Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Tanti auguri, mamma!

Manco farlo apposta, la conclusione del racconto con RM 003 - Reimaging Midda: Il sapore familiare del veleno!, dopo ben settantuno episodi (il racconto più lungo di Midda, a oggi!), coincide con la festa della mamma.
Motivo per cui, festeggiando il traguardo di un altro racconto di Midda concluso (e di una Midda alternativa, come tutte quelle finora apparse in Reimaging Midda), non posso ovviare a fare gli auguri a una delle lettrici più affezionate di Midda, nonché alla co-autrice della stessa (quantomeno dal punto di vista grafico), con questo piccolo intervento.
Quindi: auguri mamma!
E grazie di tutto il sostegno in questi quasi dieci anni di pubblicazioni!

Da domani, inoltre, riprenderà la pubblicazione di RM 001 - Reimaging Midda: Un altro morde la polvere, iniziando con la riproposizione dei primi nove episodi precedentemente pubblicati a cavallo fra il dicembre 2015 e il gennaio 2016.
Nella speranza, in tutto ciò, di essere riuscito finalmente a rompere la maledizione che aveva afflitto questa serie fra il 2014 e lo scorso anno.

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 14 maggio 2017

lunedì 30 marzo 2015

2296


Come già per Duva prima di lei, anche per la Figlia di Marr’Mahew fu questione di un fugace istante.
A differenza di Duva prima di lei, per l’Ucciditrice di dei, comunque, tale fugace istante non la trovò egualmente impreparata.
E anche laddove straordinariamente rapido ebbe a offrirsi l’incedere del proprio antagonista, del proprio avversario, non meno straordinaria e non meno rapida ebbe a dimostrarsi la sua risposta, la sua reazione innanzi a una tale aggressione. Un’aggressione che non la raggiunse, pertanto, alle spalle, così come già aveva sorpreso l’amica, nonché mancata gemella; ma a risposta della quale ella si ritrovò a sollevare il proprio destro in lucido metallo cromato, ruotando quanto sufficiente a permetterle di erigere, in grazia a tale gesto, un speranzosamente invalicabile muro fra sé e qualunque genere di minaccia fisica, di azione materiale a suo discapito.
Fu solo in conseguenza a tutto ciò, pertanto, che ella ebbe occasione di preservare l’incolumità, e l’integrità, della propria candida pelle sporadicamente ricoperta da efelidi, osservando, per un momento apparentemente interminabile, e pur sostanzialmente effimero più di un battito di ciglia, l’inattesa, imprevista e, obiettivamente, imprevedibile, creatura che aveva in tutto ciò tentato di sopraffarla… immediatamente, tuttavia, respingendola lontana da sé, e respingendola, in tal atto, con tutta l’energia che le sarebbe potuta derivare in conseguenza all’impiego del proprio nuovo arto tecnologico alimentato all’idrargirio, una forza utile a permetterle di sollevare, in tutta serenità, fino a mille libbre di peso. E se, in conseguenza a una tale spinta, un comune avversario umano, sarebbe necessariamente morto, nel ritrovarsi, quantomeno, l’intera cassa toracica, se non ogni singolo osso del proprio corpo, completamente fratturato, distrutto come soltanto a seguito della devastazione conseguente alla caduta da un’incredibile altezza; la creatura sua avversaria ebbe occasione di comprovare, non che ciò fosse realmente necessario, la propria non umana natura, quasi ignorando l’incredibile impatto a cui si ritrovò sottoposta per poter, immediatamente, recuperare una postura eretta e, ciò non di meno, valutare qual saggia, almeno nell’immediato, l’idea di rifuggire, di ritrarsi, se non perché ferita, probabilmente perché comunque sorpresa, sconvolta dalla piega presa in maniera del tutto inaspettata dagli eventi accaduti.

« Una… magnosa…?! » ebbe, pertanto, tempo di commentare la donna guerriero, ritrovandosi, a onore del vero, non meno disorientata da quegli ultimi eventi rispetto alla propria antagonista, alla propria avversaria estemporaneamente, e velocemente, scomparsa alla sua vista, così come subitaneamente era apparsa.

Tale, in effetti, non avrebbe potuto che essere distinta, al suo sguardo, la creatura che, un momento prima, l’aveva inaspettatamente aggredita, seppur, indiscutibilmente, palesandosi in dimensioni maggiori rispetto a qualunque magnosa avesse avuto precedente occasione d’incontro nel corso della propria vita.
Laddove, infatti, ella aveva avuto occasione di pescare, o mangiare, crostacei di tale famiglia di lunghezza eguale a quasi un piede e mezzo, nei casi più straordinari; l’essere che l’aveva allora aggredita, con fattezze incredibilmente assimilabili a quelle di una magnosa, avrebbe avuto a dover essere misurato in oltre due piedi, con zampe, carapace e antenne perfettamente proporzionate a simile quadro. Ma laddove, una magnosa, non avrebbe mai potuto permettersi tanta agilità, tanta velocità e tanta autonomia al di fuori dell’acqua nella medesima misura in cui, quella creatura, aveva già offerto riprova di saper agire, improbabile avrebbe avuto a doversi effettivamente considerare una qualche reale parentela fra quella bestia, quel mostro, e ciò con cui ella aveva avuto passata occasione di banchettare… visto e considerato, oltretutto, che alcuna magnosa avrebbe mai potuto compiere balzi come quello che il suo avversario aveva mosso a suo discapito, né avrebbe potuto aprire una breccia nelle porte dei container così come, altresì, quell’essere doveva aver compiuto.
Magnosa o meno che, realmente, avrebbe avuto a doversi considerare, in comune con la creatura dei mari da lei conosciuta simile avversario condivideva, evidentemente e comunque, un’indubbia capacità di fronteggiare gli attacchi, le aggressioni più devastanti, probabilmente in primo luogo per mezzo del proprio esoscheletro, così come, nel potenzialmente devastante impatto appena subito, aveva offerto palese riprova. E per quanto, nel corso della propria straordinaria esperienza di vita, ella non si fosse negata precedenti occasioni di confronto con creature dotate di simili meccanismi di difesa, di corazze di incredibile resistenza, sopravvivendo a ogni confronto in tal senso e, in ciò, abbattendo tali esseri, simili mostri, al di là di ogni difficoltà; la minaccia rappresentata, in quel momento, da una magnosa aliena non avrebbe potuto essere facilmente minimizzata nel proprio valore, nel proprio pericolo. Non ove, obiettivamente, già una comunissima magnosa del proprio mondo, da mangiare, avrebbe avuto a dover essere comunque riconosciuta qual una sfida alquanto interessante, nel domandare, invero, un certo impegno, indubbia pazienza, per permettere al candidato convitato di raggiungerne le saporite membra.
Prima ancora che, tuttavia, la mercenaria potesse aver occasione di condividere con le proprie compagne l’informazione così conseguita, l’identificazione in tal modo ottenuta nel merito dell’identità di almeno una loro antagonista, al fine di concedere loro una migliore occasione di confronto con essa, o con eventuali sue simili; alla Figlia di Marr’Mahew fu concessa un’altra, non banale, possibilità di chiarificazione nel merito della situazione corrente. E, nel dettaglio, la risposta al non retorico dubbio sull’ipotesi che, in effetti, quella magnosa aliena non avesse a doversi considerare la sola della propria stirpe, entro i confini della nave. Perché, con la medesima subitaneità con la quale la precedente antagonista era pocanzi svanita, Midda si ritrovò, improvvisamente e spiacevolmente, circondata da quasi una dozzina di simili crostacei siderali, alcuni in dimensioni persino maggiori al primo da lei affrontato, i quali, pur non precipitandosi immediatamente a suo discapito, a ricercare la sua testa e, con essa, la sua vita, non parvero presentarle neppure una piacevole promessa di immunità suggerendole, al contrario, soltanto la peggiore conclusione possibile al proprio cammino esistenziale.

« D’accordo… » sussurrò a denti stretti, chiudendosi in posizione di guardia con la destra in metallo cromato levata innanzi a sé, a proteggerla al pari di uno scudo, e la propria mancina saldamente stretta attorno all’impugnatura della sua spada, non tanto per concederle di ricercare una qualsivoglia sensazione di conforto, quanto, e piuttosto, per permetterle di credere, ancora, in se stessa e nella propria capacità di definire autonomamente il proprio destino in sola grazia alle proprie azioni, a quanto da lei compiuto per plasmare, istante dopo istante, il futuro che l’avrebbe in tutto ciò attesa « Se fossimo al porto di Seviath, sicuramente in questo momento potreste rappresentare la gioia di un sacco di gente, fra osti e locandieri. » argomentò, cercando di trascurare le proporzioni mostruose dei propri avversari, per ricondurli a una dimensione per lei psicologicamente gestibile, nel paragonarli a comuni crostacei « Diciamo, quindi, che è comunque una fortuna che a bordo di questa nave ci siano almeno due cuochi… sebbene la titolare di simile ruolo non si stia dimostrando particolarmente entusiasta per la presenza del nuovo arrivato. »

Per lei, quella non avrebbe avuto a doversi considerare la prima volta nel corso della quale, posta innanzi a un pericolo potenzialmente letale, si era ritrovata impegnata a ricorrere all’ironia, se non, addirittura, al sarcasmo, per tentare di semplificare la situazione e sminuire l’impegno che essa avrebbe preteso da parte sua al fine di concederle un’opportunità utile a conquistare quello stesso futuro della quale desiderava essere la sola fautrice, e persino autrice. Per lei, parimenti, quella non avrebbe avuto a doversi neppure considerare la prima volta nel corso della quale, rispondendo a una potenzialmente letale minaccia con quello che non aveva mai preteso essere un raffinato senso dell’umorismo, e che pur, ciò non di meno, le aveva consentito, in più di un’occasione, di divertirsi, si era ritrovata indubbiamente incompresa nelle proprie argomentazioni, suscitando, più o meno prevedibilmente, una violenta reazione da parte dei propri più seri, e meno loquaci, antagonisti.

lunedì 16 marzo 2015

2295


In un moto d’orgoglio, in maniera forse egoistica ed egocentrica, Duva Nebiria non volle negarsi occasione di somatizzare il dolore, e il dolore conseguente tanto alla ferita quanto al disinfettante, riflettendo su come, se al suo posto fosse stato un uomo, certamente non avrebbe potuto ovviare a imprecare, a gridare e, persino, a sbraitare, nel mentre in cui ella, pur quasi incrinando i propri bianchi denti nello sforzo, riuscì a mantenere il silenzio, riuscì a trattenere la pena all’interno del proprio corpo, nella volontà di ovviare a promuovere la loro posizione più di quanto, probabilmente, non avevano già loro malgrado pubblicizzato con quanto già accaduto.
In linea di principio, esattamente come la propria mancata gemella, anche Duva non avrebbe potuto vantare ragione di avversità nel confronto del genere maschile. I suoi gusti sessuali, così come quelli emotivi, non le avevano mai fatto prendere in esame l’idea di una relazione con un’altra donna, nel ben apprezzare, anzi, quanto gli uomini avessero da offrire: ciò non di meno, al di là di ogni possibile valutazione in tal senso, ella non avrebbe mai potuto ovviare ad avvertire una certa rivalità nei confronti dell’altro sesso, complice, sicuramente, una matrice indiscutibilmente patriarcale alla base della maggior parte delle culture con le quali ella aveva avuto occasione di avere a che fare. Il fatto che apprezzasse gli uomini, il fatto che potesse provare desiderio e piacere a giacere con un uomo, il fatto, persino, che si fosse sposata, sebbene poi avesse finito con il divorziare, non avrebbero mai potuto impedirle di riconoscere anche le negatività proprie del genere maschile, i loro limiti, le loro debolezze, e, peggio, le loro prepotenze, a fronte di ciò provando ineluttabilmente un moto di ribellione all’idea di poter essere, stolidamente e superficialmente, essere considerata inferiore rispetto a un qualunque uomo per il semplice fatto di essere donna. Da ciò, quindi, il suo pensare e il suo agire, tali da vederla intenta a trattenere ogni dimostrazione di dolore, di pena, anche e soprattutto nel confronto con il presupposto, invero non poi così privo di ragionevolezza, di quanto mai, un uomo, sarebbe stato in grado di esserle allor pari.

« Credo di aver fatto… » annunciò Lys’sh, alla conclusione del rapido intervento, provvisorio e pur, speranzosamente, almeno per quel momento sufficiente a posticipare il peggio, a procrastinare l’esigenza, pur incontrovertibile, di un immediato intervento medico in soccorso al primo ufficiale della Kasta Hamina… intervento per conquistare la possibilità del quale avrebbero entrambe avuto ancora molta strada da dover compiere « Ho applicato una sutura temporanea alla ferita che dovrebbe concederti una minima libertà di movimento. Ma, se mi posso permettere, non credo che abbia a dover essere considerato opportuno, per te, ora, ipotizzare di impegnarti in un qualche nuovo scontro fisico. Non fino a quando il dottor Ce’Shenn non avrà avuto possibilità di verificare le tue condizioni. » soggiunse, con necessaria premura verso di lei, e ineluttabile timore alla prospettiva di quanto, ciò da lei allor compiuto, avrebbe potuto dimostrarsi del tutto inadeguato all’esigenza dell’amica.
« … ne prendo atto… » sussurrò, per tutta replica, l’altra, non riuscendo a ovviare a un certo tremore nella propria voce, laddove le dolorose fitte precedenti non avrebbero potuto ancor dirsi dimenticate né, in effetti, completamente passate « … tuttavia abbiamo ancora del lavoro da compiere… e fino a quando non avremo finito, il buon Roro dovrà attendere… »

Che Duva fosse una donna dotata di un certo carattere, di un forte carattere, invero, avrebbe potuto essere testimoniato da chiunque a bordo della Kasta Hamina, a incominciare dallo stesso capitan Rolamo che, primo fra tutti, aveva avuto esperienza personale e diretta nel merito di tutto ciò, e, ancor più, delle conseguenze che, sole, avrebbero potuto derivare da un qualunque atto, verbo o pensiero volto a contrariare la propria ex-moglie, con un necessario moto di simpatia per chiunque, più o meno consapevolmente, ne fosse rimasto coinvolto. Che Duva fosse una donna dotata di un certo grado di incoscienza, di un deciso grado di incoscienza, altrettanto, avrebbe potuto essere testimoniato da qualunque membro di quello stesso equipaggio, a incominciare, nuovamente, dal suo ex-marito il quale, primo fra tutti, non si era mai rifiutato occasione utile per criticare tale suo genere di approccio, riconoscendolo, sovente, persino prossimo all’autolesionismo ancor prima che risposta al richiamo proprio di un mero spirito d’avventura o, quantomeno, di un mero spirito d’avventura per così come da lui riconoscibile tale.
Chiunque a bordo della Kasta Hamina, incominciando propriamente dall’abitualmente paziente Lange, tuttavia, non avrebbe potuto comprendere e apprezzare realmente il carattere, e lo spirito, di Duva, con la sola eccezione rappresentata dalla stessa Midda Bontor, che, con lei, del resto, condivideva tale spirito e tale carattere. Soltanto quella donna guerriero, soltanto quella mercenaria proveniente da un mondo lontano, sarebbe stata realmente in grado di comprendere e apprezzare concretamente quanto provato da colei che, a tutti gli effetti, altro non sembrava che essere un’altra se stessa, ritrovandosi contraddistinta da medesima forza, da eguale caparbietà e, ancora, da quella stessa scintilla di vita alla luce soltanto della quale ogni aspetto della realtà non avrebbe potuto ovviare ad assumere una ben diversa sfumatura, una ben diversa colorazione, utile a intendere pari a un atto dovuto, un dovere improrogabile, quanto agli occhi di chiunque altro non sarebbe potuto che apparire come imprudenza o, peggio ancora, autolesionismo.
Probabilmente nessuno, in tutto ciò, avrebbe potuto quindi comprendere perché, pur ferita e, forse, sopravvissuta per sola grazia divina, Duva avrebbe continuato a dimostrarsi ostinatamente decisa a proseguire nel cammino allora iniziato, nella battaglia a cui si era già votata. Nessuno fatta necessaria eccezione per la Figlia di Marr’Mahew, per l’Ucciditrice di Dei che, a propria volta, mai si sarebbe tirata indietro… non, quantomeno, fino a quando i propri interessi non si fossero dimostrati palesemente volti in una ben diversa direzione.
Alla luce di ciò, per quanto Midda fosse stata la prima a suggerire l’eventualità di un’opportuna ritirata per le proprie compagne, non riconoscendo ulteriori ragioni, per loro, di restare entro i confini rappresentati da quel delimitato, e pur non così ristretto, campo di battaglia; proprio la mercenaria avrebbe avuto a dover essere egualmente riconosciuta qual la prima a essere conscia di quanto, ineluttabilmente, ciò non sarebbe stato neppure preso in considerazione all’interno del ventaglio di possibilità alternative, nel non poter essere, sostanzialmente, neppur riconosciuta qual realmente tale. Tanto in direzione di Duva, quanto in quella di Lys’sh, comunque, la donna dagli occhi color ghiaccio non avrebbe potuto ovviare a riconoscere un meritato tributo di fiducia tale da garantire a entrambe, allora, la libertà di agire secondo i propri desideri, secondo le proprie aspettative, secondo il proprio cuore, tanto innanzi all’idea di restare, quanto di fronte a quella di ripiegare, senza poter essere, né su un fronte, né su quello opposto, giudicate in alcun modo da lei. Ove avessero preferito ritrarsi dal confronto, ella lo avrebbe compreso e, in alcuna misura, ciò avrebbe potuto compromettere il proprio giudizio per loro: parimenti, tuttavia, ove avessero, prevedibilmente, scelto di restare e proseguire nella battaglia, ella lo avrebbe compreso e, in alcuna misura, ciò avrebbe potuto cambiare il suo approccio a quel confronto, laddove, certamente, non avrebbe potuto allor permettersi di ritornare sui propri passi, di accorrere in loro soccorso, senza, in tal maniera, sollevare un chiaro dubbio nel merito della loro autonomia, della loro capacità di saper valutare la situazione e, soprattutto, di saperla affrontare per come necessario.
Così, pur non indifferente alla sorte delle proprie compagne, Midda Bontor preferì proseguire imperterrita nel proprio cammino, nella propria esplorazione del settimo container, con la consapevolezza di quanto, sia Duva sia Lys’sh, sarebbero comunque state in grado di affrontare qualunque genere di minaccia, al di là dei sicuramente spiacevoli effetti di una ferita, superficiale o no, come quella già inferta al primo ufficiale della nave. D’altro canto, comunque, anche laddove ella avrebbe potuto mutare il proprio pensiero, ancora laddove ella avrebbe potuto riservarsi ragione per tornare sui propri passi e rivolgere la propria attenzione a un’azione di supporto alle proprie sorelle d’armi, tale possibilità le sarebbe stata negata dalla sorte, dal fato che già, nel suo immediato avvenire, aveva posto un sicuramente tardivo, e pur immancabile, incontro con i propri ancor sconosciuti antagonisti.

lunedì 9 marzo 2015

2294


« Lys’sh… aggiornami. » richiese la voce del capo della sicurezza, attraverso il comunicatore, offrendo riprova di quanto, evidentemente, ella avesse seguito l’evolversi della questione, seppur a distanza, e, allora, attendesse qualche dettaglio in più in merito a quanto poteva star accadendo alle proprie compagne, alle proprie amiche e sorelle d’armi, del possibile avverso fato delle quali non avrebbe potuto riservarsi la benché minima occasione di perdono nei propri stessi riguardi, laddove fosse loro occorso qualcosa di negativo o, peggio, di irreparabile « Che cosa succede?! »
« Duva è stata aggredita. Un colpo alla nuca. » riferì l’ofidiana, in pronta risposta all’amica lontana, non desiderando in alcun modo imporle più incertezza in merito al loro fato rispetto a quanto, già, non avrebbe potuto allora caratterizzarle « Fortunatamente il danno non sembra grave… sebbene per qualche istante abbia perduto consapevolezza di sé. » precisò, nel mentre in cui, nell’equipaggiamento fornitole dalla propria stessa interlocutrice, iniziò allora a cercare il necessario per il primo soccorso, non volendo trascurare la ferita imposta a discapito dell’audace primo ufficiale della Kasta Hamina.
« Valuta la situazione e, all’occorrenza, ripiegate entrambe verso la nave. » suggerì, pertanto, la Figlia di Marr’Mahew, non dimostrando la benché minima esitazione a ipotizzare, per loro, una preventiva ritirata, dietro la quale non avrebbe voluto lascia intendere alcun genere di critica a loro discapito quanto, e soltanto, offrire riprova di sincera premura per loro « Se Duva dovesse necessitare di cure mediche, non avrebbe senso permetterle di rischiare vanamente la vita. »
« D’accordo. » concordò Lys’sh, annuendo appena per quanto, tal gesto, non sarebbe risultato attraverso l’azione della ricetrasmittente « Ora verifico le sue condizioni. »

Laddove, altri, nel porsi qual spettatori di quel breve dialogo, avrebbero potuto sollevare disappunto nel confronto con il comportamento apparentemente freddo e distaccato della mercenaria, tale da non vederla neppure prendere in esame l’idea di accorrere, a propria volta, in soccorso alle compagne; all’attenzione della giovane donna rettile un tale pensiero, una simile idea d’avversione a discapito dell’amica, non ebbe neppur fugace occasione di proporsi, vedendola, anzi, interpretare più correttamente tale comportamento non quanto una mancanza di interesse da parte sua quanto, e al contrario, la volontà di dimostrare, soprattutto nei suoi confronti, stima e fiducia, in misura utile a non ritrovarsi costretta a precipitarsi da lei, da loro, per prenderne le distanze, così come, al contrario, avrebbe avuto ragione di compiere nel caso in cui non l’avesse giudicata all’altezza della situazione, non l’avesse riconosciuta, qual invece l’aveva, propria pari e, in ciò, in grado di difendersi e in grado, all’occorrenza, di difendere anche Duva, custodendola non diversamente da come si sarebbe riservata occasione di proteggerla ella stessa. Non disinteresse, quindi, quanto fiducia… e fiducia innanzi alla quale, malgrado non ne avrebbe avuto ragione alcuna, Lys’sh non avrebbe potuto ovviare a dimostrarsi riconoscente nei suoi confronti, allora così come in passato, così come al loro primo incontro.
In verità, per quanto, infatti, Midda non le avesse mai negato la propria più completa approvazione, e non avesse mai mancato di comprovarle, in più di un’occasione, la propria ammirazione; per l’ofidiana, la differenza di esperienza esistente fra lei e l’amica avrebbe avuto a doversi riconoscere tale da non consentirle la benché minima opportunità di adagiarsi, psicologicamente ed emotivamente, nel proprio ruolo di pari, ritrovandola, in tal senso, sovente bisognosa di una qualsivoglia dimostrazione di approvazione da parte sua, confortante rassicurazione sulla bontà delle proprie azioni, sulla qualità del proprio apporto alla causa comune, così come, pur, l’Ucciditrice di Dei, fino a quel momento, non aveva mai avuto la benché minima ragione di dubbio, riconoscendola, onestamente, qual più che meritevole di tutta la stima in lei sempre sinceramente, mai ipocritamente, riposta.
In nulla, quindi, scoraggiata dalla mancanza dell’evidenza di una qualche volontà di diretto intervento in loro soccorso da parte della donna guerriero e, anzi, da tutto ciò rinfrancata nel proprio ruolo, nella propria posizione; Lys’sh non si lasciò distrarre ulteriormente dal proprio compito, riportando tutta la propria concentrazione, tutta la propria attenzione nei confronti di Duva e della sua ferita, del taglio da lei riportato.
E per quanto, allora, già stesse tenendo in mano quanto necessario per intervenire, e intervenire a estemporanea cura di quel danno, prima ancora di azzardarsi a operare in tal senso, ella volle ricercare un’occasione di riscontro verbale da parte della stessa, riconoscendo, obiettivamente, quell’area, quel particolare punto, troppo delicato, troppo pericoloso nelle implicazioni a esso connesse, per potersi concedere di agire con superficialità e arroganza, con l’unico rischio, da tutto ciò, di imporre, semplicemente e tragicamente, un danno ancor più grave alla propria amica e, lì, protetta.

« Duva… riesci a muovere le dita delle mani e quelle dei piedi…?! » domandò, pertanto, ancora non azzardandosi a toccarla, a smuoverla da lì, in attesa di poter allora constatare quanto, effettivamente, quella ferita avesse a doversi intendere superficiale così come, nell’immediato, l’aveva voluta valutare.

Ancora in parte stordita, ancora in parte priva di sensi e di una qualsivoglia consapevolezza nel merito del mondo a sé circostante, la donna offrì comunque riprova di aver, se non ascoltato, quantomeno percepito le parole da lei pronunciate e l’invito in esse contenuto… invito al quale, allora, ebbe a replicare lasciando fremere appena la punta delle dita delle mani e, Lys’sh non ebbe dubbi a ipotizzare, sotto le scarpe anche quella delle dita dei piedi.

« … sì… » sussurrò quindi, sforzandosi, nel mentre di quella stessa replica, di riconquistare maggiormente controllo su di sé e sulla propria mente, in misura utile a ovviare, allora, a poter ritornare il prima possibile in giuoco, laddove, a sua volta guerriera e combattente, non avrebbe potuto tollerare di essere esclusa tanto banalmente dalla battaglia… non dopo che già, troppo semplicemente, aveva permesso ai propri avversari di sopraffarla, cogliendola del tutto impreparata sebbene, paradossalmente, difficilmente avrebbe avuto a potersi considerare più pronta rispetto al momento dell’imboscata, di quell’aggressione che, da esca, avrebbe dovuto vederla mutarsi in predatrice e che, tuttavia, l’aveva trovata più che immedesimata nel mai piacevole, mai gradevole, ruolo di preda.
« Questo è buono. » sospirò, appena, l’ofidiana, allora azzardandosi a sfiorare le forme di lei con le proprie mani, per rigirarla lievemente e poter, in ciò, avere un migliore accesso all’area lesa, sulla quale avrebbe dovuto applicare il medicamento e un primo bendaggio d’emergenza « Cercherò di essere il più delicata possibile ma ti hanno ferita alla base del collo e, per quanto probabilmente non sia nulla di grave, non possiamo aspettare che tu muoia dissanguata prima di iniziare a preoccuparci… »
« … attenta… » si impegnò a porla in guardia, in un intervento che, seppur nell’immediato avrebbe potuto essere facilmente frainteso qual in riferimento alla propria situazione, invero avrebbe avuto a dover essere interpretato in altro modo, così come, subito, Duva ebbe a precisare, proseguendo nel monito in tal maniera iniziato « … non l’ho visto arrivare… è stato… molto veloce… davvero molto veloce… » spiegò, in riferimento all’avversario che l’aveva sopraffatta con tanta semplicità « … non ti distrarre… »
« Non mi distrarrò. » la rassicurò, effettivamente già impegnata, pur mantenendo tutta la propria attenzione, tutta la propria concentrazione su di lei, a mantenere sotto controllo, con il proprio fine udito e il proprio olfatto, l’area a loro circostante, non desiderando potersi lasciar cogliere impreparata proprio nel mentre in cui, in tutto quello, da lei avrebbe avuto a dover dipendere il benessere della propria compagna « Tu, però, porta un attimo di pazienza… e ricorda che non ho alcuna formazione da medico da campo. » proseguì, iniziando a tamponare la ferita con il disinfettante, cercando di agire con più delicatezza possibile per quanto, immancabile, fu una violenta contrazione del corpo dell’altra, nel momento in cui il medicamento iniziò ad agire e, purtroppo, a bruciare « Anche se, di questo passo, fra un altro paio di anni al vostro fianco, immagino che potrò aggiungere anche questa attività al mio curriculum… »

martedì 3 marzo 2015

2293


Tale, quindi, avrebbe avuto a doversi riconoscere la differenza di maturità esistente fra l’una e l’altra, il diverso grado di malizia guerriera che avrebbe potuto caratterizzare la prima piuttosto della seconda, sia in diretta conseguenza alla diversa formazione dell’una e dell’altra, sia, probabilmente e in parte, anche per una innegabile differenza caratteriale che, in Duva, in particolare, trovava un animo del tutto affine a quello della Figlia di Marr’Mahew, un approccio alla vita, alla morte e alla guerra indubbiamente insolito, insueto, e pur, non per questo, necessariamente errato, obbligatoriamente sbagliato. Giacché, nel medesimo contesto in cui Lys’sh non avrebbe potuto ovviare a provare timore e rimorso all’idea di aver potuto involontariamente porre la propria compagna nel ruolo di esca, così come, apparentemente, sembrava aver potuto compiere; la stessa Duva Nebiria non avrebbe potuto ovviare a voler approfittare di ciò, accogliendo di buon grado il compito assegnatole, più dal fato che dalla propria compagna, e, in tal senso, abbracciandolo con mirabile pacatezza, freddezza, controllo, in nulla palesando preoccupazione per quanto avrebbe potuto essere, per il rischio che in tal maniera avrebbe potuto esserle riservato nella più completa assenza di qualunque genere di preventiva pianificazione a tal riguardo, ma, semplicemente, agendo per come, all’atto pratico, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto necessario agire, senza troppi ripensamenti, senza alcuna inutile e, altresì, potenzialmente dannosa elucubrazione a tal riguardo.
Non propriamente rincuorata dalla scelta della compagna, e pur, necessariamente, costretta a condividerne le motivazioni e, parimenti, ad approvare la dinamica degli eventi per così come da lei fugacemente stabilita; Lys’sh incrementò la frequenza dei propri passi, la discreta frenesia della propria corsa, decisa, quantomeno, a non riservarsi alcuna possibilità di banale scusa utile a sottrarla a quanto richiestole, al supporto da lei atteso nel contesto proprio di quello scenario. Ma anche laddove, in alcuna misura, in alcuna maniera, avrebbe potuto esserle contestata qualsivoglia genere di lentezza, di flemma, riconoscendole, al contrario, una velocità di movimenti mirabile al punto tale da vederla concedere l’impressione di star levitando ancor prima che, effettivamente, appoggiare la pianta dei propri piedi al suolo; il tempo che ella ebbe a riservarsi qual necessario per raggiungere la propria compagna, sul fronte a lei parallelo di quel container, non fu sufficiente per garantirle la possibilità di intervenire a difesa della propria amica, della propria sorella d’armi, pur, proprio malgrado e ancor peggio, buona parte dell’effimero combattimento da lei ingaggiato non potendo ovviare ad ascoltare, a seguire, nella propria drammatica evoluzione.
Definirlo combattimento, in verità, ebbe già a doversi riconoscere qual un sufficiente azzardo, soprattutto ove, nel considerare, obiettivamente, l’evoluzione degli eventi, sarebbe stato probabilmente più opportuno, più adeguato, limitarsi a indicarlo qual un brutale assalto, a tutti gli effetti un agguato, pur considerando come, nella preventiva consapevolezza concessa a Duva a tal proposito, tutto ciò non avrebbe dovuto poter aver luogo. Purtroppo, in alcuna diversa modalità avrebbe potuto avere senso ipotizzare di descrivere l’accaduto, per così come, al fine udito dell’ofidiana, ebbe a occorrere. Poiché, se un istante prima il secondo in comando della Kasta Hamina stava proseguendo, in apparente serenità, nel proprio cammino di esplorazione dello spazio attorno a sé; un istante dopo ella era stata sbalzata al suolo da qualcuno, da qualcosa, che le era sopraggiunto rapidamente alle spalle, e che, senza concederle alcuna possibilità di reazione, l’aveva sopraffatta. Qualcuno che, sì rapidamente come era arrivato a lei, altrettanto rapidamente da lei si era allontanato, lasciando soltanto vagamente intuire il suono di molteplici, sottoli zampe muoversi sulla superficie metallica del pavimento sotto di sé.
Panico, quindi, non poté che sorgere prepotente nel cuore della giovane donna rettile, soprattutto nel momento in cui, al suo olfatto, sopraggiunse chiaro l’inconfondibile odore del sangue… e del sangue che, in tale frangente, non avrebbe potuto che appartenere alla sventurata Duva, lì, alfine, ritrovatasi imprigionata all’interno del proprio supposto ruolo di esca, in un’improvvisata azione strategica che, purtroppo, non aveva offerto riprova di svilupparsi così come, indubbiamente, avrebbero potuto preferire avvenisse. E se ansia, così, non mancò di essere, il silenzio e la discrezione nella quale si era pur ammantata sino ad allora risultarono del tutto prive di qualsivoglia valore, ritrovando in lei soltanto il desiderio di gridare, e di gridare a pieni polmoni il nome dell’amica, vittima, allora, più di un potenziale senso di colpa per quanto accaduto che, propriamente, di una qualsivoglia inesperienza bellica. Ciò non di meno, proprio in conseguenza alla propria ancor iniziatica, e, ciò nonostante, già sufficientemente adeguata, preparazione guerriera, Lys’sh riuscì a conservare sufficiente controllo di sé e delle proprie emozioni per impedirsi di sbraitare in maniera isterica, nonché sostanzialmente inutile, nel rammentarsi quanto, comunque, anche nel peggiore dei casi morire a propria volta, in una maniera tanto stolida, non avrebbe potuto servire in alcun modo per onorare la memoria di Duva, per vendicarne l’eventuale, infame assassinio.
Non così silenziosa come avrebbe saputo essere, e neppur così rumorosa come avrebbe potuto essere, quindi, l’ofidiana raggiunse il teatro di quel mancato combattimento, di quel sostanziale agguato, trovando conferma, alla propria vista, di quanto gli altri sensi le avevano già ampiamente anticipato, nel cogliere, allora, la figura della propria sorella d’arme distesa prona al suolo, apparentemente priva di sensi o, peggio, di vita.

« Duva! » non si poté, allora, più trattenere dal pronunciare, esclamando il nome di lei un istante prima di precipitarsi al suo fianco, a constatarne, effettivamente, lo stato.

Fortunatamente per lei, e ancor più per la medesima Duva Nebiria, quest’ultima non avrebbe avuto a dover essere precipitosamente considerata qual già trapassata, laddove, sotto le sensibili dita della giovane, ebbe allora a risuonare chiaramente il battito del cuore di lei, nei suoi polsi così come al punto di giunzione fra collo e mandibola, poco sotto l’orecchio destro della stessa. E se pur, del suo sangue, aveva avvertito distintamente l’odore, tale percezione non avrebbe avuto a dover essere allor ricondotta in riferimento a un danno irreparabile, quanto e piuttosto a un graffio, sufficientemente profondo da risultar sicuramente fastidioso e doloroso, e, ciò non di meno, ancora abbastanza superficiale da non essere giudicabile qual letale, qual trasparente di una situazione irreparabile.
Chiunque o qualunque cosa aveva sopraffatto la donna, non soltanto aveva agito in maniera rapida e fuggevole, ma, anche, si era riservato occasione di colpire in maniera mirata, in un attacco che, se solo si fosse sospinto lievemente di più nelle sue carni, sulle sue ossa, le sarebbe sicuramente costato la vita, tranciandone di netto la colonna vertebrale e, con essa, il midollo spinale. Tuttavia, per benevolenza divina o, forse, per una pur non completamente efficace reazione da parte dell’aggredita, ciò non era avvenuto e, in questo, il danno da lei riportato avrebbe avuto a doversi commisurare in un spiacevole taglio alla base del collo, in conseguenza al quale qualche ora di permanenza di infermeria non le sarebbe stato sconsigliato, non ovviando comunque ad assumere, malgrado tutto, i toni di una miracolosa grazia.

« Duva… riesci a sentirmi? » ripeté, pertanto, riproponendo la propria voce con maggiore contegno rispetto alla precedente presa di posizione e, ciò nonostante, lasciando ancor trapelare un’ancor non completamente svanita ansia per quanto avvenuto « Duva…?! » insistette nel chiamarla, abbisognando, da parte della stessa, di un qualche riscontro prima ancora di poter ipotizzare qualunque intervento in suo soccorso, anche e soltanto a estemporanea cura della ferita da lei riportata, per grazia di una qualche medicazione di primo soccorso « Duva! »

E se non alla prima, non alla seconda, non alla terza volta la donna offrì un qualche cenno di ripresa, di consapevolezza nel merito del mondo a sé circostante, fu al quarto tentativo che, finalmente, le palpebre di lei fremettero lievemente, preannunciando la desiderata ripresa di controllo da parte di lei sul proprio corpo, con tutti gli spiacevoli annessi, e i dolorosi connessi, che da ciò sarebbero per lei derivati.

lunedì 2 marzo 2015

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Nel mentre in cui, nel passato della Figlia di Marr’Mahew, all’origine della sua storia, non avesse a potersi individuare alcun drammatico evento, alcun tragico accadimento tale da averla fatta diventare chi ella era, nell’essere, né più, né meno, quanto ella stessa aveva coscientemente deciso di essere, nell’essersi ritrovata, nel proprio cammino di maturazione, come donna e come guerriera, sospinta solo e unicamente dal una propria ferma volontà in tal senso, da una propria netta decisione in favore dell’avventura ancor prima, altresì, della serenità e della tranquillità di una vita che avrebbe potuto in caso contrario trascorrere nella stessa, quieta e splendida isola sulla quale era nata ed entro i confini della quale aveva trascorso tutta la propria più innocente infanzia; alle spalle della giovane ofidiana avrebbe avuto, purtroppo, a doversi riconoscere un ben diverso percorso, e un percorso nel quale, proprio malgrado, la guerra non era stata, per lei, né una scelta, né una possibilità, quanto, e purtroppo, una realtà… e una realtà tanto sanguinosa quanto solo avrebbe potuto esserlo il massacro della propria intera colonia, Kala’assh, con qualche centinaio di migliaia di vittime innocenti e, fra di essa, della propria intera famiglia, trentasette, fra fratelli e sorelle di nidiata, nel corso di una sola, singola notte, a opera di un folle conosciuto con il nome di Nero. Per Lys’sh, quindi, nel futuro della quale, a seguito di una tanto letale genesi, ogni ipotesi di serenità, di felicità, di pace era stata brutalmente spazzata via, la guerra non aveva potuto essere una scelta, quanto e piuttosto un’imposizione e, ancor peggio, una necessità, nella volontà sia di poter sopravvivere al proprio mondo, al proprio intero universo che tanta atrocità aveva permesso e generato, frutto allucinante di folli concezioni razziali, sia di ricercare un qualche significato alla propria stessa sopravvivenza: un significato che, senza falsi moralismi, senza ipocrisie, aveva inizialmente esplorato nella brama di vendetta, e di vendetta mirata nel contrasto alla figura del primo responsabile per tutto quanto fosse accaduto.
E se pur, nell’inseguire tale vendetta, ella aveva visto il proprio fato intrecciarsi inaspettatamente e sorprendentemente con quelli di Midda e Duva, nell’incontrarle all’interno della stessa prigione nella quale si era volontariamente lasciata deportare per raggiungere Nero e lì, finalmente, affrontarlo; non nella morte di tale nemesi si era visto concludersi il suo cammino. Una scelta, quella che ella aveva compiuto innanzi allo sguardo quietamente passivo della stessa Ucciditrice di Dei, che non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual conseguenza di una qualche ricercata superiorità psicologica nel confronto con il responsabile per la strage della propria famiglia, né, tantomeno, in un qualche paventato timore volto a voler escludere l’ipotesi di abbassarsi al suo stesso livello, giacché, obiettivamente, anche per Lys’sh il tanto temuto confine morale rappresentato dall’idea stessa di assassinio era stato già superato da tempo, nella lunga strada che l’aveva condotta sino a quel combattimento finale, a quella sfida conclusiva. Una scelta, piuttosto, che l’aveva trovata qual in tal senso guidata dall’unico desio di non offrire una troppo facile via di fuga dall’esistenza mortale al proprio nemico, per il quale, obiettivamente, la morte avrebbe potuto essere considerata addirittura un dono, nel considerare la situazione in cui egli si era ritrovato a essere: meglio, ella aveva giudicato, permettergli di sopravvivere al loro scontro, e di sopravvivere non soltanto ancor imprigionato all’interno di una prigione nella quale, malgrado tutto il proprio passato, egli non avrebbe più avuto alcun nome o alcun ruolo dopo gli eventi di quel duello ma, ancor peggio, di sopravvivere con la consapevolezza di essere stato vinto, e poi risparmiato, da una donna, chimera e, come se non fosse sufficiente, mezzosangue… ossia la fusione di tutto ciò che egli, da sempre, aveva disprezzato e brutalizzato, in ogni modo e con ogni mezzo.
In conseguenza a un così diverso cammino di vita, oltre che, inoppugnabilmente, a un’età ampiamente inferiore rispetto a quella pressoché condivisa fra Midda e Duva, la giovane ofidiana non avrebbe potuto, allora, probabilmente vantare né la medesima professionalità, né, tantomeno, il medesimo folle entusiasmo che, altresì, avrebbe avuto a poter essere individuato alla base di ogni singolo movimento delle proprie nuove sorelle maggiori; benché, ciò nonostante, nulla nel suo approccio, nulla nel suo indomito incedere verso la battaglia, avrebbe potuto essere, per lei, fonte di qualsivoglia ipotesi di critica o, più assurdo, di rimprovero. Non da estranei, non, di certo, da Midda o Duva. Grazie al retaggio del proprio sangue ofidiano, del resto, Lys’sh avrebbe potuto vantare capacità tali da poter porre in difficoltà entrambe le proprie amiche e compagne, così come, nei primi giorni del loro incontro, aveva avuto involontaria occasione di offrire riprova in più di un’occasione: anche laddove lunghi anni, decenni addirittura, spesi in missione nei più disparati angoli del proprio mondo, avevano alleggerito il passo della Figlia di Marr’Mahew nell’egual misura in cui ne avevano affinato i sensi, permettendole, obiettivamente, di riservarsi sovente un’occasione di vantaggio nei confronti di possibili avversari in diretta conseguenza a tutto ciò; quanto la natura aveva concesso a Lys’sh avrebbe avuto a doversi considerare l’occasione di giungere, in maniera del tutto impercettibile, alle spalle della suddetta, così come, parimenti, di poter avvertire distintamente un eventuale tentativo di approccio della stessa a sua supposta insaputa in maniera non meno evidente di quanto non avrebbe potuto essere nel caso in cui, al collo della mercenaria, fossero stati legati una dozzina di campanelli. E così, se, umanamente, la stessa Midda non avrebbe potuto ovviare a provare un certo livello di frustrante invidia a fronte di tutto ciò; parimenti, quest’ultima non avrebbe potuto neppure ovviare ad apprezzare le capacità proprie di una sua alleata, di una sua amica e, ormai, nuova sorella, riconoscendo, in tutto ciò, soltanto un fattore straordinariamente positivo in supporto a tutte loro… a tutti loro.
Nessuno, meglio di Lys’sh, avrebbe potuto essere impiegato, come stava avvenendo in quel frangente, per una missione di esplorazione silenziosa, di discreta ricerca di un avversario. E, sebbene di ciò la stessa giovane ofidiana non avrebbe potuto evitare di considerarsi conscia, al tempo stesso, ancora, ella non avrebbe potuto vantare sufficiente malizia guerriera per comprendere, o, quantomeno, per comprendere immediatamente, quanto, in un contesto come quello allora venutosi a creare, una sua sostanziale invisibilità alle percezioni sensoriali dei loro antagonisti, non si sarebbe limitata a giocare un ruolo di forza in suo sostegno ma, anche, di svantaggio a discapito delle proprie compagne, nella misura nella quale, loro malgrado, esse sarebbero rimaste certamente più esposte a eventuali assalti.
Una maliziosa consapevolezza, quella che pur le venne negata all’inizio della propria ricerca, che, tuttavia, non mancò possibilità di acquisire autonomamente nel momento stesso in cui, non soltanto ella ebbe a individuare un chiaro riscontro della presenza di un avversario, e della sua presenza in movimento a una certa distanza da lei, ma, ancor peggio, ebbe a riconoscere qual allora in moto non tanto nell’intento di coglierla qual proprio possibile obiettivo, quanto in quello di raggiungere l’area allora occupata da Duva. Duva in soccorso alla quale, pertanto, non volle riservarsi il benché minimo dubbio, la benché più fugace esitazione, a correre, temendo, in cuor suo, di poterle riservare il ruolo di esca a proprio insaputa.
O, tale, per lo meno, sarebbe potuto essere se soltanto, in quel momento, non fossero state adeguatamente equipaggiate dal loro capo della sicurezza che, per quanto ipoteticamente estranea alla tecnologia, i vantaggi della quale non aveva in alcuna misura rifiutato di riconoscere e di abbracciare entusiasticamente, primo fra tutti quello derivante dall’impiego di una ricetrasmittente.

« Duva… sta dirigendosi verso di te. » avvertì, in un sibilo di voce, non senza lasciar trapelare, nella propria voce, un certo, innegabile, grado di ansia per la sorte dell’amica, soprattutto nell’ancor non chiara identità del loro antagonista a dispetto di un’idea abbastanza precisa delle sue potenzialità, per così come testimoniate dalla porta sventrata « Sto arrivando! »
« Negativo. » rispose l’altra, con tono egualmente contenuto, evidentemente nel non voler promuovere eccessivamente quanto stava accadendo, soprattutto innanzi alla consapevolezza dei loro nemici, non volendo alterare quanto stava accadendo più del necessario, o, per lo meno, più di quanto, comunque, non avrebbero potuto ovviare a compiere, in diretta dipendenza dalle capacità sensoriali che essi avrebbero potuto alfine dimostrare di possedere « Guardami le spalle ma resta nell’ombra, Lys’sh. » le richiese, con incedere che non volle scadere nell’ordine, anche ove avrebbe potuto legittimamente ricordarsi di essere nella posizione utile per imporsi « Andiamo a pesca… »