Midda's Chronicles - le Cronache

News & Comunicazioni

Tanti auguri, mamma!

Manco farlo apposta, la conclusione del racconto con RM 003 - Reimaging Midda: Il sapore familiare del veleno!, dopo ben settantuno episodi (il racconto più lungo di Midda, a oggi!), coincide con la festa della mamma.
Motivo per cui, festeggiando il traguardo di un altro racconto di Midda concluso (e di una Midda alternativa, come tutte quelle finora apparse in Reimaging Midda), non posso ovviare a fare gli auguri a una delle lettrici più affezionate di Midda, nonché alla co-autrice della stessa (quantomeno dal punto di vista grafico), con questo piccolo intervento.
Quindi: auguri mamma!
E grazie di tutto il sostegno in questi quasi dieci anni di pubblicazioni!

Da domani, inoltre, riprenderà la pubblicazione di RM 001 - Reimaging Midda: Un altro morde la polvere, iniziando con la riproposizione dei primi nove episodi precedentemente pubblicati a cavallo fra il dicembre 2015 e il gennaio 2016.
Nella speranza, in tutto ciò, di essere riuscito finalmente a rompere la maledizione che aveva afflitto questa serie fra il 2014 e lo scorso anno.

Grazie a tutti per l'affetto!

Sean, 14 maggio 2017

lunedì 18 maggio 2015

2298


Quando, alla fine, la Figlia di Marr’Mahew accettò di sciogliere la guardia e di considerare, almeno estemporaneamente, la battaglia posticipata, la prima preoccupazione che volle riservarsi fu quella di confrontarsi con le proprie compagne, attraverso il comunicatore, per renderle a propria volta edotte nel merito delle proprie recenti scoperte nel merito dell’identità delle loro antagoniste.
Dopotutto, una delle prime e più importanti regole non codificate della guerra che ella aveva avuto occasione di apprendere, fin dagli anni della propria fanciullezza, da quell’adolescenza che, a partire dai propri più innocenti esordi, aveva immediatamente votato al mare, alla ventura e alla battaglia, avrebbe avuto a dover essere considerata quella volta a porre in risalto l’importanza di conoscere il proprio avversario come prima e, sovente, fondamentale condizione per sconfiggerlo. Un precetto apparentemente semplice, e che pur mai avrebbe avuto a dover dare per scontato, a dover considerare ovvio, questo, con il quale ella aveva avuto a che fare per tutta la propria intera esistenza, dimostrandone più e più volte il valore anche attraverso la riprova concreta delle proprie vittorie, dei propri trionfi, in condizioni tali per cui, se non avesse avuto possibilità di conoscere, attraverso studi preliminari, di trattati, di leggende e, più raramente, di testimonianze, fossero queste ultime di prima mano o, anche e soltanto, per così come riportate da cantori e bardi, i punti di forza, e quelli di debolezza, dei propri antagonisti, probabilmente ella non avrebbe avuto la benché minima possibilità di sopravvivere, e di sopravvivere tanto a lungo da giungere alla propria più che rispettabile età, almeno nel confronto con i canoni caratteristici del proprio mondo natale e della propria particolare professione. E, ancora, di giungere a tale rispettabile età ritrovandosi contraddistinta, caratterizzata, onorata da tutta la gloria che, nel corso degli anni, aveva avuto occasione di accumulare lungo il proprio cammino, così come anche, e banalmente, evidenziato dai variegati nomi che le erano stati attribuiti più o meno ovunque ella avesse spinto i propri passi.
Più che conscia, pertanto, di quanto di fondamentale importanza avrebbe avuto a doversi giudicare la condivisione di quelle informazioni, anche nell’ordine di misura di voler realmente garantire alle proprie sorelle d’arme una qualche aspettativa di sopravvivenza a quella minaccia che aveva avuto già occasione di dimostrarsi di tutt’altro che trascurabile valore e che, per poco, non aveva tragicamente mietuto fra loro una vittima, la donna guerriero non esitò neppure per un istante a riaprire il canale di comunicazione con le compagne, e a esordire, in maniera estremamente diretta, dicendo loro…

« … magnose spaziali! »

Un allor probabilmente prevedibile istante di silenzio seguì una tanto apparentemente grottesca presa di posizione, sia per offrire alle destinatarie di quel messaggio di recepire il medesimo, sia per concedere loro di formulare una replica, sia, e soprattutto, per permettere loro di scendere a patti con l’idea di non aver frainteso quanto ella, pur, si era appena impegnata a scandire in maniera più che puntuale, all’esplicito scopo di ovviare a qualunque possibilità di fraintendimento.
Fosse stata, a scandire una simile asserzione, qualunque altra voce al di fuori di quella dell’Ucciditrice di Dei, per inciso, probabilmente quello stesso messaggio sarebbe stato allora interpretato qual la volontà di un giuoco, di uno scherzo, e di uno scherzo di cattivo gusto in un momento intrinsecamente drammatico, atto a offrire un’identificazione palesemente irreale delle loro misteriose antagoniste, con un impegno che pur mai avrebbe potuto essere apprezzato, fosse stato anche in assoluta e onesta buona volontà. Laddove, tuttavia, a dar voce a un tale teorema avrebbe avuto a dover essere riconosciuta, e riconosciuta al di là di ogni possibile dubbio, proprio la voce della donna dagli occhi color ghiaccio, di colei che mai avrebbe sprecato il proprio tempo, e le proprie energie, in quel particolare frangente, per canzonare le proprie alleate, preferendo, piuttosto, in tal senso impegnarsi a discapito delle medesime avversarie, allor impossibile avrebbe avuto a doversi giudicare l’opportunità di una fola… impossibile, invero, in misura superiore a quanto avrebbe avuto a doversi riconoscere improbabile l’eventualità che quelle stesse parole potessero essere testimonianza di qualcosa di concreto.
Quando, pertanto, la voce di Lys’sh e quella di Duva tornarono a risuonare alle sue orecchie, fino a lei propagate in grazia allo straordinario strumento ricetrasmittente che, solo un anno prima, l’avrebbe completamente spiazzata, per l’incredibile opportunità da esso rappresentata e per la banalità con la quale, al contrario, tutti là fuori sembravano confrontarsi con esso; non meno che prevedibile, rispetto al silenzio così appena superato, ebbe a risultare il disorientamento da loro espresso, non tanto qual evidenza di una mancanza di fiducia per la loro interlocutrice o per le sue parole, quanto e piuttosto per quanto, in maniera paradossale, il destino sembrava aver loro riservato come controparti in un contesto già, di per sé, difficile da ricondurre a un qualsivoglia genere di raziocinio, nel non obliare alla consapevolezza di essere, allora, smarriti in un qualche punto non meglio precisato dell’infinito siderale.

« Magnose… spaziali?! » domandarono, quasi all’unisono.
« Magnose spaziali. » ribadì la mercenaria, accettando il reiterarsi di quelle parole nel poter ben immaginare quanto, allora, avessero a dover apparire folli… così come folle, almeno in un primo momento, era anche a lei stessa apparso tutto ciò « Non so come meglio descriverle: sono dei grossi crostacei assassini che potrebbero far gola alla maggior parte dei cuochi che conosco, e che, ciò non di meno, sembrano aver previsto di porre noialtre qual ingrediente principale del piatto del giorno. » esplicitò, non trattenendo il proprio consueto sarcasmo, anche e soltanto nella necessità di aiutare se stessa, e le proprie compagne, a meglio scendere a patti con tutto quello « La cosa ha per voi qualche significato…?! Io evito di esprimermi, dal momento che, fino a un anno fa, non avrei mai ipotizzato che una delle mie migliori amiche potesse avere l’aspetto di una conturbante donna rettile… con rispetto parlando, Lys’sh. »
« Apprezzo l’idea di essere definita conturbante… » replicò la voce dell’ofidiana, in riferimento all’accenno rivoltole dall’interlocutrice, per poi proseguire, in risposta alla stessa, dicendo « Però… no. Sinceramente non ho mai sentito parlare di magnose spaziali. Non che io conosca, o possa conoscere, l’infinita varietà di razze esistenti nell’universo, umanoidi e non. »
« Mi ritrovo, purtroppo, in accordo. » confermò la voce del primo ufficiale della Kasta Hamina, con palese disappunto per tutto ciò « E con “purtroppo”, ovviamente, intendo riferirmi all’obbligata ignoranza nel merito di quale genere di creatura possa essere identificata dalla descrizione da te così sintetizzata… » puntualizzò, a non permettere alcun fraintendimento sull’impiego di quel particolare termine, benché, né Lys’sh, né Midda, si sarebbero allor riservate qualsivoglia perplessità nell’attribuire il giusto valore a quell’avverbio, per così come lì impiegato.
« Poco importa. » sembrò voler minimizzare la donna guerriero, non volendo offrir spazio, in tutto ciò, a qualunque genere di colpevolizzazione per la comprovata, e condivisa, ignoranza fra loro nel merito di un più opportuno termine con il quale identificare quelle magnose spaziali, non laddove, quantomeno, il concetto non sarebbe comunque mutato « Ora, per lo meno, abbiamo idea di chi ci abbia attaccato… e ci resta, soltanto, da comprendere come sconfiggerle, dal momento in cui, devo ammetterlo, fino a questo momento non ho riportato particolare successo in qualunque mio tentativo d’offesa a loro discapito. »
« Il che potrebbe essere frainteso qual un modo elegante per dire che non abbiamo apparenti prospettive di successo a loro discapito… o sbaglio? » suggerì Duva, non desiderando apparire pessimista in quel momento, e, ciò non di meno, ritrovandosi evidentemente ancor psicologicamente provata dall’aggressione che aveva subito e dalla quale non era stata in grado di difendersi.
« La maggior parte delle creature che ho affrontato e vinto erano note per caratteristiche quali invulnerabilità, invincibilità, immortalità… » contestò, tuttavia, Midda, in tal senso non impegnandosi in una gratuita argomentazione ma in un concreto e sincero riepilogo della maggior parte delle proprie gesta, per così come vissute sino ad allora « … e vi posso garantire che non saranno dei crostacei troppo cresciuti a spaventarmi o, tantomeno, a fermarmi. Non oggi, né mai. »

giovedì 9 aprile 2015

2297


Che delle magnose aliene potessero risultare poco loquaci, in verità, ella avrebbe avuto a doverlo porre in preventivo, arrivando, anzi, eventualmente e probabilmente, a sorprendersi laddove si fossero dimostrate di diverso avviso. Che delle magnose aliene, poi, potessero risultare particolarmente violente a fronte di una qualsivoglia provocazione verbale, come quella che, comunque, ella non aveva mancato di rivolgere loro, non avrebbe sicuramente avuto a dover essere considerata qual una banalità, soprattutto innanzi all’evidenza della loro palese mancanza di loquacità. Tuttavia, in quella nuova ed estesa concezione di realtà, in quella nuova consapevolezza sull’universo che il suo viaggio al di fuori dei confini del proprio mondo le aveva concesso, Midda aveva presto imparato a porsi ancora minori ragioni di incertezza sul perché di qualunque evento attorno a sé rispetto a quanto già non si sarebbe potuta dimostrare precedentemente confidente a compiere, in un approccio, da sempre, più pratico che filosofico a ogni genere di questione. E, in questo, l’idea che delle laconiche magnose siderali potessero comunque disapprovare il suo particolare senso dell’umorismo, non avrebbe avuto a doversi considerare, in verità, così folle come, razionalmente, a chiunque altro sarebbe risultato essere.
Quando in tre, pertanto, si proiettarono verso di lei, a esigere vendetta per le sue parole, per la sua provocazione, Midda non si lasciò sorprendere, non si fece trovare impreparata. Magnose o no, creature aliene o no, ella era e sarebbe comunque rimasta la stessa donna guerriero di sempre, la Figlia di Marr’Mahew, mercenaria forgiatasi in un quantitativo di battaglie così elevato da risultare irreale, nel sangue di un numero di avversari così sorprendente da non poter essere accettato concretamente qual tale. E, in tutto ciò, la guerra avrebbe avuto a dover essere riconosciuta ormai parte integrante della sua esistenza, la morte avrebbe dovuto essere considerata qual intrecciata alla sua vita maniera ormai imprescindibile, in misura tale da non permetterle, neppure volendo, neppure sforzandosi, di ignorare la prospettiva di un nuovo conflitto e, men che meno, di sottrarsi allo stesso. Offrendo, quindi, il controllo degli eventi, e delle proprie membra, all’istinto ancor prima di pretenderlo saldamente ancorato al raziocinio, l’Ucciditrice di Dei non permise ad alcuno fra i propri tre antagonisti di poter realmente credere nell’eventualità di sopraffarla… non, per lo meno, nel ritrovarsi l’uno arginato con il piatto della lama dagli azzurri riflessi della sua straordinaria spada bastarda, l’altro respinto da un colpo sferrato dal suo gomito destro, e dall’energia per esso derivante in grazia ai servomotori alimentati all’idrargirio, e il terzo, alfine, addirittura ignorato, nella propria minaccia nel vedersi, semplicemente, schivato, con naturalezza, con spontaneità, tali da non permettere, neppure e addirittura, di presumere che fosse stato effettivamente considerato qual una concreta occasione di pericolo, di potenziale danno.

« Domando scusa… » riprese voce ella, al termine di quella prima, rapida, sequenza di attacchi, protrattasi per non più di un battito di ciglia, rivolgendosi ancora una volta all’intera schiera delle proprie controparti e, in tal senso, non ponendo nel proprio tono alcun reale senso di rammarico, al di là delle parole da lei così pronunciate « Posso comprendere che, dal punto di vista di una magnosa, sentir parlare di cuochi e cucine non deve essere propriamente piacevole… anzi… » incalzò, non negandosi, addirittura, un lieve sorriso beffardo a margine della situazione.

Come purtroppo facilmente predicibile, nessuna delle azioni intraprese in quegli ultimi istanti dalla donna dagli occhi color ghiaccio si era riservata una qualche, reale opportunità di duraturo successo nei confronti dei propri antagonisti. Laddove, del resto, non si era concessa possibilità di vittoria nel primo, e più aspro, confronto, quando in contrasto a una di quelle magnose aveva rivolto tutta la propria energia, tutta la devastante forza del proprio arto tecnologico, respingendola e proiettandola a schiantarsi ferocemente contro un muro, assurdo sarebbe stato partire dall’ovviamente falso presupposto di poter avere la meglio contro le sue compagne con qualche semplice manovra difensiva. Ciò non di meno, lo scontro, la battaglia, aveva avuto, per lei, soltanto inizio e, non aveva esitazione alcuna a crederlo, avrebbe avuto sicuramente nuove occasioni di successo nei loro confronti, con la speranza di riuscire, in una di esse, a riservarsi opportunità di comprendere come poterle vincere e come, quindi, poter giungere alla conclusione di tutto ciò… e, inutile sottolinearlo, a una conclusione per se stessa gradevole.
Quando, a confronto con il nuovo insuccesso, le magnose non demorsero e, anzi, si organizzarono in un’altra azione offensiva, pertanto e invero, Midda avrebbe avuto a considerarsi già pronta ad accoglierle. E, di ciò, ne offrì palese riprova con una sequenza di risposte precise e puntuali a ogni movimento ipotizzato in suo contrasto, a ogni carica proposta a suo discapito.
Per quanto quelle magnose avessero a doversi riconoscere pericolose e, sicuramente, letali, nell’essersi già dimostraste capaci di violare le indubbiamente solide soglie di ben due container senza apparente ragione di difficoltà; anche la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe avuto a dover essere banalizzata, nella propria presenza, nelle proprie possibilità, nella propria combattività… non, quantomeno, nel non voler obliare con eccessiva leggerezza alle numerose, ormai addirittura incomputabili nel proprio effettivo conteggio, riprove di valore che ella aveva avuto occasione di offrire nel corso di una vita intera votata all’avventura e alla guerra, prima come marinaio, poi come mercenaria. E laddove ella aveva affrontato non soltanto creature di ogni foggia e dimensione, mostri di ogni aspetto e contraddistinti dalle più variegate capacità, ma addirittura un dio, pur, in tale occasione, indubbiamente aiutata dal sostegno offertole direttamente dal sangue dell’effettiva progenie della medesima Marr’Mahew, dea della guerra, e tale da garantirle la non ovvia opportunità di potersi spingere a ferire il proprio avversario, finanche a ucciderlo, così come poi era avvenuto; senza nulla negare dei meriti e delle possibilità propria di quelle magnose, ella non avrebbe avuto a doversi, comunque, precipitosamente giudicare qual spacciata.
Così, non soltanto ella ebbe modo di fronteggiare sia la prima che la seconda carica di quell’orda di crostacei astrali, ma, dopo di ciò, anche un terzo, un quarto e, persino, un quinto tentativo d’assalto: certamente senza conseguire, in tutto ciò, alcun concreto successo volto ad arginare tale aggressiva sequenza e, anzi e peggio, riportando anche un paio di spiacevoli graffi i quali, presto, sarebbero andati a contribuire all’immane conteggio di lievi cicatrici di cui il suo intero corpo, al di là del fin troppo evidente sfregio in viso, era comunque ricoperto; ma, comunque, sopravvivendo… e sopravvivendo, probabilmente, con maggiore tenacia rispetto a quanta non se ne sarebbero potuti attendere i suoi antagonisti, i quali, allorché impegnarsi in un sesto, e prevedibilmente inutile, tentativo a suo discapito, tanto repentinamente come erano apparsi attorno a lei, sparirono, disperdendosi nei meandri di quel fin troppo labirintico magazzino.

« … tutto qui?! » domandò, provocatoriamente, la donna guerriero, non negandosi, in cuor suo, un sospiro di sollievo di fronte a quell’apparente parentesi di tranquillità, per quanto potenzialmente fugace, anche ove, in una ben diversa direzione, non mancarono di impegnarsi le sue parole, a mantenere intatto, almeno formalmente, il proprio ruolo di incontentabile predatrice di guai, qual pur mai avrebbe potuto negare di essere sempre stata, di essere e di essere, sicuramente, destinata a continuare a essere per il resto della propria esistenza mortale, e, forse, anche dopo la fine della medesima, se solo gliene fosse stata concessa la possibilità « Cioè… davvero… arrivate qui, fate un gran baccano e tutto finisce per ridursi a una rapida scaramuccia priva di qualunque pur elementare organizzazione strategica?! » ebbe, addirittura, a lamentarsi, in critica verso le scarse abilità tattiche dimostrate, sino a quel momento, dalle magnose, unica, effettiva ragione per le quali non si erano riservate alcuna effettiva possibilità di predominio a suo discapito.

E se pur, da lì a un istante, il ritorno di quelle, o di altre e ancor peggio, figure antagoniste avrebbe potuto ribaltare la situazione, ciò non avvenne. Non, quantomeno, nell’immediato, del pur legittimo intervallo di tempo nel quale ella si sarebbe potuto attendere l’occorrenza di un tale scenario, della ripresa del conflitto ben lungi dal potersi considerare concluso, e nel quale, di conseguenza, ella avrebbe avuto ragione di mantenere ancora alta la guardia, aspettando il peggio.

lunedì 30 marzo 2015

2296


Come già per Duva prima di lei, anche per la Figlia di Marr’Mahew fu questione di un fugace istante.
A differenza di Duva prima di lei, per l’Ucciditrice di dei, comunque, tale fugace istante non la trovò egualmente impreparata.
E anche laddove straordinariamente rapido ebbe a offrirsi l’incedere del proprio antagonista, del proprio avversario, non meno straordinaria e non meno rapida ebbe a dimostrarsi la sua risposta, la sua reazione innanzi a una tale aggressione. Un’aggressione che non la raggiunse, pertanto, alle spalle, così come già aveva sorpreso l’amica, nonché mancata gemella; ma a risposta della quale ella si ritrovò a sollevare il proprio destro in lucido metallo cromato, ruotando quanto sufficiente a permetterle di erigere, in grazia a tale gesto, un speranzosamente invalicabile muro fra sé e qualunque genere di minaccia fisica, di azione materiale a suo discapito.
Fu solo in conseguenza a tutto ciò, pertanto, che ella ebbe occasione di preservare l’incolumità, e l’integrità, della propria candida pelle sporadicamente ricoperta da efelidi, osservando, per un momento apparentemente interminabile, e pur sostanzialmente effimero più di un battito di ciglia, l’inattesa, imprevista e, obiettivamente, imprevedibile, creatura che aveva in tutto ciò tentato di sopraffarla… immediatamente, tuttavia, respingendola lontana da sé, e respingendola, in tal atto, con tutta l’energia che le sarebbe potuta derivare in conseguenza all’impiego del proprio nuovo arto tecnologico alimentato all’idrargirio, una forza utile a permetterle di sollevare, in tutta serenità, fino a mille libbre di peso. E se, in conseguenza a una tale spinta, un comune avversario umano, sarebbe necessariamente morto, nel ritrovarsi, quantomeno, l’intera cassa toracica, se non ogni singolo osso del proprio corpo, completamente fratturato, distrutto come soltanto a seguito della devastazione conseguente alla caduta da un’incredibile altezza; la creatura sua avversaria ebbe occasione di comprovare, non che ciò fosse realmente necessario, la propria non umana natura, quasi ignorando l’incredibile impatto a cui si ritrovò sottoposta per poter, immediatamente, recuperare una postura eretta e, ciò non di meno, valutare qual saggia, almeno nell’immediato, l’idea di rifuggire, di ritrarsi, se non perché ferita, probabilmente perché comunque sorpresa, sconvolta dalla piega presa in maniera del tutto inaspettata dagli eventi accaduti.

« Una… magnosa…?! » ebbe, pertanto, tempo di commentare la donna guerriero, ritrovandosi, a onore del vero, non meno disorientata da quegli ultimi eventi rispetto alla propria antagonista, alla propria avversaria estemporaneamente, e velocemente, scomparsa alla sua vista, così come subitaneamente era apparsa.

Tale, in effetti, non avrebbe potuto che essere distinta, al suo sguardo, la creatura che, un momento prima, l’aveva inaspettatamente aggredita, seppur, indiscutibilmente, palesandosi in dimensioni maggiori rispetto a qualunque magnosa avesse avuto precedente occasione d’incontro nel corso della propria vita.
Laddove, infatti, ella aveva avuto occasione di pescare, o mangiare, crostacei di tale famiglia di lunghezza eguale a quasi un piede e mezzo, nei casi più straordinari; l’essere che l’aveva allora aggredita, con fattezze incredibilmente assimilabili a quelle di una magnosa, avrebbe avuto a dover essere misurato in oltre due piedi, con zampe, carapace e antenne perfettamente proporzionate a simile quadro. Ma laddove, una magnosa, non avrebbe mai potuto permettersi tanta agilità, tanta velocità e tanta autonomia al di fuori dell’acqua nella medesima misura in cui, quella creatura, aveva già offerto riprova di saper agire, improbabile avrebbe avuto a doversi effettivamente considerare una qualche reale parentela fra quella bestia, quel mostro, e ciò con cui ella aveva avuto passata occasione di banchettare… visto e considerato, oltretutto, che alcuna magnosa avrebbe mai potuto compiere balzi come quello che il suo avversario aveva mosso a suo discapito, né avrebbe potuto aprire una breccia nelle porte dei container così come, altresì, quell’essere doveva aver compiuto.
Magnosa o meno che, realmente, avrebbe avuto a doversi considerare, in comune con la creatura dei mari da lei conosciuta simile avversario condivideva, evidentemente e comunque, un’indubbia capacità di fronteggiare gli attacchi, le aggressioni più devastanti, probabilmente in primo luogo per mezzo del proprio esoscheletro, così come, nel potenzialmente devastante impatto appena subito, aveva offerto palese riprova. E per quanto, nel corso della propria straordinaria esperienza di vita, ella non si fosse negata precedenti occasioni di confronto con creature dotate di simili meccanismi di difesa, di corazze di incredibile resistenza, sopravvivendo a ogni confronto in tal senso e, in ciò, abbattendo tali esseri, simili mostri, al di là di ogni difficoltà; la minaccia rappresentata, in quel momento, da una magnosa aliena non avrebbe potuto essere facilmente minimizzata nel proprio valore, nel proprio pericolo. Non ove, obiettivamente, già una comunissima magnosa del proprio mondo, da mangiare, avrebbe avuto a dover essere comunque riconosciuta qual una sfida alquanto interessante, nel domandare, invero, un certo impegno, indubbia pazienza, per permettere al candidato convitato di raggiungerne le saporite membra.
Prima ancora che, tuttavia, la mercenaria potesse aver occasione di condividere con le proprie compagne l’informazione così conseguita, l’identificazione in tal modo ottenuta nel merito dell’identità di almeno una loro antagonista, al fine di concedere loro una migliore occasione di confronto con essa, o con eventuali sue simili; alla Figlia di Marr’Mahew fu concessa un’altra, non banale, possibilità di chiarificazione nel merito della situazione corrente. E, nel dettaglio, la risposta al non retorico dubbio sull’ipotesi che, in effetti, quella magnosa aliena non avesse a doversi considerare la sola della propria stirpe, entro i confini della nave. Perché, con la medesima subitaneità con la quale la precedente antagonista era pocanzi svanita, Midda si ritrovò, improvvisamente e spiacevolmente, circondata da quasi una dozzina di simili crostacei siderali, alcuni in dimensioni persino maggiori al primo da lei affrontato, i quali, pur non precipitandosi immediatamente a suo discapito, a ricercare la sua testa e, con essa, la sua vita, non parvero presentarle neppure una piacevole promessa di immunità suggerendole, al contrario, soltanto la peggiore conclusione possibile al proprio cammino esistenziale.

« D’accordo… » sussurrò a denti stretti, chiudendosi in posizione di guardia con la destra in metallo cromato levata innanzi a sé, a proteggerla al pari di uno scudo, e la propria mancina saldamente stretta attorno all’impugnatura della sua spada, non tanto per concederle di ricercare una qualsivoglia sensazione di conforto, quanto, e piuttosto, per permetterle di credere, ancora, in se stessa e nella propria capacità di definire autonomamente il proprio destino in sola grazia alle proprie azioni, a quanto da lei compiuto per plasmare, istante dopo istante, il futuro che l’avrebbe in tutto ciò attesa « Se fossimo al porto di Seviath, sicuramente in questo momento potreste rappresentare la gioia di un sacco di gente, fra osti e locandieri. » argomentò, cercando di trascurare le proporzioni mostruose dei propri avversari, per ricondurli a una dimensione per lei psicologicamente gestibile, nel paragonarli a comuni crostacei « Diciamo, quindi, che è comunque una fortuna che a bordo di questa nave ci siano almeno due cuochi… sebbene la titolare di simile ruolo non si stia dimostrando particolarmente entusiasta per la presenza del nuovo arrivato. »

Per lei, quella non avrebbe avuto a doversi considerare la prima volta nel corso della quale, posta innanzi a un pericolo potenzialmente letale, si era ritrovata impegnata a ricorrere all’ironia, se non, addirittura, al sarcasmo, per tentare di semplificare la situazione e sminuire l’impegno che essa avrebbe preteso da parte sua al fine di concederle un’opportunità utile a conquistare quello stesso futuro della quale desiderava essere la sola fautrice, e persino autrice. Per lei, parimenti, quella non avrebbe avuto a doversi neppure considerare la prima volta nel corso della quale, rispondendo a una potenzialmente letale minaccia con quello che non aveva mai preteso essere un raffinato senso dell’umorismo, e che pur, ciò non di meno, le aveva consentito, in più di un’occasione, di divertirsi, si era ritrovata indubbiamente incompresa nelle proprie argomentazioni, suscitando, più o meno prevedibilmente, una violenta reazione da parte dei propri più seri, e meno loquaci, antagonisti.

lunedì 16 marzo 2015

2295


In un moto d’orgoglio, in maniera forse egoistica ed egocentrica, Duva Nebiria non volle negarsi occasione di somatizzare il dolore, e il dolore conseguente tanto alla ferita quanto al disinfettante, riflettendo su come, se al suo posto fosse stato un uomo, certamente non avrebbe potuto ovviare a imprecare, a gridare e, persino, a sbraitare, nel mentre in cui ella, pur quasi incrinando i propri bianchi denti nello sforzo, riuscì a mantenere il silenzio, riuscì a trattenere la pena all’interno del proprio corpo, nella volontà di ovviare a promuovere la loro posizione più di quanto, probabilmente, non avevano già loro malgrado pubblicizzato con quanto già accaduto.
In linea di principio, esattamente come la propria mancata gemella, anche Duva non avrebbe potuto vantare ragione di avversità nel confronto del genere maschile. I suoi gusti sessuali, così come quelli emotivi, non le avevano mai fatto prendere in esame l’idea di una relazione con un’altra donna, nel ben apprezzare, anzi, quanto gli uomini avessero da offrire: ciò non di meno, al di là di ogni possibile valutazione in tal senso, ella non avrebbe mai potuto ovviare ad avvertire una certa rivalità nei confronti dell’altro sesso, complice, sicuramente, una matrice indiscutibilmente patriarcale alla base della maggior parte delle culture con le quali ella aveva avuto occasione di avere a che fare. Il fatto che apprezzasse gli uomini, il fatto che potesse provare desiderio e piacere a giacere con un uomo, il fatto, persino, che si fosse sposata, sebbene poi avesse finito con il divorziare, non avrebbero mai potuto impedirle di riconoscere anche le negatività proprie del genere maschile, i loro limiti, le loro debolezze, e, peggio, le loro prepotenze, a fronte di ciò provando ineluttabilmente un moto di ribellione all’idea di poter essere, stolidamente e superficialmente, essere considerata inferiore rispetto a un qualunque uomo per il semplice fatto di essere donna. Da ciò, quindi, il suo pensare e il suo agire, tali da vederla intenta a trattenere ogni dimostrazione di dolore, di pena, anche e soprattutto nel confronto con il presupposto, invero non poi così privo di ragionevolezza, di quanto mai, un uomo, sarebbe stato in grado di esserle allor pari.

« Credo di aver fatto… » annunciò Lys’sh, alla conclusione del rapido intervento, provvisorio e pur, speranzosamente, almeno per quel momento sufficiente a posticipare il peggio, a procrastinare l’esigenza, pur incontrovertibile, di un immediato intervento medico in soccorso al primo ufficiale della Kasta Hamina… intervento per conquistare la possibilità del quale avrebbero entrambe avuto ancora molta strada da dover compiere « Ho applicato una sutura temporanea alla ferita che dovrebbe concederti una minima libertà di movimento. Ma, se mi posso permettere, non credo che abbia a dover essere considerato opportuno, per te, ora, ipotizzare di impegnarti in un qualche nuovo scontro fisico. Non fino a quando il dottor Ce’Shenn non avrà avuto possibilità di verificare le tue condizioni. » soggiunse, con necessaria premura verso di lei, e ineluttabile timore alla prospettiva di quanto, ciò da lei allor compiuto, avrebbe potuto dimostrarsi del tutto inadeguato all’esigenza dell’amica.
« … ne prendo atto… » sussurrò, per tutta replica, l’altra, non riuscendo a ovviare a un certo tremore nella propria voce, laddove le dolorose fitte precedenti non avrebbero potuto ancor dirsi dimenticate né, in effetti, completamente passate « … tuttavia abbiamo ancora del lavoro da compiere… e fino a quando non avremo finito, il buon Roro dovrà attendere… »

Che Duva fosse una donna dotata di un certo carattere, di un forte carattere, invero, avrebbe potuto essere testimoniato da chiunque a bordo della Kasta Hamina, a incominciare dallo stesso capitan Rolamo che, primo fra tutti, aveva avuto esperienza personale e diretta nel merito di tutto ciò, e, ancor più, delle conseguenze che, sole, avrebbero potuto derivare da un qualunque atto, verbo o pensiero volto a contrariare la propria ex-moglie, con un necessario moto di simpatia per chiunque, più o meno consapevolmente, ne fosse rimasto coinvolto. Che Duva fosse una donna dotata di un certo grado di incoscienza, di un deciso grado di incoscienza, altrettanto, avrebbe potuto essere testimoniato da qualunque membro di quello stesso equipaggio, a incominciare, nuovamente, dal suo ex-marito il quale, primo fra tutti, non si era mai rifiutato occasione utile per criticare tale suo genere di approccio, riconoscendolo, sovente, persino prossimo all’autolesionismo ancor prima che risposta al richiamo proprio di un mero spirito d’avventura o, quantomeno, di un mero spirito d’avventura per così come da lui riconoscibile tale.
Chiunque a bordo della Kasta Hamina, incominciando propriamente dall’abitualmente paziente Lange, tuttavia, non avrebbe potuto comprendere e apprezzare realmente il carattere, e lo spirito, di Duva, con la sola eccezione rappresentata dalla stessa Midda Bontor, che, con lei, del resto, condivideva tale spirito e tale carattere. Soltanto quella donna guerriero, soltanto quella mercenaria proveniente da un mondo lontano, sarebbe stata realmente in grado di comprendere e apprezzare concretamente quanto provato da colei che, a tutti gli effetti, altro non sembrava che essere un’altra se stessa, ritrovandosi contraddistinta da medesima forza, da eguale caparbietà e, ancora, da quella stessa scintilla di vita alla luce soltanto della quale ogni aspetto della realtà non avrebbe potuto ovviare ad assumere una ben diversa sfumatura, una ben diversa colorazione, utile a intendere pari a un atto dovuto, un dovere improrogabile, quanto agli occhi di chiunque altro non sarebbe potuto che apparire come imprudenza o, peggio ancora, autolesionismo.
Probabilmente nessuno, in tutto ciò, avrebbe potuto quindi comprendere perché, pur ferita e, forse, sopravvissuta per sola grazia divina, Duva avrebbe continuato a dimostrarsi ostinatamente decisa a proseguire nel cammino allora iniziato, nella battaglia a cui si era già votata. Nessuno fatta necessaria eccezione per la Figlia di Marr’Mahew, per l’Ucciditrice di Dei che, a propria volta, mai si sarebbe tirata indietro… non, quantomeno, fino a quando i propri interessi non si fossero dimostrati palesemente volti in una ben diversa direzione.
Alla luce di ciò, per quanto Midda fosse stata la prima a suggerire l’eventualità di un’opportuna ritirata per le proprie compagne, non riconoscendo ulteriori ragioni, per loro, di restare entro i confini rappresentati da quel delimitato, e pur non così ristretto, campo di battaglia; proprio la mercenaria avrebbe avuto a dover essere egualmente riconosciuta qual la prima a essere conscia di quanto, ineluttabilmente, ciò non sarebbe stato neppure preso in considerazione all’interno del ventaglio di possibilità alternative, nel non poter essere, sostanzialmente, neppur riconosciuta qual realmente tale. Tanto in direzione di Duva, quanto in quella di Lys’sh, comunque, la donna dagli occhi color ghiaccio non avrebbe potuto ovviare a riconoscere un meritato tributo di fiducia tale da garantire a entrambe, allora, la libertà di agire secondo i propri desideri, secondo le proprie aspettative, secondo il proprio cuore, tanto innanzi all’idea di restare, quanto di fronte a quella di ripiegare, senza poter essere, né su un fronte, né su quello opposto, giudicate in alcun modo da lei. Ove avessero preferito ritrarsi dal confronto, ella lo avrebbe compreso e, in alcuna misura, ciò avrebbe potuto compromettere il proprio giudizio per loro: parimenti, tuttavia, ove avessero, prevedibilmente, scelto di restare e proseguire nella battaglia, ella lo avrebbe compreso e, in alcuna misura, ciò avrebbe potuto cambiare il suo approccio a quel confronto, laddove, certamente, non avrebbe potuto allor permettersi di ritornare sui propri passi, di accorrere in loro soccorso, senza, in tal maniera, sollevare un chiaro dubbio nel merito della loro autonomia, della loro capacità di saper valutare la situazione e, soprattutto, di saperla affrontare per come necessario.
Così, pur non indifferente alla sorte delle proprie compagne, Midda Bontor preferì proseguire imperterrita nel proprio cammino, nella propria esplorazione del settimo container, con la consapevolezza di quanto, sia Duva sia Lys’sh, sarebbero comunque state in grado di affrontare qualunque genere di minaccia, al di là dei sicuramente spiacevoli effetti di una ferita, superficiale o no, come quella già inferta al primo ufficiale della nave. D’altro canto, comunque, anche laddove ella avrebbe potuto mutare il proprio pensiero, ancora laddove ella avrebbe potuto riservarsi ragione per tornare sui propri passi e rivolgere la propria attenzione a un’azione di supporto alle proprie sorelle d’armi, tale possibilità le sarebbe stata negata dalla sorte, dal fato che già, nel suo immediato avvenire, aveva posto un sicuramente tardivo, e pur immancabile, incontro con i propri ancor sconosciuti antagonisti.

lunedì 9 marzo 2015

2294


« Lys’sh… aggiornami. » richiese la voce del capo della sicurezza, attraverso il comunicatore, offrendo riprova di quanto, evidentemente, ella avesse seguito l’evolversi della questione, seppur a distanza, e, allora, attendesse qualche dettaglio in più in merito a quanto poteva star accadendo alle proprie compagne, alle proprie amiche e sorelle d’armi, del possibile avverso fato delle quali non avrebbe potuto riservarsi la benché minima occasione di perdono nei propri stessi riguardi, laddove fosse loro occorso qualcosa di negativo o, peggio, di irreparabile « Che cosa succede?! »
« Duva è stata aggredita. Un colpo alla nuca. » riferì l’ofidiana, in pronta risposta all’amica lontana, non desiderando in alcun modo imporle più incertezza in merito al loro fato rispetto a quanto, già, non avrebbe potuto allora caratterizzarle « Fortunatamente il danno non sembra grave… sebbene per qualche istante abbia perduto consapevolezza di sé. » precisò, nel mentre in cui, nell’equipaggiamento fornitole dalla propria stessa interlocutrice, iniziò allora a cercare il necessario per il primo soccorso, non volendo trascurare la ferita imposta a discapito dell’audace primo ufficiale della Kasta Hamina.
« Valuta la situazione e, all’occorrenza, ripiegate entrambe verso la nave. » suggerì, pertanto, la Figlia di Marr’Mahew, non dimostrando la benché minima esitazione a ipotizzare, per loro, una preventiva ritirata, dietro la quale non avrebbe voluto lascia intendere alcun genere di critica a loro discapito quanto, e soltanto, offrire riprova di sincera premura per loro « Se Duva dovesse necessitare di cure mediche, non avrebbe senso permetterle di rischiare vanamente la vita. »
« D’accordo. » concordò Lys’sh, annuendo appena per quanto, tal gesto, non sarebbe risultato attraverso l’azione della ricetrasmittente « Ora verifico le sue condizioni. »

Laddove, altri, nel porsi qual spettatori di quel breve dialogo, avrebbero potuto sollevare disappunto nel confronto con il comportamento apparentemente freddo e distaccato della mercenaria, tale da non vederla neppure prendere in esame l’idea di accorrere, a propria volta, in soccorso alle compagne; all’attenzione della giovane donna rettile un tale pensiero, una simile idea d’avversione a discapito dell’amica, non ebbe neppur fugace occasione di proporsi, vedendola, anzi, interpretare più correttamente tale comportamento non quanto una mancanza di interesse da parte sua quanto, e al contrario, la volontà di dimostrare, soprattutto nei suoi confronti, stima e fiducia, in misura utile a non ritrovarsi costretta a precipitarsi da lei, da loro, per prenderne le distanze, così come, al contrario, avrebbe avuto ragione di compiere nel caso in cui non l’avesse giudicata all’altezza della situazione, non l’avesse riconosciuta, qual invece l’aveva, propria pari e, in ciò, in grado di difendersi e in grado, all’occorrenza, di difendere anche Duva, custodendola non diversamente da come si sarebbe riservata occasione di proteggerla ella stessa. Non disinteresse, quindi, quanto fiducia… e fiducia innanzi alla quale, malgrado non ne avrebbe avuto ragione alcuna, Lys’sh non avrebbe potuto ovviare a dimostrarsi riconoscente nei suoi confronti, allora così come in passato, così come al loro primo incontro.
In verità, per quanto, infatti, Midda non le avesse mai negato la propria più completa approvazione, e non avesse mai mancato di comprovarle, in più di un’occasione, la propria ammirazione; per l’ofidiana, la differenza di esperienza esistente fra lei e l’amica avrebbe avuto a doversi riconoscere tale da non consentirle la benché minima opportunità di adagiarsi, psicologicamente ed emotivamente, nel proprio ruolo di pari, ritrovandola, in tal senso, sovente bisognosa di una qualsivoglia dimostrazione di approvazione da parte sua, confortante rassicurazione sulla bontà delle proprie azioni, sulla qualità del proprio apporto alla causa comune, così come, pur, l’Ucciditrice di Dei, fino a quel momento, non aveva mai avuto la benché minima ragione di dubbio, riconoscendola, onestamente, qual più che meritevole di tutta la stima in lei sempre sinceramente, mai ipocritamente, riposta.
In nulla, quindi, scoraggiata dalla mancanza dell’evidenza di una qualche volontà di diretto intervento in loro soccorso da parte della donna guerriero e, anzi, da tutto ciò rinfrancata nel proprio ruolo, nella propria posizione; Lys’sh non si lasciò distrarre ulteriormente dal proprio compito, riportando tutta la propria concentrazione, tutta la propria attenzione nei confronti di Duva e della sua ferita, del taglio da lei riportato.
E per quanto, allora, già stesse tenendo in mano quanto necessario per intervenire, e intervenire a estemporanea cura di quel danno, prima ancora di azzardarsi a operare in tal senso, ella volle ricercare un’occasione di riscontro verbale da parte della stessa, riconoscendo, obiettivamente, quell’area, quel particolare punto, troppo delicato, troppo pericoloso nelle implicazioni a esso connesse, per potersi concedere di agire con superficialità e arroganza, con l’unico rischio, da tutto ciò, di imporre, semplicemente e tragicamente, un danno ancor più grave alla propria amica e, lì, protetta.

« Duva… riesci a muovere le dita delle mani e quelle dei piedi…?! » domandò, pertanto, ancora non azzardandosi a toccarla, a smuoverla da lì, in attesa di poter allora constatare quanto, effettivamente, quella ferita avesse a doversi intendere superficiale così come, nell’immediato, l’aveva voluta valutare.

Ancora in parte stordita, ancora in parte priva di sensi e di una qualsivoglia consapevolezza nel merito del mondo a sé circostante, la donna offrì comunque riprova di aver, se non ascoltato, quantomeno percepito le parole da lei pronunciate e l’invito in esse contenuto… invito al quale, allora, ebbe a replicare lasciando fremere appena la punta delle dita delle mani e, Lys’sh non ebbe dubbi a ipotizzare, sotto le scarpe anche quella delle dita dei piedi.

« … sì… » sussurrò quindi, sforzandosi, nel mentre di quella stessa replica, di riconquistare maggiormente controllo su di sé e sulla propria mente, in misura utile a ovviare, allora, a poter ritornare il prima possibile in giuoco, laddove, a sua volta guerriera e combattente, non avrebbe potuto tollerare di essere esclusa tanto banalmente dalla battaglia… non dopo che già, troppo semplicemente, aveva permesso ai propri avversari di sopraffarla, cogliendola del tutto impreparata sebbene, paradossalmente, difficilmente avrebbe avuto a potersi considerare più pronta rispetto al momento dell’imboscata, di quell’aggressione che, da esca, avrebbe dovuto vederla mutarsi in predatrice e che, tuttavia, l’aveva trovata più che immedesimata nel mai piacevole, mai gradevole, ruolo di preda.
« Questo è buono. » sospirò, appena, l’ofidiana, allora azzardandosi a sfiorare le forme di lei con le proprie mani, per rigirarla lievemente e poter, in ciò, avere un migliore accesso all’area lesa, sulla quale avrebbe dovuto applicare il medicamento e un primo bendaggio d’emergenza « Cercherò di essere il più delicata possibile ma ti hanno ferita alla base del collo e, per quanto probabilmente non sia nulla di grave, non possiamo aspettare che tu muoia dissanguata prima di iniziare a preoccuparci… »
« … attenta… » si impegnò a porla in guardia, in un intervento che, seppur nell’immediato avrebbe potuto essere facilmente frainteso qual in riferimento alla propria situazione, invero avrebbe avuto a dover essere interpretato in altro modo, così come, subito, Duva ebbe a precisare, proseguendo nel monito in tal maniera iniziato « … non l’ho visto arrivare… è stato… molto veloce… davvero molto veloce… » spiegò, in riferimento all’avversario che l’aveva sopraffatta con tanta semplicità « … non ti distrarre… »
« Non mi distrarrò. » la rassicurò, effettivamente già impegnata, pur mantenendo tutta la propria attenzione, tutta la propria concentrazione su di lei, a mantenere sotto controllo, con il proprio fine udito e il proprio olfatto, l’area a loro circostante, non desiderando potersi lasciar cogliere impreparata proprio nel mentre in cui, in tutto quello, da lei avrebbe avuto a dover dipendere il benessere della propria compagna « Tu, però, porta un attimo di pazienza… e ricorda che non ho alcuna formazione da medico da campo. » proseguì, iniziando a tamponare la ferita con il disinfettante, cercando di agire con più delicatezza possibile per quanto, immancabile, fu una violenta contrazione del corpo dell’altra, nel momento in cui il medicamento iniziò ad agire e, purtroppo, a bruciare « Anche se, di questo passo, fra un altro paio di anni al vostro fianco, immagino che potrò aggiungere anche questa attività al mio curriculum… »

martedì 3 marzo 2015

2293


Tale, quindi, avrebbe avuto a doversi riconoscere la differenza di maturità esistente fra l’una e l’altra, il diverso grado di malizia guerriera che avrebbe potuto caratterizzare la prima piuttosto della seconda, sia in diretta conseguenza alla diversa formazione dell’una e dell’altra, sia, probabilmente e in parte, anche per una innegabile differenza caratteriale che, in Duva, in particolare, trovava un animo del tutto affine a quello della Figlia di Marr’Mahew, un approccio alla vita, alla morte e alla guerra indubbiamente insolito, insueto, e pur, non per questo, necessariamente errato, obbligatoriamente sbagliato. Giacché, nel medesimo contesto in cui Lys’sh non avrebbe potuto ovviare a provare timore e rimorso all’idea di aver potuto involontariamente porre la propria compagna nel ruolo di esca, così come, apparentemente, sembrava aver potuto compiere; la stessa Duva Nebiria non avrebbe potuto ovviare a voler approfittare di ciò, accogliendo di buon grado il compito assegnatole, più dal fato che dalla propria compagna, e, in tal senso, abbracciandolo con mirabile pacatezza, freddezza, controllo, in nulla palesando preoccupazione per quanto avrebbe potuto essere, per il rischio che in tal maniera avrebbe potuto esserle riservato nella più completa assenza di qualunque genere di preventiva pianificazione a tal riguardo, ma, semplicemente, agendo per come, all’atto pratico, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto necessario agire, senza troppi ripensamenti, senza alcuna inutile e, altresì, potenzialmente dannosa elucubrazione a tal riguardo.
Non propriamente rincuorata dalla scelta della compagna, e pur, necessariamente, costretta a condividerne le motivazioni e, parimenti, ad approvare la dinamica degli eventi per così come da lei fugacemente stabilita; Lys’sh incrementò la frequenza dei propri passi, la discreta frenesia della propria corsa, decisa, quantomeno, a non riservarsi alcuna possibilità di banale scusa utile a sottrarla a quanto richiestole, al supporto da lei atteso nel contesto proprio di quello scenario. Ma anche laddove, in alcuna misura, in alcuna maniera, avrebbe potuto esserle contestata qualsivoglia genere di lentezza, di flemma, riconoscendole, al contrario, una velocità di movimenti mirabile al punto tale da vederla concedere l’impressione di star levitando ancor prima che, effettivamente, appoggiare la pianta dei propri piedi al suolo; il tempo che ella ebbe a riservarsi qual necessario per raggiungere la propria compagna, sul fronte a lei parallelo di quel container, non fu sufficiente per garantirle la possibilità di intervenire a difesa della propria amica, della propria sorella d’armi, pur, proprio malgrado e ancor peggio, buona parte dell’effimero combattimento da lei ingaggiato non potendo ovviare ad ascoltare, a seguire, nella propria drammatica evoluzione.
Definirlo combattimento, in verità, ebbe già a doversi riconoscere qual un sufficiente azzardo, soprattutto ove, nel considerare, obiettivamente, l’evoluzione degli eventi, sarebbe stato probabilmente più opportuno, più adeguato, limitarsi a indicarlo qual un brutale assalto, a tutti gli effetti un agguato, pur considerando come, nella preventiva consapevolezza concessa a Duva a tal proposito, tutto ciò non avrebbe dovuto poter aver luogo. Purtroppo, in alcuna diversa modalità avrebbe potuto avere senso ipotizzare di descrivere l’accaduto, per così come, al fine udito dell’ofidiana, ebbe a occorrere. Poiché, se un istante prima il secondo in comando della Kasta Hamina stava proseguendo, in apparente serenità, nel proprio cammino di esplorazione dello spazio attorno a sé; un istante dopo ella era stata sbalzata al suolo da qualcuno, da qualcosa, che le era sopraggiunto rapidamente alle spalle, e che, senza concederle alcuna possibilità di reazione, l’aveva sopraffatta. Qualcuno che, sì rapidamente come era arrivato a lei, altrettanto rapidamente da lei si era allontanato, lasciando soltanto vagamente intuire il suono di molteplici, sottoli zampe muoversi sulla superficie metallica del pavimento sotto di sé.
Panico, quindi, non poté che sorgere prepotente nel cuore della giovane donna rettile, soprattutto nel momento in cui, al suo olfatto, sopraggiunse chiaro l’inconfondibile odore del sangue… e del sangue che, in tale frangente, non avrebbe potuto che appartenere alla sventurata Duva, lì, alfine, ritrovatasi imprigionata all’interno del proprio supposto ruolo di esca, in un’improvvisata azione strategica che, purtroppo, non aveva offerto riprova di svilupparsi così come, indubbiamente, avrebbero potuto preferire avvenisse. E se ansia, così, non mancò di essere, il silenzio e la discrezione nella quale si era pur ammantata sino ad allora risultarono del tutto prive di qualsivoglia valore, ritrovando in lei soltanto il desiderio di gridare, e di gridare a pieni polmoni il nome dell’amica, vittima, allora, più di un potenziale senso di colpa per quanto accaduto che, propriamente, di una qualsivoglia inesperienza bellica. Ciò non di meno, proprio in conseguenza alla propria ancor iniziatica, e, ciò nonostante, già sufficientemente adeguata, preparazione guerriera, Lys’sh riuscì a conservare sufficiente controllo di sé e delle proprie emozioni per impedirsi di sbraitare in maniera isterica, nonché sostanzialmente inutile, nel rammentarsi quanto, comunque, anche nel peggiore dei casi morire a propria volta, in una maniera tanto stolida, non avrebbe potuto servire in alcun modo per onorare la memoria di Duva, per vendicarne l’eventuale, infame assassinio.
Non così silenziosa come avrebbe saputo essere, e neppur così rumorosa come avrebbe potuto essere, quindi, l’ofidiana raggiunse il teatro di quel mancato combattimento, di quel sostanziale agguato, trovando conferma, alla propria vista, di quanto gli altri sensi le avevano già ampiamente anticipato, nel cogliere, allora, la figura della propria sorella d’arme distesa prona al suolo, apparentemente priva di sensi o, peggio, di vita.

« Duva! » non si poté, allora, più trattenere dal pronunciare, esclamando il nome di lei un istante prima di precipitarsi al suo fianco, a constatarne, effettivamente, lo stato.

Fortunatamente per lei, e ancor più per la medesima Duva Nebiria, quest’ultima non avrebbe avuto a dover essere precipitosamente considerata qual già trapassata, laddove, sotto le sensibili dita della giovane, ebbe allora a risuonare chiaramente il battito del cuore di lei, nei suoi polsi così come al punto di giunzione fra collo e mandibola, poco sotto l’orecchio destro della stessa. E se pur, del suo sangue, aveva avvertito distintamente l’odore, tale percezione non avrebbe avuto a dover essere allor ricondotta in riferimento a un danno irreparabile, quanto e piuttosto a un graffio, sufficientemente profondo da risultar sicuramente fastidioso e doloroso, e, ciò non di meno, ancora abbastanza superficiale da non essere giudicabile qual letale, qual trasparente di una situazione irreparabile.
Chiunque o qualunque cosa aveva sopraffatto la donna, non soltanto aveva agito in maniera rapida e fuggevole, ma, anche, si era riservato occasione di colpire in maniera mirata, in un attacco che, se solo si fosse sospinto lievemente di più nelle sue carni, sulle sue ossa, le sarebbe sicuramente costato la vita, tranciandone di netto la colonna vertebrale e, con essa, il midollo spinale. Tuttavia, per benevolenza divina o, forse, per una pur non completamente efficace reazione da parte dell’aggredita, ciò non era avvenuto e, in questo, il danno da lei riportato avrebbe avuto a doversi commisurare in un spiacevole taglio alla base del collo, in conseguenza al quale qualche ora di permanenza di infermeria non le sarebbe stato sconsigliato, non ovviando comunque ad assumere, malgrado tutto, i toni di una miracolosa grazia.

« Duva… riesci a sentirmi? » ripeté, pertanto, riproponendo la propria voce con maggiore contegno rispetto alla precedente presa di posizione e, ciò nonostante, lasciando ancor trapelare un’ancor non completamente svanita ansia per quanto avvenuto « Duva…?! » insistette nel chiamarla, abbisognando, da parte della stessa, di un qualche riscontro prima ancora di poter ipotizzare qualunque intervento in suo soccorso, anche e soltanto a estemporanea cura della ferita da lei riportata, per grazia di una qualche medicazione di primo soccorso « Duva! »

E se non alla prima, non alla seconda, non alla terza volta la donna offrì un qualche cenno di ripresa, di consapevolezza nel merito del mondo a sé circostante, fu al quarto tentativo che, finalmente, le palpebre di lei fremettero lievemente, preannunciando la desiderata ripresa di controllo da parte di lei sul proprio corpo, con tutti gli spiacevoli annessi, e i dolorosi connessi, che da ciò sarebbero per lei derivati.

lunedì 2 marzo 2015

2292


Nel mentre in cui, nel passato della Figlia di Marr’Mahew, all’origine della sua storia, non avesse a potersi individuare alcun drammatico evento, alcun tragico accadimento tale da averla fatta diventare chi ella era, nell’essere, né più, né meno, quanto ella stessa aveva coscientemente deciso di essere, nell’essersi ritrovata, nel proprio cammino di maturazione, come donna e come guerriera, sospinta solo e unicamente dal una propria ferma volontà in tal senso, da una propria netta decisione in favore dell’avventura ancor prima, altresì, della serenità e della tranquillità di una vita che avrebbe potuto in caso contrario trascorrere nella stessa, quieta e splendida isola sulla quale era nata ed entro i confini della quale aveva trascorso tutta la propria più innocente infanzia; alle spalle della giovane ofidiana avrebbe avuto, purtroppo, a doversi riconoscere un ben diverso percorso, e un percorso nel quale, proprio malgrado, la guerra non era stata, per lei, né una scelta, né una possibilità, quanto, e purtroppo, una realtà… e una realtà tanto sanguinosa quanto solo avrebbe potuto esserlo il massacro della propria intera colonia, Kala’assh, con qualche centinaio di migliaia di vittime innocenti e, fra di essa, della propria intera famiglia, trentasette, fra fratelli e sorelle di nidiata, nel corso di una sola, singola notte, a opera di un folle conosciuto con il nome di Nero. Per Lys’sh, quindi, nel futuro della quale, a seguito di una tanto letale genesi, ogni ipotesi di serenità, di felicità, di pace era stata brutalmente spazzata via, la guerra non aveva potuto essere una scelta, quanto e piuttosto un’imposizione e, ancor peggio, una necessità, nella volontà sia di poter sopravvivere al proprio mondo, al proprio intero universo che tanta atrocità aveva permesso e generato, frutto allucinante di folli concezioni razziali, sia di ricercare un qualche significato alla propria stessa sopravvivenza: un significato che, senza falsi moralismi, senza ipocrisie, aveva inizialmente esplorato nella brama di vendetta, e di vendetta mirata nel contrasto alla figura del primo responsabile per tutto quanto fosse accaduto.
E se pur, nell’inseguire tale vendetta, ella aveva visto il proprio fato intrecciarsi inaspettatamente e sorprendentemente con quelli di Midda e Duva, nell’incontrarle all’interno della stessa prigione nella quale si era volontariamente lasciata deportare per raggiungere Nero e lì, finalmente, affrontarlo; non nella morte di tale nemesi si era visto concludersi il suo cammino. Una scelta, quella che ella aveva compiuto innanzi allo sguardo quietamente passivo della stessa Ucciditrice di Dei, che non avrebbe avuto a doversi fraintendere qual conseguenza di una qualche ricercata superiorità psicologica nel confronto con il responsabile per la strage della propria famiglia, né, tantomeno, in un qualche paventato timore volto a voler escludere l’ipotesi di abbassarsi al suo stesso livello, giacché, obiettivamente, anche per Lys’sh il tanto temuto confine morale rappresentato dall’idea stessa di assassinio era stato già superato da tempo, nella lunga strada che l’aveva condotta sino a quel combattimento finale, a quella sfida conclusiva. Una scelta, piuttosto, che l’aveva trovata qual in tal senso guidata dall’unico desio di non offrire una troppo facile via di fuga dall’esistenza mortale al proprio nemico, per il quale, obiettivamente, la morte avrebbe potuto essere considerata addirittura un dono, nel considerare la situazione in cui egli si era ritrovato a essere: meglio, ella aveva giudicato, permettergli di sopravvivere al loro scontro, e di sopravvivere non soltanto ancor imprigionato all’interno di una prigione nella quale, malgrado tutto il proprio passato, egli non avrebbe più avuto alcun nome o alcun ruolo dopo gli eventi di quel duello ma, ancor peggio, di sopravvivere con la consapevolezza di essere stato vinto, e poi risparmiato, da una donna, chimera e, come se non fosse sufficiente, mezzosangue… ossia la fusione di tutto ciò che egli, da sempre, aveva disprezzato e brutalizzato, in ogni modo e con ogni mezzo.
In conseguenza a un così diverso cammino di vita, oltre che, inoppugnabilmente, a un’età ampiamente inferiore rispetto a quella pressoché condivisa fra Midda e Duva, la giovane ofidiana non avrebbe potuto, allora, probabilmente vantare né la medesima professionalità, né, tantomeno, il medesimo folle entusiasmo che, altresì, avrebbe avuto a poter essere individuato alla base di ogni singolo movimento delle proprie nuove sorelle maggiori; benché, ciò nonostante, nulla nel suo approccio, nulla nel suo indomito incedere verso la battaglia, avrebbe potuto essere, per lei, fonte di qualsivoglia ipotesi di critica o, più assurdo, di rimprovero. Non da estranei, non, di certo, da Midda o Duva. Grazie al retaggio del proprio sangue ofidiano, del resto, Lys’sh avrebbe potuto vantare capacità tali da poter porre in difficoltà entrambe le proprie amiche e compagne, così come, nei primi giorni del loro incontro, aveva avuto involontaria occasione di offrire riprova in più di un’occasione: anche laddove lunghi anni, decenni addirittura, spesi in missione nei più disparati angoli del proprio mondo, avevano alleggerito il passo della Figlia di Marr’Mahew nell’egual misura in cui ne avevano affinato i sensi, permettendole, obiettivamente, di riservarsi sovente un’occasione di vantaggio nei confronti di possibili avversari in diretta conseguenza a tutto ciò; quanto la natura aveva concesso a Lys’sh avrebbe avuto a doversi considerare l’occasione di giungere, in maniera del tutto impercettibile, alle spalle della suddetta, così come, parimenti, di poter avvertire distintamente un eventuale tentativo di approccio della stessa a sua supposta insaputa in maniera non meno evidente di quanto non avrebbe potuto essere nel caso in cui, al collo della mercenaria, fossero stati legati una dozzina di campanelli. E così, se, umanamente, la stessa Midda non avrebbe potuto ovviare a provare un certo livello di frustrante invidia a fronte di tutto ciò; parimenti, quest’ultima non avrebbe potuto neppure ovviare ad apprezzare le capacità proprie di una sua alleata, di una sua amica e, ormai, nuova sorella, riconoscendo, in tutto ciò, soltanto un fattore straordinariamente positivo in supporto a tutte loro… a tutti loro.
Nessuno, meglio di Lys’sh, avrebbe potuto essere impiegato, come stava avvenendo in quel frangente, per una missione di esplorazione silenziosa, di discreta ricerca di un avversario. E, sebbene di ciò la stessa giovane ofidiana non avrebbe potuto evitare di considerarsi conscia, al tempo stesso, ancora, ella non avrebbe potuto vantare sufficiente malizia guerriera per comprendere, o, quantomeno, per comprendere immediatamente, quanto, in un contesto come quello allora venutosi a creare, una sua sostanziale invisibilità alle percezioni sensoriali dei loro antagonisti, non si sarebbe limitata a giocare un ruolo di forza in suo sostegno ma, anche, di svantaggio a discapito delle proprie compagne, nella misura nella quale, loro malgrado, esse sarebbero rimaste certamente più esposte a eventuali assalti.
Una maliziosa consapevolezza, quella che pur le venne negata all’inizio della propria ricerca, che, tuttavia, non mancò possibilità di acquisire autonomamente nel momento stesso in cui, non soltanto ella ebbe a individuare un chiaro riscontro della presenza di un avversario, e della sua presenza in movimento a una certa distanza da lei, ma, ancor peggio, ebbe a riconoscere qual allora in moto non tanto nell’intento di coglierla qual proprio possibile obiettivo, quanto in quello di raggiungere l’area allora occupata da Duva. Duva in soccorso alla quale, pertanto, non volle riservarsi il benché minimo dubbio, la benché più fugace esitazione, a correre, temendo, in cuor suo, di poterle riservare il ruolo di esca a proprio insaputa.
O, tale, per lo meno, sarebbe potuto essere se soltanto, in quel momento, non fossero state adeguatamente equipaggiate dal loro capo della sicurezza che, per quanto ipoteticamente estranea alla tecnologia, i vantaggi della quale non aveva in alcuna misura rifiutato di riconoscere e di abbracciare entusiasticamente, primo fra tutti quello derivante dall’impiego di una ricetrasmittente.

« Duva… sta dirigendosi verso di te. » avvertì, in un sibilo di voce, non senza lasciar trapelare, nella propria voce, un certo, innegabile, grado di ansia per la sorte dell’amica, soprattutto nell’ancor non chiara identità del loro antagonista a dispetto di un’idea abbastanza precisa delle sue potenzialità, per così come testimoniate dalla porta sventrata « Sto arrivando! »
« Negativo. » rispose l’altra, con tono egualmente contenuto, evidentemente nel non voler promuovere eccessivamente quanto stava accadendo, soprattutto innanzi alla consapevolezza dei loro nemici, non volendo alterare quanto stava accadendo più del necessario, o, per lo meno, più di quanto, comunque, non avrebbero potuto ovviare a compiere, in diretta dipendenza dalle capacità sensoriali che essi avrebbero potuto alfine dimostrare di possedere « Guardami le spalle ma resta nell’ombra, Lys’sh. » le richiese, con incedere che non volle scadere nell’ordine, anche ove avrebbe potuto legittimamente ricordarsi di essere nella posizione utile per imporsi « Andiamo a pesca… »

martedì 17 febbraio 2015

2291


Terminato il rapido, e necessario, rapporto al capitano, alle tre donne non fu necessario altro al di fuori di un nuovo, e sempre fugace, sguardo, per trovarsi già concordi sulla strategia da attuale, su come agire al fine di meglio affrontare quella situazione.
In grazia, infatti, a quell’intendimento, a quell’apparente telepatia che avrebbe potuto essere riconosciuta soltanto a coloro ai quali fosse stata offerta già occasione di affrontare insieme un sufficiente numero di avventure e disavventure, di mai sgraditi trionfi e di pericolosamente sfiorate sconfitte, di antagonisti mortali così come di nemici apparentemente invincibili; Midda, Duva e Lys’sh, sorelle d’arme, compagne di ventura ormai da un intero anno, non ebbero alcuna necessità di spendersi in ulteriori parole, in altre vane espressioni verbali, per condividere quanto allora necessario porre in essere, così come, non di meno, la suddivisione dei ruoli nel confrontarsi con quella nuova minaccia. E quello che, per i più, avrebbe avuto a giudicarsi essere mero silenzio, fra loro, valse in tutto ciò più di mille, e ancor oltre, parole pronunciate da altri, nel dimostrarsi più che adeguato, del tutto sufficiente, a garantire loro quell’intesa che pur, mai, avrebbe potuto essere posta in discussione… non un anno prima, in un’immediatamente evidente sintonia fra loro; non, tantomeno, un anno più tardi, in quel presente che, ormai, non avrebbe potuto coglierle più affiatate di rispetto a quanto già non fossero.
Così, nel contempo in cui la giovane ofidiana, coadiuvata dai propri sovrumani sensi, si spinse in ricognizione lungo il percorso già ripetutamente affrontato in quell’ultima ora, ritornando sui propri passi e ricercando, all’interno del sesto container, eventuali clandestine presenze che potessero aver già violato i confini ormai palesemente sfondati e che, in ciò, potessero starsi dirigendo alla volta delle altre stive e, da lì, del corpo della nave; le due donne umane avanzarono oltre, superando la distrutta soglia del settimo container e, da quel punto, dividendosi, per meglio coprire l’estensione del medesimo e, al contempo, individuare eventuali antagonisti lì ancor celati così come tentare di raccogliere indizi, maturare consapevolezza, nel merito di come quell’intrusione potesse essere occorsa e di quali, reali, minacce avrebbero potuto attendersi dai loro non ancor meglio definiti avversari. E se, nel dividersi dalle proprie compagne, il secondo in comando della Kasta Hamina non si concesse alcuna effimera occasione di freno attorno a quella soglia, a quel fronte, ciò avvenne non tanto in conseguenza a una qualsivoglia mancanza di interesse da parte della stessa nei riguardi di quel limitare o delle informazioni che, da esso, avrebbero potuto conseguire; quanto e piuttosto nella certezza di come, vedendola proseguire oltre, sarebbe stata premura del capo della sicurezza lì temporeggiare, per meglio analizzare, anche sul versante opposto a quello già verificato, l’entità, e la natura, dei danni imposti a quei portelli.
Fu premura della Figlia di Marr’Mahew, pertanto, riservarsi qualche ulteriore istante in quella zona, in quel punto specifico, al fine di verificare l’eventualità di raccogliere qualche più interessante dettaglio rispetto a quelli già evidenziati, animata, in tal senso, dall’implicita consapevolezza che, nel caso in cui da tutto quello, fosse derivata un’informazione utile, simile conoscenza non sarebbe rimasta, esclusivamente, una sua prerogativa ma sarebbe stata prontamente condivisa con le proprie compagne, così come, reciprocamente, non avrebbe mancato di occorrere, affinché tutte loro fossero costantemente aggiornate ognuna nel merito delle scoperte delle altre, così come se, al di là della distanza fisica che stavano pur impegnandosi a porre l’un con l’altra, non più di un passo le stesse allor separando, indebolendole.
L’osservazione, tuttavia, della situazione sul fronte del container sette, non parve potersi riservare altra occasione se non quella di confutare quanto già verificato sul fronte del container sei, mostrando una soglia, in ipoteticamente resistente e spessa lega metallica, essere stata brutalmente squartata, strappata e ripiegata, nelle proprie estremità, quasi avesse a doversi considerare banale lamiera. E, così come già verificato sul fronte opposto, neppure l’applicazione, da parte della donna guerriero, dell’energia del proprio braccio meccanico, di servomotori in grado di permetterle di sollevare, senza fatica alcuna, anche mille libbre di peso, si dimostrò sufficiente a tentare di emulare la violenza riversata su quella coppia di portelloni, in un risultato che, pertanto, sarebbe stato gradevole poter attribuire agli effetti di una detonazione, di un qualche congegno esplosivo, se solo non fossero stati riconoscibili, sul metallo, segni simili a quelli di enormi artigli.

« … Thyres… » non si negò occasione di sussurrare nell’invocare il nome della propria dea prediletta, necessariamente sorpresa da tutto ciò e, in effetti, ancor più eccitata che preoccupata per quanto stava osservando, per la promessa di battaglia che, in tal maniera, le stava venendo rivolta.

Per colei che, alle proprie spalle, avrebbe potuto vantare l’assassinio di un dio, infatti, l’idea di una nuova sfida, di un nuovo avversario che potesse offrirle una reale competizione, non avrebbe potuto essere considerato altro che un dono della benevolenza degli dei… o, quantomeno, degli dei che ancora potevano riservarsi, nei suoi confronti, una qualche ragione di simpatia. E benché, anche senza scomodare necessariamente qualche altra divinità minore, sicuramente antagonisti di ogni forma e proporzione non le fossero mancati, anche in quegli ultimi mesi; dal giorno della sua partenza dal proprio mondo, sulle ali della fenice, Midda non avrebbe potuto evitare di accusare l’assenza di quel particolare genere di sfide che, entro i limiti del suo pianeta natio, non le erano mai mancate… prime fra tutte, battaglie contro creature caratterizzate da forza, capacità o poteri ampiamente oltre qualunque possibilità di umana ambizione.
Ove anche, infatti, in quella nuova concezione estesa della propria realtà, contraddistinta da straordinarie tecnologie apparentemente superiori, persino, ai concetti di stregoneria con i quali ella avrebbe potuto considerarsi ormai confidente, non le sarebbero potute mancare, né le erano mancate, certamente nuove possibilità di porsi alla prova, di spingersi oltre alla ricerca di quell’intimo senso di appagamento per lei ormai solo derivante dal piacevole, inebriante, e assuefacente sapore dell’adrenalina nel proprio sangue; poter supporre di ritornare, seppur estemporaneamente, a un confronto forse più primitivo, probabilmente più sporco, ma non per questo meno entusiasmante o coinvolgente… anzi, avrebbe per lei rappresentato soltanto qualcosa di gradevolmente positivo, un’occasione da non sprecare. E così, anche laddove pocanzi  il dialogo fra lei e il capitano aveva assunto, a tratti, toni legittimamente drammatici, atti a introdurre l’ombra di una prossima tragedia; innanzi a tutto ciò ella non avrebbe potuto ovviare a obliare a tutto ciò, limitandosi, piuttosto, a godere di quel momento e di quanto, lì, le stava venendo inaspettatamente concesso.
Improvvisamente, infatti, l’intera Kasta Hamina e tutti i problemi che, già prima, stavano affrontando, avrebbe potuto essere considerata un dettaglio del tutto trascurabile, addirittura un’eco lontana, nel confronto con il suono vibrante dei tamburi di guerra che, nelle orecchie dell’Ucciditrice di Dei, stavano già iniziando a rullare, e rullare a un ritmo sempre più sfrenato. E, a ricercare una qualche possibilità di sfogo per la violenza che, dal profondo del suo animo, stava emergendo a pretendere, ferocemente, il sangue di qualunque mostro avesse allor compiuto quella devastazione; ella abbandono, alfine e a sua volta, l’ingresso al container sette, per immergersi, su un fronte diverso da quello lungo il quale si era già sospinta la sua compagna, la sua gemella spirituale, alla ricerca dell’azione, in qualunque forma, essa, avrebbe potuto presentarsi.

Esattamente nella direzione di poter attribuire una forma a quanto, sino a quel momento, per lei era stato un semplice odore, e pur un odore tanto significativo da poterla giustificare nell’allarme diffuso, Lys’sh avrebbe avuto a dover essere allora descritta, nel mentre in cui, avanzando sola, e con passo, in ciò, assolutamente impercettibile, sospingeva al limite le proprie percezioni sensoriali, il proprio udito, così come il proprio olfatto, ma anche il gusto e, ove possibile, il proprio tatto, con l’unico intento di individuare quanto prima il o i propri avversari e, di conseguenza, poter offrire finalmente una risposta chiara e completa alle proprie compagne di ventura che, era consapevole, mai l’avrebbero condannata in caso contrario e che, tuttavia, non avrebbe potuto avere diverso interesse se non quello di rendere loro servigio, di essere loro utile, dimostrandosi, speranzosamente, addirittura fondamentale nella sfida che stavano andando ad affrontare.

lunedì 16 febbraio 2015

2290


« Per nostra fortuna, sotto questo punto di vista, siamo equipaggiate… » osservò la Figlia di Marr’Mahew, mettendo mano a una delle tasche del proprio equipaggiamento, per estrarne una ricetrasmittente, in grazia alla quale avrebbero così vanificato ogni sforzo di isolamento compiuto a loro discapito dai loro ancora ignoti antagonisti « Capitan Rolamo. Qui Midda, dal settimo container… » esordì subito dopo, aprendo un canale di comunicazione sulla frequenza comune della nave e attendendo una qualsivoglia replica da parte dell’ufficiale in comando.
« Parla Lange. » replicò, dopo un breve istante, il loro interlocutore, dimostrandosi sufficientemente pronto nella risposta da lasciar facilmente presumere essere stato in attesa di quell’aggiornamento sino a quel preciso momento, non senza, probabilmente, una certa tensione derivante dal contesto in tal maniera venutosi a formare, tutt’altro che offerente una qualsivoglia predisposizione al rilassamento psicologico o fisico « Ti ascolto. »
« Come da programma mi sono riunita a Duva e Lys’sh. Purtroppo, però, i nostri clandestini non hanno avuto la cortesia di attenderci tranquilli là dove erano stati rinchiusi e, ora, non abbiamo elementi utili a presumere la loro attuale posizione. » spiegò, riassumendo lo scenario lì presente « Non abbiamo ancora avuto alcun contatto visivo con loro, ma, nel contempo, sono riusciti a sfondare brutalmente i portelloni fra il sesto e il settimo container. Suggerisco di rafforzare il presidio all’ingresso della sezione di coda e di prepararsi a qualunque eventualità. »
« Ne prendo atto. » rispose il capitano, con tono serio e concentrato, evidentemente impegnato, in quel momento, a soppesare ogni singola sillaba riportatagli « Desiderate rinforzi…? »
« Negativo. » scosse il capo la donna, benché, tale gesto, non sarebbe risultato evidente attraverso il comunicatore « Siamo armate e pronte allo scontro. E nella sciagurata eventualità che non avremo a dimostrarci adeguate allo scopo… beh… sai già come procedere. »

Un solo sguardo fu sufficiente a Midda per cercare, e trovare, consenso negli occhi delle proprie sorelle d’armi, laddove, senza nulla togliere alle risorse dell’equipaggio della Kasta Hamina, senza in alcuna maniera voler minimizzare il valore dei propri compagni, tutte e tre erano allora comunque consce dell’evidenza di quanto, il loro ristretto contingente, rappresentasse allora quanto di meglio avrebbe avuto a poter offrire la loro nave mercantile in una situazione come quella. In conseguenza di ciò, nel caso in cui loro tre avessero fallito, eventualità indubbiamente spiacevole laddove, necessariamente, avrebbe rappresentato anche la loro prematura fine; l’unica alternativa di ragionevole attuazione per i loro sopravvissuti compagni non avrebbe previsto la ricerca di una qualche vendetta attraverso una nuova battaglia, quanto e piuttosto l’abbandono, immediato, del carico, e delle loro salme, nella separazione dell’intera sezione di coda e nell’abbandono della medesima al vuoto siderale: solo in tal maniera, un loro ipotetico sacrificio non si sarebbe dimostrato vano.
E se, di tale consapevolezza, non avrebbero potuto dirsi ignare né Duva né Lys’sh, accanto a Midda, ancor meno avrebbe potuto dichiararsi ignorante lo stesso capitano della Kasta Hamina, il quale, per quanto mai avrebbe accettato l’idea di lasciare indietro qualcuno degli uomini o delle donne affidate al suo comando, di fronte all’eventualità di una letale disfatta di quelle tre donne, di quelle tre combattenti, di quelle tre guerriere, non avrebbe potuto ovviare ad agire nell’interesse della salvaguardia del resto del proprio equipaggio, anche a costo di dover convivere, fino al proprio ultimo giorno, con il disgusto per quello che, nel profondo del suo cuore e del suo animo, non avrebbe poi potuto evitare di condannare qual un atto di codardia.

« Bontor…  » riprese voce l’uomo, dopo essersi riservato qualche rapido istante per soppesare e valutare le informazioni in tal modo riferitegli e, in particolare, la conclusione a cui ella si era sospinta, qual traguardo di un ragionamento logico e obiettivo « Per quanto i nostri caratteri siano, evidentemente, in una condizione di naturale conflitto non di meno rispetto a quanto non lo siano il mio e quello della mia ex-moglie accanto a te; io sono e resto il capitano a bordo di questa nave. E tu, qual membro del mio equipaggio e capo della sicurezza, mi devi comunque ubbidienza. Quindi… ascoltami bene quando ti dico che né tu, né Duva o Lys’sh, avete il permesso di dimostrarvi meno che adeguate allo scopo. » sancì, riproponendole le medesime parole da lei appena rivoltegli « Qualunque cosa accada, voi dovrete tornare indietro vive e in salute… o saranno guai. Grossi guai. » minacciò, mantenendo ancora la propria voce seria e misurata in ogni singola sillaba scandita in risposta « Sono stato chiaro? »

E sebbene, a volersi rapportare in maniera razionale con quella situazione e gli scenari che da essa avrebbero potuto conseguire, le parole così proposte da parte di Lange Rolamo avrebbero potuto essere considerate ai limiti dello scherno, o, tuttalpiù, di una sua evidente, nonché preoccupante, dissociazione dalla realtà; all’attenzione della mercenaria fu immediatamente evidente quanto, al contrario, il capitano aveva voluto, in tal peculiare maniera, dichiarare tutta la propria premura, tutto il proprio interesse nei loro confronti, ritrovandosi a essere spinto dai propri sentimenti, dal proprio necessariamente celato affetto verso di loro, a proibire di morire, quasi come se la decisione a tal riguardo avesse a doversi riconoscere dipendente esclusivamente dalla loro volontà.
Un ordine, il suo, che pertanto non avrebbe potuto essere inteso in alcuna maniera qual tale né che, parimenti, avrebbe potuto essere effettivamente associato al tono con il quale, pur, era stato pocanzi scandito. Così, benché in un diverso contesto, in un’altra situazione, l’Ucciditrice di Dei difficilmente avrebbe potuto evitare una qualche sarcastica replica a fronte di un simile, ricercato intento autoritario, non tanto per mancanza di rispetto verso il proprio capitano, quanto e piuttosto per una risposta emotiva naturale dopo decenni di estraneità a qualunque genere di ordine costituito, ormai anarchica innanzi a tutto ciò che non avrebbe potuto riconoscersi qual direttamente derivante da una sua autonoma decisione; in quel particolare momento, di fronte a quelle ultime, serie e forti parole a lei indirizzate sotto l’apparente veste di un ordine, ella non volle concedersi alcuna reazione polemica, limitandosi ad accettare tutto ciò, in tal maniera, implicitamente, anche ringraziando colui che, allora, tanta premura stava riservandosi occasione di dimostrare nei loro confronti.

« Sì, signore. » confermò, semplicemente, null’altro soggiungendo a possibile completamento di ciò, laddove, inevitabilmente, qualunque altra parola sarebbe risultata in solo e banale contrasto con l’intento volto a concedere riprova di aver correttamente interpretato, e inteso, tutto ciò.

Una corretta interpretazione, un giusto intendimento, il suo, che fu, proprio a margine di quella replica, appoggiato e sostenuto persino da colei che, più di chiunque altro, avrebbe potuto, e voluto, sempre e comunque riservarsi occasione di facile, e sovente, gratuita polemica con Lange Rolamo e che, tuttavia, lì si limitò ad annuire, concedendosi un lieve sorriso, a fuggevole, e pur chiara, approvazione tanto dell’intervento dell’uno, quanto della risposta dell’altra: anche Duva Nebiria, al di là di ogni personale questione in sospeso con il proprio ex-marito, non avrebbe potuto ovviare a cogliere, e comprendere, le ragioni alla base di quell’ultimo intervento e, di conseguenza, a sostenere, ancora una volta, in tutto e per tutto la scelta della propria compagna, di quella gemella di un altro mondo in passato mai immaginata e, pur, ormai presente nella sua quotidianità quasi qual un’altra espressione del proprio stesso io.

« Attendo un nuovo aggiornamento in non più di mezz’ora. » concluse, pertanto, il capitano, non avendo a sua volta null’altro da aggiungere in coda a quanto già dichiarato « Non mi deluda, Bontor! »

lunedì 9 febbraio 2015

2289


Se il tempo concessole qual necessario per raggiungere le proprie amiche, le proprie compagne, le proprie sorelle d’armi, era parso, alla figlia di Marr’Mahew, quasi minimale, addirittura ridicolo, nel confronto con tutte le emozioni, prima di quel frangente, necessariamente contrastanti, in un’innegabile preoccupazione per quanto potesse star accadendo e in un irrazionale timore di giungere in ritardo al momento dell’incontro, per così come stabilito; l’intervallo temporale che, insieme, tutte e tre affrontarono per ritornare al portello d’accesso sigillato a congiunzione fra il sesto e il settimo container, ebbe a essere giudicato, innanzi alle medesime sensazioni, alle stesse percezioni della donna guerriero, qual sostanzialmente  interminabile, nel vederla posta sì a confronto con la necessità di coprire uno spazio praticamente equivalente al precedente e, ciò non di meno, nel trovarla tanto desiderosa di raggiungere l’obiettivo, il loro traguardo finale, in misura sufficiente a spronarla a un approccio ancor più energico e deciso, a una corsa ancor più impetuosa rispetto alla precedente, e che tuttavia, benché concretamente le vide raggiungere tale meta in un tempo irrisorio, non negò egualmente ragione di insoddisfazione alla mercenaria, la quale ben volentieri si sarebbe sospinta istantaneamente nel cuore della battaglia, se solo le fosse stata concessa un’occasione in tal senso, se solo, per la magia della fenice o per un altro incanto equivalente, avesse potuto coprire quell’intera distanza in un semplice battito di ciglia. E seppur Duva e Lys’sh, accanto a lei, dietro di lei, non avrebbero potuto accusare una concreta ragione di stanchezza, nell’essere stata, quella nuova corsa, sì sfrenata e, ciò non di meno, quietamente sostenibile da entrambe non di meno rispetto alla loro sodale e guida; parimenti né l’una, né l’altra avrebbe potuto dichiararsi propriamente fresca e rilassata, nell’essersi viste allor indubbiamente costrette a un passo sicuramente più serrato rispetto a quello che, altrimenti, avrebbero potuto concedersi occasione di mantenere o che, anche, si erano già concesse precedente occasione di mantenere, nel coprire quel medesimo percorso.
Ogni eventuale, possibile e, forse, persino prevedibile intervento a commento di un approccio così energico, tuttavia, si vide preventivamente arginato tanto fra i denti del primo ufficiale della Kasta Hamina, quanto fra quelli della giovane ofidiana, nel momento in cui, pur avendo raggiunto il traguardo prefisso, pur avendo riconquistato l’obiettivo precedentemente abbandonato, ebbe a palesarsi qual sgradevolmente evidente e spiacevolmente incontrovertibile come, purtroppo, l’intervallo di tempo nel corso del quale quella postazione era stata estemporaneamente abbandonata, per quanto il più possibile contenuto, moderato nella propria estensione, avrebbe avuto a doversi giudicare comunque eccessivo. Ed eccessivo nella misura che lì ebbe a dimostrarsi comunque utile, per qualunque supposta minaccia rinchiusa oltre quella soglia, a forzare la medesima e a confermarsi, al di là di ogni ipotetica paranoia, qual, a tutti gli effetti, un pericolo per tutti loro: giacché, al di là di ogni facile semplificazione che avrebbe potuto dirsi conseguenza dell’approccio di una professionista della guerra qual il capo della sicurezza era e non avrebbe mai negato o rinnegato essere, difficilmente una doppia porta di solida lega metallica, con uno spessore di oltre un piede per fronte, tanto su quello del container sei, quanto su quello del container sette, avrebbe potuto essere ferinamente squarciata da parte a parte, se non da qualcuno, o qualcosa, necessariamente riconoscibile qual una minaccia, un pericolo, per tutti loro… un pericolo, per lo più, in merito alla collocazione fisica del quale, in tal modo, non avrebbero più potuto concedersi consapevolezza di sorta.

« Thyres… » sussultò la mercenaria, invocando il nome della propria dea prediletta, nell’osservare, non senza un certo stupore, quello che avrebbe potuto essere descritto qual il risultato di un enorme apriscatole su una gigantesca scatola di latta… benché, ovviamente, quel portello non avrebbe avuto a dover essere considerato di latta « … temo che siamo giunte troppo tardi. » non si negò occasione di commentare con tono quasi ironico, a sdrammatizzare la situazione benché, con un gesto fulmineo, non mancò di sguainare la propria spada prediletta, per essere pronta ad affrontare qualunque avversario avrebbe potuto scagliarsi loro contro in quel frangente.
« Lys’sh?! » richiamò, altresì, Duva, cercando con la compagna un’occasione di confronto, un qualche chiarimento, non nel merito di come potesse essere accaduto quanto lì occorso, informazione che da parte sua non avrebbe potuto certamente ottenere, ma, piuttosto, a riguardo della presumibile posizione dei loro antagonisti, confidando, ancora una volta, nei suoi affinati sensi per riservarsi una maggiore confidenza con quanto, altrimenti, per lei, o per Midda, difficilmente intellegibile.
« Ho iniziato a sentire odore di crostacei da quasi metà di questo container… ma ho dato la colpa di ciò a una giustificabile contaminazione conseguente al nostro approccio precedente. » riferì la giovane, non negandosi un tono necessariamente contrito a confronto con l’evidenza dell’accaduto e, di conseguenza, della sua mancanza nel segnalare l’anomalia per tempo « Perdonatemi… »
« Non c’è ragione di chiedere scusa. » minimizzò la Figlia di Marr’Mahew, avvicinandosi al portello sventrato per osservarlo meglio, per poterlo studiare, almeno visivamente, a una distanza ravvicinata « Nessuno avrebbe potuto prevedere questo. E, comunque, il fatto che tu abbia sentito il loro odore non significa necessariamente che, in questo momento, siano alle nostre spalle. »
« Ritieni che vi sia più di un singolo intruso a bordo? » questionò il primo ufficiale, estraendo la propria sciabola dal fodero e appropinquandosi a lei per poter condividere quel tentativo di analisi, per poter maturare confidenza diretta con quanto stesse accadendo a bordo della propria nave « C’è qualcosa che ti offre riprova a tal riguardo…?! »

Innanzi ai loro sguardi, quanto ebbe a offrirsi fu l’immagine del pesante metallo della porta energicamente squarciato, in più direzioni, quasi per effetto di smisurati artigli, e ripiegato verso l’interno del container, lì spinto, evidentemente, da qualcuno che, operante dall’altra parte della porta, aveva precedentemente ed egualmente agito sulla seconda soglia di mezzo piede distanziata da quella, su tale fronte, tuttavia e simmetricamente, strappando e tirando il metallo verso di sé: un’operazione, quella così compiuta, che, oltre a suggerire qualcosa di straordinario nella violenza dell’accaduto, nella forza necessaria per compiere tutto ciò, non avrebbe potuto ovviare ad apparire persino e necessariamente incredibile, nel considerare i tempi ristretti in cui, chiunque fosse stato, doveva aver allora operato.

« Più che altro, spero vivamente che vi sia più di un singolo intruso a bordo. » replicò la donna guerriero, in un’asserzione che, tuttavia, non avrebbe avuto a dover esser ricondotta a una sua qualche brama di sfida, quanto e piuttosto al timore per l’alternativa a tale supposizione… timore non per sé, ovviamente, ma per tutti coloro che, alla sua responsabilità, erano lì a bordo stati affidati e che, da quel momento, non avrebbero potuto considerarsi propriamente in una situazione di sicurezza « Perché, se tutto questo fosse opera di un singolo… » continuò, appoggiando la propria destra cromata su un angolo ritorto della porta, per provare lì ad applicare l’inumana forza da lei in sua grazia posseduta, spingendo al massimo i servomotori presenti all’interno della protesi e, ciò non di meno, ottenendo soltanto un lieve cedimento da parte della lega metallica, con un movimento inferiore al pollice « … non sarebbe scontato riuscire ad abbatterlo! »
« Dannazione. » imprecò Duva, serrando i denti in un gesto di disapprovazione tale da indolenzirle, quasi, la mandibola nell’incontrollato sforzo.
« Oltretutto… i nostri avversari non sono stupidi. » soggiunse Lys’sh, anch’ella avvicinatasi alle compagne, stringendo già un pugnale tanto nella destra, quanto nella mancina, e con la punta di quello sinistro, indicando, allora, la parete accanto alla porta squarciata, là dove, in precedenza, era stato lo stesso interfono da loro impiegato per contattare la compagna e là dove, in quel nuovo scenario, altro non restava che un pannello divelto e un groviglio di cavi strappati, per un sistema, ormai, del tutto inutilizzabile « Non desiderano che si possa comunicare con il resto della nave, per informare gli altri di quanto qui stia accadendo… »

martedì 3 febbraio 2015

2288


Per quanto l’idea di aver subito una manovra di abbordaggio non avrebbe dovuto essere accolta né con leggerezza, né, tantomeno, con entusiasmo, semplicemente menzognero sarebbe stato, per la donna guerriero impegnarsi a dimostrare preoccupazione, ansia o disapprovazione per lo scenario in tal maniera sinteticamente descritto.
Per colei che, in ogni sera trascorsa nella locanda del proprio amato Be’Sihl, non si era mai lasciata mancare l’occasione di scatenare qualche rissa per il semplice piacere di combattere, riconoscendo tutto ciò qual un mezzo utile a scaricare eventuali tensioni emotive o fisiche, e a raggiungere il giusto stato di quiete psicologica per concedersi una qualche possibilità di sereno riposo; il ritrovarsi per un tempo eccessivamente prolungato a costretto riposo, così come, suo malgrado, era avvenuto sino a quel momento a bordo della Kasta Hamina, avrebbe dopotutto necessariamente rappresentato un motivo di concreto disagio, di reale affaticamento mentale, per far fronte al quale nulla avrebbe avuto a poter essere considerato meglio della possibilità di sfogo lì suggeritale. Un suggerimento, pertanto, che non avrebbe in alcun modo potuto disdegnare e che, per onestà psicologica nei confronti delle proprie compagne, delle proprie sorelle d’armi, non avrebbe avuto motivo di fingere di rifiutare… non, quantomeno, laddove tanto Duva così come Lys’sh, già avevano avuto modo di conoscerla, di conoscere il suo spirito e, con esso, il suo modo di approcciare alla vita, alla guerra e a tutto il resto, in misura tale da non potersi attendere, da parte sua, reazione diversa da quella che, nella maniera più sincera e trasparente possibile, avrebbe potuto condividere con loro.
A fronte, pertanto, delle sue parole, di quell’asserzione quasi lieta, addirittura soddisfatta nel confronto con ciò che le avrebbe potute attendere, con la nuova battaglia che si prospettava loro innanzi, non l’ofidiana, e neppure il primo ufficiale di quell’equipaggio, poterono serbarsi possibilità di sorpresa o, peggio, di rimprovero a discapito del capo della sicurezza; giacché, al contrario, eventuali dubbi non avrebbero potuto ovviare a sorgere nei loro animi in una situazione del tutto antitetica a quella, un frangente nel quale, paradossalmente, Midda Bontor, la Figlia di Marr’Mahew, l’Ucciditrice di Dei, si fosse dichiarata infastidita dall’idea di un combattimento, di uno scontro, pur del tutto imprevisto e inatteso qual quello, necessariamente, non avrebbe potuto ovviare a essere riconosciuto.

« Il fatto che, sicuramente, qualunque piega prenderà questa faccenda, il mio ex-marito ne sarà sinceramente e vivamente seccato, riconoscendoci ogni responsabilità e ogni colpa?! » sorrise, pertanto, Duva, sfoggiando in tal senso tutta l’essenza sorniona del proprio animo, in nulla e per nulla preoccupata da simile evoluzione collaterale e, anzi, se possibile, persino rallegrata da tale prospettiva.
« E questo è un problema…? » domandò, per un istante con dolce ingenuità, la giovane Lys’sh, non cogliendo la malizia invero esistente dietro a quella constatazione e ai sentimenti da essa derivanti per la propria amica.
« Assolutamente no. » negò l’altra, ridacchiando « Anzi… ove possibile, ha addirittura a considerarsi un’opportunità. » puntualizzò, a meglio evidenziare il proprio parere sull’argomento.
« Allora andiamo… » incalzò la mercenaria, già vittima delle prime scariche di adrenalina che, in lei, avevano risvegliato la bramosia per ancor altra estasiante droga naturale, in tutto e per tutto prodotta dal suo corpo e della quale, pur, la sua mente non era in grado di fare a meno, alla quale, mai, ella avrebbe potuto rinunciare, anche laddove ciò avrebbe significato condannarsi a una costante ricerca di pericolo e, potenzialmente, di morte « Abbiamo dei granchi giganti che aspettano di essere sgusciati! » ironizzò, in riferimento all’odore riportato dall’ofidiana e al suono di zampe da lei presumibilmente avvertito.

Senza attendere, quindi, ulteriori conferme o repliche dalle proprie compagne, Midda riprese la corsa estemporaneamente interrotta nella fugace parentesi di quell’incontro, proseguendo lungo il cammino innanzi a sé senza riservarsi la benché minima esitazione né, parimenti, prendere anche e soltanto in superficiale esame l’idea di voltarsi per assicurarsi della presenza, accanto a lei, alle sue spalle, delle altre due donne: in parte qual conseguenza del fatto che, comunque, la costante rappresentata dalla loro vicinanza non avrebbe avuto ragione di essere posta in dubbio, nella complicità che, sin da subito, le aveva legate l’una alle altre; in parte a fronte dell’evidenza della loro effettiva presenza, per così come a lei assicurato dalle proprie stesse percezioni sensoriali, in particolare dal perpetuo e continuo incedere di rapidi passi in perfetta sincronia ai propri; e in parte, invero, anche nel confronto con l’indiscutibile, assunta verità di quanto, un’eventuale loro assenza, non avrebbe rappresentato per lei un motivo di arresto, una ragione di freno nelle proprie azioni, avendo, certamente, piacere nel condividere la gioia per lei derivante da una nuova sfida con persone a lei tanto simili, sì affini, e, tuttavia, non potendo considerare la loro partecipazione qual una condizione necessaria e sufficiente al proprio coinvolgimento. Dopotutto, pur essendo ella lieta di poter essere nuovamente parte di un equipaggio, di una famiglia per così come, purtroppo, da oltre vent’anni non aveva avuto più occasione di potersi considerare; in quegli ultimi due decenni, e, di conseguenza, per oltre metà della propria esistenza, la donna guerriero aveva agito principalmente sola, sola affrontando le proprie battaglie e sola conquistando il proprio diritto alla vita, a discapito di tutti coloro, uomini, mostri o dei, che in senso contrario avevano tentato di esprimersi.
Intime elucubrazioni, in merito alla propria emancipata autonomia, a parte, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto comunque ovviare a sentirsi, nel proprio intimo, più che felice per la consapevolezza di essere accompagnata, anche in quella nuova avventura, da Duva e Lys’sh.
Così come, parimenti seppur non maggiormente espresso, anche le stesse Duva e Lys’sh, dal canto loro, non avrebbero potuto negare un indubbio appagamento all’idea di potersi cimentare in qualche nuova impresa al suo fianco, in sua compagnia. Appagamento là dove, così come entrambe avevano avuto già passata occasione di riprova, con il proprio carisma, con la propria energia, con la propria forza, ella era in grado di coinvolgerle in maniera trascinante, travolgente e totalizzante nella propria visione della vita, della guerra e di tutto il resto, rendendo, anche l’esperienza più truce, più violenta e più letale, al pari di una vicenda epica, qual, in fondo, epica si concedeva essere qualunque narrazione in relazione alla sua stessa esistenza passata. In tal senso, per loro, la possibilità di combattere al fianco di Midda Bontor non avrebbe potuto minimizzarsi, banalmente, nell’occasione di concedere sfogo alla propria indole guerriera; quanto, e piuttosto, di sentirsi parte di qualcosa di più amplio, di più vasto, di più importante… protagoniste di un qualche racconto fantastico, di una straordinaria avventura come quelle che, nel periodo dell’infanzia, non avevano mancato di popolare i loro sogni più fantasiosi. Perché, in verità, quella mercenaria, quella donna guerriero, proveniente da un pianeta lontano, un mondo che, nel confronto con la propria concezione di realtà, alla luce del proprio progresso tecnologico, entrambe avrebbero potuto giudicare retrogrado e primitivo, sembrava poter incarnare, in tutto e per tutto, i valori propri di un’eroina d’altri tempi, di un’avventuriera leggendaria, di un personaggio mitologico, al confronto con il quale non poter ovviare a sentirsi, a propria volta, parte della storia, della leggenda, del mito.
In nulla e per nulla, quindi, non il primo ufficiale della Kasta Hamina, non la giovane ofidiana, avrebbero rinunciato a tutto quello, avrebbero rinunciato a restarle al fianco, a combattere, insieme a lei, battaglie che, probabilmente, in altro contesto, in altra situazione, non sarebbero apparse egualmente entusiasmanti, e che, tuttavia, in quel momento, in quel frangente, avrebbero rappresentato tutto e solo ciò per cui sarebbe valsa la pena di rischiare la propria vita, alla conquista di un’imperitura gloria. Non che, tuttavia e in effetti, in tal maniera l’Ucciditrice di Dei avrebbe descritto la propria esistenza o le proprie gesta, malgrado già, nel proprio stesso mondo d’origine, il suo nome fosse entrato nell’immaginario collettivo in misura tale da esser assolutamente certi che il personaggio di Midda Bontor sarebbe, sicuramente, sopravvissuto alla sua stessa persona, nell’ineluttabile giorno in cui anch’ella si sarebbe presentata al cospetto degli dei.

lunedì 2 febbraio 2015

2287


Nel momento in cui le tre compagne di ventura, le tre sorelle d’arme, tornarono a mostrarsi riunite, ad apparire, nuovamente, quali reciprocamente integrate in maniera straordinariamente spontanea, improbabilmente naturale, e pur, obiettivamente, tale; non ebbe a sprecarsi il benché minimo fiato in banali formalità di rito, di pura e semplice retorica di conversazione, nel riconoscere qual allor prediletto un immediato coinvolgimento comune  in quel genere di condivisione, di aggiornamento tattico, che pur, sino a quel momento, era coscientemente mancato.
A prendere voce, pertanto, non fu né il capo della sicurezza, che pur sopraggiunse al luogo del ritrovo con qualche istante di ritardo rispetto al momento concordato, né il primo ufficiale della Kasta Hamina, nel riconoscere, razionalmente, qual necessario relatore la giovane ofidiana… colei che, a quel punto, non avrebbe avuto più ulteriori ragioni volte a restare asserragliata nella propria laconicità e che, di conseguenza, si riservò occasione di chiedere, immediatamente, parola.

« Duva e io eravamo appena entrate nel container sette, quando ho compreso non avremmo avuto a poterci considerare sole, là dentro. » dichiarò, mirando al cuore dell’argomento senza neppur per un istante ipotizzare di perdersi in un qualche, più prolisso, esordio « Non sono in grado di stabilire chi… che cosa vi fosse là dentro, ma sono certa di quanto il mio naso, la mia lingua e le mie orecchie hanno avuto occasione di percepire. »
« Credi di poter essere più circostanziata a tal riguardo, Lys’sh?! » la invitò la Figlia di Marr’Mahew, approfittando di quel momento di aggiornamento informativo per procedere, in parallelo, a un non meno utile aggiornamento fisico, appoggiando al suolo il borsone trasportato sino a quel luogo e subito aprendolo, al fine di ridistribuire, fra le due commilitone, l’armamentario prescelto per l’occasione, non abbisognando di aggiungere alcun ulteriore dettaglio verbale alle proprie azioni, riconoscendo, il proprio operato, già adeguatamente, autonomamente esplicativo.
« Il particolare più violentemente risaltato ai miei sensi è stato l’odore di mare… » cercò di condividere l’interrogata, benché, nel contesto specifico dell’accaduto, non semplice avrebbe avuto a poter essere riconosciuto per lei tradurre in parole delle sensazioni percettive e l’elaborazione conseguentemente derivata, nella sua mente, al confronto con tutto ciò « … qualcosa di simile all’odore dei crostacei, all’odore che emanano al banco del pesce, quando sono ancora freschi. » puntualizzò, nel contempo in cui si ritrovò a ricevere, dalle mani della propria interlocutrice, un’imbracatura contenente, in maniera opportunamente distribuita, una coppia di pugnali lunghi nonché altre sei lame più corte, da lancio.
« Possiamo escludere che si tratti del carico… giusto? » richiese conferma l’altra, in tal senso rivolgendosi, allora, non tanto in direzione dell’ofidiana, quanto dell’altra compagna, che, meglio di entrambe loro, avrebbe potuto vantare confidenza con quella nave e con eventuali episodi giustificabili, per quanto comunque insoliti o imprevisti.
« Assolutamente. » confermò Duva, annuendo appena a quell’interrogativo « Per conferma, possiamo chiedere a Lange di ricontrollare il manifesto di carico, ma, per un viaggio di media lunghezza, qual avrebbe dovuto comunque essere il nostro a prescindere da eventuali fattori esterni, abbiamo sempre evitato beni di eccessiva deperibilità, onde ovviare a facilmente comprensibili inconvenienti. » spiegò, a completamento della propria iniziale replica « Inoltre, anche nell’ipotesi di trasportare qualcosa del genere, difficilmente sarebbe stipato in maniera tale da poter… puzzare: il tutto, adeguatamente congelato, sarebbe mantenuto alla corretta temperatura all’interno di appositi contenitori refrigerati. Questo a prescindere dal fatto che, comunque, la totalità del nostro carico, soprattutto del carico all’interno dei container, è comunque stipata in casse sigillate, a comprovare l’assenza di qualunque sofisticazione sul medesimo. »
« Questo posso confermarlo anch’io… » riprese voce Lys’sh, non tanto per offrire un non necessario soccorso alla propria compagna, quanto allo scopo di meglio comprovare l’efficacia delle proprie percezioni sensoriali « Prima di giungere al container sette, gli unici odori e sapori che ho avuto occasione di sentire nell’aria, sono sempre stati quelli propri della Kasta Hamina, senza alcun valore aggiunto offerto dal carico attorno a noi. Soltanto superata quella soglia ho avvertito distintamente quell’odore… quel sapore… e, particolare non meno importante, ho sentito qualcosa muoversi innanzi a noi, fra gli scaffali. »
« Qualcosa come…? » la invitò, nuovamente, a meglio esplicitare il concetto la donna guerriero, nel mentre in cui, finito di passarle l’equipaggiamento selezionato per lei, proseguì quella fase di armamento rivolgendosi in direzione della propria gemella spirituale, anche a lei offrendo un’imbracatura e, tuttavia, in quel frangente, contraddistinta da una sciabola e da uno stiletto, lame che, avendo avuto occasione di collaudare ella stessa, non avrebbe potuto esplicitamente disapprovare, nel sapersi dimostrare adeguatamente bilanciate e indubbiamente affilate, benché, palesemente, non avrebbero avuto a poter essere riconosciute qual frutto dell’opera dell’impegno di un mastro fabbro e, in tal senso, prive di quel valore aggiunto che, entro i limitare di quell’apparentemente sconfinato spazio siderale, avrebbe avuto a dover essere altresì identificato nella propria… un valore aggiunto che, in maniera probabilmente romantica, non avrebbe esitato a definire quale l’anima stessa della spada.
« Non ne sono certa. » esitò l’ofidiana, dimostrandosi dubbiosa a tal riguardo, quasi confusa da quanto aveva avuto occasione di ascoltare « Forse sono stata influenzata dall’odore di crostacei ma… quello che ho sentito era simile al frenetico rumore di zampe sul metallo. Ma non di piccole creature: c’era qualcosa di grosso che si stava muovendo fra gli scaffali. Qualcosa di grosso e, ciò non di meno, estremamente rapido… »
« Mmm… » si limitò a commentare l’Ucciditrice di Dei, a dimostrazione dell’attenzione rivolta a quelle parole, pur, a tutto ciò, null’altro aggiungendo, almeno in quello specifico momento, preferendo limitarsi ad ascoltare, e a far proprie tutte le informazioni che avrebbero potuto concederle, ancor prima di intervenire con opinioni proprie che, in tutto ciò, non avrebbero potuto vantare maggiore importanza rispetto a mero rumore di fondo, un fastidio del quale tutte loro avrebbero fatto volentieri a meno.
« Comunque sia, e per quanto io possa essermi sbagliata sulla questione “zampe”, sono certa del fatto che qualcosa, all’interno del container sette, si stesse muovendo… e si stesse nascondendo alla nostra vista, fra gli scaffali e tutta la merce lì stipata. » riprese Lys’sh, a concludere la propria esposizione « Ragione per la quale ho suggerito una temporanea ritirata… »
« Proposta che ho immediatamente approvato. » confermò Duva, a ribadire tutto il proprio sostegno psicologico e morale nei confronti della compagna, non desiderando che la responsabilità di quella scelta, che pur riteneva fermamente corretta, potesse, in qualche modo, essere attribuita soltanto a discapito dell’ofidiana, nel momento in cui, eventualmente, si sarebbe potuto scoprire che, alla base di tutto ciò, non avrebbe avuto a dover essere riconosciuto alcun reale pericolo « Per questo motivo abbiamo abbandonato il container sette e, dopo averlo sigillato, abbiamo preso contatto con te, chiedendoti di raggiungerci. »
« Avete fatto bene. » asserì la mercenaria, terminando la distribuzione dell’equipaggiamento e riponendo la borsa da parte, là dove avrebbe potuto recuperarla comodamente in seguito, ormai svuotata e, in ciò, del tutto superflua « Se, nel mio mondo, sono riuscita a sopravvivere a vent’anni di vita da avventuriera mercenaria e, prima ancora, a dieci da marinaio, non è stato certamente merito di un qualche innato ottimismo. Anzi. » commentò, in riferimento implicito a quella parte del proprio carattere che, in molti, avrebbero potuto considerare prossima alla paranoia e che pur, obiettivamente, le aveva consentito di giungere sufficientemente illesa al traguardo dei quarant’anni… un obiettivo più che straordinario là da dove ella proveniva.
« Riassumendo… » incalzò subito dopo « Abbiamo le lame. Abbiamo le granate stordenti, quelle abbaglianti, i lacrimogeni e i fumogeni. Abbiamo un ipotetico quantitativo non meglio definibile di avversari ancor sconosciuti, che, in qualche modo ancor da chiarire, sono riusciti a superare le nostre difese e a penetrare nel container sette. E, ultimo ma non meno importante, abbiamo anche tanta voglia di menare le mani… dimentico qualcosa?! »