente trasparente nell’esposizione dei propri problemi personali, così come egli era del resto sempre stato, e non soltanto con lei.
« Pensa quanto si staranno ora divertendo i tuoi genitori, vedendoti impazzire in questo modo… » ridacchiò la donna, strizzando l’occhio sinistro con fare complice « Avranno pur dovuto aspettare per un po’, ma finalmente stanno gustando il dolce sapore della vendetta! »
« Prima o poi sarà anche il tuo turno, pivella. » sembrò quasi minacciarla egli, in verità a null’altro appellandosi se non al fattore tempo, a confronto con il quale, probabilmente, più che “poi”, la questione avrebbe avuto a dover essere catalogata entro “prima” « E quel giorno, sarò io a divertirmi, vedendoti impazzire in quel modo… »
« Figurati! » escluse lapidaria Midda, non riuscendo francamente a immaginarsi nel ruolo di madre « Per me, l’unico ruolo vagamente pertinente è, e sempre sarà, quello di zia. E di quella zia un po’ strana che a tutti, in fondo, piacere… » puntualizzò, a meglio definire il proprio ruolo nel contesto.
« Le tue nipotine crescono…? » domandò il capitano, ricambiando la domanda a lui rivolta e, in ciò, informandosi nel merito di quella che, allora, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta la famiglia di lei, nei limiti delle sue personali conoscenze.
« Inevitabilmente sì. Anche se, per ora, posso ancora godermele nella loro condizione di bambine… » dichiarò la donna, assolutamente contenta per ciò « Un giorno, sicuramente, arriveranno anche loro all’adolescenza… e, quel giorno, saranno guai per tutti. Ma, per intanto, sembra un traguardo ancora lontano. »
« Bene. » annuì l’uomo, contento di quella conferma « Quando sentirai tua sorella e i tuoi genitori, porta loro i miei saluti… »
« Non mancherò. »

E, su quell’ultima conferma, il discorso parve addirittura estemporaneamente arenarsi, laddove, malgrado fosse giunta sino a lì con un’idea chiara in mente, sedutasi di fronte al proprio ex-capitano, e dopo aver parlato in maniera tanto piacevole delle rispettive famiglie, ella ebbe a sentirsi del tutto inopportuna all’idea di giungere alle reali motivazioni di quella visita, così prosaiche per le quali soltanto vergogna avrebbe avuto a dover lì provare nel confronto con lui.
Ciò non di meno, non essendo Lange Rolamo propriamente uno stupido, egli non avrebbe mai potuto ritenere quell’incontro qual casuale e, in ciò, non avrebbe mai potuto ovviare ad attendersi, da parte della donna, una qualche domanda, una qualche richiesta di favori, laddove, in alternativa, non si sarebbe giustificata quell’insolita, e improvvisa, ricomparsa nella sua quotidianità. Così, dopo averle concesso qualche istante per provare a cavarsela da sola, per riuscire a giungere autonomamente al bandolo della matassa, e verificato quanto, altresì, ella ebbe a sembrare chiaramente in imbarazzo nel confronto con qualunque idea potesse allor star attraversandole la mente, all’uomo altro non restò da fare che affrontare egli, di petto, la questione, partendo, in ciò, dall’unica eventualità per la quale, era consapevole, ella non avrebbe avuto a doversi considerare lì sopraggiunta…

« Immagino che tu non mi abbia teso questo agguato animata dalla volontà di provare a chiedermi il reintegro nel tuo vecchio ruolo… non è vero…? » le chiese, in quanto, obiettivamente, avrebbe avuto a doversi ritenere più un suo desiderio, più una sua speranza, che una possibile volontà della sua interlocutrice.
« Ehm… no… » scosse il capo ella, sorridendo timorosamente « Mi dispiace, capitano, ma ti voglio troppo bene per augurarti di avermi nuovamente al tuo comando. » ironizzò a discapito di se stessa, cercando di sfruttare tale espediente per dissimulare le proprie emozioni a tal riguardo, inoppugnabilmente contrastanti, soprattutto in momento come quello, nel corso dei quali la sua vecchia vita, e la parte migliore della sua vecchia vita, tornava a mostrarsi, ‘per porsi a ingrato confronto, a spiacevole paragone con la sua nuova attualità « Cioè… ammettiamolo: sono sempre stata una spiacevole gatta da pelare. E il passare degli anni non sta migliorando il mio carattere, te lo assicuro… »

Lange Rolamo sorrise. E sorrise con un sorriso dolceamaro. Non che egli avrebbe mai potuto attendersi una replica diversa da quella lì offertagli, non che si fosse illuso che ella si stesse concedendo sufficiente indulgenza per ritornare sui propri passi e, ancor più, per perdonarsi, così come, in quegli anni, non era mai riuscita a fare… tuttavia, un pur flebile, quasi soffocato, barlume di speranza non avrebbe mai potuto ovviare ad animare il suo cuore, il suo animo, suggerendogli, qual una sussurrata vocina nella sua mente, quanto quell’irrealizzabile eventualità sarebbe comunque stata straordinariamente bella. E, soprattutto, quanto ella se la sarebbe realmente meritata, al di là di quanto il suo straordinario senso di responsabilità non avrebbe potuto continuare a suggerirle, continuare a pretendere da lei.
Così esclusa l’eventualità più improbabile alla base di quell’incontro, ogni altra possibilità avrebbe avuto a doversi giudicare possibile. Anche e soprattutto quella che, alla luce di quanto accaduto, egli più fra tutte temeva, al punto tale da non volerle neppure offrire voce, nel non voler essere proprio lui a reintrodurre, nella vita di lei, quell’argomento, quella figura. Ciò non di meno, nel costante silenzio di lei, egli ebbe a dover tentare nuovamente di indovinare quanto le stesse passando per il cervello e, in ciò, scelse di affrontare, senza ulteriori indugi, quel tema, laddove, presto o tardi, sarebbe emerso…

« Si tratta di Desmair allora…? » le propose, con tono necessariamente incupito, a nominare il suo ex-marito « Immagino tu abbia saputo che è tornato in città… »

sabato 17 giugno 2017

RM 167


Nel giungere, ad allenarsi, al mattino, quando ancora sufficientemente riposata, rispetto che al pomeriggio inoltrato o a sera, per l’investigatrice privata, fu una piacevolissima scoperta, utile a maturare pur prevedibile coscienza di quanto, con meno stanchezza addosso, ella avrebbe saputo rendere indubbiamente di più. Così, a dispetto del proprio solito rendimento, di allenamenti passati nei quali a fatica si riusciva a dimostrare in grado di reggere l’incalzare degli stimoli propostile da Ma’Vret, in quell’insolita occasione ella si confermò altresì capace di tener testa all’uomo, al punto tale che, alla fine, forse eccessivamente galvanizzata dalla propria condizione fisica, ebbe a pretendere anche un vero e proprio incontro con lui, ovviamente nel pieno rispetto di ogni regola e dopo aver indossato tutte le protezioni del caso. E se, in effetti, ella non si negò occasione di giungere con una coppia di ganci al volto dell’uomo, sinceramente sorprendendolo per la rapidità delle esecuzioni in tali occasioni; l’incontro ebbe a terminare nel momento in cui, sfortunatamente, ella non ebbe sufficiente attenzione per veder giungere, o prontezza di riflessi per evitare, un devastante montante che la raggiunse al fianco destro, non causandole seri danni solo in conseguenza alla premura che, il suo allenatore, e in quel frangente avversario, aveva voluto riservarle, non ponendo in tale colpo tutta l’effettiva, straordinaria forza di cui egli avrebbe potuto essere capace, e, ciò non di meno, negandole per quasi un minuto buono ogni possibilità di respiro, costringendola, in ciò, a ritirarsi dalla sfida per knock-out tecnico.
Quando, alfine, ella lasciò la palestra di Ma’Vret, sentendolo ripetere per forse la quarantesima volta una lunga serie di scuse e intimandogli per forse la quarantesima volta di smetterla, giacché ella non avrebbe accettato nulla di meno da lui se non il massimo impegno nel proprio ruolo di allenatore così come in ogni altro genere di relazione esistente fra loro; Midda non avrebbe potuto vantare un’effettiva perfetta forma fisica, con un certo livello di dolore tale da prometterle che, di lì a qualche ora, il suo costato avrebbe potuto vantare uno dei più grossi lividi di sempre, per quanto, nell’assenza di affaticamento respiratorio, fortunatamente alcuna costola avrebbe avuto a doversi temere allor qual incrinata.
In tal maniera legittimamente rallentata nei propri movimenti, ella non volle tuttavia rinunciare alla propria precedente pianificazione, motivo per il quale, tenendo fede al programma strutturato nella sua mente, si diresse dall’altra parte della città, verso un certo chioschetto là dove era certa, intorno all’ora di pranzo, sarebbe presto o tardi passato il nuovo informatore, o, quantomeno, colui che ella aveva autonomamente eletto a tal ruolo benché, obiettivamente, egli probabilmente non avrebbe avuto alcun piacere in tal senso. E non perché, fra loro, non scorresse buon sangue, non vi fosse una relazione di sincera e traspareente amicizia e rispetto, ma semplicemente perché egli, forse persino più di sua madre, mai aveva realmente accettato che ella avesse deciso di lasciare il servizio, di lasciare il proprio ruolo da detective, pur, a differenza di sua madre, ben conoscendone le ragioni…

Quarantacinque anni, di cui venti spesi all’interno della polizia della città di New York, il capitano Lange Rolamo era stato non soltanto il diretto superiore di Midda sin dal suo primo giorno da piedipiatti, ma anche il suo più importante mentore all’interno di quella grande famiglia, fra le fila della quale, obiettivamente, l’aveva accolta al pari di una sorellina minore, ponendola sin da subito sotto la propria ala protettiva, nel cogliere, in lei, un certo potenziale, quell’indiscutibile valore che, non a caso, dopo cinque anni di servizio per le strade, l’aveva vista sostenere con successo l’esame da detective, per poter contribuire in maniera ancor più efficace ed efficiente alla protezione di quella smisurata città e dei suoi quasi otto milioni e mezzo di abitanti.
Uomo integerrimo, serio nel proprio lavoro, più che protettivo verso tutti i propri fratelli e sorelle all’interno del distretto a lui assegnato, e parimenti spietato verso chiunque a loro discapito avrebbe mai osato sollevare la mano, agli occhi della neo-diplomata agente Midda Bontor, egli era apparso, immediatamente, a metà strada fra un tragico eroe vittoriano e l’incarnazione di tutti quei valori in ubbidienza ai quali ella aveva scelto di abbracciare quella particolare strada, in contrasto a ogni voce contraria da parte della propria famiglia. E, obiettivamente, nei propri anni da poliziotta, nessuno le era stato più vicino, professionalmente e personalmente, del capitano Lange Rolamo, contribuendo certamente a fare di lei la donna e la detective che poi era divenuta. E, senza nulla togliere a Degan, il suo primo e unico partner come detective, al quale pur avrebbe avuto a doversi comunque riconoscere indubbiamente legata da un profondo affetto, in quel necessario affiatamento, in quell’inevitabile complicità, sviluppate nel lavorare fianco a fianco, spalla a spalla in un mondo come quello; indubbiamente avrebbe avuto a doversi considerare proprio la perdita del capitano ciò che, della propria passata vita, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual il suo maggior rimorso, quanto, malgrado tutto, ancor la tormentava, pur nell’assenza di qualunque sorta di dubbio nel merito della scelta da lei compiuta.
Il suo volontario allontanamento dalla polizia e dalla sua vita come detective, comunque, non avrebbe dovuto coincidere necessariamente con un allontanamento anche dai propri vecchi amici, ragione per la quale, invero, né con Degan, né con altri suoi ex-colleghi, né, tantomeno, con il capitano, ella aveva tagliato completamente i rapporti, sentendoli, quasi tutti, almeno una volta al mese per telefono e, comunque, non mancando di rispondere a qualunque invito a lei rivolto per qualunque occasione di rimpatriata, sia in coincidenza di eventi lieti, da festeggiare, da celebrare, sia, più sgradevolmente, in concomitanza con accadimenti funesti, quali, e purtroppo in quegli ultimi tre anni non erano mancati, ultimi saluti a coloro i quali, purtroppo, avevano finito con l’onorare il proprio giuramento arrivando a offrire finanche la vita alla città di New York. Dopotutto, al di là delle mai pubblicamente condivise ragioni che l’avevano spinta alle dimissioni, il suo allontanamento dalla polizia e dalla sua vita come detective avrebbe avuto a doversi riconoscere, appunto, qual volontario, motivo per il quale nessuno, fra tutti i propri ex-colleghi, avrebbe avuto ragione per non volerla più frequentare… al contrario: in molti, persino troppi, a ogni nuova occasione di contatto con lei, malgrado fossero passati già tre anni, non si concedevano ancor requie nell’invitarla a ritornare, pronti, se necessario, anche a raccogliere firme e quant’altro pur di garantirle il pieno reintegro nel suo ruolo, se solo ella lo avesse desiderato.
In un tanto cordiale clima, pertanto, facile sarebbe stato supporre quanto per lei, nella propria nuova vita come investigatrice privata, potesse essere addirittura giudicabile qual scontato il ricorso a così tanti possibili alleati a proprio esclusivo tornaconto, garantendosi, in tal maniera, l’accesso alle risorse della polizia malgrado non ne facesse più parte. Ciò non di meno, complice anche il genere di casi nei quali, abitualmente, ella era coinvolta, in verità prima di incontrare il signor Anloch ella non aveva mai avuto necessità di mischiare la propria nuova vita professionale alla propria vecchia vita professionale, in quello che, obiettivamente, la sua morale, non le avrebbe concesso di digerire tanto facilmente. Il giorno in cui, tuttavia, il caso Anloch aveva bussato alla sua porta, ella era stata inevitabilmente costretta a sfruttare, per la prima volta, il proprio passato da detective per raccogliere qualche aggiornamento a tal riguardo, ottenendo, in verità, comunque qualcosa di estremamente superficiale e più prossimo a semplici chiacchiere da bar che a una qualche effettiva fuga di notizie, così come, del resto, non avrebbe neppure osato pretendere.
Volendo, ciò non di meno, in quel momento, alla luce degli ultimi risvolti sul caso, cercare una collaborazione più incisiva con le autorità, per il rispetto e l’affetto che provava verso quella propria ex-famiglia, mai ella si sarebbe concessa opportunità di contattare direttamente qualcuno, fosse anche Degan stesso, per chiedere tutto ciò a titolo di favore personale, per quanto fosse oltremodo sicura che alcuno le avrebbe negato aiuto a tal riguardo. Così, forse in termini che qualcuno avrebbe potuto giudicare sciocchi, probabilmente per ragioni che qualcuno avrebbe potuto definire infantili, ella stava allora preferendo arrischiarsi a contattare direttamente la persona che maggior ragioni professionali avrebbe potuto vantare per rifiutarle qualunque genere di aiuto, in quanto, nel proprio ruolo, politicamente pericoloso sarebbe stato per lui accettare di prestarsi in tal senso a concedere un favore a una mediocre investigatrice privata qual, purtroppo, innanzi al giudizio di chiunque, Midda avrebbe avuto a dover essere allor riconosciuta.

venerdì 16 giugno 2017

RM 166


« Diamine! » esclamò egli, non demordendo, tuttavia, sull’argomento « Il lavoro va davvero così tanto male, per avere tutto questo tempo libero?! » suggerì, senza cattiveria, ma, semplicemente, animato dalla volontà di scherzare con lei, di stuzzicarla, in un giuoco fra vecchi amici quali entrambi erano.
« Sempre meglio, Ma’Vret… sempre meglio. » si congratulò l’investigatrice privata, sarcastica, addirittura sollevando le mani a concedergli un ben poco entusiasta accenno di applauso, a riconoscimento di tanta manifesta ed effervescente arguzia, che pur, egli lo avrebbe dovuto sapere, avrebbe rischiato di pagare, e di pagare con più interessi di quanti non avrebbe potuto evidentemente presumere « Posso supporre, in ciò, che mentre il mio lavoro sta andando davvero così tanto male come ipotizzi; la tua vita sentimentale abbia altresì preso una piega del tutto inaspettata, almeno fino a settimana scorsa, tale da rendere del tutto superflue le nostre sessioni di allenamento speciale. O sbaglio…?! »
« Ehy… questo è un colpo sotto la cintura! » protestò vivacemente, arrestandosi con la chiave a metà strada fra la sua tasca e la serratura della porta, aggrottando la fronte nel rivolgersi in direzione della propria interlocutrice « Io stavo solo scherzando! »
« Anche io… » volle rassicurarlo, offrendogli una lieve pacca all’altezza dei glutei, a dimostrare quanto, almeno per il momento, la loro occasionale intimità avesse a doversi considerare non compromessa, benché, subito dopo, si concesse ragione di divertimento a soggiungere « … ma tu cerca di trattarmi bene, o la prossima volta potrei non scherzare più. »
« Io ti tratto benissimo! » asserì, riportando l’attenzione alla serratura, solo per aprire la porta, permetterle di entrare e chiuderla alle proprie spalle, prima di attrarla delicatamente a sé a richiederle un bacio, tacita domanda alla quale ella rispose in maniera indubbiamente appassionata.

Benché, infatti, il suo rapporto con Ma’Vret non avesse mai trovato alcuna ufficialità, non tanto per assenza di interesse da parte di alcuno dei due, quanto, e piuttosto, della volontà, da parte dell’uomo, di evitare ai propri figli la confusione emotiva derivante dal vederlo intraprendere una relazione con una donna diversa dalla loro defunta madre e, in ciò, di permettere loro di affezionarsi eccessivamente a lei salvo poi, nell’eventualità che qualcosa fosse andato male, essere costretti a perderla; la loro relazione avrebbe avuto a doversi considerare, in verità, quanto di più impegnativo avesse emotivamente coinvolto Midda sin dalla sgradevole conclusione del suo matrimonio.
Iniziato, in verità, qual una sorta di malizioso gioco, un esperimento sessuale al quale entrambi si erano ben volentieri prestati, nell’assoluta fiducia, nella sincera complicità che, in fondo, li caratterizzava da molto tempo, sin da quell’unico, fugace anno in cui, entrambi, avevano frequentato insieme la stessa scuola, lui all’ultimo anno, lei al primo; quel loro rapporto aveva raggiunto, nel corso del tempo, uno squisito equilibrio, nel rispetto l’uno delle esigenze dell’altra e viceversa, non intromettendosi mai nelle reciproche vite quotidiane, ma potendo entrambi vantare quieta consapevolezza di quanto, in caso di bisogno, ci sarebbero sempre stati l’uno per l’altra, e viceversa. Così, benché nella più assoluta inconsapevolezza da parte delle rispettive famiglie, dei figli di Ma’Vret e dei genitori di Midda, ma non di Nissa, con la quale ella non avrebbe mai potuto avere segreto alcuno; e nella più totale assenza di qualunque definizione formale per il loro rapporto, di nessuna regola utile a sancire cosa avrebbero o non avrebbero potuto fare, lasciandosi spingere, soltanto, dalla naturalezza del momento; negli ultimi tre anni delle loro vite avevano intrattenuto un rapporto indubbiamente appassionato, concretamente solido e assolutamente monogamo, non trovando obiettivamente interesse a spendere tempo dietro ad altre, possibili, distrazioni, benché, a entrambi, non erano mancate, né sarebbero mai potute mancare.
E per quanto alcuno dei due avrebbe potuto avere ragioni per dubitare della sicurezza propria di quanto costruito insieme, pur inoppugnabile avrebbe avuto a doversi considerare il diritto della donna a ricorrere a minacce qual quella così appena formulata… ovviamente sempre e solo per scherzo.

« Rallenta un po’… tigre. » gli suggerì, sussurrando leggermente, nel ritrarsi appena da lui pur restando a quell’interlocutore tanto prossima da permettersi di accarezzare, nel mentre di tali parole, quelle stesse morbide e accoglienti labbra con le proprie « Non sono venuta qui per certe cose… e poi, ora, tu devi aprire la palestra. » volle ricordargli, laddove, nel confronto con il suo approccio, facile sarebbe stato temere egli si fosse già dimenticato persino che ore fossero, e quanto, in quel momento, altro, diverso da del pur ottimo sesso, avrebbe giustamente preteso la sua attenzione.
« Mmm… » si allontanò da lei ancora di qualche altro pollice di distanza, per meglio osservarla, per immergere i propri occhi in quelli di lei, il proprio sguardo nel suo « E tu chi sei? E cosa ne hai fatto di Midda Bontor…? » domandò, ancora giocoso, fingendo sorpresa innanzi a un simile richiamo all’ordine, laddove, in ciò, ritenuto evidentemente improprio nel confronto con il suo consueto stile « Abbi pazienza… ma essere richiamato all’ordine da te appare indubbiamente insolito, e anche un po’ strano… »
« Vuoi proprio costringermi a mettere in pratica la mia minaccia precedente…?! » ribadì ella, socchiudendo appena gli occhi nell’osservarlo, concedendogli, in tal senso, uno sguardo di supposta minaccia, benché, palesemente, alcuna violenza ella avrebbe avuto lì desiderio di imputargli, non dopo quel bacio indubbiamente fortificante.
« Mi rimangio tutto quello che ho detto! » si corresse rapidamente il pugile, non volendo correre alcun rischio in tal senso « Sei l’unica, la sola e inimitabile Midda Namile Bontor… » puntualizzò, nella volontà di escludere ogni possibile, ulteriore fraintendimento.
« … meno enfasi e ci siamo… » incalzò ella, ridacchiando nel confronto con quel tentativo di glorificazione a suo riguardo, risultato, invero, un po’ eccessivo nei propri toni… anche troppo per poter essere inteso qual pur sincero, così come, allora, egli avrebbe voluto essere.

E un secondo bacio, questa volta guidato dall’iniziativa della donna, allorché che da quella dell’uomo, pose definitivamente fine alla questione, riportando fra i due la pace che, pur senza serietà d’intenti, avrebbe potuto essere lì considerata estemporaneamente compromessa.
Entrata obiettivamente molto prima rispetto al proprio più consueto orario, alla conclusione di quel nuovo scambio affettuoso, l’investigatrice privata ebbe occasione di collaborare con il proprietario della palestra allo scopo di preparare l’ambiente all’arrivo di ulteriori clienti, tirando le tende, aprendo le finestre e, anche, sollevando qualche attrezzo lasciato in disordine la sera precedente, prima di dirigersi verso la stanzetta adibita a spogliatoio femminile, della quale ella avrebbe avuto a doversi considerare praticamente l’unica frequentatrice, per cambiarsi d’abito e indossare qualcosa di più comodo in vista dell’allenamento.
Lasciati, così, i propri abiti in uno sgangherato armadietto, ella ebbe a indossare una maglietta scura priva di disegni o scritte, dei pantaloni sportivi e una coppia di consunte scarpe di tela dichiarandosi, in tal maniera, pronta a iniziare una nuova sessione di allenamento. E, quando ebbe a uscire dallo spogliatoio, ad attenderla trovò, impeccabile nella propria scolpita figura, il suo ex-compagno di scuola, nonché attuale amante, lì già nei panni di allenatore, qual, da quel momento, e per le successive due ore, almeno, ella avrebbe avuto a doversi impegnare a considerarlo, a discapito, persino, del ricordo dei due appassionati baci appena scambiatisi: giacché, ella ne era certa, fedele al proprio ruolo, al proprio compito, egli non le avrebbe offerto alcun riguardo, non le avrebbe risparmiato alcun colpo, nella sola, importante, volontà non di dimostrarsi a lei superiore, in un assioma di ben facile dimostrazione, quanto e piuttosto di renderle un servizio, e un servizio volto a garantirle quella severità, quell’intransigenza che, sola, le sarebbe realmente stata utile per prepararsi, tanto a un pur improbabile incontro sul ring, quanto e piuttosto a un ben più possibile scontro nella propria quotidianità.

giovedì 15 giugno 2017

RM 165


Ciò non di meno, e, anzi, quasi paradossalmente, ben diversa ebbe a palesarsi la reazione intima di Midda nel confronto con tutto quello, giacché, per la prima volta dopo tanto, troppo tempo, le sarebbe stata offerta occasione di sentirsi nuovamente utile a qualcosa, a qualcuno, alla Società più in generale, in un incarico, in un obiettivo indubbiamente superiore a qualunque altro ormai, ella iniziava a credere, avrebbe avuto a doversi considerare condannata per il resto della sua intera esistenza.
E se anche, ne era consapevole, non avrebbe potuto permettersi allora di insistere ulteriormente con la propria interlocutrice, pretendendo da lei più dettagli, più spiegazioni di quanto potesse averle già concesso sino a quel momento, nel porla, altrimenti, in situazioni di eccessivo imbarazzo a confronto con una collaborazione, comunque, sino a quel momento fondatasi solo ed esclusivamente su gratuita, e assolutamente infondata, fiducia; l’assenza di un nome, di un’identità da associare al criminale di turno non ebbe a doversi considerare per lei una ragione di arresto, un motivo utile a perdersi d’animo, laddove, dopotutto, sino a quel momento, sino a quel risultato, avrebbe avuto a doversi riconoscere giunta qual in possesso sostanzialmente di nulla, se non di due nomi e tanta, forse troppa, audacia. Dopotutto, anzi, in quel momento avrebbe potuto obiettivamente vantare una conoscenza ben superiore della situazione, del contesto, in termini sufficienti a garantirle, anzi, di non potersi augurare maggiore buona sorte rispetto a quanto, in effetti, non le fosse stata garantita sino ad allora, nella benevola influenza della quale, di quel passo, sarebbe stata forse e persino in grado di raggiungere veramente alla conclusione, alla risoluzione, di un caso federale, addirittura in anticipo anche al caso Anloch.
Motivo per il quale, nel sentirsi, in tal senso, persino colpevole per la condizione ancor pietosa nella quale ella avrebbe avuto a dover riconoscere i propri progressi, o, piuttosto, la propria assenza di progressi, nel merito della scomparsa di quella giovane, e nel riservarsi l’occasione di riprendere in mano il caso federale dopo la mezzanotte, quando, ella sperava, nel tornare a parlare con una certa prostituta forse avrebbe avuto possibilità di raccogliere qualche informazione in più; l’investigatrice privata decise di dedicare il resto della giornata solo ed esclusivamente alla ricercare di maggiori informazioni su Carsa Anloch e, soprattutto, sulla misteriosa compagna e amante della stessa.

Lasciata, così, la sede della “Neverending Story Inc.”, e verificato di aver ancora una buona mezza mattina di liberà prima di un nuovo incontro programmato, e programmato solo entro i confini della sua stessa mente, con un’altra possibile fonte utile a raccogliere qualche ulteriore pezzo di quel secondo, non meno complesso, rompicapo; Midda decise che, a discapito della stanchezza che, in precedenza, l’aveva pesantemente contraddistinta, al difficile invito al ritorno alla vita antipaticamente orchestrato dalla propria sveglia, forse si sarebbe potuta riservare qualche ora di allenamento, o, più precisamente sfogo, in palestra, in quell’unico, non troppo costoso, vizio che, comunque, ella continuava a concedersi, malgrado le sue comunque sempre scarse, per non dire più propriamente inesistenti, finanze.
Per sua fortuna, al di là della propria tutt’altro che teorica indigenza, ella aveva mantenuto i contatti con un vecchio amico, anch’egli ex-stella della squadra di atletica della sua scuola superiore, di qualche anno più avanti di lei, che, accantonati i fasti degli anni della propria adolescenza, aveva deciso di investire le proprie poche fortune, e il proprio molto tempo, nell’aprire una palestra, e una palestra di che avrebbe reso fiero Stallone, almeno a giudicare dal ruolo interpretato nel suo ultimo capolavoro appena uscito, ultimo capitolo della lunga e fiera saga cinematografica che ne aveva contraddistinto l’intera esistenza, in quanto sostanzialmente identica alla gloriosa palestra di Mickey che, a dispetto dell’ormai sopraggiunto ventunesimo secolo, avrebbe avuto a doversi riconoscere fondamentalmente immutata non soltanto nel proprio aspetto ma, ancor più, nel proprio spirito. E, nella palestra “Rou’Farth“, di proprietà del suo amico Ma’Vret, ella era certa di quanto, al di là di tutti i propri problemi economici, avrebbe sempre trovato ospitalità e accoglienza, oltre all’occasione di espellere tonnellate di tossine e cattivi pensieri attraverso un po’ di sano sudore, qualche gancio ben piazzato e, perché no…?, forse anche qualche goccia di sangue sputato.
Perché, in fondo, anche lei, così come Ma’Vret, e così come anche il leggendario allenatore di Rocky, difficilmente sarebbe riuscita a trovare un qualche senso nei macchinari altamente tecnologici dei quali erano pieni la maggior parte delle palestre della città, il cui costo di abbonamento solitamente avrebbe avuto a doversi riconoscere coincidente con non meno di un lustro di affitto per lei: macchinari che, dal suo punto di vista, dal loro punto di vista, mai avrebbero potuto competere con del vero allenamento, e di quel tipo di allenamento al termine del quale magari sarebbe potuta giungere con qualche ematoma in più, a decorazione della propria candida pelle, ma che pur avrebbe avuto a doversi inoppugnabilmente quanto di più prossimo, vicino, equivalente, alla vita vera, con i propri alti e i propri bassi, con le proprie sconfitte e i propri trionfi. Oltretutto che senso mai avrebbe potuto avere percorrere degli scalini finti in costante moto all’interno di una palestra, senza giungere da alcuna parte, allorché risalire una vera gradinata per conquistare una vetta? O camminare, o correre, per ore, sopra un nastro senza mai muoversi, anziché passeggiare, o correre, all’interno dell’immenso Central Park, e dei suoi viali alberati? Domande sicuramente retoriche, quelle così proposte, giacché, nella maggior parte dei casi, coloro i quali avrebbero avuto a doversi ritrovare puntualmente due o più volte alla settimana impegnati in simili allenamenti, poi sarebbero stati comunque i primi a rifiutare di muovere due passi, di salire una rampa di scale a piedi, nel non avere piacere a stancarsi se non, incomprensibilmente, al di fuori di tali supplizi degni del mitologico Sisifo.
Flessioni, addominali, trazioni, piegamenti, corda, pesi: questo sarebbe stato quanto ella avrebbe potuto trovare ad attenderla all’interno della palestra “Rou’Farth”. Questo e, ovviamente, Ma’Vret, il quale sarebbe stato ben lieto non soltanto di accoglierla, ma anche di farle da sparring partner e, all’occorrenza, di avversario. E che avversario!
Perché, a differenza del cinematografico Mickey, Ma’Vret Ilom’An, dall’alto dei suoi quarant’anni, con la propria scultorea figura da peso massimo, un superbo corpo scolpito nell’ebano, avrebbe avuto a doversi comunque considerare non soltanto uno straordinario atleta, ma anche un incredibile pugile. Pugile che, in effetti, aveva scelto di ritirarsi, per altro imbattuto, dal circuito professionistico solo e unicamente per amore dei propri due figli, H’Anel e M’Eu, ai quali era già stata tragicamente negata la madre, loro portata via da un’impietosa malattia quand’ancora troppo piccoli persino per riuscire effettivamente a ricordarla, e che mai avrebbe quindi voluto privare anche di un padre, facendoli divenire completamente orfani, per conseguenza di qualche sgradevole incidente sul ring.
A dispetto, quindi, della modestia di quel luogo, e dei suoi abituali frequentatori, la palestra “Rou’Farth” avrebbe avuto, invero, a doversi considerare forse uno dei luoghi più importati di tutta la città, proprio in considerazione del suo proprietario: un luogo tuttavia sconosciuto ai più, e che Midda, così come molti altri suoi pari, invero, amavano anche per quello, nel poter lì ritrovare quanto di più vicino, quanto di più prossimo al vero, al puro spirito del pugilato, o, almeno, di quella versione del pugilato a cui essi amavano pensare.

« Guarda un po’ cosa mi ha lasciato il gatto sullo zerbino… » esclamò, con voce calda e profonda, il colossale Ma’Vret, giungendo in prossimità allo spoglio ingresso alla propria palestra e trovando, ad attenderlo, proprio l’investigatrice privata, lì sopraggiunta, invero, persino un quarto d’ora prima dell’orario di apertura della stessa, in quanto, forse, ella avrebbe amato considerare per se stessa un’abitudine e, in quanto, al contrario, avrebbe avuto a doversi ritenere, altresì, una bizzarra eccezione, essendo sua consuetudine, anzi, arrivare sovente in pericolosa prossimità all’orario di chiusura e, in ciò, costringendolo pazientemente a tardare solo e unicamente per lei « Spero che tu non mi stia aspettando qui da ieri sera, rossa! » sorrise sornione, nel sottintendere quanto improbabile avesse a doversi considerare il suo arrivo anticipato rispetto, piuttosto, a un ritardo di ordine tanto mostruoso da poter essere confuso per tale.
« Come siamo spiritosi oggi… » replicò ella, inarcando il sopracciglio destro, per volgere uno sguardo di scherzosa disapprovazione a confronto con quell’osservazione « Per tua informazione sono qui addirittura da quindici minuti! »