Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Tanti auguri, mamma!

Manco farlo apposta, la conclusione del racconto con RM 003 - Reimaging Midda: Il sapore familiare del veleno!, dopo ben settantuno episodi (il racconto più lungo di Midda, a oggi!), coincide con la festa della mamma.
Motivo per cui, festeggiando il traguardo di un altro racconto di Midda concluso (e di una Midda alternativa, come tutte quelle finora apparse in Reimaging Midda), non posso ovviare a fare gli auguri a una delle lettrici più affezionate di Midda, nonché alla co-autrice della stessa (quantomeno dal punto di vista grafico), con questo piccolo intervento.
Quindi: auguri mamma!
E grazie di tutto il sostegno in questi quasi dieci anni di pubblicazioni!

Da domani, inoltre, riprenderà la pubblicazione di RM 001 - Reimaging Midda: Un altro morde la polvere, iniziando con la riproposizione dei primi nove episodi precedentemente pubblicati a cavallo fra il dicembre 2015 e il gennaio 2016.
Nella speranza, in tutto ciò, di essere riuscito finalmente a rompere la maledizione che aveva afflitto questa serie fra il 2014 e lo scorso anno.

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 14 maggio 2017

martedì 17 febbraio 2015

2291


Terminato il rapido, e necessario, rapporto al capitano, alle tre donne non fu necessario altro al di fuori di un nuovo, e sempre fugace, sguardo, per trovarsi già concordi sulla strategia da attuale, su come agire al fine di meglio affrontare quella situazione.
In grazia, infatti, a quell’intendimento, a quell’apparente telepatia che avrebbe potuto essere riconosciuta soltanto a coloro ai quali fosse stata offerta già occasione di affrontare insieme un sufficiente numero di avventure e disavventure, di mai sgraditi trionfi e di pericolosamente sfiorate sconfitte, di antagonisti mortali così come di nemici apparentemente invincibili; Midda, Duva e Lys’sh, sorelle d’arme, compagne di ventura ormai da un intero anno, non ebbero alcuna necessità di spendersi in ulteriori parole, in altre vane espressioni verbali, per condividere quanto allora necessario porre in essere, così come, non di meno, la suddivisione dei ruoli nel confrontarsi con quella nuova minaccia. E quello che, per i più, avrebbe avuto a giudicarsi essere mero silenzio, fra loro, valse in tutto ciò più di mille, e ancor oltre, parole pronunciate da altri, nel dimostrarsi più che adeguato, del tutto sufficiente, a garantire loro quell’intesa che pur, mai, avrebbe potuto essere posta in discussione… non un anno prima, in un’immediatamente evidente sintonia fra loro; non, tantomeno, un anno più tardi, in quel presente che, ormai, non avrebbe potuto coglierle più affiatate di rispetto a quanto già non fossero.
Così, nel contempo in cui la giovane ofidiana, coadiuvata dai propri sovrumani sensi, si spinse in ricognizione lungo il percorso già ripetutamente affrontato in quell’ultima ora, ritornando sui propri passi e ricercando, all’interno del sesto container, eventuali clandestine presenze che potessero aver già violato i confini ormai palesemente sfondati e che, in ciò, potessero starsi dirigendo alla volta delle altre stive e, da lì, del corpo della nave; le due donne umane avanzarono oltre, superando la distrutta soglia del settimo container e, da quel punto, dividendosi, per meglio coprire l’estensione del medesimo e, al contempo, individuare eventuali antagonisti lì ancor celati così come tentare di raccogliere indizi, maturare consapevolezza, nel merito di come quell’intrusione potesse essere occorsa e di quali, reali, minacce avrebbero potuto attendersi dai loro non ancor meglio definiti avversari. E se, nel dividersi dalle proprie compagne, il secondo in comando della Kasta Hamina non si concesse alcuna effimera occasione di freno attorno a quella soglia, a quel fronte, ciò avvenne non tanto in conseguenza a una qualsivoglia mancanza di interesse da parte della stessa nei riguardi di quel limitare o delle informazioni che, da esso, avrebbero potuto conseguire; quanto e piuttosto nella certezza di come, vedendola proseguire oltre, sarebbe stata premura del capo della sicurezza lì temporeggiare, per meglio analizzare, anche sul versante opposto a quello già verificato, l’entità, e la natura, dei danni imposti a quei portelli.
Fu premura della Figlia di Marr’Mahew, pertanto, riservarsi qualche ulteriore istante in quella zona, in quel punto specifico, al fine di verificare l’eventualità di raccogliere qualche più interessante dettaglio rispetto a quelli già evidenziati, animata, in tal senso, dall’implicita consapevolezza che, nel caso in cui da tutto quello, fosse derivata un’informazione utile, simile conoscenza non sarebbe rimasta, esclusivamente, una sua prerogativa ma sarebbe stata prontamente condivisa con le proprie compagne, così come, reciprocamente, non avrebbe mancato di occorrere, affinché tutte loro fossero costantemente aggiornate ognuna nel merito delle scoperte delle altre, così come se, al di là della distanza fisica che stavano pur impegnandosi a porre l’un con l’altra, non più di un passo le stesse allor separando, indebolendole.
L’osservazione, tuttavia, della situazione sul fronte del container sette, non parve potersi riservare altra occasione se non quella di confutare quanto già verificato sul fronte del container sei, mostrando una soglia, in ipoteticamente resistente e spessa lega metallica, essere stata brutalmente squartata, strappata e ripiegata, nelle proprie estremità, quasi avesse a doversi considerare banale lamiera. E, così come già verificato sul fronte opposto, neppure l’applicazione, da parte della donna guerriero, dell’energia del proprio braccio meccanico, di servomotori in grado di permetterle di sollevare, senza fatica alcuna, anche mille libbre di peso, si dimostrò sufficiente a tentare di emulare la violenza riversata su quella coppia di portelloni, in un risultato che, pertanto, sarebbe stato gradevole poter attribuire agli effetti di una detonazione, di un qualche congegno esplosivo, se solo non fossero stati riconoscibili, sul metallo, segni simili a quelli di enormi artigli.

« … Thyres… » non si negò occasione di sussurrare nell’invocare il nome della propria dea prediletta, necessariamente sorpresa da tutto ciò e, in effetti, ancor più eccitata che preoccupata per quanto stava osservando, per la promessa di battaglia che, in tal maniera, le stava venendo rivolta.

Per colei che, alle proprie spalle, avrebbe potuto vantare l’assassinio di un dio, infatti, l’idea di una nuova sfida, di un nuovo avversario che potesse offrirle una reale competizione, non avrebbe potuto essere considerato altro che un dono della benevolenza degli dei… o, quantomeno, degli dei che ancora potevano riservarsi, nei suoi confronti, una qualche ragione di simpatia. E benché, anche senza scomodare necessariamente qualche altra divinità minore, sicuramente antagonisti di ogni forma e proporzione non le fossero mancati, anche in quegli ultimi mesi; dal giorno della sua partenza dal proprio mondo, sulle ali della fenice, Midda non avrebbe potuto evitare di accusare l’assenza di quel particolare genere di sfide che, entro i limiti del suo pianeta natio, non le erano mai mancate… prime fra tutte, battaglie contro creature caratterizzate da forza, capacità o poteri ampiamente oltre qualunque possibilità di umana ambizione.
Ove anche, infatti, in quella nuova concezione estesa della propria realtà, contraddistinta da straordinarie tecnologie apparentemente superiori, persino, ai concetti di stregoneria con i quali ella avrebbe potuto considerarsi ormai confidente, non le sarebbero potute mancare, né le erano mancate, certamente nuove possibilità di porsi alla prova, di spingersi oltre alla ricerca di quell’intimo senso di appagamento per lei ormai solo derivante dal piacevole, inebriante, e assuefacente sapore dell’adrenalina nel proprio sangue; poter supporre di ritornare, seppur estemporaneamente, a un confronto forse più primitivo, probabilmente più sporco, ma non per questo meno entusiasmante o coinvolgente… anzi, avrebbe per lei rappresentato soltanto qualcosa di gradevolmente positivo, un’occasione da non sprecare. E così, anche laddove pocanzi  il dialogo fra lei e il capitano aveva assunto, a tratti, toni legittimamente drammatici, atti a introdurre l’ombra di una prossima tragedia; innanzi a tutto ciò ella non avrebbe potuto ovviare a obliare a tutto ciò, limitandosi, piuttosto, a godere di quel momento e di quanto, lì, le stava venendo inaspettatamente concesso.
Improvvisamente, infatti, l’intera Kasta Hamina e tutti i problemi che, già prima, stavano affrontando, avrebbe potuto essere considerata un dettaglio del tutto trascurabile, addirittura un’eco lontana, nel confronto con il suono vibrante dei tamburi di guerra che, nelle orecchie dell’Ucciditrice di Dei, stavano già iniziando a rullare, e rullare a un ritmo sempre più sfrenato. E, a ricercare una qualche possibilità di sfogo per la violenza che, dal profondo del suo animo, stava emergendo a pretendere, ferocemente, il sangue di qualunque mostro avesse allor compiuto quella devastazione; ella abbandono, alfine e a sua volta, l’ingresso al container sette, per immergersi, su un fronte diverso da quello lungo il quale si era già sospinta la sua compagna, la sua gemella spirituale, alla ricerca dell’azione, in qualunque forma, essa, avrebbe potuto presentarsi.

Esattamente nella direzione di poter attribuire una forma a quanto, sino a quel momento, per lei era stato un semplice odore, e pur un odore tanto significativo da poterla giustificare nell’allarme diffuso, Lys’sh avrebbe avuto a dover essere allora descritta, nel mentre in cui, avanzando sola, e con passo, in ciò, assolutamente impercettibile, sospingeva al limite le proprie percezioni sensoriali, il proprio udito, così come il proprio olfatto, ma anche il gusto e, ove possibile, il proprio tatto, con l’unico intento di individuare quanto prima il o i propri avversari e, di conseguenza, poter offrire finalmente una risposta chiara e completa alle proprie compagne di ventura che, era consapevole, mai l’avrebbero condannata in caso contrario e che, tuttavia, non avrebbe potuto avere diverso interesse se non quello di rendere loro servigio, di essere loro utile, dimostrandosi, speranzosamente, addirittura fondamentale nella sfida che stavano andando ad affrontare.

lunedì 16 febbraio 2015

2290


« Per nostra fortuna, sotto questo punto di vista, siamo equipaggiate… » osservò la Figlia di Marr’Mahew, mettendo mano a una delle tasche del proprio equipaggiamento, per estrarne una ricetrasmittente, in grazia alla quale avrebbero così vanificato ogni sforzo di isolamento compiuto a loro discapito dai loro ancora ignoti antagonisti « Capitan Rolamo. Qui Midda, dal settimo container… » esordì subito dopo, aprendo un canale di comunicazione sulla frequenza comune della nave e attendendo una qualsivoglia replica da parte dell’ufficiale in comando.
« Parla Lange. » replicò, dopo un breve istante, il loro interlocutore, dimostrandosi sufficientemente pronto nella risposta da lasciar facilmente presumere essere stato in attesa di quell’aggiornamento sino a quel preciso momento, non senza, probabilmente, una certa tensione derivante dal contesto in tal maniera venutosi a formare, tutt’altro che offerente una qualsivoglia predisposizione al rilassamento psicologico o fisico « Ti ascolto. »
« Come da programma mi sono riunita a Duva e Lys’sh. Purtroppo, però, i nostri clandestini non hanno avuto la cortesia di attenderci tranquilli là dove erano stati rinchiusi e, ora, non abbiamo elementi utili a presumere la loro attuale posizione. » spiegò, riassumendo lo scenario lì presente « Non abbiamo ancora avuto alcun contatto visivo con loro, ma, nel contempo, sono riusciti a sfondare brutalmente i portelloni fra il sesto e il settimo container. Suggerisco di rafforzare il presidio all’ingresso della sezione di coda e di prepararsi a qualunque eventualità. »
« Ne prendo atto. » rispose il capitano, con tono serio e concentrato, evidentemente impegnato, in quel momento, a soppesare ogni singola sillaba riportatagli « Desiderate rinforzi…? »
« Negativo. » scosse il capo la donna, benché, tale gesto, non sarebbe risultato evidente attraverso il comunicatore « Siamo armate e pronte allo scontro. E nella sciagurata eventualità che non avremo a dimostrarci adeguate allo scopo… beh… sai già come procedere. »

Un solo sguardo fu sufficiente a Midda per cercare, e trovare, consenso negli occhi delle proprie sorelle d’armi, laddove, senza nulla togliere alle risorse dell’equipaggio della Kasta Hamina, senza in alcuna maniera voler minimizzare il valore dei propri compagni, tutte e tre erano allora comunque consce dell’evidenza di quanto, il loro ristretto contingente, rappresentasse allora quanto di meglio avrebbe avuto a poter offrire la loro nave mercantile in una situazione come quella. In conseguenza di ciò, nel caso in cui loro tre avessero fallito, eventualità indubbiamente spiacevole laddove, necessariamente, avrebbe rappresentato anche la loro prematura fine; l’unica alternativa di ragionevole attuazione per i loro sopravvissuti compagni non avrebbe previsto la ricerca di una qualche vendetta attraverso una nuova battaglia, quanto e piuttosto l’abbandono, immediato, del carico, e delle loro salme, nella separazione dell’intera sezione di coda e nell’abbandono della medesima al vuoto siderale: solo in tal maniera, un loro ipotetico sacrificio non si sarebbe dimostrato vano.
E se, di tale consapevolezza, non avrebbero potuto dirsi ignare né Duva né Lys’sh, accanto a Midda, ancor meno avrebbe potuto dichiararsi ignorante lo stesso capitano della Kasta Hamina, il quale, per quanto mai avrebbe accettato l’idea di lasciare indietro qualcuno degli uomini o delle donne affidate al suo comando, di fronte all’eventualità di una letale disfatta di quelle tre donne, di quelle tre combattenti, di quelle tre guerriere, non avrebbe potuto ovviare ad agire nell’interesse della salvaguardia del resto del proprio equipaggio, anche a costo di dover convivere, fino al proprio ultimo giorno, con il disgusto per quello che, nel profondo del suo cuore e del suo animo, non avrebbe poi potuto evitare di condannare qual un atto di codardia.

« Bontor…  » riprese voce l’uomo, dopo essersi riservato qualche rapido istante per soppesare e valutare le informazioni in tal modo riferitegli e, in particolare, la conclusione a cui ella si era sospinta, qual traguardo di un ragionamento logico e obiettivo « Per quanto i nostri caratteri siano, evidentemente, in una condizione di naturale conflitto non di meno rispetto a quanto non lo siano il mio e quello della mia ex-moglie accanto a te; io sono e resto il capitano a bordo di questa nave. E tu, qual membro del mio equipaggio e capo della sicurezza, mi devi comunque ubbidienza. Quindi… ascoltami bene quando ti dico che né tu, né Duva o Lys’sh, avete il permesso di dimostrarvi meno che adeguate allo scopo. » sancì, riproponendole le medesime parole da lei appena rivoltegli « Qualunque cosa accada, voi dovrete tornare indietro vive e in salute… o saranno guai. Grossi guai. » minacciò, mantenendo ancora la propria voce seria e misurata in ogni singola sillaba scandita in risposta « Sono stato chiaro? »

E sebbene, a volersi rapportare in maniera razionale con quella situazione e gli scenari che da essa avrebbero potuto conseguire, le parole così proposte da parte di Lange Rolamo avrebbero potuto essere considerate ai limiti dello scherno, o, tuttalpiù, di una sua evidente, nonché preoccupante, dissociazione dalla realtà; all’attenzione della mercenaria fu immediatamente evidente quanto, al contrario, il capitano aveva voluto, in tal peculiare maniera, dichiarare tutta la propria premura, tutto il proprio interesse nei loro confronti, ritrovandosi a essere spinto dai propri sentimenti, dal proprio necessariamente celato affetto verso di loro, a proibire di morire, quasi come se la decisione a tal riguardo avesse a doversi riconoscere dipendente esclusivamente dalla loro volontà.
Un ordine, il suo, che pertanto non avrebbe potuto essere inteso in alcuna maniera qual tale né che, parimenti, avrebbe potuto essere effettivamente associato al tono con il quale, pur, era stato pocanzi scandito. Così, benché in un diverso contesto, in un’altra situazione, l’Ucciditrice di Dei difficilmente avrebbe potuto evitare una qualche sarcastica replica a fronte di un simile, ricercato intento autoritario, non tanto per mancanza di rispetto verso il proprio capitano, quanto e piuttosto per una risposta emotiva naturale dopo decenni di estraneità a qualunque genere di ordine costituito, ormai anarchica innanzi a tutto ciò che non avrebbe potuto riconoscersi qual direttamente derivante da una sua autonoma decisione; in quel particolare momento, di fronte a quelle ultime, serie e forti parole a lei indirizzate sotto l’apparente veste di un ordine, ella non volle concedersi alcuna reazione polemica, limitandosi ad accettare tutto ciò, in tal maniera, implicitamente, anche ringraziando colui che, allora, tanta premura stava riservandosi occasione di dimostrare nei loro confronti.

« Sì, signore. » confermò, semplicemente, null’altro soggiungendo a possibile completamento di ciò, laddove, inevitabilmente, qualunque altra parola sarebbe risultata in solo e banale contrasto con l’intento volto a concedere riprova di aver correttamente interpretato, e inteso, tutto ciò.

Una corretta interpretazione, un giusto intendimento, il suo, che fu, proprio a margine di quella replica, appoggiato e sostenuto persino da colei che, più di chiunque altro, avrebbe potuto, e voluto, sempre e comunque riservarsi occasione di facile, e sovente, gratuita polemica con Lange Rolamo e che, tuttavia, lì si limitò ad annuire, concedendosi un lieve sorriso, a fuggevole, e pur chiara, approvazione tanto dell’intervento dell’uno, quanto della risposta dell’altra: anche Duva Nebiria, al di là di ogni personale questione in sospeso con il proprio ex-marito, non avrebbe potuto ovviare a cogliere, e comprendere, le ragioni alla base di quell’ultimo intervento e, di conseguenza, a sostenere, ancora una volta, in tutto e per tutto la scelta della propria compagna, di quella gemella di un altro mondo in passato mai immaginata e, pur, ormai presente nella sua quotidianità quasi qual un’altra espressione del proprio stesso io.

« Attendo un nuovo aggiornamento in non più di mezz’ora. » concluse, pertanto, il capitano, non avendo a sua volta null’altro da aggiungere in coda a quanto già dichiarato « Non mi deluda, Bontor! »

lunedì 9 febbraio 2015

2289


Se il tempo concessole qual necessario per raggiungere le proprie amiche, le proprie compagne, le proprie sorelle d’armi, era parso, alla figlia di Marr’Mahew, quasi minimale, addirittura ridicolo, nel confronto con tutte le emozioni, prima di quel frangente, necessariamente contrastanti, in un’innegabile preoccupazione per quanto potesse star accadendo e in un irrazionale timore di giungere in ritardo al momento dell’incontro, per così come stabilito; l’intervallo temporale che, insieme, tutte e tre affrontarono per ritornare al portello d’accesso sigillato a congiunzione fra il sesto e il settimo container, ebbe a essere giudicato, innanzi alle medesime sensazioni, alle stesse percezioni della donna guerriero, qual sostanzialmente  interminabile, nel vederla posta sì a confronto con la necessità di coprire uno spazio praticamente equivalente al precedente e, ciò non di meno, nel trovarla tanto desiderosa di raggiungere l’obiettivo, il loro traguardo finale, in misura sufficiente a spronarla a un approccio ancor più energico e deciso, a una corsa ancor più impetuosa rispetto alla precedente, e che tuttavia, benché concretamente le vide raggiungere tale meta in un tempo irrisorio, non negò egualmente ragione di insoddisfazione alla mercenaria, la quale ben volentieri si sarebbe sospinta istantaneamente nel cuore della battaglia, se solo le fosse stata concessa un’occasione in tal senso, se solo, per la magia della fenice o per un altro incanto equivalente, avesse potuto coprire quell’intera distanza in un semplice battito di ciglia. E seppur Duva e Lys’sh, accanto a lei, dietro di lei, non avrebbero potuto accusare una concreta ragione di stanchezza, nell’essere stata, quella nuova corsa, sì sfrenata e, ciò non di meno, quietamente sostenibile da entrambe non di meno rispetto alla loro sodale e guida; parimenti né l’una, né l’altra avrebbe potuto dichiararsi propriamente fresca e rilassata, nell’essersi viste allor indubbiamente costrette a un passo sicuramente più serrato rispetto a quello che, altrimenti, avrebbero potuto concedersi occasione di mantenere o che, anche, si erano già concesse precedente occasione di mantenere, nel coprire quel medesimo percorso.
Ogni eventuale, possibile e, forse, persino prevedibile intervento a commento di un approccio così energico, tuttavia, si vide preventivamente arginato tanto fra i denti del primo ufficiale della Kasta Hamina, quanto fra quelli della giovane ofidiana, nel momento in cui, pur avendo raggiunto il traguardo prefisso, pur avendo riconquistato l’obiettivo precedentemente abbandonato, ebbe a palesarsi qual sgradevolmente evidente e spiacevolmente incontrovertibile come, purtroppo, l’intervallo di tempo nel corso del quale quella postazione era stata estemporaneamente abbandonata, per quanto il più possibile contenuto, moderato nella propria estensione, avrebbe avuto a doversi giudicare comunque eccessivo. Ed eccessivo nella misura che lì ebbe a dimostrarsi comunque utile, per qualunque supposta minaccia rinchiusa oltre quella soglia, a forzare la medesima e a confermarsi, al di là di ogni ipotetica paranoia, qual, a tutti gli effetti, un pericolo per tutti loro: giacché, al di là di ogni facile semplificazione che avrebbe potuto dirsi conseguenza dell’approccio di una professionista della guerra qual il capo della sicurezza era e non avrebbe mai negato o rinnegato essere, difficilmente una doppia porta di solida lega metallica, con uno spessore di oltre un piede per fronte, tanto su quello del container sei, quanto su quello del container sette, avrebbe potuto essere ferinamente squarciata da parte a parte, se non da qualcuno, o qualcosa, necessariamente riconoscibile qual una minaccia, un pericolo, per tutti loro… un pericolo, per lo più, in merito alla collocazione fisica del quale, in tal modo, non avrebbero più potuto concedersi consapevolezza di sorta.

« Thyres… » sussultò la mercenaria, invocando il nome della propria dea prediletta, nell’osservare, non senza un certo stupore, quello che avrebbe potuto essere descritto qual il risultato di un enorme apriscatole su una gigantesca scatola di latta… benché, ovviamente, quel portello non avrebbe avuto a dover essere considerato di latta « … temo che siamo giunte troppo tardi. » non si negò occasione di commentare con tono quasi ironico, a sdrammatizzare la situazione benché, con un gesto fulmineo, non mancò di sguainare la propria spada prediletta, per essere pronta ad affrontare qualunque avversario avrebbe potuto scagliarsi loro contro in quel frangente.
« Lys’sh?! » richiamò, altresì, Duva, cercando con la compagna un’occasione di confronto, un qualche chiarimento, non nel merito di come potesse essere accaduto quanto lì occorso, informazione che da parte sua non avrebbe potuto certamente ottenere, ma, piuttosto, a riguardo della presumibile posizione dei loro antagonisti, confidando, ancora una volta, nei suoi affinati sensi per riservarsi una maggiore confidenza con quanto, altrimenti, per lei, o per Midda, difficilmente intellegibile.
« Ho iniziato a sentire odore di crostacei da quasi metà di questo container… ma ho dato la colpa di ciò a una giustificabile contaminazione conseguente al nostro approccio precedente. » riferì la giovane, non negandosi un tono necessariamente contrito a confronto con l’evidenza dell’accaduto e, di conseguenza, della sua mancanza nel segnalare l’anomalia per tempo « Perdonatemi… »
« Non c’è ragione di chiedere scusa. » minimizzò la Figlia di Marr’Mahew, avvicinandosi al portello sventrato per osservarlo meglio, per poterlo studiare, almeno visivamente, a una distanza ravvicinata « Nessuno avrebbe potuto prevedere questo. E, comunque, il fatto che tu abbia sentito il loro odore non significa necessariamente che, in questo momento, siano alle nostre spalle. »
« Ritieni che vi sia più di un singolo intruso a bordo? » questionò il primo ufficiale, estraendo la propria sciabola dal fodero e appropinquandosi a lei per poter condividere quel tentativo di analisi, per poter maturare confidenza diretta con quanto stesse accadendo a bordo della propria nave « C’è qualcosa che ti offre riprova a tal riguardo…?! »

Innanzi ai loro sguardi, quanto ebbe a offrirsi fu l’immagine del pesante metallo della porta energicamente squarciato, in più direzioni, quasi per effetto di smisurati artigli, e ripiegato verso l’interno del container, lì spinto, evidentemente, da qualcuno che, operante dall’altra parte della porta, aveva precedentemente ed egualmente agito sulla seconda soglia di mezzo piede distanziata da quella, su tale fronte, tuttavia e simmetricamente, strappando e tirando il metallo verso di sé: un’operazione, quella così compiuta, che, oltre a suggerire qualcosa di straordinario nella violenza dell’accaduto, nella forza necessaria per compiere tutto ciò, non avrebbe potuto ovviare ad apparire persino e necessariamente incredibile, nel considerare i tempi ristretti in cui, chiunque fosse stato, doveva aver allora operato.

« Più che altro, spero vivamente che vi sia più di un singolo intruso a bordo. » replicò la donna guerriero, in un’asserzione che, tuttavia, non avrebbe avuto a dover esser ricondotta a una sua qualche brama di sfida, quanto e piuttosto al timore per l’alternativa a tale supposizione… timore non per sé, ovviamente, ma per tutti coloro che, alla sua responsabilità, erano lì a bordo stati affidati e che, da quel momento, non avrebbero potuto considerarsi propriamente in una situazione di sicurezza « Perché, se tutto questo fosse opera di un singolo… » continuò, appoggiando la propria destra cromata su un angolo ritorto della porta, per provare lì ad applicare l’inumana forza da lei in sua grazia posseduta, spingendo al massimo i servomotori presenti all’interno della protesi e, ciò non di meno, ottenendo soltanto un lieve cedimento da parte della lega metallica, con un movimento inferiore al pollice « … non sarebbe scontato riuscire ad abbatterlo! »
« Dannazione. » imprecò Duva, serrando i denti in un gesto di disapprovazione tale da indolenzirle, quasi, la mandibola nell’incontrollato sforzo.
« Oltretutto… i nostri avversari non sono stupidi. » soggiunse Lys’sh, anch’ella avvicinatasi alle compagne, stringendo già un pugnale tanto nella destra, quanto nella mancina, e con la punta di quello sinistro, indicando, allora, la parete accanto alla porta squarciata, là dove, in precedenza, era stato lo stesso interfono da loro impiegato per contattare la compagna e là dove, in quel nuovo scenario, altro non restava che un pannello divelto e un groviglio di cavi strappati, per un sistema, ormai, del tutto inutilizzabile « Non desiderano che si possa comunicare con il resto della nave, per informare gli altri di quanto qui stia accadendo… »

martedì 3 febbraio 2015

2288


Per quanto l’idea di aver subito una manovra di abbordaggio non avrebbe dovuto essere accolta né con leggerezza, né, tantomeno, con entusiasmo, semplicemente menzognero sarebbe stato, per la donna guerriero impegnarsi a dimostrare preoccupazione, ansia o disapprovazione per lo scenario in tal maniera sinteticamente descritto.
Per colei che, in ogni sera trascorsa nella locanda del proprio amato Be’Sihl, non si era mai lasciata mancare l’occasione di scatenare qualche rissa per il semplice piacere di combattere, riconoscendo tutto ciò qual un mezzo utile a scaricare eventuali tensioni emotive o fisiche, e a raggiungere il giusto stato di quiete psicologica per concedersi una qualche possibilità di sereno riposo; il ritrovarsi per un tempo eccessivamente prolungato a costretto riposo, così come, suo malgrado, era avvenuto sino a quel momento a bordo della Kasta Hamina, avrebbe dopotutto necessariamente rappresentato un motivo di concreto disagio, di reale affaticamento mentale, per far fronte al quale nulla avrebbe avuto a poter essere considerato meglio della possibilità di sfogo lì suggeritale. Un suggerimento, pertanto, che non avrebbe in alcun modo potuto disdegnare e che, per onestà psicologica nei confronti delle proprie compagne, delle proprie sorelle d’armi, non avrebbe avuto motivo di fingere di rifiutare… non, quantomeno, laddove tanto Duva così come Lys’sh, già avevano avuto modo di conoscerla, di conoscere il suo spirito e, con esso, il suo modo di approcciare alla vita, alla guerra e a tutto il resto, in misura tale da non potersi attendere, da parte sua, reazione diversa da quella che, nella maniera più sincera e trasparente possibile, avrebbe potuto condividere con loro.
A fronte, pertanto, delle sue parole, di quell’asserzione quasi lieta, addirittura soddisfatta nel confronto con ciò che le avrebbe potute attendere, con la nuova battaglia che si prospettava loro innanzi, non l’ofidiana, e neppure il primo ufficiale di quell’equipaggio, poterono serbarsi possibilità di sorpresa o, peggio, di rimprovero a discapito del capo della sicurezza; giacché, al contrario, eventuali dubbi non avrebbero potuto ovviare a sorgere nei loro animi in una situazione del tutto antitetica a quella, un frangente nel quale, paradossalmente, Midda Bontor, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, si fosse dichiarata infastidita dall’idea di un combattimento, di uno scontro, pur del tutto imprevisto e inatteso qual quello, necessariamente, non avrebbe potuto ovviare a essere riconosciuto.

« Il fatto che, sicuramente, qualunque piega prenderà questa faccenda, il mio ex-marito ne sarà sinceramente e vivamente seccato, riconoscendoci ogni responsabilità e ogni colpa?! » sorrise, pertanto, Duva, sfoggiando in tal senso tutta l’essenza sorniona del proprio animo, in nulla e per nulla preoccupata da simile evoluzione collaterale e, anzi, se possibile, persino rallegrata da tale prospettiva.
« E questo è un problema…? » domandò, per un istante con dolce ingenuità, la giovane Lys’sh, non cogliendo la malizia invero esistente dietro a quella constatazione e ai sentimenti da essa derivanti per la propria amica.
« Assolutamente no. » negò l’altra, ridacchiando « Anzi… ove possibile, ha addirittura a considerarsi un’opportunità. » puntualizzò, a meglio evidenziare il proprio parere sull’argomento.
« Allora andiamo… » incalzò la mercenaria, già vittima delle prime scariche di adrenalina che, in lei, avevano risvegliato la bramosia per ancor altra estasiante droga naturale, in tutto e per tutto prodotta dal suo corpo e della quale, pur, la sua mente non era in grado di fare a meno, alla quale, mai, ella avrebbe potuto rinunciare, anche laddove ciò avrebbe significato condannarsi a una costante ricerca di pericolo e, potenzialmente, di morte « Abbiamo dei granchi giganti che aspettano di essere sgusciati! » ironizzò, in riferimento all’odore riportato dall’ofidiana e al suono di zampe da lei presumibilmente avvertito.

Senza attendere, quindi, ulteriori conferme o repliche dalle proprie compagne, Midda riprese la corsa estemporaneamente interrotta nella fugace parentesi di quell’incontro, proseguendo lungo il cammino innanzi a sé senza riservarsi la benché minima esitazione né, parimenti, prendere anche e soltanto in superficiale esame l’idea di voltarsi per assicurarsi della presenza, accanto a lei, alle sue spalle, delle altre due donne: in parte qual conseguenza del fatto che, comunque, la costante rappresentata dalla loro vicinanza non avrebbe avuto ragione di essere posta in dubbio, nella complicità che, sin da subito, le aveva legate l’una alle altre; in parte a fronte dell’evidenza della loro effettiva presenza, per così come a lei assicurato dalle proprie stesse percezioni sensoriali, in particolare dal perpetuo e continuo incedere di rapidi passi in perfetta sincronia ai propri; e in parte, invero, anche nel confronto con l’indiscutibile, assunta verità di quanto, un’eventuale loro assenza, non avrebbe rappresentato per lei un motivo di arresto, una ragione di freno nelle proprie azioni, avendo, certamente, piacere nel condividere la gioia per lei derivante da una nuova sfida con persone a lei tanto simili, sì affini, e, tuttavia, non potendo considerare la loro partecipazione qual una condizione necessaria e sufficiente al proprio coinvolgimento. Dopotutto, pur essendo ella lieta di poter essere nuovamente parte di un equipaggio, di una famiglia per così come, purtroppo, da oltre vent’anni non aveva avuto più occasione di potersi considerare; in quegli ultimi due decenni, e, di conseguenza, per oltre metà della propria esistenza, la donna guerriero aveva agito principalmente sola, sola affrontando le proprie battaglie e sola conquistando il proprio diritto alla vita, a discapito di tutti coloro, uomini, mostri o dei, che in senso contrario avevano tentato di esprimersi.
Intime elucubrazioni, in merito alla propria emancipata autonomia, a parte, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto comunque ovviare a sentirsi, nel proprio intimo, più che felice per la consapevolezza di essere accompagnata, anche in quella nuova avventura, da Duva e Lys’sh.
Così come, parimenti seppur non maggiormente espresso, anche le stesse Duva e Lys’sh, dal canto loro, non avrebbero potuto negare un indubbio appagamento all’idea di potersi cimentare in qualche nuova impresa al suo fianco, in sua compagnia. Appagamento là dove, così come entrambe avevano avuto già passata occasione di riprova, con il proprio carisma, con la propria energia, con la propria forza, ella era in grado di coinvolgerle in maniera trascinante, travolgente e totalizzante nella propria visione della vita, della guerra e di tutto il resto, rendendo, anche l’esperienza più truce, più violenta e più letale, al pari di una vicenda epica, qual, in fondo, epica si concedeva essere qualunque narrazione in relazione alla sua stessa esistenza passata. In tal senso, per loro, la possibilità di combattere al fianco di Midda Bontor non avrebbe potuto minimizzarsi, banalmente, nell’occasione di concedere sfogo alla propria indole guerriera; quanto, e piuttosto, di sentirsi parte di qualcosa di più amplio, di più vasto, di più importante… protagoniste di un qualche racconto fantastico, di una straordinaria avventura come quelle che, nel periodo dell’infanzia, non avevano mancato di popolare i loro sogni più fantasiosi. Perché, in verità, quella mercenaria, quella donna guerriero, proveniente da un pianeta lontano, un mondo che, nel confronto con la propria concezione di realtà, alla luce del proprio progresso tecnologico, entrambe avrebbero potuto giudicare retrogrado e primitivo, sembrava poter incarnare, in tutto e per tutto, i valori propri di un’eroina d’altri tempi, di un’avventuriera leggendaria, di un personaggio mitologico, al confronto con il quale non poter ovviare a sentirsi, a propria volta, parte della storia, della leggenda, del mito.
In nulla e per nulla, quindi, non il primo ufficiale della Kasta Hamina, non la giovane ofidiana, avrebbero rinunciato a tutto quello, avrebbero rinunciato a restarle al fianco, a combattere, insieme a lei, battaglie che, probabilmente, in altro contesto, in altra situazione, non sarebbero apparse egualmente entusiasmanti, e che, tuttavia, in quel momento, in quel frangente, avrebbero rappresentato tutto e solo ciò per cui sarebbe valsa la pena di rischiare la propria vita, alla conquista di un’imperitura gloria. Non che, tuttavia e in effetti, in tal maniera l’Ucciditrice di Dei avrebbe descritto la propria esistenza o le proprie gesta, malgrado già, nel proprio stesso mondo d’origine, il suo nome fosse entrato nell’immaginario collettivo in misura tale da esser assolutamente certi che il personaggio di Midda Bontor sarebbe, sicuramente, sopravvissuto alla sua stessa persona, nell’ineluttabile giorno in cui anch’ella si sarebbe presentata al cospetto degli dei.

lunedì 2 febbraio 2015

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Nel momento in cui le tre compagne di ventura, le tre sorelle d’arme, tornarono a mostrarsi riunite, ad apparire, nuovamente, quali reciprocamente integrate in maniera straordinariamente spontanea, improbabilmente naturale, e pur, obiettivamente, tale; non ebbe a sprecarsi il benché minimo fiato in banali formalità di rito, di pura e semplice retorica di conversazione, nel riconoscere qual allor prediletto un immediato coinvolgimento comune  in quel genere di condivisione, di aggiornamento tattico, che pur, sino a quel momento, era coscientemente mancato.
A prendere voce, pertanto, non fu né il capo della sicurezza, che pur sopraggiunse al luogo del ritrovo con qualche istante di ritardo rispetto al momento concordato, né il primo ufficiale della Kasta Hamina, nel riconoscere, razionalmente, qual necessario relatore la giovane ofidiana… colei che, a quel punto, non avrebbe avuto più ulteriori ragioni volte a restare asserragliata nella propria laconicità e che, di conseguenza, si riservò occasione di chiedere, immediatamente, parola.

« Duva e io eravamo appena entrate nel container sette, quando ho compreso non avremmo avuto a poterci considerare sole, là dentro. » dichiarò, mirando al cuore dell’argomento senza neppur per un istante ipotizzare di perdersi in un qualche, più prolisso, esordio « Non sono in grado di stabilire chi… che cosa vi fosse là dentro, ma sono certa di quanto il mio naso, la mia lingua e le mie orecchie hanno avuto occasione di percepire. »
« Credi di poter essere più circostanziata a tal riguardo, Lys’sh?! » la invitò la Figlia di Marr’Mahew, approfittando di quel momento di aggiornamento informativo per procedere, in parallelo, a un non meno utile aggiornamento fisico, appoggiando al suolo il borsone trasportato sino a quel luogo e subito aprendolo, al fine di ridistribuire, fra le due commilitone, l’armamentario prescelto per l’occasione, non abbisognando di aggiungere alcun ulteriore dettaglio verbale alle proprie azioni, riconoscendo, il proprio operato, già adeguatamente, autonomamente esplicativo.
« Il particolare più violentemente risaltato ai miei sensi è stato l’odore di mare… » cercò di condividere l’interrogata, benché, nel contesto specifico dell’accaduto, non semplice avrebbe avuto a poter essere riconosciuto per lei tradurre in parole delle sensazioni percettive e l’elaborazione conseguentemente derivata, nella sua mente, al confronto con tutto ciò « … qualcosa di simile all’odore dei crostacei, all’odore che emanano al banco del pesce, quando sono ancora freschi. » puntualizzò, nel contempo in cui si ritrovò a ricevere, dalle mani della propria interlocutrice, un’imbracatura contenente, in maniera opportunamente distribuita, una coppia di pugnali lunghi nonché altre sei lame più corte, da lancio.
« Possiamo escludere che si tratti del carico… giusto? » richiese conferma l’altra, in tal senso rivolgendosi, allora, non tanto in direzione dell’ofidiana, quanto dell’altra compagna, che, meglio di entrambe loro, avrebbe potuto vantare confidenza con quella nave e con eventuali episodi giustificabili, per quanto comunque insoliti o imprevisti.
« Assolutamente. » confermò Duva, annuendo appena a quell’interrogativo « Per conferma, possiamo chiedere a Lange di ricontrollare il manifesto di carico, ma, per un viaggio di media lunghezza, qual avrebbe dovuto comunque essere il nostro a prescindere da eventuali fattori esterni, abbiamo sempre evitato beni di eccessiva deperibilità, onde ovviare a facilmente comprensibili inconvenienti. » spiegò, a completamento della propria iniziale replica « Inoltre, anche nell’ipotesi di trasportare qualcosa del genere, difficilmente sarebbe stipato in maniera tale da poter… puzzare: il tutto, adeguatamente congelato, sarebbe mantenuto alla corretta temperatura all’interno di appositi contenitori refrigerati. Questo a prescindere dal fatto che, comunque, la totalità del nostro carico, soprattutto del carico all’interno dei container, è comunque stipata in casse sigillate, a comprovare l’assenza di qualunque sofisticazione sul medesimo. »
« Questo posso confermarlo anch’io… » riprese voce Lys’sh, non tanto per offrire un non necessario soccorso alla propria compagna, quanto allo scopo di meglio comprovare l’efficacia delle proprie percezioni sensoriali « Prima di giungere al container sette, gli unici odori e sapori che ho avuto occasione di sentire nell’aria, sono sempre stati quelli propri della Kasta Hamina, senza alcun valore aggiunto offerto dal carico attorno a noi. Soltanto superata quella soglia ho avvertito distintamente quell’odore… quel sapore… e, particolare non meno importante, ho sentito qualcosa muoversi innanzi a noi, fra gli scaffali. »
« Qualcosa come…? » la invitò, nuovamente, a meglio esplicitare il concetto la donna guerriero, nel mentre in cui, finito di passarle l’equipaggiamento selezionato per lei, proseguì quella fase di armamento rivolgendosi in direzione della propria gemella spirituale, anche a lei offrendo un’imbracatura e, tuttavia, in quel frangente, contraddistinta da una sciabola e da uno stiletto, lame che, avendo avuto occasione di collaudare ella stessa, non avrebbe potuto esplicitamente disapprovare, nel sapersi dimostrare adeguatamente bilanciate e indubbiamente affilate, benché, palesemente, non avrebbero avuto a poter essere riconosciute qual frutto dell’opera dell’impegno di un mastro fabbro e, in tal senso, prive di quel valore aggiunto che, entro i limitare di quell’apparentemente sconfinato spazio siderale, avrebbe avuto a dover essere altresì identificato nella propria… un valore aggiunto che, in maniera probabilmente romantica, non avrebbe esitato a definire quale l’anima stessa della spada.
« Non ne sono certa. » esitò l’ofidiana, dimostrandosi dubbiosa a tal riguardo, quasi confusa da quanto aveva avuto occasione di ascoltare « Forse sono stata influenzata dall’odore di crostacei ma… quello che ho sentito era simile al frenetico rumore di zampe sul metallo. Ma non di piccole creature: c’era qualcosa di grosso che si stava muovendo fra gli scaffali. Qualcosa di grosso e, ciò non di meno, estremamente rapido… »
« Mmm… » si limitò a commentare l’Ucciditrice di Dei, a dimostrazione dell’attenzione rivolta a quelle parole, pur, a tutto ciò, null’altro aggiungendo, almeno in quello specifico momento, preferendo limitarsi ad ascoltare, e a far proprie tutte le informazioni che avrebbero potuto concederle, ancor prima di intervenire con opinioni proprie che, in tutto ciò, non avrebbero potuto vantare maggiore importanza rispetto a mero rumore di fondo, un fastidio del quale tutte loro avrebbero fatto volentieri a meno.
« Comunque sia, e per quanto io possa essermi sbagliata sulla questione “zampe”, sono certa del fatto che qualcosa, all’interno del container sette, si stesse muovendo… e si stesse nascondendo alla nostra vista, fra gli scaffali e tutta la merce lì stipata. » riprese Lys’sh, a concludere la propria esposizione « Ragione per la quale ho suggerito una temporanea ritirata… »
« Proposta che ho immediatamente approvato. » confermò Duva, a ribadire tutto il proprio sostegno psicologico e morale nei confronti della compagna, non desiderando che la responsabilità di quella scelta, che pur riteneva fermamente corretta, potesse, in qualche modo, essere attribuita soltanto a discapito dell’ofidiana, nel momento in cui, eventualmente, si sarebbe potuto scoprire che, alla base di tutto ciò, non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto alcun reale pericolo « Per questo motivo abbiamo abbandonato il container sette e, dopo averlo sigillato, abbiamo preso contatto con te, chiedendoti di raggiungerci. »
« Avete fatto bene. » asserì la mercenaria, terminando la distribuzione dell’equipaggiamento e riponendo la borsa da parte, là dove avrebbe potuto recuperarla comodamente in seguito, ormai svuotata e, in ciò, del tutto superflua « Se, nel mio mondo, sono riuscita a sopravvivere a vent’anni di vita da avventuriera mercenaria e, prima ancora, a dieci da marinaio, non è stato certamente merito di un qualche innato ottimismo. Anzi. » commentò, in riferimento implicito a quella parte del proprio carattere che, in molti, avrebbero potuto considerare prossima alla paranoia e che pur, obiettivamente, le aveva consentito di giungere sufficientemente illesa al traguardo dei quarant’anni… un obiettivo più che straordinario là da dove ella proveniva.
« Riassumendo… » incalzò subito dopo « Abbiamo le lame. Abbiamo le granate stordenti, quelle abbaglianti, i lacrimogeni e i fumogeni. Abbiamo un ipotetico quantitativo non meglio definibile di avversari ancor sconosciuti, che, in qualche modo ancor da chiarire, sono riusciti a superare le nostre difese e a penetrare nel container sette. E, ultimo ma non meno importante, abbiamo anche tanta voglia di menare le mani… dimentico qualcosa?! »